Mirya

Blog ufficiale dell'autrice

venerdì 11 maggio 2018

Alla sbarra (11/05/2018)


Dicono che le donne non si ricordano del dolore del parto, dicono che siamo programmate per dimenticarlo, che secerniamo una sostanza che ce lo fa dimenticare, altrimenti nessuna farebbe il secondo figlio.
Io si vede che sono stata programmata male, perché il dolore me lo ricordo benissimo, ma non è per quello che non ti abbiamo dato un fratello o una sorella: c’erano motivi di lavoro ed economici e c’era anche la paura di non farcela fisicamente e mentalmente, dato che per quasi quattro anni non hai dormito una singola notte e avevamo le allucinazioni. Però se potessi tornare indietro ora te lo darei, un fratello o una sorella, perché ora so che le allucinazioni a un certo punto scompaiono e resta solo l’amore immenso per te, resti solo tu che forse sei un’allucinazione o almeno un miraggio, perché è impossibile che ti abbiamo fatto proprio noi, che ti abbiamo tirato fuori dal nulla e infuso di vita e di tutto, è impossibile e sarebbe bello se foste impossibili in due.
Comunque, io quel dolore me lo ricordo benissimo, è il resto del parto che risulta sfocato, proprio a causa del dolore che fagocitava tutto. Ero sola, quella notte, lo sono stata quasi tutto il tempo. Eravamo io e il dolore e te che probabilmente condividevi lo stesso dolore, perché stavi nascendo e neanche per te era una passeggiata. Stavo per conoscerti, ma non me ne rendevo conto, perché non sapevo cosa volesse dire conoscerti. Eri stato dentro di me e ti conoscevo come conoscevo la mia pancia sobbalzante dai calci, come conoscevo il mio corpo. Avrei capito dopo che non eri la mia pancia e non eri me, avrei capito dopo che devo conoscerti e farmi conoscere da te e sperare di piacerti sempre, anche quando sarai stanco di conoscermi, perché io invece non sarò mai stanca di conoscere te, anno dopo anno e cambiamento dopo cambiamento.
Stavo per conoscerti ma non lo sapevo e non sapevo soprattutto che stavo per conoscere me stessa, come madre. E che quel che avrei conosciuto mi sarebbe piaciuto più di quanto mi aspettassi, e mi sarebbe dispiaciuto più di quanto mi aspettassi. Quella notte tuo padre era stato mandato a casa, mi avevano assicurato che non avrei partorito fino al giorno dopo, così feci praticamente da sola tutto il travaglio. In quella camera, tra brividi e vampate e nausea e contrazioni, trovai un unico appiglio per non urlare: la sbarra del letto d’ospedale. Mi ci aggrappai per ore, rigida e impaurita, fino a quando decisi che avevano torto, che non saresti arrivato il giorno dopo, e allora chiamai l’infermiera che mi fece correre nella stanza del travaglio. Correre, si fa per dire: mi trascinai tra una contrazione e l’altra, mentre chiamavo tuo padre, poi rimasi di nuovo sola, mentre lo attendevo, con l’ostetrica che era sì presente ma non mi rivolgeva la parola, continuava a compilare i suoi documenti lontana, nell’angolo. E io mi aggrappai di nuovo alla sbarra del letto, tanto che quando poi tuo padre arrivò, pochi minuti prima che tu nascessi, non mi aggrappai a lui: continuai a restare attaccata a quella sbarra, da cui mi dovette staccare a forza, dopo, e mi rimasero i crampi alle braccia a lungo, anche se era il minore dei mali.
Ecco il ricordo maggiore che ho del parto: la sbarra, che per me è significata solitudine e paura e dolore. E mi sono resa conto negli ultimi tempi che come madre sono rimasta aggrappata a quella sbarra, da quella notte. Che ho continuato, negli anni, a sentirmi sola e impaurita e dolorante, nel mio ruolo genitoriale. E non ero sola, tuo padre è un uomo fantastico, tu hai avuto nonni e hai nonne e zii che ti adorano, ma io non ero in grado di lasciare quella sbarra, perché era qualcosa che mi si era impressa dentro, quella sensazione di dovercela fare da sola, di non avere altra scelta – una cosa che mi si era impressa dentro non per quella notte, sia chiaro, ma per tutte le notti della mia vita. Perché io a quella sbarra ero attaccata da quando ero bambina, ma non me n’ero mai accorta, perché non avevo avuto altro o altri a cui aggrapparmi, e anche quando l’ho avuto non ce l’ho fatta, non sapevo più come fare. Ed è così che ho costruito con te un rapporto quasi simbiotico, e non credo sia perché sono la mamma. Credo sia per come sono fatta io e per come sei fatto tu. Credo che sia una cosa a volte bella e a volte brutta, perché in qualche modo siamo interdipendenti e non è un problema che io lo sia da te, io lo sarò sempre da te perché tu sarai sempre il centro del mio mondo: è un problema se tu lo sei da me, perché tu il mondo lo devi scoprire ancora tutto, e devi farlo senza di me. Perché a quella sbarra rischio di attaccare anche te, e non è una posizione comoda, non è un bel modo di vivere. Non è una cosa che ho capito ora, l’ho sempre saputo che il mio non è un bel modo di vivere, ma almeno sono viva e lo devo a quel modo, alla sbarra che a volte è pesantissima e mi tiene ben piantata per terra, a volte è leggerissima e mi tiene a galla. Ma non è un bel modo di vivere.
Mi è venuto in mente che si dice anche per chi testimonia in un processo, che è alla sbarra: ecco, è proprio così, in effetti. Restare attaccata alla sbarra per me è significato essere sempre sotto processo, con me stessa come giudice, giuria e boia, e sai quanti personaggi io ammazzi nei miei libri, per cui sai che sono un boia impietoso. Restare attaccata alla sbarra per me è significato sentirmi sempre l’unica testimone e imputata, l’unica responsabile della tua vita, della tua educazione, dei tuoi dolori. E lo so che sembra superbo e magari lo è, ma è anche tanto spaventoso e difficile e gravoso, perché vuol dire che ho preso io tutte le decisioni importanti per te – e dunque devi incolpare me per tutte quelle sbagliate –, e l’ho fatto anche sopraffacendo tuo padre e allo stesso tempo alleggerendolo, e ho passato notti dopo notti, dopo quella in cui sei nato, attaccata alla sbarra a sostenere la paura, la sofferenza, il giudizio di me stessa. Non sono mai riuscita a cedere quella sbarra a qualcun altro o ad accettare semplicemente di lasciarla e prendere al suo posto una mano.
Ma c’è un’altra sbarra ancora, nei miei ricordi: quella di quando facevo danza classica, da bambina. Quella a cui mi allenavo ore e ore, e anche quella magari portava dei piccoli dolori (o grandi dolori, per una bambina), ma portava soprattutto entusiasmo e bellezza. Perché a quella sbarra non mi stringevo in una morsa, quella sbarra era solo un appoggio leggero per gli esercizi, per l’equilibrio, per i volteggi. Un punto da cui spiccare il volo. C’era un altro modo di attaccarsi a una sbarra, di cercare sostegno e stabilità, solo che l’ho dimenticato, quando ho dovuto abbandonare la danza classica. Le altre sono state tutte sbarre di prigione.
Il percorso che hai seguito quest’anno è stato incredibile. Se ripenso all’estate scorsa non mi sembri più tu, anche se lo so, che eri tu, e voglio ricordarlo sempre, che eri tu, perché voglio essere sempre pronta ad abbracciare quel tu che eri, se dovesse tornar fuori, e consolarlo e aiutarlo, perché si ama di giorno e di notte. E le tue notti sono state piene di paure e grida, i tuoi giorni chiusi in casa, seguendomi di stanza in stanza, la mia ombra, l’ombra di te stesso, soffocato da pensieri di morte e perdita e smarrimento, chiuso anche tu, tra sbarre di paura che ti stavano levando ogni sorriso, ogni gioco, ogni scherzo, persino ogni speranza. Lo ricordo e a ogni ricordo stringo le dita, attorno a te, attorno alla mia sbarra, perché abbiamo vissuto un’estate in cui ogni giorno, ogni minuto sono stati una conquista, in cui hai affrontato problemi che non sapevo esistessero, nella mente, e che non sapevo la mente di un bambino potesse elaborare. Tu piangevi fino ad addormentarti, io piangevo quando ti addormentavi, i tuoi giorni erano le mie notti e viceversa. A chi vuole adottare un bambino fanno tutti quei test, per vedere se sono preparati, ma chi diamine è preparato per un figlio? Io non lo sono mai stata, ho sempre detto che cercavo di adattarmi e migliorarmi giorno dopo giorno, ma l’ultima estate, amore mio, l’estate scorsa mi ha mostrato abissi della psiche che io avevo visto solo dai quindici anni in su, e che mi hanno quasi distrutta. Tu li hai guardati a otto anni, e ti giuro, ora che lo scrivo, ora che penso ai miei abissi e a come ancora mi fanno star male, ora ho di nuovo le lacrime agli occhi e mi chiedo come hai fatto. Come hai fatto.
Forse per questo tu quasi non lo ricordi, e non so se sia rimozione o semplice crescita, e devo lasciare che sia il tempo a decidere, o, meglio, che decida tu. Perché mentre guardavi nel tuo abisso anche tu ti sei aggrappato a una sbarra: me. E mi hai trasformata nella tua fonte di equilibrio e nella tua testimonianza – io sono la memoria del tuo dolore –, ma per fortuna non nella tua prigione. Perché ora che ce l’hai fatta – come hai fatto –, ora stai il più possibile con gli amici, che ti fai in fretta, ora parli degli incubi, ora vorresti sempre uscire di sera, ora ridi di nuovo tanto, e sbuffi di nuovo tanto, e devo di nuovo sgridarti perché la tua camera è in disordine, e guarda come è scritta male quella pagina, e hai dimenticato ancora il diario a scuola, e se rovini i jeans nuovi con la scivolata sull’erba li ripaghi tu, ma com’è possibile che hai perso la felpa in giro, e ti assicuro che non me l’hai detto che hai preso solo 8, e non ti vergogni a dare la colpa al gatto quando rompi le cose, ma come fai a tenere in bocca il cibo per ore senza masticare, e lavati meglio i denti, e lavati meglio i capelli, e lavati meglio tutto, e vieni qui che andiamo di lanciafiamme e non ci pensiamo più. Ora, ora, ora siamo a questo, e questo è bellissimo, questo è il rapporto più noioso e frustrante e comune tra una mamma e un figlio, un figlio eccezionale e terribile come tutti i figli. Tu un po’ di più, perché sei mio, e dunque per me sarai sempre di più. Più eccezionale e più terribile, si intende.
Hai ancora delle paure: non riesci a dormire senza di noi, per cui è impossibile lasciarti da una nonna anche solo per una notte, tipo quella del nostro anniversario di matrimonio (grazie, per averci fatto alzare dal letto per venirti a prendere – per fortuna abbiamo imparato a essere veloci, su quel letto); non ti piace in generale dormire in posti diversi da casa tua e sei preoccupato all’idea di andare in vacanza, ma anche elettrizzato all’idea che quest’anno sarà diverso; dormi ancora con una luce accesa, però se ti svegli di notte che è spenta non te ne accorgi; hai ancora pensieri di morte, ma quelli che stanno tra la tua domanda e la mia risposta, di cui ti fidi. Perché ti fidi di me. Ti fidi tantissimo di me. Ti fidi troppo di me, amore mio. Tu mi ritieni invincibile e onnipotente. E io sono pure d’accordo, certo, ma io non ho avuto scelta, sempre per la questione della sbarra, tu una scelta devi creartela e non posso creartela io perché altrimenti sarebbe ancora la mia scelta, la mia sbarra. La tua forza si svilupperà in opposizione alla mia, e non posso essere io a fare un passo indietro, non posso fingere un crampo: dobbiamo fare a braccio di ferro, prima o poi. E devi vincere anche se perderai, perché la vittoria sarà nell’affermarti al di fuori di me. Come hai fatto. Come hai fatto.
Oggi come nove anni e come hai fatto. Quando leggerai questo, chissà cosa sarai diventato. Chissà quanti altri periodi così avrai affrontato, chissà quante notti alla sbarra avrai vissuto. Io spero di esserci sempre, nelle tue notti, e spero di fare quello che ho già fatto, quello che fece tuo padre, la notte in cui sei nato: staccare una a una le tue dita dalla sbarra, e intrecciarle alle mie.
Far sì che tu non ti giudichi rigidamente come io ho sempre giudicato me stessa, alla sbarra, ma far sì anche che tu sia sempre testimone di te stesso, che tu riconosca sempre le tue responsabilità in ciò che sei, in ciò che decidi di essere – perché me l’hai dimostrato quest’anno, che puoi essere qualunque cosa vuoi.
Far sì che anche tu impari a danzare, usando la sbarra e me solo come punti d’appoggio, per poi spiccare il volo, per poi trovare un orizzonte senza sbarre.
Io non lo so, se riuscirò mai a lasciare la sbarra. Vorrei dirti che ci proverò, ma non so nemmeno se farò questo. Mi dispiace ammetterlo, ma devo essere onesta con te, come con me stessa: io non mi fido davvero del mondo. Ho un certo tipo di fiducia, quella di cui scrivo, quella nelle connessioni e nella neve, e mi pare anche di riuscire a trasmetterla con le mie parole, ma non riesco a farla valere per me, non riesco comunque a chiedere aiuto né ad accettarlo, mai. Ho bisogno di avere tutto sotto controllo, ho bisogno di credere che posso fare tutto da sola, perché per troppo tempo sono stata sola ogni notte e ora non posso rischiare di dipendere da qualcuno, anche se attorno a me, ormai, ho solo persone stupende, anche se credo che ci siano tante altre persone stupende che ancora non ho conosciuto. Ma certi retaggi non si dimenticano, certe ferite non guariscono: tu sei stato nella notte per poco più di un anno, io ci sono stata per più di venti, e per me è troppo tardi. Perciò faccio sempre tutto da sola, perciò tu mi vedi così forte – invincibile e onnipotente –, quando invece sono solo rinchiusa in una prigione che mi sono costruita da sola e che mi terrà sempre a distanza anche dalle persone che amo di più.
Ma è anche per questo che guardo te con tanta ammirazione: perché tu invece ce l’hai fatta. Tu hai preso tutte le sbarre del mondo e ci hai costruito un’astronave di Star Wars e ora solchi lo spazio per vivere l’avventura immensa che è la tua vita.
Tu mi sei di conforto, perché se ce l’hai fatta è anche merito mio, e allora sono stata diversa da come mi hanno cresciuta, allora ho spezzato la catena. Tu mi sei di speranza, perché se ce l’hai fatta allora ce la possono fare anche altri, e allora forse chissà un giorno magari mi staccherò davvero anche io dalla sbarra, anche solo per prendere una volta per tutte la mano di tuo padre, che non aspetta altro e non sa cosa l’aspetta se questo dovesse succedere. Tu mi sei di assoluzione, perché nulla di tutto questo era colpa tua, perché allora l’abisso non è colpa nostra, non è mai stata colpa mia. Tu mi sei di sprone, perché io non sono in grado di solcare lo spazio, ma posso salutarti dalla terra con un sorriso, con un modo migliore di vivere, e attenderti ogni volta che avrai bisogno di una sbarra per sostenerti e non imprigionarti, di un abbraccio per confortarti e non bloccarti.
Ti ho amato in tanti modi, ogni giorno, ogni mese, ogni anno di più.
Ora ti amo anche con ammirazione, quella che ho per pochissimi adulti e per nessun bambino tranne te.
Come hai fatto.
Fallo ancora, fallo sempre.

Vai, e non fermarti mai.





Vai, e non fermarti mai
perché il futuro è l’unica
ricchezza che hai;
non aspettarlo qui.
Lo so che non mi chiamerai,
non chiederai di me
quando lontano sarai;
anch’io ero così.

E le emozioni nascondi
e ti difendi da te.
Sei la freccia che cammina;
se ti perderò, ti perdonerò.

Proveranno a cambiarti,
ma non devono farti male;
tutto quello che vuoi avere
prendi per te solo.
Se verranno a cercarti
non ti devono mai fermare;
devi ridere e consumare
quello che c’è al volo.
Non farti scegliere mai.

Le sensazioni che cerchi
sono un diritto per te.
Sei la pioggia di mattina;
io ti guarderò, ti sorriderò.

Chiederanno di averti
per non farti mia respirare,
ma tu lasciati conquistare
poi vola via solo.
Non farti prendere mai.

Perché vivrai la vita che vorrai;
non conta ciò che hai
ma solo quello che sei
e quello che darai.

Proveranno a cambiarti,
ma non devono farti male;
tutto quello che vuoi avere
prendi per te solo.
Chiederanno di averti
per non farti mai respirare,
ma tu lasciati conquistare
e vola più su.

Sei solo tu il giudice che hai:
la vita che hai davanti
sarà come vorrai.

  

lunedì 7 maggio 2018

Buon non compleanno a voi!


Sarò brevissima: oggi è il mio compleanno e ho voglia di farvi un regalo io.
Ecco quindi una breve scena tratta dal libro che sto scrivendo, Cinque secondi.


lunedì 9 aprile 2018

9 aprile 2005


Non cercavo un marito, quella sera. Non lo cercavo neanche i giorni e i mesi e gli anni successivi. Non pensavo di essere tagliata per il matrimonio o per la maternità.
Non cercavo neanche una storia seria, ne avevo avuto abbastanza. Non ho notato il tuo viso, quella sera. Ho notato le tue battute, perché mi hai fatta subito ridere. Nemmeno tu hai notato il mio viso: hai notato il mio push up.
Tutto avrei pensato, quella sera, meno che finire sposata con te. E non è che i giorni e i mesi dopo abbia cambiato idea. Eri la persona meno indicata a darmi quel taglio per il matrimonio e la maternità che comunque non volevo: che si tagliassero gli altri, grazie, io volevo restare intera e non dividermi, non rinunciare a dei miei pezzi.
Avevo appena imparato a tollerare me stessa, in quel periodo: non c’era pericolo che volessi tollerare altri a lungo.
E tu, amore mio, sei intollerabile e lo sai, riesci a farmi infuriare come nessuno, e riesci a farmi ridere come nessuno, e ci fosse una cosa sola, a parte Rat-man, su cui i nostri gusti collimano. Come sia successo non lo so, so che per fortuna è successo. Tra la Savo che ti corteggiava e tu che non la notavi, io che ero distratta da mille altri, tra la tua musica e i miei studi, tra pessime giornate e ancor peggiori serate, è arrivata quella domanda, vuoi venire a vivere con me. E la mia risposta, facciamo un giorno alla volta.
Di giorni ne sono passati tanti, da allora, e in mezzo ci sono stati un appartamento con la porta che non si chiudeva, quello sotto a cui urlavano tutta la notte le prostitute, quello verso cui urlava tutti i giorni mia madre, due operazioni, tante canzoni, tante litigate, tante risate, i miei piccoli sbagli infiniti e il mio grande sbaglio unico, i tuoi silenzi e la mia logorrea, i videogiochi, i libri, le incomprensioni e gli abbracci, le distanze e i cucchiaini, un matrimonio, un figlio, tre gatti.
Non mi hai dato un taglio: mi hai allungato, allargato, ampliato.
Non ti cercavo e credo che neanche tu cercassi me, e non ti ho trovato: ho trovato una me stessa nuova, quella che tu mi hai aiutato a diventare, e quel qualcosa che scorre tra di noi e che fa parte di entrambi eppure è qualcos’altro, qualcosa che siamo solo insieme.
Non me ne frega molto del giorno del nostro matrimonio, per quanto mi riguarda l’ho fatto più che altro per le famiglie, io mi sarei pure potuta sposare davanti a uno vestito da Elvis, anzi forse avrei preferito, ci sarei arrivata più riposata. Perciò oggi festeggio il nostro anniversario di matrimonio non pensando a quel giorno, che in fondo per me è una sciocchezza – vestiti, cibo, confetti: il matrimonio non è questo. Il matrimonio è tutto quello che è venuto prima e dopo, e quello che verrà, fino a che nulla ci separi, perché credimi, non ti libererai mai di me. Non riesco a pensare a nessun altro con cui vorrei stare, anche quando stare significa non stare, perché solo averti in un’altra stanza mi fa sentire a casa. Non c’è un altro corpo che per me abbia un senso, se non il tuo, quando lo bacio e diventi il senso anche del mio corpo. Non c’è altra mente con cui io mi senta tanto in sintonia, anche se non sei il primo a leggere i libri che scrivo, anche se non riesco a seguirti quando parli delle macchine che progetti, anche se condividiamo così pochi interessi, anche se non mi capisci e non ti capisco ed è proprio così che ci capiamo.
Ogni giorno, in questi tredici anni di matrimonio e alcuni in più di convivenza, ogni giorno ho messo in dubbio la nostra storia e ogni giorno ho risolto quei dubbi, ogni giorno mi sono chiesta se volessi ancora stare con te e ogni giorno mi sono risposta di sì.
Da un po’ di tempo non me lo chiedo più e non è perché io abbia smesso di credere nei cambiamenti, nelle evoluzioni, o nei dubbi. È perché ormai credo che noi sappiamo affrontare i cambiamenti, le evoluzioni e i dubbi, e lo facciamo proprio perché siamo insieme.
Non ti ho mai amato tanto come oggi. Domani ti amerò di più.
Buon anniversario, Simone.