Mirya

Blog ufficiale dell'autrice

giovedì 11 maggio 2017

Andrea (11/05/2017)

Sono quasi le undici di sera e tu stai guardando i cartoni in camera – ti facciamo fare tardi perché è sabato e c’è un weekend lungo – e io inizio a scrivere questo post che mi richiederà tante sere come questa, perché so che sarà lunghissimo. Perché quest’anno ho tanto da dirti, e ascoltare i rumori dei tuoi cartoni mentre provo a scrivere mi ricorda perché è importante che te lo dica. Perché un giorno non basteranno i cartoni a farti tornare il sorriso per superare le difficoltà, e quel giorno voglio che tu sappia cosa sei riuscito a superare. Perciò armati di pazienza, amore mio, che quando leggerai questo avrai imparato da anni quanto la mamma è logorroica quando scrive.
Cominciamo.
Giorni fa parlavo con Anna Lisa, la mamma di Lucilla, in una delle nostre camminate/corse serali, del fatto che ci sono due tipi di famiglie: quella che ti viene data dal DNA e quella che adotti. Alla prima vuoi bene in modo istintivo, quasi doveroso, ma può anche non piacerti, puoi persino conoscerla poco o non farti mai conoscere da essa; la seconda, invece, beh, quella, come scrivevo in un mio libro, è speciale, perché il bene se lo guadagna proprio con la conoscenza, e amarla è una scelta e un diritto. Tieni a mente questo prologo, perché poi, come nelle serie televisive, ti servirà per capire il finale.
Questo tuo settimo anno di vita è stato durissimo. Hai perso un nonno, il secondo, ma mentre il primo, mio padre, lo conoscevi da poco e lo ricordi poco, nonno Edi era per te un pilastro e se n’è andato così, in un soffio. Hai abbozzato, represso, accettato. La mancanza è venuta fuori giorno per giorno, in momenti inattesi. Hai scoperto l’ineluttabilità e l’imprevedibilità della morte e ne sei stato annientato. Ora ogni giorno hai paura che il papà muoia quando si mette in macchina per andare a lavorare, hai paura che la mamma non torni se va in viaggio con la scuola, hai paura che i gatti non sopravvivano se mangiano qualcosa dal pavimento.
Ti sei giocato le vacanze per un incidente al piede, e non è di consolazione che quelle vacanze stessero andando male, che ti sentissi rifiutato da un amico per te importante proprio quando avevi più bisogno di sicurezze, quando avevi bisogno di sapere che le persone intorno a te ci sarebbero state sempre. E poi hai avuto un altro incidente, rompendoti un osso, e così hai passato tanti giorni immobilizzato a pensare. A pensare tanto, troppo, per quel cervello di bambino che non riesce a stare al passo col tuo cuore da adulto.
E poi c’è stato il problema scuola, che stiamo risolvendo, e che avremmo dovuto risolvere prima, già l’anno scorso, e mi scuso per questo con te. Ma come docente so che prima o poi la scuola – la vita – ti può far male e devi anche essere in grado di sopportarlo, perciò ho tentato di farti resistere anche in seconda. Ma ho sbagliato, ora lo so, perché questa prova non ti ha rafforzato: ti ha solo abbattuto e tolto fiducia in te stesso e nel mondo – e la voglia di andare a scuola. Non è facile, sai, essere un genitore oggi: sentirai tutti, anche quando sarai grande, dire che c’è troppo lassismo nell’educare i figli, e vedrai tutti quelli che lo dicono comportarsi con lassismo coi propri figli. Io e tuo padre cerchiamo di barcamenarci, come due equilibristi, di aiutarti ma anche di insegnarti che la vita è fatta di prove da superare, e quella classe poteva essere una di queste, perché non potremo essere sempre lì a proteggerti. Non potevamo però prevedere che quest’anno avresti dovuto affrontare anche tante altre prove, e che almeno a scuola saresti dovuto andare sereno. Sai, persino Machiavelli, nel Principe, riconosce che per quanto il principe ideale si sforzi di fronteggiare le vicissitudini della fortuna, qualcosa può sempre accadere per rovinare tutti i suoi piani. A te di cose ne sono accadute parecchie, e tutte insieme, e prima ancora che avessi la maturità di fare dei piani. E non potevamo prevedere che ci fosse tanta meschinità da parte della tua maestra, ma dovevamo. Dovevamo e ancora mi scuso per non averlo fatto, perché ce l’avevano detto, che quella persona era problematica e aveva già causato molti danni in passato, e io avevo capito che non amava il suo lavoro dal nostro primo incontro, e questo è un lavoro che non si può fare, in nessun grado scolastico, senza amore – e ormai avrai capito quanto io lo amo: pensa che questo tuo settimo anno sei stato persino geloso dei miei alunni, per tutto il tempo che dedico loro. Mentre scrivo questo, tu sei un bambino che va alle elementari e a cui io ripeto che deve rispettare la maestra comunque vada, e ti stiamo dicendo che il trasferimento sarà più che altro per motivi di lavoro e per farti fare quelle cose che ti piacciono tanto con le maestre dell’altra classe – come il loro progetto coi robot e tutte le uscite in più. Ma quando leggerai questo sarai grande e posso anche scrivertelo: la tua maestra ti ha fatto molto male, enfatizzando il tuo disagio, e tu non ne hai nessuna colpa. Non eri stupido né antipatico come ti faceva credere, e no, gli amici non sono quelli che ti fanno piangere tutti i giorni e vomitare prima di andare a scuola, ma non incolpare neanche loro, perché i bambini fanno ciò che l’adulto responsabile in quel momento permette loro di fare, e quell’adulto ha fatto male anche a loro, come a te. Quella era una brutta persona, e posso anche dirti che lo era perché era frustrata e infelice, ma, come ti avrò ormai ripetuto mille volte, quando leggerai questo, essere infelici non è una scusa per rendere infelici gli altri. E tu non l’hai fatto e ne sei uscito con onore e con una grandezza interiore che non vedo nei grandi. Hai mantenuto sempre il rispetto per quella maestra e persino un po’ d’affetto, non l’hai mai accusata, hai accusato solo te stesso e ho sofferto con te cercando di ridarti autostima ma sono stata anche orgogliosa di te, perché il brutto negli altri non ha fatto diventare brutto te. Perché prima di incolpare gli altri hai imparato a cercare le colpe nel tuo comportamento, e c’è gente che non lo fa a sessant’anni. Non hai avuto colpe, in quel contesto, e spero di fartelo capire da settembre di quest’anno in cui scrivo, quando ricomincerai nella nuova classe – e per la prima volta sei entusiasta all’idea di tornare a scuola. Non hai avuto colpe, ma hai smascherato le colpe della tua maestra, di me e di tuo padre che non abbiamo agito prima, e di tutti quelli che non si incolpano mai.
Sei stato tanto male, amore mio, anche se forse nemmeno te ne rendi conto. Le tue paure continue, della morte delle malattie delle infezioni dei ladri degli assassini di ciò che tocchi mangi respiri vedi, sono sintomi di un disagio che abbiamo cercato di capire, risolvere, con affetto, tempo per te, parole. Hai paura di ogni colpo di tosse, notizia di una guerra lontana, hai paura anche dell’aria che respiri: senti il male indefinito e inatteso attorno a te e non riesci a venirne fuori, neanche con tutte le nostre rassicurazioni, perché hai ragione tu, c’è tanto male al mondo, e anche se non lo capisci lo senti, lo senti più degli altri e prima degli altri. E noi passiamo giorni a spiegarti il funzionamento del corpo umano quando ci chiedi qualcosa, notti a spiegarti il decorso di ogni malattia di cui senti parlare e il perché tu non la prenderai, settimane a dirti che no, i vermi che hai visto nel documentario sulla pesca non verranno a divorarti nel sonno. Qualche giorno fa non andavi a letto se non ti spiegavamo cos’erano i parabeni, perché li hai sentiti nominare nella pubblicità di uno shampoo e hai capito che erano dannosi – ho dovuto cercare pure io la definizione precisa su internet, per potertelo chiarire. Hai avuto paura della gravidanza, perché hai sentito qualcuno – non abbiamo ancora scoperto chi – parlare di un aborto. Hai avuto paura di restare incinto tu, hai avuto paura che le donne incinte fossero pericolose, hai avuto paure che non riuscivo nemmeno a capire mentre me le dicevi, e ci siamo messi lì, a guardare i disegni anatomici, e ti ho spiegato tutto della gravidanza e anche della riproduzione, per toglierti queste fobie indefinibili. Sei l’unico della tua età che sa con precisione come nascono i bambini, ma nel momento in cui l’hai capito, in qualche modo hai sconfitto la paura di quella nascita – che nascere è sempre un po’ morire, e l’hai compreso di già. Hai avuto paura che tornassero i ladri, che facessero male a Cacio e Pepe, hai avuto paura per tutti i bambini del mondo che soffrono la fame, che subiscono qualunque cosa, hai avuto paura del male in ogni sua forma.
C’è una parte dentro ognuno di noi che gli altri non riescono a raggiungere, se tu non glielo permetti, e in genere nessuno lo permette perché non si riesce ad aprire la porta – non la si vuole vedere. Però tu quella parte e quella porta le vedi, e hai iniziato a parlarne con noi. Di quelle domande di cui ti vergognavi, di quei pensieri che non volevi fare. Non ti rendi nemmeno conto di quanto sei incredibile: a neanche otto anni hai scoperto il tuo lato oscuro – piccolo, un lato di sette anni – e lo stai accettando e affrontando, perché hai capito che devi ammettere che esista per impedirgli di dominarti. Io ci ho messo decenni, per farcela. La maggior parte della gente non lo fa mai.
Non hai perso comunque la voglia di sorrisi e coccole, non ti vergogni di baciarmi e abbracciare me e anche altri in pubblico, non hai pose da grande o meglio hai capito che essere grandi non vuol dire amare di meno, ma amare di più, e tu ami ogni giorno di più. E ti basta una giornata al mare, un racconto letto insieme, anche solo un abbraccio per trasformarti nel sole. E lo sai, che a un certo punto anche quel sole tramonterà, ma credi che risorgerà di nuovo, e anche in questo mi hai battuto sul tempo e hai battuto sulla vita tante persone, che si vergognano dei loro sentimenti e che dal buio si fanno fagocitare. Tu sei sempre pronto a riprovare, a ridare fiducia alla gente e al mondo. Tu dai sempre fiducia a me, anche sui parabeni.
Hai amato da subito i gatti, che sono stati una delle cose migliori di quest’anno. Avevi tanti tic, prima che arrivassero, ora sono quasi spariti e credo sia anche grazie a loro. Arrivi a casa e per prima cosa li corri ad abbracciare, esci di casa e per ultima cosa saluti loro. Sei pronto a fare sacrifici per loro, perché non restino soli, perché vengano in vacanza con noi, perché abbiano i loro spazi, i loro giochi, la salute. Hai scoperto l’amore disinteressato e semplice degli animali e per gli animali e questo ti ha in parte riconciliato con un mondo naturale che ti appariva ostile. Ci sono tanti che dicono di amare gli animali e però non riconoscono il loro essere animali o non sanno poi amare gli uomini: tu hai trovato da subito il giusto equilibrio e questo ha riequilibrato te.
In questi ultimi giorni sei stato anche senza la tua cuginetta adorata, che è stata ricoverata in ospedale, ed è stato un altro colpo non solo alla solitudine che spesso provi, sul serio o solo nella tua mente, ma anche alla tua paura della perdita e dell’inatteso – una malattia autoimmune, nientemeno. E nonostante il terrore che hai della malattie e degli ospedali, che per te significano morte, hai voluto andarla a trovare – e io sono stata così fiera di te. Hai riconosciuto il tuo terrore e l’hai affrontato per amore. Te lo devo ripetere, che anche questo la maggior parte delle persone non lo fa mai?
Tuo padre ha avuto molti problemi di ansia e insicurezza come i tuoi, da bambino – con sintomi fisici anche pesanti. Io no, ma solo perché stavo interiorizzando molti dei dolori che stai vivendo tu e li avrei sfogati poi, tutti insieme, nella malattia di cui quando leggerai questo saprai tutto. Dico spesso che hai preso il peggio da noi, e in parte è vero, ma in parte è anche sfiga, quella che ci ha colpiti dal 2016 e che un adulto affronta sapendo che capita, un bimbo vive come eterna. Perciò spesso mi chiedi: “Perché capitano sempre a me?” E io non lo so, amore mio, e ti giuro, vorrei che invece capitassero tutte e me, e oggi so che non è un modo di dire, perché in effetti ciò che capita a te capita a me, ma soffro di meno se capita solo a me.
Comunque, tu psicosomatizzi come tuo padre, ma accumuli anche, come me. E studi, come ho sempre fatto io – e come fa un mio personaggio. Quando stai male, quando hai paura, tu chiedi, cerchi, ti fai spiegare: devi capire il funzionamento di tutto, soprattutto del corpo umano, che non ti suscita pudori o disgusto in nessuna parte, ma solo timore di ciò che non conosci. Tu vivisezioni la vita, per poterla accettare un pezzo alla volta, perché tutta per te è troppo, come per Novecento. Il mondo lo devi veder passare un viaggio alla volta, quel che ci sta dalla prua alla poppa, altrimenti ti affoga. Perché sei senza pelle, come in un vecchio film che mi ha colpito tanto, come io spesso descrivo la malattia che ha colpito me. Sei senza pelle e qualunque cosa ti può far male e vorrei strapparmela di dosso io, la pelle, per ricoprirtene con almeno due strati, ma non è in mio potere, e posso solo stare attenta, quando ti stringo, che anche quello non ti faccia male. Sei senza pelle, e a te tutto arriva amplificato, ed è una maledizione, e però. Abbiamo pianto insieme di “Noi siamo Groot”, della storia del Gatto Nero di Gaiman, e tu, come me, hai continuato a piangere anche i giorni successivi, solo ripensandoci, perché hai sviluppato un’empatia fortissima. Tu sei destinato a pensare sempre troppo, a sentire sempre troppo, e però.
Soffrirai più degli altri, amore mio, e non sai quanto avrei voluto risparmiartelo, però in quest’anno ho capito anche che saprai gioire più degli altri. Che amerai sopra ogni cosa e odierai sopra ogni cosa e vivrai, vivrai ogni carezza e ogni pugno come pochi sanno fare.
Quando ho scelto il tuo nome, non mi riferivo a un machismo che come sai rifiuto. Andrea, l’uomo per antonomasia, per me non significava qualcosa che avesse a che fare con la virilità, ma con l’umanità. Volevo trasmetterti, con quel nome, un augurio: di essere un uomo che avrebbe usato ogni dono della natura per vivere umanamente. Un vero uomo, un vero essere umano.
Nomen omen, ora so che quest’augurio era anche una iettatura, e però.
Ricordi il prologo, sulla famiglia per DNA e quella adottiva?
Ecco, quello che volevo dirti è che anche se tu non fossi mio figlio geneticamente, saresti comunque un figlio che sceglierei tra mille, per quello che sei. Così profondamente insicuro ed emotivo, ma anche così volenteroso di accumulare sicurezza ed emozioni. Così senza pelle, studioso, sentimentale, empatico, umano.
Sei molto più problematico della maggior parte dei tuoi coetanei e io e tuo padre stiamo affrontando quesiti, difficoltà e argomenti che non avremmo mai pensato di dover affrontare a quest’età e forse neanche dopo. Qualche giorno fa mia madre ha schiacciato uno scarafaggio davanti a te e ora dobbiamo studiare le interiora degli insetti, perché vederle ti ha impressionato, e io ti aiuterò a farlo – meno male che non mi fa schifo niente e che ho fatto lo Scientifico. Mio fratello trovava divertente la scenata che hai fatto quando hai visto una pagina di un suo fumetto con un disegno che ti ha fatto paura, ma io sapevo che poi quella pagina ti avrebbe tormentato per giorni – e ci è voluta una sera intera a disegnare a ripetizione lo stesso soggetto con la tua amica Lucilla per disinnescare in te quella paura: studiando il disegno, riproducendolo, capendolo, tu l’hai sconfitto. Tu stai affrontando i tuoi mostri uno alla volta, perché hai il coraggio di parlarcene anche quando sai che possono sembrare assurdi, e hai la perseveranza di riprodurli, nella tua mente in un foglio in un pensiero, finché non li hai resi tuoi – e perciò battuti.
E io sceglierei comunque te e le tue domande e i tuoi problemi in mezzo a mille bambini semplici, se anche tu non fossi nato da me, perché mentre te li poni, quei problemi, tu cerchi la soluzione della tua vita e forse, nel tuo piccolo, anche del mondo. Tu porti un tassello di umanità nel grande puzzle che solo le persone davvero speciali possono costruire per ritrarre qualcosa di più grande, tu sei il migliore degli incastri di D.
Non avrai mai vita facile, e questo pensiero mi fa disperare. E però. Però nella disperazione c’è anche la speranza, che non perderai mai, che non perderemo mai, che ciò che sei porti speranza intorno a te.
Ti amo, piccolo mio, ti amo perché sei mio figlio ma ti amo anche perché sei tu, Andrea, amo proprio te, perché rispetto e ammiro quella luce piena di macchie oscure che vedo brillare dentro di te e che ti brucerà sempre tanto, ma illuminerà anche il mondo. Senza per questo negarne l’oscurità.
Sei la tenebra che permette l’alba, e sei, per me, una scoperta ogni giorno nuova di quanto profonda e bella e terribile possa essere l’essenza dell’umanità.
Leggo tanto, ho studiato tanti filosofi, poeti e artisti, e so che nella storia del mondo ci sono state creature speciali che hanno cambiato una generazione, un paese, una teoria, e anche me, con le loro opere. Ma tu per me sei la più speciale delle creature, quella che mi ha cambiato di più, e credo cambierai ancora tanto e tanti, perché sei così umano da farmi capire infine come mai in tutte le religioni Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza: perché noi abbiamo creato Dio a immagine e somiglianza dell’umanità nella sua essenza migliore. Sei la mia Grazia, ecco, e io scelgo te, non per il DNA che è fortuito, ma per quello che tu stai scegliendo di essere, per l’uomo che voglio avere l’onore di vederti diventare.
Io scelgo te come mio figlio, e spero di essere degna di essere scelta da te come madre, perché non sono alla tua altezza ma sto provando ad arrivarci con la Grazia che mi doni e gli esempi di umanità che mi mostri. E a volte anche io, atea convinta, mi ritrovo a pensare che forse mi hai scelto, quando sei stato catapultato nel mio ventre, che forse hai scelto me e tuo padre perché sapevi che eravamo pronti a guardare la tua luce oscura, a ricevere la tua Grazia, perché sapevi che noi avremmo scelto te.
E ora chiudo, dieci giorni dopo aver iniziato questo scritto, con altri dieci giorni di te nel cuore a confermarmi che c’è un po’ di divino nell’essere umano, se solo sa scegliere di essere un vero uomo.
Andrea, Andrea, Andrea.
Buon compleanno, Andrea.










lunedì 1 maggio 2017

L'ignoranza

Once upon a time ho scovato questo post, che vi rimbalzo e consiglio di leggere, premettendo che è davvero, come dice il titolo, un tantino arrabbiato e pertanto colmo di parolacce, ma è qualcosa che io per prima condivido quando mi infervoro.
L’avete letto? Ecco, io devo dire che mi ci ritrovo quasi del tutto. Innanzitutto nella mia esperienza in classe: spesso gli alunni, soprattutto in prima, quando ancora non hanno sbattuto contro il tre, credono di saperne tantissimo e si lanciano in voli pindarici a dir poco ridicoli.
Non siamo mai andati sulla luna, è tutta una montatura.
Le dico che l’incendio di Roma non fu opera né di Nerone né dei Cristiani, ma dell’ISIS.
Ma certo che si scrive “l’aflebo”.
L’ho letto su facebook. Me lo dice il T9. L’hanno twittato. L’hanno pubblicato sul Giornalino del piadinaro.
Secondi, ma non in ordine di importanza e fastidio, i genitori.
Ma non potreste insegnare la tal cosa così e così, per renderla più divertente? Magari indossando un gonnellino con foglie di palma e suonando l’ukulele?
Ma c’è proprio bisogno di parlare ai bambini (al Liceo? Bambini?) della Seconda Guerra Mondiale, che poi si impressionano?
Ma chi lo dice che i compiti per le vacanze siano necessari? (Lo dicono tutti quelli che hanno a che fare con l’istruzione e io l’ho ridetto qui. E credo anche altrove, ma non ricordo dove.)
Non basta vedere L’attimo fuggente, per diventare professori, non basta conoscere una materia per saperla insegnare e non basta concepire o partorire un figlio per essere professori. Davvero, non la danno, in sala parto, una Laurea e un’abilitazione. Lo so, perché ho partorito pure io ma di ruolo ci sono dovuta entrare in altri modi.
Però, nel corso degli anni una diffidenza l’ho imparata anch’io, ed è nei confronti dei medici, che, almeno nel caso mio e dei miei famigliari, hanno costantemente ignorato i sintomi, pensando che il paziente mentisse. Forse hanno visto troppe puntate di Dr. House. Risultati?
Ho rischiato di finire davvero male per un’appendicite perché i dottori credevano che esagerassi col mal di pancia o che fossi incinta (nonostante la mia dichiarazione che si sarebbe trattato di un caso più miracoloso di quello di Maria); sono dovuta ricorrere a una visita a pagamento una sera e la mattina dopo ero sotto i ferri.
Sono stata mandata a casa con cinque costole rotte e costretta ad andare a lavorare per un mese perché i dottori credevano esagerassi col male al petto; sono dovuta ricorrere a una lastra a pagamento e il giorno dopo ero immobilizzata perché le costole non si spostassero lesionando i polmoni.
Stavo per essere operata al piede sbagliato, e per fortuna me ne sono accorta perché l’anestesista, controllando l’anestesia, mi ha tirato una bella botta sul piede non addormentato e pronto per essere tagliato (“Fa male?” “Sì, parecchio: è il piede buono e non anestetizzato”).
Poi c’è mio suocero, mandato a casa con un male atroce a un occhio perché il dottore stava finendo il turno ed era stanco; la parte di vista che ha perso per quello sbaglio, prima che si accorgessero che c’era davvero qualcosa di grave, non l’ha riavuta più, fino alla fine dei suoi giorni.
E poi c’è mio padre, a cui si sono dimenticati che dovevano dare l’ossigeno tutta la notte, e il giorno dopo non connetteva più.
È ovvio che questi fatti mi hanno spinta ad avere poca fiducia nei confronti dei dottori, ma io non voglio che sia così, non voglio generalizzare i dottori come generalizzano i professori, non voglio generalizzare e basta; anche perché uno degli amici che più stimo al mondo è un dottore a cui mi affiderei per ogni cosa e a cui ho affidato anche mio padre, per un’operazione molto rischiosa. Perciò mi chiedo anche: come mai si è arrivati a questo punto? E ho il sospetto che parte della risposta sia anche nel post di cui sopra. Nella quantità infinita di pazienti che arrivano al Pronto Soccorso – e ne ho visti davvero troppi – lamentando un dolorino all’unghia del mignolo che però, hanno letto su internet, potrebbe essere sintomo di una grave malattia genetica. La più quotata è il lupus, sempre per colpa di Dr. House. Questa gente, in quantità progressiva, affolla gli ospedali riempiendo i medici di moduli inutili basati su ciò che hanno letto sul web e che non hanno per nulla capito. Dopo cinquanta persone così, immagino, arrivo io, dico che ho male al petto e mi rimandano a casa. Non ci pensano che siano davvero costole rotte. Non li scuso, perché se fai quel lavoro devi comunque prestare attenzione anche al cinquantunesimo paziente, e non ignorarlo perché gli altri sono stati delle sciocchezze, non li scuso ma non scuso nemmeno gli altri, che hanno contribuito a creare questo stato di cose, affollando gli ospedali solo perché hanno letto qualcosa su internet.
La prima, grossa forma di ignoranza è quella lessicale e grammaticale. È profondamente inutile che persone non in grado di leggere una frase con più di una subordinata pensino di documentarsi su roba davvero complessa su internet. Perché prima del contenuto, non capirebbero l’italiano, e giuro, qui non voglio fare una cernita della popolazione degna o indegna, c’è chi nella vita ama studiare e chi preferisce lavorare subito, e sono entrambe scelte rispettabili – io non saprei mai svolgere il mestiere di un idraulico o di un elettricista, ma è vero che proprio per questo nemmeno mi sogno di dare dei consigli all’idraulico o all’elettricista quando vengono in casa mia. Però sempre più spesso mi trovo di fronte a giovani e adulti che non comprendono proprio il significato letterale di quel che hanno letto, l’evolversi della trama; alunni e genitori di alunni che mi chiedono di spiegare non la metafora, ma cos’è successo: chi è morto, quindi? E i post. Persino scrivendo nella bacheca di una giornalista, ho dovuto ricopiarle due volte il mio post perché mi accusava di aver scritto cose che non avevo scritto. Ho fatto copia e incolla, spiegando ogni parola, per farmi capire. Ed è una giornalista.
Da quest’ignoranza deriva la superbia: se non lo capisco è una stronzata. Oppure, il fraintendimento: lo capisco così, deve essere così. Ho trovato lettori ostinati nel dire che la trama di un libro doveva essere quella che pensavano loro, anche se non lo era per nulla, anche se la sinossi diceva il contrario e tutti gli altri confermavano il contrario. Ora, finché siamo nel campo dei romanzi, dà fastidio ma fa anche ridere. Se andiamo nel campo della storia, della scienza, della giurisprudenza, le cose iniziano a diventare preoccupanti.
Il mio primo consiglio inutile (come tutti i consigli) agli abitanti del mondo intero è: imparate la vostra lingua.
Ho letto autori e lettori lamentarsi del fatto che non reputavano così importante conoscere la grammatica per scrivere un buon libro. Giuro, non sapevo come rispondere: se la pensa così uno scrittore, che la dovrebbe conoscere come scopo, la lingua, non oso immaginare cosa pensi chi invece la usa solo come mezzo per altri scopi. Ma quegli altri scopi vengono vanificati dall’ignoranza della lingua, perché se non ti sai spiegare, se non sai capire ciò che gli altri spiegano, semplicemente non sai nulla.
Il secondo consiglio è: non cercate di fare gli alternativi. Prima di essere alternativi bisogna essere almeno alla pari con le conoscenze altrui, prima di dire che viaggio sulla luna o olocausto o Inquisizione sono falsi storici bisognerebbe studiare a fondo questi eventi, con una o due Lauree in Storia. E poi non dirlo proprio. Temo che il desiderio di essere alternativi sia parte del bisogno di ogni essere umano di sentirsi speciale, spesso suffragato da affermazioni quali: eh, lo so che sono strano, ma io non mi inserisco bene, io sono diverso… Cose non dette con dispiacere, ma con orgoglio. Ora, vorrei sfatare un mito: non sei strano, non sei diverso. O magari lo siamo tutti, e tu non sei che un puntino tra tanti, come me, ma il risultato non cambia. Se nessuno lo dice, è perché è una stronzata.
Si può pensare che queste ignoranze siano proprie di chi non studia: non è vero. Ho conosciuto, personalmente, persone con titoli di studio universitari che pure non credono nell’esistenza della Shoha, dell’AIDS, dell’allunaggio – o che non capiscono i post, come la giornalista di cui sopra.
L’analfabetismo funzionale è questo: leggo, conosco ogni parola di ciò che leggo, e non capisco comunque, o capisco come voglio io.
Un esempio che a me lasciò davvero l’amaro in bocca rispetto a ciò di cui parla il post di cui sopra, alla massa di gente che si crede superiore perché ha seguito quattro links sul web che hanno portato la luce alternativa, un esempio è dato da un ragazzo che conoscevo, parecchi anni fa. Uno di cultura, lettore accanito, studente di Giurisprudenza, per dirvi che non era proprio un analfabeta, anzi. Che si ostinava a dire che il preservativo era inutile, dato che l’HIV non esiste, è solo un’invenzione delle ditte farmacologiche per vendere i farmaci appositi, e tutto il resto è montatura. Nel suo caso l’ignoranza non è data dalla mancanza di possibilità di studio, ma da quel desiderio di superiorità di cui si è detto – e dall’analfabetismo funzionale. L’ho ritrovato poco tempo fa, che insultava una vera scienziata tuonando contro le cure per il cancro e ovviamente contro i complotti farmaceutici, dicendo più o meno che l’unica cura è mangiare verdura – ovviamente l’ho riperso subito.
E questo è solo uno dei mille esempi che io e voi abbiamo incontrato o incontreremo nella nostra vita, e che stanno facendo davvero molto più male di un dottore che quel giorno è stanco o disattento – perché in ogni lavoro c’è qualcuno meno bravo degli altri o quel giorno meno in forma, ed è umano.
Poiché non sono una persona crudele, posso solo sperare che la stupidità di quell’uomo che conoscevo non lo porti mai ad ammalarsi, prima di tutto per lui e poi anche per le eventuali compagne che avrà nel corso della sua vita.
Perché se c’è una cosa che la mia esperienza con i medici mi ha insegnato, è che l’ignoranza e la stupidità fanno male. Agli altri, soprattutto.


lunedì 10 aprile 2017

Il paziente zero

Il paziente zero, io lo chiamo così.
Quella cosa, quel fatto, quella persona che ti cambia la vita, senza saperlo mai: quello per cui poi non sarai mai più come prima, ma, si spera, sarai una persona migliore.
Per i dottori magari è quello che non riescono a salvare, per imperizia o mancanza di strutture adeguate o semplicemente sfiga.
Per me è stato un alunno affetto da SLA.
Ero all’inizio della mia professione, non ero ancora di ruolo, facevo supplenze annuali in un’altra città. Invece della scuola che avevo sognato e desiderato, avevo trovato un mondo scolastico dove ogni passo che fai può essere quello falso, dove ogni genitore crede di avere più voce in capitolo di te che hai studiato per fare quel lavoro (l’ultimo caso l’ho vissuto la settimana scorsa e mi sono limitata a sfoggiare il mio sorriso da Sherlock),


dove la burocrazia e i documenti in regola contano di più di quel che insegni. E dove, anche quando fai la cosa giusta, rischi di passare il tempo a dirimere ricorsi.
In quella classe, c’era un alunno affetto da SLA, che, ho capito grazie a dei dottori bravissimi, è sì una malattia fisica, ma finisce per inibire anche azioni che normalmente attribuiamo al cervello, perché se tutto il tuo cervello è concentrato sul semplice atto di respirare, può capitare che trascuri altri campi. Non tutti i malati di SLA sono Stephen Hawking o Ezio Bosso, questo bisogna capirlo. I genitori di quell’alunno non lo capivano, e perciò non vollero per lui nessun trattamento speciale, nessun programma di studio personalizzato. Non c’erano ancora tutte le sigle di oggi, ma ci serviva già la carta, per dare a un alunno più tempo o domande più facili, altrimenti non eravamo in regola. E non essere in regola significava un possibile ricorso, anche dai compagni di classe di quell’alunno: se a lui permettevamo ore in più senza la documentazione medica richiedente, dovevamo permetterlo anche agli altri. O non potevamo permetterlo a nessuno. Lo so che pare tutto meschino: è meschino. Ma ho scoperto quasi subito che per molti genitori non conta il fatto che il proprio figlio si meriti o meno la promozione: conta fargliela ottenere con ogni mezzo, anche sfruttando le imperfezioni del sistema. E immaginatevi poi che adulti escono, da un esempio così. Comunque.
Con quel mio alunno, la scelta ‘legale’ fu quella che feci io: trattarlo come voleva la sua famiglia, come tutti gli altri alunni. Dandogli dei voti scarsi, perché non riusciva a scrivere più di mezza pagina, al computer (almeno questo gliel’avevano richiesto) per un compito in classe. La scelta ‘illegale’ fu quella di alcuni miei colleghi, che comunque non gli diedero tempo in più ma che, di fronte a compiti non completati nemmeno a metà, gli mettevano sempre 8, senza pensarci. E senza che lui riuscisse comunque a dare tutto ciò che poteva o a imparare tutto ciò che poteva. E senza, lo aggiungo, che lui si sentisse soddisfatto, in entrambi i casi.
Difatti oggi so che la scelta legale e quella illegale erano entrambe sbagliate, ma c’era una scelta giusta: fregarsene della sua famiglia e delle famiglie degli altri, fregarsene dei possibili ricorsi, e dare a quell’alunno il tempo e le facilitazioni di cui aveva bisogno per esprimere il suo potenziale. Ma io non avevo ancora questa consapevolezza, perché non avevo ancora abbastanza esperienza per capire quando ‘giusto’, nella scuola e solo nella scuola, per quanto ne so io, è più importante di ‘legale’. Io ero precaria e ho sempre seguito la legge, nella mia vita, e credevo di doverlo fare in ogni caso anche a scuola. E ho sbagliato.
Ho sbagliato anche dopo, quando quello stesso alunno mi è stato denunciato da una collega, perché mi faceva le foto col cellulare alle gambe, soprattutto se portavo una gonna. Ho sbagliato perché mi sono arrabbiata con lui come avrei fatto con gli altri alunni, ma lui non era gli altri alunni, lui era costretto su una sedia a rotelle per sempre, in grado di muovere a stento la testa e gli arti superiori, e impedito in ogni rapporto sociale. L’ho capito quando ho studiato di tanti con deficit non solo fisici ma anche cognitivi, che pure pretendevano di essere considerati sessuati e non asessuati: anche lui lo era. E fotografare le mie gambe forse per lui era l’unico orizzonte di desiderio possibile. Ma i giornali non facevano che denunciare docenti a causa di foto degli alunni fatte anche mentre i docenti non guardavano, a una scollatura, a una gonna, a una caviglia scoperta, e non volevo che qualcuno pensasse che io facessi qualcosa di male, che io incoraggiassi pensieri irriguardosi negli alunni, che io non fossi professionale. Oggi so che ho sbagliato anche in questo, perché il giudizio degli altri mi doveva interessare meno di quell’alunno.
Lui era costretto in quella poca vita, poca per qualità e quantità, e chiedeva solo l’istruzione che riusciva a permettersi e magari qualche centimetro di pelle da desiderare. Non è così strano, che un alunno fantastichi su una docente, e a me in genere fa solo ridere, ma in quel caso non c’era da ridere. C’era da capire, perché lui non aveva altri centimetri di pelle da guardare. C’era pure da permetterglielo. C’era da lasciargli le sue foto fatte sotto la cattedra, c’era da lasciargli il suo tempo in più, c’era da fregarsene dei perbenisti e dei genitori e della legge. C’era da dargli quel poco che, senza nuocere a nessuno, lui cercava di strappare a un destino ingiusto. Che si prendesse il suo tempo per rispondere, allo scritto e all’orale, e che qualche coglione facesse ricorso: dovevo affrontarlo, perché la vita di quel ragazzo era più importante. Che si riguardasse le foto dei miei polpacci, se erano gli unici polpacci che poteva guardare, anche a costo di stupide dicerie, perché la vita di quel ragazzo era più importante.
Il mio paziente zero è stato lui, quello che mi ha fatto capire che l’alunno viene prima dei suoi genitori e prima anche della legge. Quello che mi ha fatto capire che la sua vita vale un ricorso e una diceria stupida.
Ci ho messo parecchio, a capirlo, e quella storia mi ha tormentato per anni e ancora mi tormenta. Perché non sono stata una buona docente. Sono stata dentro alla legalità, e non sono stata una buona docente. Non tutti gli alunni sono uguali. In classe sono dura e non accetto richieste di compassione senza motivi reali e comprovati. So che molte delle documentazioni che oggi gli alunni presentano per avere facilitazioni sono false. E non accetto che un alunno mi guardi in modo meno che professionale, e sono incazzata nera con chiunque mi abbia messo per un anno e mezzo i fiori sulla macchina, che sia alunno o collega. Ma lui non era come questi. Lui era il pesce a cui è stato chiesto di arrampicarsi. Io dovevo lasciarlo nuotare.
Non so se lui sia ancora vivo, non so cosa abbia fatto poi, ma a lui, negli ultimi anni, sono andati i miei 10 e il mio permesso di guardarsi le foto delle mie gambe tutte le volte che vuole. A lui è andata la mia richiesta di perdono e in ogni alunno problematico che trovo, oggi, io cerco lui.
O forse cerco me stessa.
Spero di non perdonarmi mai, e di continuare a cercare di essere una docente migliore, e di ricordare sempre che c’è una giustizia che va oltre, e che è l’unica da seguire quando sei una docente.
Lascia che il pesce nuoti.
E solo quando lui respirerà sott’acqua potrai farlo anche tu, senza affogare.