Mirya

Blog ufficiale dell'autrice

giovedì 28 settembre 2017

GiraTempo

Sto disertando il blog perché voglio pubblicare presto Gold – prima stesura finita, sono alla revisione strutturale –, però poi.
Seguo sempre siti che vendono gadget di Harry Potter (bellissimi), perciò, con gli algoritmi pubblicitari di facebook, giorni fa mi è comparsa nella home l’immagine di un ciondolo con una GiraTempo. L’avevo già visto, ma in questo momento della mia vita mi ha colpito. 
Perché sono mesi che mi interrogo su tutti gli errori che ho commesso fino a oggi, e mi chiedo come ho fatto a commetterne tanti. E mi chiedo perché sono arrivata a questo punto, con tanto tempo buttato in cose e persone che mi hanno fatto male, e tante responsabilità assunte senza poi essere sicura che ne valga la pena.
Penso alle amicizie per cui ho speso energie e sentimenti – e io lo faccio davvero di rado e allora lo faccio con grande impegno –, e che poi di punto in bianco sono scomparse. Non sono qui a fare la disamina del perché e del per come: l’ho fatta, ho anche capito che serve a poco. Perché quelle energie e quei sentimenti c’erano, e sono stati sprecati, e potevano essere investiti in qualcosa di meglio.
Penso agli impegni aggiuntivi che ho preso, e che non sempre poi hanno dimostrato di valerne la pena. Progetti a cui i referenti stessi non davano valore, ma anche prestazioni d’aiuto a qualcuno che poi si dimenticava di quell’aiuto, e non mi dispiaceva perché io volessi la gratitudine, ma perché poi le persone aiutate si comportavano di merda con altri che avevano bisogno dello stesso aiuto. E allora, l’idea che il mondo possa diventare un posto migliore comportandoci bene col prossimo forse è una bugia da Baci Perugina.
Penso ai passi importanti della vita, ai bivi in cui ho scelto sempre la strada difficile, alla famiglia, la casa, il mutuo, il figlio. Penso a quello che secondo me tutti, anche se felici, prima o poi, all’una di notte, con circa dieci ore di sonno in una settimana, e un milione di cose a cui pensare ancora prima di andare a letto e due milioni prima di svegliarsi, e la vita di troppi che dipendono da noi sulle spalle, e la nostra vita che non posa sulle spalle di nessuno, tutti, dicevo, tutti prima o poi pensano, anche se non sempre lo ammettono: chi me l’ha fatto fare?
L’uomo è un animale sociale, nessuno uomo è un’isola, tutti per uno uno per tutti, e una rondine non fa primavera. Ormai sono tutti luoghi comuni, ma i luoghi comuni hanno un loro perché.
Perché li ripetiamo, perché li ascoltiamo, perché ci crediamo.
Penso alla GiraTempo.
Se ce l’avessi tornerei a quel momento là, e non ti darei il mio contatto e il mio numero di telefono.
E tonerei a quel momento là, e non ti chiamerei per calmare le tue paure tutti i venerdì.
E tonerei a quel momento là, e non ti risponderei al primo messaggio.
E tornerei a quel momento là, e non berrei quell’aperitivo.
E tornerei a quel momento là, e non ballerei con te.
E tornerei a quel momento là, e non verrei al mare di notte.
E tornerei a quel momento là, e non prenderei quella chiamata.
E tornerei a quel momento là, e non litigherei con te.
Se avessi una GiraTempo, mi risparmierei lo spreco di energie e sentimenti e anche molto dolore, e oggi avrei più energie e più sentimenti e meno dolore. E forse sarei un animale non sociale, un’isola, una per me, una rondine. E sono sicura, sicurissima che dormirei meglio e di più, e che non mi capiterebbe mai di alzarmi la mattina con la voglia di piangere.
Se avessi una GiraTempo, sarei una persona più felice e più riposata e più serena.
Eppure.
Ho l’impressione che se qualcosa di buono lo sono diventata, se qualcosa di buono lo faccio, sia anche per il tanto male che ho visto e incontrato. Ho l’impressione, molto foscoliana (Leonardo da qualcuno avrà pur preso), che ogni cicatrice mi abbia reso più brutta e più bella allo stesso tempo.
Ho l’impressione che ogni sbaglio, ogni dolore mi abbiano permesso di comprendere o perlomeno non giudicare gli sbagli e gli errori degli altri.
Ho l’impressione, insomma, che se avessi e usassi una GiraTempo tornerei indietro di vent’anni e non farei quasi nulla di quello che ho fatto e mi risparmierei un bel po’ di sofferenze, ma mi priverei di quello che ho fatto e delle sofferenze che sono servite a farlo.
Perché sì, come è capitato a tutti, sono stata delusa da tanti, e magari tanti ne ho delusi io. Però prima di quelle delusioni c’è stato uno scambio, c’è stato un valore. E come è capitato a tutti, ho amato e perduto, molto spesso per mia volontà. Però in quell’abbandono ho ritrovato me stessa. E come è capitato a tutti, mi sono ritrovata a voltarmi indietro e a dirmi che prima era più semplice. Ma nella semplicità non c’è evoluzione.
Nel Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggere, che cito spesso, Leopardi rileva che nessuno tornerebbe indietro e vivrebbe tutta la vita che ha vissuto, se non potesse cambiarla. A me dispiacerebbe non aggiustare qualcosa, soprattutto come madre, però la vivrei comunque, questa vita, anche se ci sono stati giorni in cui l’ho odiata. La vivrei perché anche nell’odio ero viva, e forse su questo Leopardi e io non siamo d’accordo. Tutto è male, sì, ma niente? Niente è peggio, come dice Edel in Gold.
“C’è chi dice che ci siano cose peggiori della morte, io però non ho capito quali, proprio. Insomma, da una cosa peggiore puoi sempre migliorare. Ma dalla morte? Non esiste il meglio rispetto al nulla. E non credo esista neanche l’opposto, che sarebbe tutto: chi ha mai visto tutto? Chi ha avuto, capito tutto? Ma forse il meglio rispetto al nulla è qualcosa. Non c’era un modo di dire sconnesso, a riguardo? ‘Qualcosa è meglio di niente’? Se non c’era, avrebbe dovuto esserci. Ma peggio di niente non c’è niente, proprio. Per cui io sarò sempre grata per qualcosa. Da chiunque venga.”
E poi, anche il male ha un suo senso, come dici tu, Giacomino: ci fa apprezzare il bene. Lo so, che tu pensi che il bene sia solo assenza di male e autoinganno, ma non è proprio così, secondo me. È solo che il bene in genere passa in sottofondo, è una musica bassa che tendi a ignorare con un udito selettivo, mente le grida di dolore le senti sempre. Ma te la ricordi, la bellezza della tua immaginazione oltre la siepe? E il canto del passero? E la ginestra?
E io, me li ricordo?
Non lo so. So che oggi mi rivolto nella mente quella GiraTempo, e sono contenta di non averla in mano. Perché a volte scegliere la felicità significa essere comunque infelici o portare altra infelicità al mondo.
Se non ho terze opzioni, io scelgo i miei sbagli e i miei dolori e ciò che mi hanno insegnato.
Io scelgo di imparare, e sempre lo sceglierò.
E scelgo di vivere, e di accarezzare ogni sera le mie cicatrici, e di sentire in quei rilievi interiori le storie che raccontano.
E poi, se proprio non sopporto più il dolore, di scriverle, quelle storie. E andare avanti e non indietro.



mercoledì 16 agosto 2017

A proposito di amore

Ho imparato sulla mia pelle, tanto tempo fa, e sto verificando ora sulla pelle di mio figlio, che l’amore puro, quello che davvero può cambiare il mondo, è molto raro.
In amore la maggior parte delle persone dice: ti amo, e ti do tutto quello che posso. L’amore puro dice: ti amo, e ti do tutto quello che non posso.
Ho sempre più l’impressione che quando amiamo stiamo amando noi stessi. Che tutto ciò che diamo sia in realtà ciò che vogliamo dare, perché fa piacere a noi. Quello di cui l’altro ha bisogno, perché è in difficoltà perché è un bambino perché perché perché, quello non rientra in ciò che vogliamo noi, e allora alziamo le mani e diciamo: io arrivo fin qui.
Ecco, a me pare che così sia facile, che così sia pigro, che così sia anche meschino. Perché quando ami non ti perdi nell’autocommiserazione, non ti lanci in recriminazioni sul fatto che però ti do già tanto, quando ami semplicemente guardi, ascolti, e dici: scusa, non ti ho dato ciò che ti serviva. Colpa mia, insegnami di cosa hai bisogno.
C’è chi ama dando soldi, c’è chi ama cucinando, c’è chi ama coi regali, c’è chi ama concedendo tempo. Vanno bene tutte, queste cose, in fondo tutte servono, ma solo nel modo giusto e al tempo giusto e alla persona giusta. Se la persona che amiamo ha bisogno d’altro, a noi spetta il dovere – e il piacere, se davvero amiamo – di dare quell’altro. Di capire cosa sia e tirarlo fuori da dove non sapevamo di averlo – da dove non credevamo di averlo, e forse prima non c’era. Prima che l’amore ci costringesse a crearlo. Non basta pagare un dottore, un terapeuta, un circolo di lettura, una palestra, non basta delegare ad altri.

L’amore puro, per me, l’unico che conti davvero, è quello che dice: io arrivo fin qui. Poi spicco un balzo e ti raggiungo, dovunque tu sia, e ti stringo forte e vengo con te ovunque vorrai.

mercoledì 19 luglio 2017

Connessioni librarie

Io sul calo terribile della lettura leggo i dati, come tutti voi, dati che parlano della maggioranza delle persone che non leggono un libro all’anno. Li leggo, so che sono veri, ma non riesco a sentirli tali. E ho capito che è perché io sono in quell’insieme, a quanto pare piccolo, della popolazione per cui leggere è parte integrante della giornata.
Così è ovvio che io mi circondi di persone come me, persone con cui ci scambiamo ogni giorno informazioni e pareri sui libri, così è ovvio che io in classe dia un libro al mese e passi il tempo a dare e ricevere consigli di lettura, a e da alunni e colleghi, così è ovvio che nella mia borsa possa dimenticare di mettere il cellulare ma non il kindle, così è ovvio che ogni volta che vado a fare la spesa io infili nel carrello anche un libro, così è ovvio che ogni volta che vado in piazza io mi fermi in una libreria, così è ovvio che la prima cosa che trovate, entrando in casa mia, è una libreria gigantesca, e poi c’è quell’altra di fianco al divano, e poi ci sono le mensole in camera da letto, e poi ovviamente la libreria del patato, che ha cominciato coi libri di gomma, quelli del bagnetto, e poi quelli di stoffa, e ora siamo alle serie e ai fumetti insieme.
E quindi, lo so che non si legge, ma non lo sento, non lo percepisco. Non lo capisco neppure: è un problema troppo estraneo alla mia esistenza, alle mie giornate.
Per questo non ho consigli, pareri in merito. Cosa posso dire, come posso capire? Per me non c’è vita senza lettura. Dunque è un po’ come se mi chiedessero come si resuscita un morto.
Mi verrebbe da dire: ridandogli la vita. Mettendogli in mano un libro.
La faccenda, lo so, è molto più complessa, tuttavia io non riesco a percepire quella complessità. I miei studenti arrivano a volte in prima senza aver mai letto un libro, poi, è indubbio, li obbligo. Ma li obbligo, credo, bene. Pensando a loro e non a me. Scegliendo quello che è adatto a loro, e non a me. Scendendo io al loro livello, e non pretendendo di portare loro al mio, anche se detta così sembra superbia, ma non è superbia, è constatazione di una differenza d’età e di gusti che è naturale. E accettando anche le loro richieste. Pure quando sono terribili (mi hanno fatto leggere Uno splendido disastro).
Noi iniziavamo presto, perché non c’era altro. I cartoni, se quelli della mia generazione se lo ricordano, c’erano al mattino, su Telesanterno, e al pomeriggio su Bim bum bam, per poco più di un’ora. Il tablet non c’era, e neanche gli altri videogiochi. Si usciva in giardino e in strada, poi c’erano i fumetti e i libri. Non eravamo migliori: avevamo meno possibilità, forse, però erano possibilità migliori. Avevamo la noia e il bisogno di riempirla.
Oggi ci sono più possibilità, ed è un bene, ma è difficile scegliere tra quelle possibilità. Come al supermercato, se troviamo trecento tagli di carne ci perdiamo, e puntiamo su quella che conosciamo meglio: la coscia di pollo, la bistecchina. Così i ragazzi, che conoscono i videogiochi, che sono semplici e non richiedono concentrazione. Che non deludono mai, mentre i libri sì. I libri sbagliati sempre.
Non sono sbagliati i libri brutti: sono sbagliati i libri inadatti. All’ultimo Dipartimento di Lettere, tutte le mie colleghe si sono lamentate che i loro alunni non leggono. Tutte tranne me: i miei leggono un sacco. Poi hanno aggiunto: ma come, ho dato loro La coscienza di Zeno e Il nome della rosa, sono capolavori. Sì, ma non sono adatti. Io li do? Certo, alla fine del percorso.
Parto in prima con gialli (la Christie soprattutto), libri d’avventura, fantasy (Harry Potter ovviamente), fantascienza. Risalgo in seconda con l’umorismo, i racconti, le saghe, il rosa, l’horror (King sopra tutti). Arrivo in terza che me lo chiedono loro, un classico, e magari andiamo con Calvino (quello più semplice, gli Antenati) o Pirandello. Tra la quarta e la quinta leggono infine anche Svevo e Eco, ma sono ormai scafati. Hanno alle spalle tante altre letture, belle e brutte per loro, che comunque hanno capito, di cui hanno discusso in classe, che hanno criticato. Sono pronti. E nel corso di quegli anni, tante, tantissime volte ho accolto io i loro suggerimenti, belli e brutti che fossero. Perché insegnare è un dare e ricevere, e anche leggere. Perché devo ascoltarli, capire cosa hanno apprezzato, e soprattutto devo leggere ciò che non mi interessa ma che potrebbe interessare loro o di cui potrebbero aver sentito parlare. Tutti i libri targati Young adult e New adult, tutti i libri da cui traggono i film e le serie. Tutto ciò che mi permette di interloquire con loro, e di scoprire, insieme a loro, che il mondo dei libri accomuna tutti, basta solo avere la mente aperta. Che se loro leggono Tredici, perché c’è la serie, lo devo leggere anch’io (non mi è piaciuto). Che se fanno la serie The Handmaid’s Tale, è il momento buono per dar loro quel libro fantastico. Che se mi dicono che Dan Simmons è una palla, devo lasciarglielo dire, pure se io lo adoro, e modificare il tiro.
Alcune colleghe hanno cominciato a chiedermi consigli, quando hanno notato che c’era qualcosa di diverso, nelle mie classi. Ne ho convertita più di una al reader, per comodità ed economicità. Abbiamo iniziato a scambiarci impressioni, e anche io ho ricevuto tante nuove idee, perché non ho mica io, la conoscenza vera: io sono solo pronta ad ascoltare, e se lo sono anche gli altri creiamo un mondo di connessioni librarie.
Fin dalla prima, io assegno una media di dieci libri per le vacanze estive. In prima si lamentano, in seconda abbozzano, in terza mi chiedono i titoli prima, in quarta iniziano a leggerli prima, in quinta sono autonomi. Ho avuto alunni, nella quarta di quest’anno, che avevano già letto parte dei libri per le vacanze a maggio. Perché in fondo è anche una questione di allenamento, e l’allenamento dà soddisfazione.
Io alla fine del percorso ho alunni che non mi domandano più quanto sono lunghi i libri che dovranno leggere, ma solo di cosa parlano, se sono belli, se si trovano facilmente in commercio. Io alla fine del percorso ho alunni che leggono molti più libri di quelli che devono leggere.
E l’unica cosa che spero è che, dopo la quinta, quando faranno tutt’altro che Lettere nella loro vita, loro dimentichino la biografia di Manzoni, dimentichino la sinalefe, dimentichino il Romanticismo, ma abbiano voglia di leggere.
Quello, in fondo, è il mio lavoro e la mia retribuzione.
Ed è per quello che io vivo in un mondo che legge.