Mirya

Blog ufficiale dell'autrice

lunedì 9 aprile 2018

9 aprile 2005


Non cercavo un marito, quella sera. Non lo cercavo neanche i giorni e i mesi e gli anni successivi. Non pensavo di essere tagliata per il matrimonio o per la maternità.
Non cercavo neanche una storia seria, ne avevo avuto abbastanza. Non ho notato il tuo viso, quella sera. Ho notato le tue battute, perché mi hai fatta subito ridere. Nemmeno tu hai notato il mio viso: hai notato il mio push up.
Tutto avrei pensato, quella sera, meno che finire sposata con te. E non è che i giorni e i mesi dopo abbia cambiato idea. Eri la persona meno indicata a darmi quel taglio per il matrimonio e la maternità che comunque non volevo: che si tagliassero gli altri, grazie, io volevo restare intera e non dividermi, non rinunciare a dei miei pezzi.
Avevo appena imparato a tollerare me stessa, in quel periodo: non c’era pericolo che volessi tollerare altri a lungo.
E tu, amore mio, sei intollerabile e lo sai, riesci a farmi infuriare come nessuno, e riesci a farmi ridere come nessuno, e ci fosse una cosa sola, a parte Rat-man, su cui i nostri gusti collimano. Come sia successo non lo so, so che per fortuna è successo. Tra la Savo che ti corteggiava e tu che non la notavi, io che ero distratta da mille altri, tra la tua musica e i miei studi, tra pessime giornate e ancor peggiori serate, è arrivata quella domanda, vuoi venire a vivere con me. E la mia risposta, facciamo un giorno alla volta.
Di giorni ne sono passati tanti, da allora, e in mezzo ci sono stati un appartamento con la porta che non si chiudeva, quello sotto a cui urlavano tutta la notte le prostitute, quello verso cui urlava tutti i giorni mia madre, due operazioni, tante canzoni, tante litigate, tante risate, i miei piccoli sbagli infiniti e il mio grande sbaglio unico, i tuoi silenzi e la mia logorrea, i videogiochi, i libri, le incomprensioni e gli abbracci, le distanze e i cucchiaini, un matrimonio, un figlio, tre gatti.
Non mi hai dato un taglio: mi hai allungato, allargato, ampliato.
Non ti cercavo e credo che neanche tu cercassi me, e non ti ho trovato: ho trovato una me stessa nuova, quella che tu mi hai aiutato a diventare, e quel qualcosa che scorre tra di noi e che fa parte di entrambi eppure è qualcos’altro, qualcosa che siamo solo insieme.
Non me ne frega molto del giorno del nostro matrimonio, per quanto mi riguarda l’ho fatto più che altro per le famiglie, io mi sarei pure potuta sposare davanti a uno vestito da Elvis, anzi forse avrei preferito, ci sarei arrivata più riposata. Perciò oggi festeggio il nostro anniversario di matrimonio non pensando a quel giorno, che in fondo per me è una sciocchezza – vestiti, cibo, confetti: il matrimonio non è questo. Il matrimonio è tutto quello che è venuto prima e dopo, e quello che verrà, fino a che nulla ci separi, perché credimi, non ti libererai mai di me. Non riesco a pensare a nessun altro con cui vorrei stare, anche quando stare significa non stare, perché solo averti in un’altra stanza mi fa sentire a casa. Non c’è un altro corpo che per me abbia un senso, se non il tuo, quando lo bacio e diventi il senso anche del mio corpo. Non c’è altra mente con cui io mi senta tanto in sintonia, anche se non sei il primo a leggere i libri che scrivo, anche se non riesco a seguirti quando parli delle macchine che progetti, anche se condividiamo così pochi interessi, anche se non mi capisci e non ti capisco ed è proprio così che ci capiamo.
Ogni giorno, in questi tredici anni di matrimonio e alcuni in più di convivenza, ogni giorno ho messo in dubbio la nostra storia e ogni giorno ho risolto quei dubbi, ogni giorno mi sono chiesta se volessi ancora stare con te e ogni giorno mi sono risposta di sì.
Da un po’ di tempo non me lo chiedo più e non è perché io abbia smesso di credere nei cambiamenti, nelle evoluzioni, o nei dubbi. È perché ormai credo che noi sappiamo affrontare i cambiamenti, le evoluzioni e i dubbi, e lo facciamo proprio perché siamo insieme.
Non ti ho mai amato tanto come oggi. Domani ti amerò di più.
Buon anniversario, Simone.




venerdì 6 aprile 2018

Storie di ragazze


Parecchio tempo fa ho ricevuto un messaggio da una ragazza che mi chiedeva di guardare e pubblicizzare un progetto suo e di altre. Le ho detto che l’avrei fatto appena avessi avuto tempo e che l’avrei pubblicizzato solo se mi fosse piaciuto, perché sono sempre molto onesta. Poi però, siccome avevo già letto scritti di questa ragazza (GirlWithTheGun su efp) e li avevo trovati stupendi, ho guardato subito quel progetto e l’ho adorato, perciò mi sono impegnata a dargli il più possibile visibilità, con un post in pagina o nel blog o in qualunque modo mi venisse in mente.
Il problema è che volevo fare qualcosa di speciale e non riesco mai a trovare il tempo: avrete notato che ultimamene faccio proprio fatica ad aggiornare blog e pagina perché il lavoro mi impegna più che mai e perché sto scrivendo a un ritmo serrato, e alla fine questa sera ho deciso che magari contava di più parlare di questo progetto che il modo in cui ne avrei parlato.
Per cui userò direttamente le parole della ragazza che mi ha contattato, per farvi capire in cosa consiste:
In questo sito raccogliamo le esperienze che ci vengono raccontate da amiche, madri, zie, nonne e sconosciute e le romanziamo, trasformandole in racconti. L’idea è di scrivere storie vere come se fossero libri. Dopo aver creato i racconti, li facciamo illustrare dalla nostra bravissima fumettista e li mettiamo online.[…] la felpa blu del personaggio di Storie di ragazze è un po’ un simbolo, chi decide di indossarla decide di raccontare la sua storia […]


Io non ho da aggiungere altro che: leggete queste storie. Sono storie di ragazze, come dice il titolo, e le trovate in questo sito. Questa invece è la loro pagina di facebook, che vi invito a seguire subito. Perché sono storie meravigliose e struggenti e tanto vere.
E spero di trovare presto l’ispirazione giusta per aggiungerci la mia, perché sono molto onorata di dirvi che mi hanno chiesto di indossare la felpa blu.




giovedì 8 marzo 2018

8 marzo 2018 - Una giornata fallita


Avevo in mente cosa scrivere in occasione della Festa della Donna, avevo tutto un discorso pronto che mi pareva importante da condividere. Ma oggi è stata una giornata fallita, e questo ha cambiato i miei piani.
Mi sono svegliata con un attacco di cefalea potentissimo, mi sono drogata, sono andata a lavoro e mi sono ridrogata, ma non è passato. Ho fatto lezione col ghiaccio istantaneo premuto sulla fronte, per non vomitare. E non sono state neanche lezione semplici perché c’erano alcuni problemi di cui discutere in una classe. Mi sono confrontata col mio Preside e, lo dico onestamente, l’ho messo alle strette. E non ne vado fiera, anzi, mi dispiace enormemente. Perché lui è davvero una bella persona, intelligente, competente, empatica, e non meritava il mio sgambetto, neanche se io per prima mi sentivo alle strette. E anche se alla fine ho conseguito un risultato, ho dato un cattivo esempio ai miei alunni, perché il fine non giustifica i mezzi, mai. E oggi mi sono scusata col mio Preside e nei prossimi giorni mi scuserò con i miei alunni per aver sbagliato.
Poi sono arrivata a casa, desiderando solo di sdraiarmi sotto un plaid, guardare Grey’s Anatomy in televisione (le vecchie puntate, le danno ogni pomeriggio) e sorseggiare tè bollente, ma mancava la luce. Mi ero dimenticata che oggi la staccavano, l’hanno staccata alle otto e mezza e ora che scrivo, alle due e mezza, non l’hanno ancora riattaccata. Il che significa che non c’è il riscaldamento e la casa è gelida. La lavastoviglie si è fermata a metà, non posso accendere la televisione per guardare Grey’s Anatomy né connettermi. Potevo solo scrivere il post che avevo in mente e poi attendere che tornassero l’elettricità e la rete.
Solo che non volevo più scrivere quel post. Volevo invece scrivere di come questa pessima giornata mi sia stata permessa da tante donne che hanno combattuto per me. Di come il mio lavoro, la mia possibilità di comportarmi anche male con un mio superiore, la mia sicurezza dentro questa casa fredda, tutto mi venga dalle donne che hanno lottato per me. Donne che non potevano avere un lavoro, donne che se lo avevano erano (sono) maltrattate da colleghi e superiori maschi, donne che erano (sono) sottopagate rispetto ai maschi, donne che non possedevano metà della loro casa perché era tutto in mano al marito, donne che dovevano chiedere al marito i soldi per pagare il riscaldamento e la luce, ogni maledetta volta. Donne che di certo non si potevano mai concedere di guardare un telefilm in televisione né di scrivere un post.
L’anno scorso, in occasione della Festa della Donna, ho discusso con un’amica che si lamentava perché erano le donne a farsi gli auguri, invece di attenderli dagli uomini. Io ho ribattuto che invece dovremmo proprio essere noi a farceli, perché questa è la nostra festa, che celebra le nostre conquiste. Certo, ci sono stati tanti uomini a combattere con noi, ma non per noi. Non credo che debba essere l’uomo a combattere per noi, perché credo che spetti a noi ottenere le nostre conquiste, mostrandoci così meritevoli di queste conquiste. E credo perciò che dobbiamo essere noi per prime a farci gli auguri. Sono felicissima che mio marito e mio figlio stamattina mi abbiano subito regalato la mimosa, sono molto grata ai colleghi maschi che hanno portato una piantina per ogni collega donna a scuola, e tutti i loro auguri mi fanno piacere, ma i primi auguri dobbiamo farceli noi. Una pacca sulla spalla, un incitamento a continuare, la consapevolezza che tanto è stato fatto (non certo da me, che mi limito ad assaporarne i frutti) e tanto c’è da fare (e spero di farlo anch’io).
Ci sono ancora donne maltrattate, sottopagate, violentate, lapidate, uccise. C’è la cultura dello stupro e del femminicidio che non investe solo gli uomini, ma anche tante donne che la condividono, consapevolmente o meno. C’è ancora tanto da fare, soprattutto ora che abbiamo al governo persone che credono nella discriminazione.
Credo che possa essere utile darsi piccoli obiettivi, battaglie da combattere una per volta. Io quest’anno, essendo molto migliore come lettrice che come scrittrice, vi propongo proprio il traguardo dei libri. Faccio mio questo bellissimo post di Please Another Book e vi ricordo che l’educazione passa attraverso ciò che leggiamo e scriviamo: allora leggiamo e scriviamo meglio. Non mettiamo in scena comportamenti sessisti romanzandoli come fossero romantici. Non accettiamo che sia sexy nei libri ciò che nella vita andrebbe denunciato. E non scriviamo roba del genere.
Dicevo nel gruppo Trentatré Anonimi che mi dispiace aver messo in Di carne e di carta una frase sessista al contrario: “Agli uomini, ad amare, lo insegnano le donne”. Mi dispiace perché dove sta scritto, che devo essere io a educare ai sentimenti l’uomo? Perché non può arrivarci da solo, come ho fatto io? Non rientra forse anche questo nella sindrome della crocerossina che tante donne ha portato a subire abusi e violenze? Però l’ho lasciata lì, quella frase, non tanto perché ormai la conoscono tutti, quanto come promemoria, per me stessa e per chi, spero, ha visto la mia evoluzione nei libri. Ho sbagliato, lo ammetto, non nascondo il mio sbaglio ma lo correggo (come ho fatto oggi col Preside). E una ragazza mi ha fatto notare che in quel libro non sono io a dire quella frase, ma un personaggio che, pertanto, può sbagliare e non deve rispecchiare i miei pensieri; io sono cambiata, Chiara e Alessandra magari no. Forse leggevano i libri sbagliati.
Io invece ho letto da poco L’orlo del baratro, un libro bellissimo di Karin Slaughter, autrice di gialli/thriller che amo da tempo. Era in offerta, sono andata sulla fiducia, ma mi ha comunque stupito. Perché è ambientato in un passato recente, nel momento in cui le donne, i neri, gli ebrei iniziano a ottenere diritti. Io direi che è uno smacco a Trump e forse è per questo che è uscito ora, dimostrando, come ho sempre sostenuto, che non esistono generi letterari inferiori agli altri. Perché anche da un thriller si può imparare molto, e questo ve lo consiglio senz’altro, perché dipinge proprio quella lotta di cui noi oggi beneficiamo.
Mezz’ora fa avevo rinunciato all’idea del post: sono dolorante, assonnata dai farmaci, mesta, congelata. Poi è arrivato il corriere di Amazon (che ha dovuto chiamarmi sul cellulare perché non funzionava il campanello) e mi ha recapitato un pacco di libri che avevo ordinato. Tra questi c’è Buona vita a tutti, la messa per iscritto del celebre discorso sul fallimento che la Rowling fece ad Harvard.
E allora ho capito che proprio dei fallimenti di oggi dovevo parlare, perché sono comunque successi, dovuti ai fallimenti che sono comunque successi delle donne del passato.
Perciò eccolo qui, tutto quello che ho da dirvi e da darvi oggi: consigli di lettura e scrittura e la speranza che li seguiate.
E ora stacco perché ho le dita congelate e attendo che torni la rete per postare.
Buona Festa delle Donne. Grazie a voi che avete lottato per noi, grazie a chi lotterà con noi.