Mirya

Blog ufficiale dell'autrice

lunedì 15 gennaio 2018

#Youtoo

Sto leggendo diverse riflessioni sull’iniziativa #metoo, a cui ho aderito anche io, riflessioni che fanno a loro volta riflettere me e che vertono sulla modalità di trasmissione: mettono in evidenza il pericolo soprattutto che, tra una GIF ironica e un gattino, questa iniziativa di sensibilizzazione si perda o perda valore, e questo posso anche capirlo e, in parte, condividerlo. Così come non sono affatto sicura che #metoo abbia portato a qualche cambiamento, anche se sono felice di averci provato.
Sono invece sicura che abbia aperto gli occhi a tante persone su quanta arretratezza ci sia ancora proprio tra chi si dice più evoluto, quanto maschilismo ci sia tra le sedicenti femministe.
Ho letto infatti tante, ma tante tante, che a loro volta sono o non sono state molestate e che hanno o meno partecipato alla campagna, tante ma tante tante, famose o meno, fare la cosa più atroce del mondo: il totomolestia. La tua molestia non vale, non è abbastanza grave. La mia era molto peggio, quindi tu non hai diritto di lamentarti o denunciare. La tua non era affatto una molestia ma un approccio, un complimento, e se dici il contrario sminuisci la molestia che ho subito io.
Orrore, davvero. Quell’orrore che mi fa leggere queste cose e pensare: tu, quoque. #Youtoo.
Su facebook ho scritto, in risposta soprattutto alla lettera firmata tra le altre da Catherine Deneuve, che quando un uomo fa una cosa che una donna non fa, senza essere giudicata male (e anche questo è sessismo), allora non si può parlare di corteggiamento. Se una donna fischia un uomo per strada, fa il gesto magari di palpargli il pene o il sedere, gli urla qualche ‘complimento’, la società pensa che sia disadattata, scema, o zoccola (sessismo al quadrato). Quando lo fa il maschio, è un approccio, un corteggiamento.
No, invece, è molestia. E se tutte le donne provassero per un giorno cosa significa essere davvero nei panni di un uomo e tutti gli uomini provassero per un giorno cosa significa essere davvero nei panni delle donne, state pur sicuri che le molestie diminuirebbero drasticamente e le leggi contro le molestie si perfezionerebbero.
Noi non siamo nei panni degli altri. Noi non sappiamo cosa gli altri abbiano vissuto. Non sta a noi, mai, giudicare cosa abbia provato una donna in una certa circostanza, ma possiamo supporre che, se quella circostanza l’ha fatta sentire molestata, si sia trattato di molestia.
 C’è un uomo, di sessant’anni, che si ferma al parco a guardare dei bambini, una gli si avvicina e lui le dice ‘che bella bambina che sei’ e le offre una caramella. E ci sono due versioni della stessa storia: è un signore buono e basta o è un pedofilo. Noi non lo sappiamo perché non siamo lì, non sentiamo il suo tono di voce, non cogliamo il suo sguardo, la sua postura, e probabilmente non ci riesce neanche la bambina. Ma una donna adulta, spesso, sì.
C’è una donna adulta, che va a denunciare un tizio che si trova sempre intorno e che le lascia fiori o altri regali sull’auto, e si sente però dire che ‘non ha ancora fatto niente’ se non essere carino e corteggiarla e lei dovrebbe esserne lusingata, e anche le sue amiche le dicono lo stesso: in fondo è romantico, una roba da romanzo. C’è la stessa donna adulta, due mesi dopo, uccisa dallo stalker che prima non aveva fatto nulla, e le sue amiche la piangono dicendo che avrebbe dovuto stare più attenta, e c’è chi due mesi prima ha scritto che le molestie degli altri sono cazzate che quel giorno urlerà contro i maschi cattivi e la società che minimizza.
Come hai fatto tu. #Youtoo.
Se c’è una cosa che la campagna #metoo per me ha senz’altro dimostrato è che ancora troppe donne, anche quelle che si dicono battagliere per i diritti delle donne, stanno parlando solo dei propri diritti, e non di quelli delle altre donne. Pensano che, dopotutto, essere molestate sia normale, sia persino una forma di galanteria (non lo raccontano anche tanti romanzi?) e si accorgono di cosa sia una molestia solo quando accade a loro o solo quando per le altre è troppo tardi.
Sapete perché a volte percepiamo un buongiorno come una molestia? Perché noi donne sappiamo che può esserlo. Perché sappiamo che se a quel buongiorno rispondiamo altrettanto o addirittura con un sorriso, poi potremmo trovarci quell’uomo sotto casa di notte, perché anche lui è parte di questa società dove qualcuno lo scuserà, dicendo che sta solo corteggiando, e che dovremmo vantarci di questo corteggiamento. Sapete perché un uomo che si sente dire buongiorno da una donna non si sente mai molestato? Perché vive in questa stessa società dove se lei si fa trovare sotto casa sua di notte tutti le daranno della folle, sporgeranno denuncia, la derideranno e isoleranno e spingeranno a smettere.
Sapete perché #metoo vi sembra esagerato, troppo diffuso, eccessivo? Perché lo sono le molestie. Perché ci siamo talmente abituate a sapere che, se usciamo con un paio di pantaloncini o con una maglietta scollata, qualcuno riterrà lecito urlarci qualche apprezzamento o palparci in autobus, che nel momento in cui capiamo che questo non è normale ci rendiamo conto di aver subito molestie quasi ogni giorno della nostra vita, e vogliamo che ve ne rendiate conto anche voi, e che smettiate di farcele. Perché siamo stanche di essere a disagio o avere addirittura paura. Siamo stanche di voi molestatori.

Certo, c’è chi denuncia false molestie e falsi stupri, e c’è chi simula l’incendio del proprio ristorante per riscuotere l’assicurazione. Ma non ho mai letto chi ha subito un incendio andare da un altro che ha subito un incendio e dirgli: il tuo fuoco non bruciava quanto il mio.
Nel frattempo, spinta dal non piccolo problema di chi, in nome di quella lettera, è arrivata a dire che una donna arriva all’orgasmo durante lo stupro, Catherine Deneuve ha chiesto scusa, ma sostiene di aver parlato in nome dell’arte, contro la censura. Ebbene, prima di parlare in nome dell’arte dovremmo essere sicuri che l’arte abbia bisogno di un portavoce, e non lo ha mai. Nessuno ha mai parlato di censurare l’arte e sono la prima a ritenere una sciocchezza il nuovo finale della Carmen. Anzi: l’arte mostra ciò che è stato delle donne nei secoli – Carmen, per la donna che era e nel mondo in cui viveva, non poteva che morire, come tutte le donne forti e libere come lei – e ci aiuta ancor di più a guardare avanti, perciò dobbiamo leggere e ascoltare e guardare e contestualizzare. E poi costruire un nuovo contesto, facendo il contrario di ciò che ha fatto Catherine Deneuve: mostrando cioè come proprio nell’arte, come nella vita che spesso l’arte imita, la molestia sia ritenuta del tutto normale, la donna sia considerata inferiore e diversa, il femminicidio venga esaltato.
E siccome io sono una donna da #metoo, a queste donne #youtoo auguro di non essere mai molestate. A queste donne auguro che, se lo saranno, mai nessuno sminuirà o negherà o deriderà la loro esperienza, e tutti le aiuteranno. A queste donne auguro che le loro figlie vivano in una società in cui le molestie siano almeno molto diminuite e sempre riconosciute come tali. E a queste donne auguro di poter dire alle loro figlie che è anche grazie a loro, se ciò è accaduto, se il mondo è cambiato, perché a queste donne auguro soprattutto di capire il loro errore, di scusarsi e correggerlo, e comprendere che la società delle molestie è quella che stanno creando anche loro, ma non deve essere sempre così. Perché loro possono cambiarla, perché noi possiamo cambiarla, con una presa di coscienza alla volta, con un esempio alla volta, con una donna non giudicata o denigrata o irrisa alla volta.

martedì 2 gennaio 2018

Caro 2018

Caro 2018,
ti piace vincere facile. Vieni dopo il 2016, che è stato un anno a cui mancava solo l’invasione delle cavallette, e su cui tutti abbiamo messo una croce. Vieni dopo il 2017, su cui, immemori del Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, abbiamo tutti riversato grandi aspettative poi deluse.
Insomma, se pure fai piovere letame, praticamente vinci per abbandono.
E quindi io dovrei chiederti di vincere bene, dai, di portare buone nuove e ricchi premi e cotillon, però sai, nel 2016, che pure è stato il peggiore di tutti, sono arrivata a quarant’anni e ho scoperto sorpresa che lo sono davvero, i migliori anni della nostra vita, e che lo saranno tutti quelli a venire, ora che avevo imparato ad apprezzarli.
E nel 2017 ci siamo trovati ad affrontare l’incubo di ogni genitore: un figlio con problemi che non conosci e non capisci e che lo stanno distruggendo, e così abbiamo scoperto che, come famiglia, abbiamo una forza immane, che non conoscevamo, e quei problemi li abbiamo affrontati imparando ad apprezzare e dimostrare ciò che forse avevamo dato per scontato e raggiungendo un affiatamento che neanche speravamo, e alla fine forse quei problemi ci servivano, a tutti, per diventare migliori, per non dimenticarci mai di dire ti amo, per arrivare alla fine dell’anno con il sorriso a partire dal risveglio.
E così è stato, anche se il primo dell’anno ho avuto un attacco di cefalea a grappolo che non avevo da mesi e che mi ha stesa fino a oggi, il pomeriggio del 2. Sono rimasta sul divano, imbottita di farmaci, dolorante e nauseata, mentre marito e figlio andavano a pranzo col resto della famiglia, e neppure per un momento sono stata triste, perché pensavo che amen, sarà una giornata da incubo a livello di male, ma che meraviglia ho attorno a me, che voglia di rimettermi in fretta per viverla appieno, che voglia di risposare mio marito mille volte e farci di nuovo questo figlio incredibile e, col senno di poi, farne pure altri, in questa famiglia di nonne e cognati e amici che non potrei desiderare migliori.
Per cui sai cosa ti dico, 2018? Qualunque cosa ci riservi, noi saremo qui ad affrontarla col sorriso. E auguro di fare lo stesso a ognuno di voi.
 Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
No che non è vero. L’abbiamo già cominciata.

Buon anno, e scusate il ritardo causa cefalea!

domenica 10 dicembre 2017

Correre

Nella maggior parte delle bacheche degli sportivi leggo i loro tempi, le loro prestazioni (che, devo dirlo, trovo utili da condividere più o meno quanto la mia funzionalità intestinale – che sta bene da quando ho scoperto il tè del Nilo, grazie) e la convinzione che la sfida e la vittoria siano interiori.
Mi rendo conto di non essere una sportiva perché per me non è così: per me lo sport non è una sfida all’interno, ma un’apertura all’esterno.
Ho (ri)cominciato l’anno scorso, più o meno durante le vacanze di Natale, in questa stagione, con un’amica, andando a camminare al freddo e al buio, cosa che allora mi pareva impossibile e oggi normalissima.
Poi abbiamo allungato il percorso, velocizzato il passo, aumentato la quantità di freddo e buio e diminuito i vestiti per coprirci.
E poi io ho continuato da sola, passando dalla camminata alla corsa, migliorando il fiato, la resistenza, i tempi, la muscolatura; le gambe mi si sono ingrossate, e ora quando mi muovo sento il muscolo, ed è fenomenale, per me; il mio fisico si è irrobustito, e mi ammalo la metà; non mi fa paura nulla, né il buio in cui sono andata a correre sulle mura, né la tempesta di sabbia dentro cui ho corso al mare, né il ghiaccio su cui corro ogni mattina ora, prima di andare a scuola. Mi sento ‘troppo troppa’, nella mia piccolezza. Ho sperimentato sensazioni fisiche ed emotive che non conoscevo.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che ho scoperto il mondo esterno. Ho imparato a uscire in ogni stagione, dal gelo alla lava, dalla pioggia alla neve, e a ogni orario, dall’alba alla notte; quando prima mi chiudevo in casa, col condizionatore o il riscaldamento, ora andavo fuori, scoprendo che non avevo bisogno né dell’uno né dell’altro, che potevo vivere, VIVERE, comunque. Ho corso sull’asfalto, sulla terra, sulla sabbia, in acqua. Ho corso tra la gente e da sola, con le canzoni dei cartoni animati e Mozart nelle cuffie.
Ma soprattutto, il mondo mi si è mostrato.
Mi sono resa conto solo ora di quanto, tra lavoro e casa, ci chiudiamo tra le mura, dimenticandoci di tutto.
Io in quest’anno ho finalmente (ri)vissuto le stagioni, osservato gli alberi fiorire e sfiorire, scoperto di nuovo le diverse foglie, i frutti, i tempi di maturazione; ho seguito giorno dopo giorno l’aumento e poi la diminuzione della luce solare e della temperatura, ho osservato le case cambiare, i giardini venire curati, e ora sto di nuovo vedendo chi mette per primo le luminarie. Ho conosciuto il mio quartiere e quelli limitrofi e ho scoperto che qui a Ponte la zona marchigiani ha illuminazioni fantastiche ma le finestre sempre chiuse, in zona Barco invece ci sono dei condomini tutti di stranieri che appena c’è mezza luce escono a mangiare in cortile e mettono su una musica che fa un sacco allegria e grigliano come se non ci fosse un domani. Ho imparato gli odori dei diversi forni che incrocio e di una rosticceria che mi fa sempre piangere di fame e di quelle case in cui prima o poi entrerò a chiedere cosa ci mettono nel soffritto, perché diamine, sono solo le sette di mattina eppure mi va.
Ho imparato a riconoscere i gatti di strada, e le zone dove purtroppo i pattumi ristagnano più a lungo, e gli orari dei mercatini e naturalmente degli altri corridori.
Conosco la mia zona, e, anche se meno, le altre zone dove ho corso: il mare e le mura. C’è un mondo, oltre il mio lavoro e la mia casa, un mondo fatto di natura e di gente, un mondo che si sveglia ogni giorno e si addormenta ogni notte, e che io ho visto al risveglio e alla ninna-nanna, da inverno a inverno successivo.
E lo amo, questo mondo, come non credevo possibile, ed è per questo che amo sempre di più andare a correre.
Io non sfido me stessa, io non sfido proprio: io apro gli occhi, apro il cuore, e le mie gambe volano in quell’apertura, felici di vivere. Per me correre è questo: aprirmi al mondo, anche se corro da sola, anche se ho sempre le cuffie nelle orecchie e mentre corro e ascolto dentro di me si creano libri. O forse proprio per questo.
Se ho male da qualche parte, mi fermo per un po’; se mio marito o mio figlio vogliono venire con me, cammino invece di correre, per stare al loro passo, perché l’importante non sono i miei tempi. Per me la corsa non è uno sport, un modo per mantenermi in forma (anzi, ho preso due chili in più, sarà perché sono più rilassata), per me la corsa è solo uscire, dai muri dalla pelle dalle chiusure mentali, e vivere e amare e ascoltare e guardare e conoscere e scrivere.
Ecco perché potreste vedermi alle sette di mattina, dietro i vetri delle vostre macchine ghiacciate, in mezzo alla strada, o alle cinque di pomeriggio in riva al mare e sotto l’afa pressante, e mi vedreste sempre sorridente. Che quando mi devo fermare, per un semaforo o altro, sto pure ballando.
Mio D, se questo mondo l’hai fatto tu, hai fatto proprio un gran lavoro. Scusa se prima non lo notavo. Mi dovevo allenare. Non le gambe, ma il cuore.
Ora chiudo, che devo preparare il lettore per domani, che chissà quale canzone mi accoglierà al primo passo, ma spero sia questa, perché è l’ultima che ho aggiunto: