Mirya

Blog ufficiale dell'autrice

mercoledì 16 agosto 2017

A proposito di amore

Ho imparato sulla mia pelle, tanto tempo fa, e sto verificando ora sulla pelle di mio figlio, che l’amore puro, quello che davvero può cambiare il mondo, è molto raro.
In amore la maggior parte delle persone dice: ti amo, e ti do tutto quello che posso. L’amore puro dice: ti amo, e ti do tutto quello che non posso.
Ho sempre più l’impressione che quando amiamo stiamo amando noi stessi. Che tutto ciò che diamo sia in realtà ciò che vogliamo dare, perché fa piacere a noi. Quello di cui l’altro ha bisogno, perché è in difficoltà perché è un bambino perché perché perché, quello non rientra in ciò che vogliamo noi, e allora alziamo le mani e diciamo: io arrivo fin qui.
Ecco, a me pare che così sia facile, che così sia pigro, che così sia anche meschino. Perché quando ami non ti perdi nell’autocommiserazione, non ti lanci in recriminazioni sul fatto che però ti do già tanto, quando ami semplicemente guardi, ascolti, e dici: scusa, non ti ho dato ciò che ti serviva. Colpa mia, insegnami di cosa hai bisogno.
C’è chi ama dando soldi, c’è chi ama cucinando, c’è chi ama coi regali, c’è chi ama concedendo tempo. Vanno bene tutte, queste cose, in fondo tutte servono, ma solo nel modo giusto e al tempo giusto e alla persona giusta. Se la persona che amiamo ha bisogno d’altro, a noi spetta il dovere – e il piacere, se davvero amiamo – di dare quell’altro. Di capire cosa sia e tirarlo fuori da dove non sapevamo di averlo – da dove non credevamo di averlo, e forse prima non c’era. Prima che l’amore ci costringesse a crearlo. Non basta pagare un dottore, un terapeuta, un circolo di lettura, una palestra, non basta delegare ad altri.

L’amore puro, per me, l’unico che conti davvero, è quello che dice: io arrivo fin qui. Poi spicco un balzo e ti raggiungo, dovunque tu sia, e ti stringo forte e vengo con te ovunque vorrai.

mercoledì 19 luglio 2017

Connessioni librarie

Io sul calo terribile della lettura leggo i dati, come tutti voi, dati che parlano della maggioranza delle persone che non leggono un libro all’anno. Li leggo, so che sono veri, ma non riesco a sentirli tali. E ho capito che è perché io sono in quell’insieme, a quanto pare piccolo, della popolazione per cui leggere è parte integrante della giornata.
Così è ovvio che io mi circondi di persone come me, persone con cui ci scambiamo ogni giorno informazioni e pareri sui libri, così è ovvio che io in classe dia un libro al mese e passi il tempo a dare e ricevere consigli di lettura, a e da alunni e colleghi, così è ovvio che nella mia borsa possa dimenticare di mettere il cellulare ma non il kindle, così è ovvio che ogni volta che vado a fare la spesa io infili nel carrello anche un libro, così è ovvio che ogni volta che vado in piazza io mi fermi in una libreria, così è ovvio che la prima cosa che trovate, entrando in casa mia, è una libreria gigantesca, e poi c’è quell’altra di fianco al divano, e poi ci sono le mensole in camera da letto, e poi ovviamente la libreria del patato, che ha cominciato coi libri di gomma, quelli del bagnetto, e poi quelli di stoffa, e ora siamo alle serie e ai fumetti insieme.
E quindi, lo so che non si legge, ma non lo sento, non lo percepisco. Non lo capisco neppure: è un problema troppo estraneo alla mia esistenza, alle mie giornate.
Per questo non ho consigli, pareri in merito. Cosa posso dire, come posso capire? Per me non c’è vita senza lettura. Dunque è un po’ come se mi chiedessero come si resuscita un morto.
Mi verrebbe da dire: ridandogli la vita. Mettendogli in mano un libro.
La faccenda, lo so, è molto più complessa, tuttavia io non riesco a percepire quella complessità. I miei studenti arrivano a volte in prima senza aver mai letto un libro, poi, è indubbio, li obbligo. Ma li obbligo, credo, bene. Pensando a loro e non a me. Scegliendo quello che è adatto a loro, e non a me. Scendendo io al loro livello, e non pretendendo di portare loro al mio, anche se detta così sembra superbia, ma non è superbia, è constatazione di una differenza d’età e di gusti che è naturale. E accettando anche le loro richieste. Pure quando sono terribili (mi hanno fatto leggere Uno splendido disastro).
Noi iniziavamo presto, perché non c’era altro. I cartoni, se quelli della mia generazione se lo ricordano, c’erano al mattino, su Telesanterno, e al pomeriggio su Bim bum bam, per poco più di un’ora. Il tablet non c’era, e neanche gli altri videogiochi. Si usciva in giardino e in strada, poi c’erano i fumetti e i libri. Non eravamo migliori: avevamo meno possibilità, forse, però erano possibilità migliori. Avevamo la noia e il bisogno di riempirla.
Oggi ci sono più possibilità, ed è un bene, ma è difficile scegliere tra quelle possibilità. Come al supermercato, se troviamo trecento tagli di carne ci perdiamo, e puntiamo su quella che conosciamo meglio: la coscia di pollo, la bistecchina. Così i ragazzi, che conoscono i videogiochi, che sono semplici e non richiedono concentrazione. Che non deludono mai, mentre i libri sì. I libri sbagliati sempre.
Non sono sbagliati i libri brutti: sono sbagliati i libri inadatti. All’ultimo Dipartimento di Lettere, tutte le mie colleghe si sono lamentate che i loro alunni non leggono. Tutte tranne me: i miei leggono un sacco. Poi hanno aggiunto: ma come, ho dato loro La coscienza di Zeno e Il nome della rosa, sono capolavori. Sì, ma non sono adatti. Io li do? Certo, alla fine del percorso.
Parto in prima con gialli (la Christie soprattutto), libri d’avventura, fantasy (Harry Potter ovviamente), fantascienza. Risalgo in seconda con l’umorismo, i racconti, le saghe, il rosa, l’horror (King sopra tutti). Arrivo in terza che me lo chiedono loro, un classico, e magari andiamo con Calvino (quello più semplice, gli Antenati) o Pirandello. Tra la quarta e la quinta leggono infine anche Svevo e Eco, ma sono ormai scafati. Hanno alle spalle tante altre letture, belle e brutte per loro, che comunque hanno capito, di cui hanno discusso in classe, che hanno criticato. Sono pronti. E nel corso di quegli anni, tante, tantissime volte ho accolto io i loro suggerimenti, belli e brutti che fossero. Perché insegnare è un dare e ricevere, e anche leggere. Perché devo ascoltarli, capire cosa hanno apprezzato, e soprattutto devo leggere ciò che non mi interessa ma che potrebbe interessare loro o di cui potrebbero aver sentito parlare. Tutti i libri targati Young adult e New adult, tutti i libri da cui traggono i film e le serie. Tutto ciò che mi permette di interloquire con loro, e di scoprire, insieme a loro, che il mondo dei libri accomuna tutti, basta solo avere la mente aperta. Che se loro leggono Tredici, perché c’è la serie, lo devo leggere anch’io (non mi è piaciuto). Che se fanno la serie The Handmaid’s Tale, è il momento buono per dar loro quel libro fantastico. Che se mi dicono che Dan Simmons è una palla, devo lasciarglielo dire, pure se io lo adoro, e modificare il tiro.
Alcune colleghe hanno cominciato a chiedermi consigli, quando hanno notato che c’era qualcosa di diverso, nelle mie classi. Ne ho convertita più di una al reader, per comodità ed economicità. Abbiamo iniziato a scambiarci impressioni, e anche io ho ricevuto tante nuove idee, perché non ho mica io, la conoscenza vera: io sono solo pronta ad ascoltare, e se lo sono anche gli altri creiamo un mondo di connessioni librarie.
Fin dalla prima, io assegno una media di dieci libri per le vacanze estive. In prima si lamentano, in seconda abbozzano, in terza mi chiedono i titoli prima, in quarta iniziano a leggerli prima, in quinta sono autonomi. Ho avuto alunni, nella quarta di quest’anno, che avevano già letto parte dei libri per le vacanze a maggio. Perché in fondo è anche una questione di allenamento, e l’allenamento dà soddisfazione.
Io alla fine del percorso ho alunni che non mi domandano più quanto sono lunghi i libri che dovranno leggere, ma solo di cosa parlano, se sono belli, se si trovano facilmente in commercio. Io alla fine del percorso ho alunni che leggono molti più libri di quelli che devono leggere.
E l’unica cosa che spero è che, dopo la quinta, quando faranno tutt’altro che Lettere nella loro vita, loro dimentichino la biografia di Manzoni, dimentichino la sinalefe, dimentichino il Romanticismo, ma abbiano voglia di leggere.
Quello, in fondo, è il mio lavoro e la mia retribuzione.
Ed è per quello che io vivo in un mondo che legge.



giovedì 29 giugno 2017

Ora, qui

Ogni volta che leggo un libro di Erri De Luca mi sembra di andare in apnea: ha una prosa surreale e ipnotica, non riesci a leggere lentamente ma poi ti rendi conto che devi tornare indietro, che hai perso il respiro e la comprensione, e allora sboccia la meraviglia.
Comunque.
Sto leggendo Non ora, non qui, e c’è un pezzo sul ridicolo, su chi è oggetto di derisione e spinge quella derisione perché è l’unico modo per sopravvivere.
“Dev’essere destino delle menomazioni esporre chi le porta a una dose supplementare di tragico e comico. Persone tali scelgono almeno una volta nella vita di aumentare la quota di rischio pur di non soccombere al ridicolo.”
Più avanti scrive:
“Oggi come allora ignoro se del ferire il prossimo sia responsabile la natura delle persone o quella degli istituti che le governano.”
Ecco, io non voglio essere tra quegli istituti.
Erri De Luca era balbuziente, cosa che lo ha molto segnato, in bene e in male.
Io non ho difetti particolari o evidenti, tranne la piccolezza estrema, per cui probabilmente non capisco del tutto ciò che significa, ma ho avuto altri deficit, altre mancanze che mi hanno segnato: una vera famiglia, la salute fisica e mentale, amici, voglia di vivere fuori dai libri.
Eppure ecco, io nella vita ho imparato poche cose, ma a ridere di me stessa ho imparato. E anche a far ridere gli altri.
Mi piace, non prendermi sul serio, mi piace ridere e far ridere. Non ho mai paura delle cosiddette ‘figuracce’, le trovo anzi meravigliosi attimi di sospensione della serietà, un apostrofo rosa tra le parole “vaffanculo vita”. Che l’apostrofo non c’è, ma anche questo è ridicolo e va bene così. Immagino sia perché io do poca importanza a ciò che fanno gli altri, ma non da misantropa. Do in realtà molta importanza agli altri, li osservo e ascolto molto; dal vivo sono meno loquace che quando scrivo, perché preferisco studiare le persone che chiacchierare. In genere questo crea disappunto in chi mi conosce: scrivo tanto, sono spesso anche tagliente nel farlo, poi quando mi incontrano taccio un sacco. Ma, sappiatelo anche voi che siete venute qui a Ferrara al raduno, è perché vi studio. Siete un altro pezzo di conoscenza umana che mi serve per ampliare la mia empatia, e magari potreste anche finire nei miei libri.
Comunque, di nuovo.
Dicevo che non presto attenzione alle cosiddette figuracce degli altri, perché per me non lo sono. Per me siamo fatti per sbagliare, e imparare da quegli errori, ma soprattutto imparare a ridere di quegli errori. Io non guardo male la persona che si veste (o si sveste) in modo insolito, la donna che non si depila, l’uomo che invece lo fa, così come non guardo male chi inciampa, chi balbetta, chi in generale sbaglia. Io, in effetti, non lo guardo proprio, fuori. Io taccio e cerco di guardarlo dentro ed è sempre, sempre un bel vedere, anche quando la persona non sia una bella persona, dentro. Perché qualcosa da insegnarmi ce l’ha pure il meschino.
Perché l’incantesimo più importante che la Rowling ha inventato è il riddikulus.



Perché Pirandello, nel saggio L’umorismo, ha dato il meglio di sé.
“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. “Avverto” che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un “avvertimento del contrario”. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.”
Fantozzi mi fa sempre piangere, come ho scritto di nuovo in Di carne e di carta.
Ma io voglio ridere e far ridere.
Ricordo l’estate scorsa, al mare, c’era una donna piuttosto anziana in topless e una persona con cui ero lì la criticò perché non aveva l’età e certo non aveva il seno giusto e la compativa. Io le dissi che invece la invidiavo, perché con l’età sbagliata e il seno sbagliato non si sentiva sbagliata lei, e dunque non lo era. Quella vecchia coi seni alle caviglie si sentiva a posto col suo corpo, come forse io non mi sentirò mai del tutto. Quello che ad altri appariva uno sbaglio, a me appariva una meraviglia. E la persona che rimarcava quello ‘sbaglio’, mi apparve d’improvviso meschina.
Comunque, parte terza.
Ultimamente ho a che fare coi problemi di mio figlio e con tanti di voi che mi stanno raccontando le loro storie per consolarmi e aiutarmi e consigliarmi per i problemi di Andrea. E in tutte queste storie trovo una caratteristica comune: una differenza, che può o meno essere una mancanza, che è stata oggetto di derisione. Cattiva, perlopiù.
Ecco, innanzitutto questo post è un piccolo appello a chi lo fa: non fatelo. Non deridete le persone per le loro differenze, quelle vere. Come scrivo in Di carne e di carta, si prendono in giro le persone solo per cose non vere, o per cose che sappiamo che non sono mancanze. Questo fa ridere, il resto è cattiveria, e la cattiveria imbruttisce il mondo tanto quanto la risata buona lo abbellisce.
Secondo, questo post è un invito a rivelare le vostre figuracce e scoprire che non lo sono davvero, che sono momenti in cui avete regalato una risata al mondo e il mondo ha poco da ridere, per cui gli avete fatto un gran dono. Come sempre, comincio io.
1)     Io ho l’abitudine di entrare in classe e iniziare a spiegare subito, a volta senza frapporre tempo in mezzo. Una volta sono entrata in classe, ho spiegato per quindici minuti alla lavagna la terza declinazione, e solo allora mi sono voltata e ho visto volti allucinati. Perché quella non era una mia classe e non facevano neanche Latino.
2)     Nei primi tempi in cui io e quello che sarebbe diventato mio marito ci stavamo conoscendo, avevamo in programma un’uscita. Io, che ero poco interessata a una storia seria e molto a una storiella, scrissi a una mia amica un sms in cui l’avvisavo che mi erano finite le mestruazioni, proprio in tempo per quell’appuntamento. Due secondi dopo mi chiamò quello che sarebbe diventato mio marito, dicendomi che l’sms l’avevo mandato a lui.
Queste sono le prime due cosiddette figuracce che mi vengono in mente, e di cui ancora oggi rido di gusto. Ora, qui, quali sono le vostre?