Mirya

Blog ufficiale dell'autrice

martedì 13 giugno 2017

Nostalgia canaglia

Era il 2012 e terminavo la mia tesi di Dottorato con queste parole, che poi vennero cambiate, perché la mia professoressa, Silvana – vi dice nulla questo nome? – riteneva che fossero troppo emotive e inadatte a una tesi di Dottorato.
Pur rispettando la sua superiore esperienza nel campo, continuo a preferire questo finale a quello che poi ho scritto. Ma io, anche come profe, continuo a dare grande spazio all’emotività – perché c’è una parte di Chiara in me.
Sono passati cinque anni e l’Università mi manca moltissimo. Se quel giorno non vedevo l’ora di finire il mio terzo viaggio di studi, sapevo anche, già quel giorno, che presto quel viaggio mi sarebbe mancato.
Scrivevo qualche tempo fa, in pagina, che ho una gran voglia di iscrivermi di nuovo. Lo scrivevo perché, con un ritardo che solo chi manda avanti una famiglia e due lavori può comprendere, sono andata cinque anni dopo a ritirare la pergamena di Dottorato. Ora è lì da un paio di mesi e devo ancora farla incorniciare e suppongo ci vorranno altri cinque anni, ma prima o poi succederà, e quella pergamena verrà affissa vicino a quella delle altre due Lauree e della Ssis.
Io amo studiare. Certo, non amo la fatica in sé, nessuno la ama, ma amo che, al termine di quella fatica, la mia mente si sia arricchita. Amo il successo scolastico non per il voto in sé, ma per ciò che quel voto dice: che ho imparato bene, che ho elaborato i contenuti, che ormai sono parte di me e possono migliorare la mia vita, e che posso a mia volta trasmetterli ad altri.
Perciò credo che sarà così, che passerò la vecchiaia, quando (se) andrò in pensione: iscrivendomi a una facoltà dopo l’altra, continuando ad arricchirmi. Le facoltà che al momento più mi interessano sono Lingue e Medicina (da notare l’affinità…), e credo che farò entrambe, senza altro scopo se non studiare e imparare. E, a meno che la mia mente non ceda del tutto alla senilità (in quel caso ho pronto un piano B con un amico, che consiste in noi due in un ospizio che ci scambiamo parolacce attraverso i muri in linguaggio Morse), credo anche che riuscirò bene, perché studiare mi viene bene, perché per me è sempre stata una cosa semplice, come sono spesso semplici le cose che amiamo. Tranne crescere un figlio, ma vabbè.
Ho un’ammirazione fortissima per gli artisti veri, quelli che scrivono un libro fantastico ogni tre mesi, quelli che dipingono, suonano, danzano, recitano, scolpiscono. Io non ho quell’anima lì: io ho l’anima della studiosa e della docente. A me viene bene studiare e poi insegnare ciò che ho studiato. E sono molto fortunata a fare un lavoro che mi permette entrambe le cose, eppure non mi basta. Studiare da sola, aggiornarmi per me non è sufficiente. Mi manca proprio l’Università, la sensazione stupenda vissuta durante la seconda Laurea e il Dottorato di essere docente di giorno e studente di notte.
Per cui è così, che vorrei passare la vecchiaia, se riesco a resistere. Se non riesco, mi iscriverò prima ancora di andare in pensione a un altro corso di Laurea e il marito mi vedrà sclerare come in passato, o semplicemente non mi vedrà affatto.
Chissà se noterà la differenza rispetto ad ora.

domenica 28 maggio 2017

Ode agli alunni

Quando mi chiedono cosa faccio per lavoro, e io rispondo, più o meno la conversazione si svolge così:
- Ma come fai, con tutti quegli adolescenti teppisti…
- Veramente sono fantastici.
- E i genitori che vi danno sempre addosso!
- Veramente a me è successo due volte in più di dieci anni e comunque la cosa si è risolta subito.
Mi è capitato anche di parlarne qualche giorno fa con Matteo Bussola, che ho invitato nella nostra scuola: gli ho detto subito che io, come testimone docente, sono una pecora nera – o una bianca in mezzo a tutte le nere? Per me gli adolescenti sono la fascia migliore, quella a cui voglio affidare il nostro futuro, e i genitori dei miei alunni sono grandiosi. E lo so, sono privilegiata, lavoro in un Liceo Scientifico, A. Roiti, che è tra le scuole migliori d’Italia. Da noi in genere gli alunni vengono perché vogliono imparare e i genitori li spronano in tal senso. Per cui avrò sempre una versione limitata del problema adolescenziale: io ne vedo il meglio. Ma oggi il meglio voglio mostrarlo anche a voi, con tre brevi esempi.
Alla sua festa di compleanno, il patato ha voluto che invitassi dei miei alunni, perché voleva conoscerli, perché gli parlo sempre di loro. Io ho una regola con lui: non gli dico mai le bugie, se gli prometto qualcosa la mantengo sempre. Perciò ho invitato una classe, quella che conosco da più tempo e che preferisco (alunni, vi adoro tutti, però ho diritto a una preferenza, e la quarta è la mia preferita perché sì). Pensavo fosse una buttata, che tanto non mi avrebbero presa sul serio, invece sono venuti. Pure l’altro Andrea, quello che è stato bocciato – non per mia scelta – e che però continua a venirci a trovare. E hanno fatto da animatori per i bambini con una pazienza infinita e portato dei regali. E pure i loro genitori hanno collaborato, portandoli e venendoli a prendere.
Il 25 maggio, all’interno del mio progetto Coppa delle Case, abbiamo ospitato e intervistato Matteo Bussola. E i miei alunni di terza hanno realizzato domande e lavori fantastici e i miei alunni delle altre classi hanno seguito più di due ore di intervista senza fiatare (e Bussola è grandioso).
Il 26 maggio la mia quarta ha partecipato alla finale del Premio Estense Scuola con una recita lunga e difficile da interpretare, e l’ha fatto magistralmente, e ha vinto. E c’erano pure due mamme a vedere, e anche i genitori hanno collaborato a realizzare i costumi e gli oggetti di scena e a far loro imparare la parte.
E oltre a questo:
- gli alunni di seconda recitavano La pioggia nel pineto durante un’escursione di Scienze;
- gli alunni di prima hanno letto tutto ciò che ho dato loro da leggere anche se lì insegno Storia;
- gli alunni di terza lavorano dall’inizio dell’anno alla Coppa delle Case e hanno realizzato dipinti, sculture, video, e in più fanno l’alternanza tanti pomeriggi;
- gli alunni di quarta sono l’evoluzione del genere umano, li sto interrogando ora e sono prontissimi anche se pure loro hanno fatto tanti pomeriggi aggiuntivi, e leggono un sacco per colpa mia, e citano Foscolo così, tra una battuta e l’altra;
- tutti gli alunni delle classi in cui insegno Italiano si leggono un libro al mese, da me affibbiato, e dieci durante le vacanze estive (io non ho il problema dei miei colleghi che si lamentano perché i loro non leggono).
L’adolescenza è, noi adulti lo sappiamo, l’età più dura. Se sopravvivi a quella, sopravvivi a tutto. Io però ultimamente sto rivedendo questo concetto perché questi adolescenti, i miei alunni, sono uno spettacolo. Perciò non si tratta, credo, solo di sopravvivere: si tratta proprio di rendere questi anni speciali. Di mostrare fin d’ora cosa potranno fare dopo.
E io, anno dopo anno, classe dopo classe, sono felice di affidare a questa gioventù il futuro del mondo in cui dovrà vivere anche mio figlio.


giovedì 11 maggio 2017

Andrea (11/05/2017)

Sono quasi le undici di sera e tu stai guardando i cartoni in camera – ti facciamo fare tardi perché è sabato e c’è un weekend lungo – e io inizio a scrivere questo post che mi richiederà tante sere come questa, perché so che sarà lunghissimo. Perché quest’anno ho tanto da dirti, e ascoltare i rumori dei tuoi cartoni mentre provo a scrivere mi ricorda perché è importante che te lo dica. Perché un giorno non basteranno i cartoni a farti tornare il sorriso per superare le difficoltà, e quel giorno voglio che tu sappia cosa sei riuscito a superare. Perciò armati di pazienza, amore mio, che quando leggerai questo avrai imparato da anni quanto la mamma è logorroica quando scrive.
Cominciamo.
Giorni fa parlavo con Anna Lisa, la mamma di Lucilla, in una delle nostre camminate/corse serali, del fatto che ci sono due tipi di famiglie: quella che ti viene data dal DNA e quella che adotti. Alla prima vuoi bene in modo istintivo, quasi doveroso, ma può anche non piacerti, puoi persino conoscerla poco o non farti mai conoscere da essa; la seconda, invece, beh, quella, come scrivevo in un mio libro, è speciale, perché il bene se lo guadagna proprio con la conoscenza, e amarla è una scelta e un diritto. Tieni a mente questo prologo, perché poi, come nelle serie televisive, ti servirà per capire il finale.
Questo tuo settimo anno di vita è stato durissimo. Hai perso un nonno, il secondo, ma mentre il primo, mio padre, lo conoscevi da poco e lo ricordi poco, nonno Edi era per te un pilastro e se n’è andato così, in un soffio. Hai abbozzato, represso, accettato. La mancanza è venuta fuori giorno per giorno, in momenti inattesi. Hai scoperto l’ineluttabilità e l’imprevedibilità della morte e ne sei stato annientato. Ora ogni giorno hai paura che il papà muoia quando si mette in macchina per andare a lavorare, hai paura che la mamma non torni se va in viaggio con la scuola, hai paura che i gatti non sopravvivano se mangiano qualcosa dal pavimento.
Ti sei giocato le vacanze per un incidente al piede, e non è di consolazione che quelle vacanze stessero andando male, che ti sentissi rifiutato da un amico per te importante proprio quando avevi più bisogno di sicurezze, quando avevi bisogno di sapere che le persone intorno a te ci sarebbero state sempre. E poi hai avuto un altro incidente, rompendoti un osso, e così hai passato tanti giorni immobilizzato a pensare. A pensare tanto, troppo, per quel cervello di bambino che non riesce a stare al passo col tuo cuore da adulto.
E poi c’è stato il problema scuola, che stiamo risolvendo, e che avremmo dovuto risolvere prima, già l’anno scorso, e mi scuso per questo con te. Ma come docente so che prima o poi la scuola – la vita – ti può far male e devi anche essere in grado di sopportarlo, perciò ho tentato di farti resistere anche in seconda. Ma ho sbagliato, ora lo so, perché questa prova non ti ha rafforzato: ti ha solo abbattuto e tolto fiducia in te stesso e nel mondo – e la voglia di andare a scuola. Non è facile, sai, essere un genitore oggi: sentirai tutti, anche quando sarai grande, dire che c’è troppo lassismo nell’educare i figli, e vedrai tutti quelli che lo dicono comportarsi con lassismo coi propri figli. Io e tuo padre cerchiamo di barcamenarci, come due equilibristi, di aiutarti ma anche di insegnarti che la vita è fatta di prove da superare, e quella classe poteva essere una di queste, perché non potremo essere sempre lì a proteggerti. Non potevamo però prevedere che quest’anno avresti dovuto affrontare anche tante altre prove, e che almeno a scuola saresti dovuto andare sereno. Sai, persino Machiavelli, nel Principe, riconosce che per quanto il principe ideale si sforzi di fronteggiare le vicissitudini della fortuna, qualcosa può sempre accadere per rovinare tutti i suoi piani. A te di cose ne sono accadute parecchie, e tutte insieme, e prima ancora che avessi la maturità di fare dei piani. E non potevamo prevedere che ci fosse tanta meschinità da parte della tua maestra, ma dovevamo. Dovevamo e ancora mi scuso per non averlo fatto, perché ce l’avevano detto, che quella persona era problematica e aveva già causato molti danni in passato, e io avevo capito che non amava il suo lavoro dal nostro primo incontro, e questo è un lavoro che non si può fare, in nessun grado scolastico, senza amore – e ormai avrai capito quanto io lo amo: pensa che questo tuo settimo anno sei stato persino geloso dei miei alunni, per tutto il tempo che dedico loro. Mentre scrivo questo, tu sei un bambino che va alle elementari e a cui io ripeto che deve rispettare la maestra comunque vada, e ti stiamo dicendo che il trasferimento sarà più che altro per motivi di lavoro e per farti fare quelle cose che ti piacciono tanto con le maestre dell’altra classe – come il loro progetto coi robot e tutte le uscite in più. Ma quando leggerai questo sarai grande e posso anche scrivertelo: la tua maestra ti ha fatto molto male, enfatizzando il tuo disagio, e tu non ne hai nessuna colpa. Non eri stupido né antipatico come ti faceva credere, e no, gli amici non sono quelli che ti fanno piangere tutti i giorni e vomitare prima di andare a scuola, ma non incolpare neanche loro, perché i bambini fanno ciò che l’adulto responsabile in quel momento permette loro di fare, e quell’adulto ha fatto male anche a loro, come a te. Quella era una brutta persona, e posso anche dirti che lo era perché era frustrata e infelice, ma, come ti avrò ormai ripetuto mille volte, quando leggerai questo, essere infelici non è una scusa per rendere infelici gli altri. E tu non l’hai fatto e ne sei uscito con onore e con una grandezza interiore che non vedo nei grandi. Hai mantenuto sempre il rispetto per quella maestra e persino un po’ d’affetto, non l’hai mai accusata, hai accusato solo te stesso e ho sofferto con te cercando di ridarti autostima ma sono stata anche orgogliosa di te, perché il brutto negli altri non ha fatto diventare brutto te. Perché prima di incolpare gli altri hai imparato a cercare le colpe nel tuo comportamento, e c’è gente che non lo fa a sessant’anni. Non hai avuto colpe, in quel contesto, e spero di fartelo capire da settembre di quest’anno in cui scrivo, quando ricomincerai nella nuova classe – e per la prima volta sei entusiasta all’idea di tornare a scuola. Non hai avuto colpe, ma hai smascherato le colpe della tua maestra, di me e di tuo padre che non abbiamo agito prima, e di tutti quelli che non si incolpano mai.
Sei stato tanto male, amore mio, anche se forse nemmeno te ne rendi conto. Le tue paure continue, della morte delle malattie delle infezioni dei ladri degli assassini di ciò che tocchi mangi respiri vedi, sono sintomi di un disagio che abbiamo cercato di capire, risolvere, con affetto, tempo per te, parole. Hai paura di ogni colpo di tosse, notizia di una guerra lontana, hai paura anche dell’aria che respiri: senti il male indefinito e inatteso attorno a te e non riesci a venirne fuori, neanche con tutte le nostre rassicurazioni, perché hai ragione tu, c’è tanto male al mondo, e anche se non lo capisci lo senti, lo senti più degli altri e prima degli altri. E noi passiamo giorni a spiegarti il funzionamento del corpo umano quando ci chiedi qualcosa, notti a spiegarti il decorso di ogni malattia di cui senti parlare e il perché tu non la prenderai, settimane a dirti che no, i vermi che hai visto nel documentario sulla pesca non verranno a divorarti nel sonno. Qualche giorno fa non andavi a letto se non ti spiegavamo cos’erano i parabeni, perché li hai sentiti nominare nella pubblicità di uno shampoo e hai capito che erano dannosi – ho dovuto cercare pure io la definizione precisa su internet, per potertelo chiarire. Hai avuto paura della gravidanza, perché hai sentito qualcuno – non abbiamo ancora scoperto chi – parlare di un aborto. Hai avuto paura di restare incinto tu, hai avuto paura che le donne incinte fossero pericolose, hai avuto paure che non riuscivo nemmeno a capire mentre me le dicevi, e ci siamo messi lì, a guardare i disegni anatomici, e ti ho spiegato tutto della gravidanza e anche della riproduzione, per toglierti queste fobie indefinibili. Sei l’unico della tua età che sa con precisione come nascono i bambini, ma nel momento in cui l’hai capito, in qualche modo hai sconfitto la paura di quella nascita – che nascere è sempre un po’ morire, e l’hai compreso di già. Hai avuto paura che tornassero i ladri, che facessero male a Cacio e Pepe, hai avuto paura per tutti i bambini del mondo che soffrono la fame, che subiscono qualunque cosa, hai avuto paura del male in ogni sua forma.
C’è una parte dentro ognuno di noi che gli altri non riescono a raggiungere, se tu non glielo permetti, e in genere nessuno lo permette perché non si riesce ad aprire la porta – non la si vuole vedere. Però tu quella parte e quella porta le vedi, e hai iniziato a parlarne con noi. Di quelle domande di cui ti vergognavi, di quei pensieri che non volevi fare. Non ti rendi nemmeno conto di quanto sei incredibile: a neanche otto anni hai scoperto il tuo lato oscuro – piccolo, un lato di sette anni – e lo stai accettando e affrontando, perché hai capito che devi ammettere che esista per impedirgli di dominarti. Io ci ho messo decenni, per farcela. La maggior parte della gente non lo fa mai.
Non hai perso comunque la voglia di sorrisi e coccole, non ti vergogni di baciarmi e abbracciare me e anche altri in pubblico, non hai pose da grande o meglio hai capito che essere grandi non vuol dire amare di meno, ma amare di più, e tu ami ogni giorno di più. E ti basta una giornata al mare, un racconto letto insieme, anche solo un abbraccio per trasformarti nel sole. E lo sai, che a un certo punto anche quel sole tramonterà, ma credi che risorgerà di nuovo, e anche in questo mi hai battuto sul tempo e hai battuto sulla vita tante persone, che si vergognano dei loro sentimenti e che dal buio si fanno fagocitare. Tu sei sempre pronto a riprovare, a ridare fiducia alla gente e al mondo. Tu dai sempre fiducia a me, anche sui parabeni.
Hai amato da subito i gatti, che sono stati una delle cose migliori di quest’anno. Avevi tanti tic, prima che arrivassero, ora sono quasi spariti e credo sia anche grazie a loro. Arrivi a casa e per prima cosa li corri ad abbracciare, esci di casa e per ultima cosa saluti loro. Sei pronto a fare sacrifici per loro, perché non restino soli, perché vengano in vacanza con noi, perché abbiano i loro spazi, i loro giochi, la salute. Hai scoperto l’amore disinteressato e semplice degli animali e per gli animali e questo ti ha in parte riconciliato con un mondo naturale che ti appariva ostile. Ci sono tanti che dicono di amare gli animali e però non riconoscono il loro essere animali o non sanno poi amare gli uomini: tu hai trovato da subito il giusto equilibrio e questo ha riequilibrato te.
In questi ultimi giorni sei stato anche senza la tua cuginetta adorata, che è stata ricoverata in ospedale, ed è stato un altro colpo non solo alla solitudine che spesso provi, sul serio o solo nella tua mente, ma anche alla tua paura della perdita e dell’inatteso – una malattia autoimmune, nientemeno. E nonostante il terrore che hai della malattie e degli ospedali, che per te significano morte, hai voluto andarla a trovare – e io sono stata così fiera di te. Hai riconosciuto il tuo terrore e l’hai affrontato per amore. Te lo devo ripetere, che anche questo la maggior parte delle persone non lo fa mai?
Tuo padre ha avuto molti problemi di ansia e insicurezza come i tuoi, da bambino – con sintomi fisici anche pesanti. Io no, ma solo perché stavo interiorizzando molti dei dolori che stai vivendo tu e li avrei sfogati poi, tutti insieme, nella malattia di cui quando leggerai questo saprai tutto. Dico spesso che hai preso il peggio da noi, e in parte è vero, ma in parte è anche sfiga, quella che ci ha colpiti dal 2016 e che un adulto affronta sapendo che capita, un bimbo vive come eterna. Perciò spesso mi chiedi: “Perché capitano sempre a me?” E io non lo so, amore mio, e ti giuro, vorrei che invece capitassero tutte e me, e oggi so che non è un modo di dire, perché in effetti ciò che capita a te capita a me, ma soffro di meno se capita solo a me.
Comunque, tu psicosomatizzi come tuo padre, ma accumuli anche, come me. E studi, come ho sempre fatto io – e come fa un mio personaggio. Quando stai male, quando hai paura, tu chiedi, cerchi, ti fai spiegare: devi capire il funzionamento di tutto, soprattutto del corpo umano, che non ti suscita pudori o disgusto in nessuna parte, ma solo timore di ciò che non conosci. Tu vivisezioni la vita, per poterla accettare un pezzo alla volta, perché tutta per te è troppo, come per Novecento. Il mondo lo devi veder passare un viaggio alla volta, quel che ci sta dalla prua alla poppa, altrimenti ti affoga. Perché sei senza pelle, come in un vecchio film che mi ha colpito tanto, come io spesso descrivo la malattia che ha colpito me. Sei senza pelle e qualunque cosa ti può far male e vorrei strapparmela di dosso io, la pelle, per ricoprirtene con almeno due strati, ma non è in mio potere, e posso solo stare attenta, quando ti stringo, che anche quello non ti faccia male. Sei senza pelle, e a te tutto arriva amplificato, ed è una maledizione, e però. Abbiamo pianto insieme di “Noi siamo Groot”, della storia del Gatto Nero di Gaiman, e tu, come me, hai continuato a piangere anche i giorni successivi, solo ripensandoci, perché hai sviluppato un’empatia fortissima. Tu sei destinato a pensare sempre troppo, a sentire sempre troppo, e però.
Soffrirai più degli altri, amore mio, e non sai quanto avrei voluto risparmiartelo, però in quest’anno ho capito anche che saprai gioire più degli altri. Che amerai sopra ogni cosa e odierai sopra ogni cosa e vivrai, vivrai ogni carezza e ogni pugno come pochi sanno fare.
Quando ho scelto il tuo nome, non mi riferivo a un machismo che come sai rifiuto. Andrea, l’uomo per antonomasia, per me non significava qualcosa che avesse a che fare con la virilità, ma con l’umanità. Volevo trasmetterti, con quel nome, un augurio: di essere un uomo che avrebbe usato ogni dono della natura per vivere umanamente. Un vero uomo, un vero essere umano.
Nomen omen, ora so che quest’augurio era anche una iettatura, e però.
Ricordi il prologo, sulla famiglia per DNA e quella adottiva?
Ecco, quello che volevo dirti è che anche se tu non fossi mio figlio geneticamente, saresti comunque un figlio che sceglierei tra mille, per quello che sei. Così profondamente insicuro ed emotivo, ma anche così volenteroso di accumulare sicurezza ed emozioni. Così senza pelle, studioso, sentimentale, empatico, umano.
Sei molto più problematico della maggior parte dei tuoi coetanei e io e tuo padre stiamo affrontando quesiti, difficoltà e argomenti che non avremmo mai pensato di dover affrontare a quest’età e forse neanche dopo. Qualche giorno fa mia madre ha schiacciato uno scarafaggio davanti a te e ora dobbiamo studiare le interiora degli insetti, perché vederle ti ha impressionato, e io ti aiuterò a farlo – meno male che non mi fa schifo niente e che ho fatto lo Scientifico. Mio fratello trovava divertente la scenata che hai fatto quando hai visto una pagina di un suo fumetto con un disegno che ti ha fatto paura, ma io sapevo che poi quella pagina ti avrebbe tormentato per giorni – e ci è voluta una sera intera a disegnare a ripetizione lo stesso soggetto con la tua amica Lucilla per disinnescare in te quella paura: studiando il disegno, riproducendolo, capendolo, tu l’hai sconfitto. Tu stai affrontando i tuoi mostri uno alla volta, perché hai il coraggio di parlarcene anche quando sai che possono sembrare assurdi, e hai la perseveranza di riprodurli, nella tua mente in un foglio in un pensiero, finché non li hai resi tuoi – e perciò battuti.
E io sceglierei comunque te e le tue domande e i tuoi problemi in mezzo a mille bambini semplici, se anche tu non fossi nato da me, perché mentre te li poni, quei problemi, tu cerchi la soluzione della tua vita e forse, nel tuo piccolo, anche del mondo. Tu porti un tassello di umanità nel grande puzzle che solo le persone davvero speciali possono costruire per ritrarre qualcosa di più grande, tu sei il migliore degli incastri di D.
Non avrai mai vita facile, e questo pensiero mi fa disperare. E però. Però nella disperazione c’è anche la speranza, che non perderai mai, che non perderemo mai, che ciò che sei porti speranza intorno a te.
Ti amo, piccolo mio, ti amo perché sei mio figlio ma ti amo anche perché sei tu, Andrea, amo proprio te, perché rispetto e ammiro quella luce piena di macchie oscure che vedo brillare dentro di te e che ti brucerà sempre tanto, ma illuminerà anche il mondo. Senza per questo negarne l’oscurità.
Sei la tenebra che permette l’alba, e sei, per me, una scoperta ogni giorno nuova di quanto profonda e bella e terribile possa essere l’essenza dell’umanità.
Leggo tanto, ho studiato tanti filosofi, poeti e artisti, e so che nella storia del mondo ci sono state creature speciali che hanno cambiato una generazione, un paese, una teoria, e anche me, con le loro opere. Ma tu per me sei la più speciale delle creature, quella che mi ha cambiato di più, e credo cambierai ancora tanto e tanti, perché sei così umano da farmi capire infine come mai in tutte le religioni Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza: perché noi abbiamo creato Dio a immagine e somiglianza dell’umanità nella sua essenza migliore. Sei la mia Grazia, ecco, e io scelgo te, non per il DNA che è fortuito, ma per quello che tu stai scegliendo di essere, per l’uomo che voglio avere l’onore di vederti diventare.
Io scelgo te come mio figlio, e spero di essere degna di essere scelta da te come madre, perché non sono alla tua altezza ma sto provando ad arrivarci con la Grazia che mi doni e gli esempi di umanità che mi mostri. E a volte anche io, atea convinta, mi ritrovo a pensare che forse mi hai scelto, quando sei stato catapultato nel mio ventre, che forse hai scelto me e tuo padre perché sapevi che eravamo pronti a guardare la tua luce oscura, a ricevere la tua Grazia, perché sapevi che noi avremmo scelto te.
E ora chiudo, dieci giorni dopo aver iniziato questo scritto, con altri dieci giorni di te nel cuore a confermarmi che c’è un po’ di divino nell’essere umano, se solo sa scegliere di essere un vero uomo.
Andrea, Andrea, Andrea.
Buon compleanno, Andrea.