venerdì 24 giugno 2011

Non chiederci la parola


Io abito in due mondi, come dice Lorelai Gilmore in questo video. E Chiara, nella mia ultima storia, ne è la prova.


Il mondo di carta, il mondo dei libri è stato per me una casa, una famiglia, una domanda, una speranza. Mi ci sono arrabbiata, sui libri, mi ci sono ritrovata, mi ci sono emozionata e mi ci sono psicanalizzata. E magari non ho imparato a scrivere, magari non ho imparato a vivere, ma una cosa l’ho imparata senz’altro: ho imparato a leggere.
Non credo si possa insegnare a scrivere, lo ripeto spesso. Non è tanto una questione di grammatica o regole narrative, posso trascorrere l’esistenza a studiare tutti i grandi segreti degli autori, a sezionare i romanzi, posso sapere a memoria quello che devo fare e tuttavia non sapere scrivere niente di degno. I libri sono arte e l’arte non è meccanica, non è un qualcosa che si studia a scuola e io, da docente, accetto con gioia questa mia e altrui menomazione perché dimostra che c’è qualcosa di più grande, di più importante di noi. Sono una pagana, probabilmente, idolatro l’arte e la parola e le tratto come arcane divinità che nessuna formula può imprigionare. E guardo quei tizi che tengono corsi di scrittura, che scrivono libri su come far diventare gli altri scrittori e penso si siano venduti l’anima al miglior offerente, perché se hanno mai capito qualcosa dello scrivere lo sanno, che non possono insegnarlo.
Ma si può insegnare a leggere.
E oggi non lo insegna più nessuno.
Leggo le recensioni su efp, leggo quelle sui siti editoriali e resto allibita. Giudizi che non considerano il libro, la trama, i personaggi, ma solo se quel libro, quella trama, quei personaggi sono andati incontro a ciò che si aspettavano i lettori. Non lo fanno, non possono mai farlo, perché scrivere non è questo e perché i lettori sono tanti e variegati ed ecco la critica distruttiva, delusa, arrabbiata. Lui doveva fare questo, lei doveva dire quest’altro. Doveva finire bene, doveva finire male, non doveva finire affatto. Perché non hai scritto in questo modo? Perché non ci hai messo questa scena? Come è possibile che i personaggi pensino così, io non lo faccio. Come è possibile che ai personaggi accada questo, a me non è accaduto. Come è possibile che i personaggi abbiano gli occhi viola, io non ce li ho.
Ed ecco qui, la morte del lettore.
Perché leggere non è cercare fotocopie di se stessi e della propria vita nella pagina, leggere è andare incontro all’altro, al diverso, ampliare le proprie esperienze e percezioni e vivere mille altre vite che non potremo vivere mai. Leggere è fare tre proposte di matrimonio a tre sorelle nella stessa giornata, fingersi morti e parlare con la propria tomba, avere due amici immaginari e una mente geniale e pulire comunque i bagni, dare la caccia alla balena bianca fino alla morte. E i lettori di oggi, questi che per me sono non-lettori, avrebbero rifiutato Svevo, Pirandello, Baricco, Melville e tutti gli altri perché raccontano cose che loro non hanno fatto né faranno mai.
E non credo che questi autori l’abbiano fatto nemmeno loro, non credo che i libri o più in piccolo le fanfiction siano trasposizioni di chi scrive. Noi non siamo i nostri personaggi e certo non siamo voi. I personaggi sono entità autonome, avulse da noi, ‘in cerca d’autore’, certo, ma soprattutto in cerca di lettore. Un lettore a cui raccontarsi, un lettore da arricchire, un lettore da contagiare. Se vi premunite di antibiotici alla lettura, se non lasciate che questo morbo entri in voi, se continuate a leggere senza leggere, allora non darete mai la caccia alla balena bianca e mi dispiace per voi, perché è una grande caccia.
E questo vale anche per un altro tipo di commenti, quelli adoranti di chi invece nella storia si è trovato proprio perché sente che parla di lui. Ecco, ha fatto come me. Ecco, ha detto come me. No, sei tu che hai fatto e detto come lui. Lui è un personaggio e può ancora deluderti, può ancora dispiacerti. Non è una lamentela contro chi si infatua di alcuni autori: io sono quella dell’amore a prima lettura, ricordate? È solo un consiglio a farlo per il motivo giusto. Amate chi riesce a toccare le corde del vostro animo senza per forza calarsi nei vostri panni, amate chi descrive l’umanità in generale e non chi viene incontro ai vostri desideri. C’è tempo, per soddisfare quelli, e ci sono tutti i libri del mondo e a seconda di come state troverete il libro adatto al momento, ma non pretendete che sia l’autore ad adattarsi a quel momento. Lui non riesce nemmeno ad adattarsi al suo, di momento, nella maggior parte dei casi. Si adatta solo a quello dei personaggi.
Allora come si critica qualcuno? Io sto giusto valutando le storie per il contest che ho indetto e il primo luglio metterò fuori le mie opinioni. Più che stare a dirvelo, come secondo me si potrebbe fare, ve lo mostrerò lì, disponibile a qualunque consiglio, e credo saranno pressoché le mie uniche vere critiche che leggerete mai in pubblico. Perché i giudizi critici degni di nota sono difficili e richiedono tempo e concentrazione e tanta umiltà, molta più di quelli positivi, e finora tale tipo di giudizi sono riuscita a darlo, in privato, solo a due persone. E ai miei studenti, ovviamente, dove però il tutto è facilitato dai ruoli.
Ma impariamo a leggere, poi impariamo a insegnare a leggere e solo dopo, magari, cerchiamo di diventare buoni critici, in negativo e in positivo.
Perché c’è una cosa che Montale ha scritto tempo fa e che dovremmo tutti tatuarci nel cervello, ed è il limite dello scrittore che deve per forza essere anche il limite del lettore:


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


E. Montale, Non chiederci la parola

9 commenti:

  1. Hai messo la poesia che uscì ai miei test di medicina e che io rileggo almeno una volta al mese ormai. E ogni volta ci trovo un significato nuovo. Che poi è lo scopo della lettura, per me. Trovarci qualcosa. E sono dell'idea che se capita, una volta, che non ci trovo niente in una particolare lettura, la colpa è mia più che dell'autore. Per il resto, io non sopporterei scrivere di me stessa e non riesco a immaginare un motivo per leggere di me stessa. Leggere aiuta a conoscere se stessi attraverso gli altri. Capita di ritrovarsi, negli altri, anche se sono tecnicamente diversi, e questo è un altro discorso - bellissimo, tra l'altro. Quindi sì, la questione è sempre di apertura mentale. Forse a scuola ci vorrebbero corsi di apertura.

    Por... ah giusto, Atopika.

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  2. Mi é capitato in svariate occasioni di dichiarare che, alla compagnia degli esseri umani (beh, di certi esseri umani...), preferisco quella dei libri.
    Sociopatia? In parte, probabilmente.
    Ma questo scambio fra persona di carta e persona di carne avviene fra piani assai più vicini di quanto si voglia credere. Perché, per leggere un libro come per avere a che fare con un essere umano, é necessario un patto di fiducia.
    Si tratta di mettersi nelle condizioni di essere commossi, feriti, delusi dall'altro - che sia carne o carta. Permettere al racconto, come all'essere umano, di dimostrare se stesso e non costringerlo nella sola proiezione dei nostri desideri: non ci si può fermare a se stessi e riciclare mille volte la nostra manciata d'esperienze, stiracchiandole d'ogni lato per stenderle sul mondo, senza mai rinnovarle.
    Si tratta di farsi bendare con una cravatta, si tratta di salire su una baleniera, si tratta, ogni tanto, di assumersi il rischio di rimanere in silenzio ed ascoltare.

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  3. Ho visto il video e mi sono cullata nelle parole di Rory ancora una volta, perchè esprime esattamente ciò che provo io quando leggo. Vivo in due mondi, quello reale e quello dei libri. Nessuno ci insegna a scrivere, ma, come hai detto tu, nessuno più ci insegna a leggere. Efp mi ha permesso di scoprire un nuovo modo di scrivere, un modo pubblico e liberatorio, ma mi ha anche fatto conoscere molti lati negativi delle persone (come se poi non ce ne fossero già abbastanza!). Ogni volta che leggo recensioni che iniziano con "io avrei fatto" "io avrei detto" "dovevi" resto basita, cerco di comprendere da dove vengano certe idee. Insomma, io posso non essere d'accordo con la scelta di Isobel di Archer di rimanere con il marito piuttosto che scappare con Goodwood, ma non mi verrebbe mai da dire che James ha sbagliato. Insomma, non mi sognerei neppure di andare a casa di una persona e dire che la disposizione dei mobili è sbagliata! E allora con che criterio io mi posso erigere a giudice in casa altrui? Perchè una storia è come una casa in fondo! E si perde tutta la bellezza di comprendere perchè un personaggio agisce in un determinato modo, entrare in una mente lontana anni luce dalla nostra. Perchè Giulietta si uccide? Perchè Dantes voca la propria vita alla vendetta? Perchè Darcy è così coglione? Dov'è il bello della lettura se non entrare in comunione con i personaggi? Poi, nessuno dice che debbano piacere per forza, io Agnes Grey proprio non la reggo, ma certo non sono andata a dire a Anne Bronte che è una idiota! Mi sono limitata a chiudere il libro. Se trovo una ff che proprio non mi va giù, chiudo la pagina. Posso non condividere le scelte di alcuni autori, ma non posso dire loro che hanno sbagliato. Sbagliato secondo quale criterio? Il mio parametro, per fortuna, non è il parametro assoluto con cui giudicare il mondo. Come qualcuno mi ha ricordato spesso ultimamente, il mondo è bello perchè è vario. A me piace la tragedia, il dramma e perchè no anche il melodramma, ma certo non vado a dire a una certa autrice che la sua vita è troppo glitterata e rosa e dunque sbagliata! Sto divagando. Il punto è che persino un autore non controlla i propri personaggi, che fanno quello che vogliono da autodidatti, che pretendono che la loro vita sia scritta come vogliono loro e per cui un autore non è altro che un mezzo. E allora come può un lettore pretendere di controllarli? Come può definirsi lettore, questa persona? Leggere è vivere altri mondi, altre storie, altre vite e esperienze che noi presumibilmente non faremo mai. Questo è leggere. Perchè se ci limitassimo a leggere ciò che abbiamo provato sulla nostra pelle tanto varrebbe mettersi davanti a uno specchio e contemplarsi.

    Emily Alexandre

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  4. Vorrei poter mettere tre "mi piace": uno per il discorso di Rory Gilmore che hai citato, uno per la poesia di Montale e uno per ciò che hai scritto.
    Quel lettore che non sapeva leggere, che cercava di riconoscersi a tutti i costi nei personaggi (anche se non ero giunta al punto di criticare le loro scelte, le loro parole e i loro pensieri se non erano i miei...), ero io. Ero, per fortuna. Non so esattamente quando ho smesso di farlo, so solo che improvvisamente mi emozionavo di più per le scelte che non comprendevo, di quegli stessi personaggi, per le parole, i pensieri e i gesti che io non avrei mai detto, pensato o fatto. E ho imparato a leggere in modo diverso. E a scrivere in modo diverso. Certo, sorrido ancora quando incontro un personaggio che mi assomiglia, ma sono consapevole che, dopo tutto, è solo un personaggio...
    Credo che il fenomeno del quale parli, il criticare un personaggio, o l'autore dietro quel personaggio, sia ancor più evidente nel microcosmo di efp che nella realtà di carta. Sarà il fatto di poter esprimere i propri pareri direttamente all'autore o il fatto che dietro a uno schermo ci si sente più forti.
    Per una volta dovremmo (e parlo al plurale perchè anche io ho molto da imparare ancora) semplicemente dimenticare la nostra smania di controllare ogni aspetto della nostra vita e di quella degli altri - persino dei personaggi di cui leggiamo - di ricondurre tutto a qualcosa che possiamo comprendere perchè lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle ed essere disposti ad essere sorpresi da qualcosa che, per una volta, non ci riguarda.

    Hillary

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  5. Non ho mai trovato un personaggio che mi rispecchiasse completamente.
    Probabilmente per un po' ho continuato a cercarlo, ma poi ho capito che semplicemente non esiste. Non esiste perché non esisterà mai al mondo una persona uguale ad un'altra, per fortuna, come ogni personaggio, nel bene e nel male, conserva la sua unicità.
    Nessuno mi ha insegnato a leggere, nessuno mi ha trasmesso la passione per la lettura, ho imparato da sola, ho imparato da e con i libri, e ringrazio ogni giorno quando per la prima volta, spinta dalla curiosità, ho aperto un libro e ho vissuto attraverso le pagine, le parole, i personaggi.
    Ho incontrato tanti personaggi, tutti diversi, con pregi e difetti, con le loro scelte e le loro emozioni, alcuni erano più vicini alle corde dalla mia sensibilità, altri meno. Ad alcuni mi sono affezionata particolarmente, ad altri meno, ma li ho sempre accettati così com'erano. Voler cambiare un personaggio è come dire di voler cambiare una persona, le persone non si cambiano ("le persone non si toccano", come dice una mia prof universitaria e da futura psicologa - si spera - cercherò di non dimenticarlo, per niente al mondo).
    Possono fare scelte che non farei, che non accetterei, ma posso cercare di comprenderli e non di giudicarli. Ed è qui il punto, tutti sono sempre troppo pronti a giudicare gli altri, che siano personaggi di carta o di carte (per citarti, come sempre, prof). C'è poca tolleranza alla diversità nella vita e nella lettura.
    Quello che mi hanno insegnato i libri non è facile da comprendere, ma farei in modo che tutti potessero impararlo, solo per poter aprire loro gli occhi, permettere loro di vedere al di là, perché, come dicevi, non sanno cosa si perdono.

    Zukky, Vale, come volete.

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  6. E' vero, pochissimi docenti insegnano ancora a leggere, invece sarebbe vitale per i ragazzi. E questo è vero anche per le materie non letterarie (io insegno materie scientifiche), perchè saper leggere un libro significa padroneggiarlo, usarlo, saperlo sfruttare e spremere fino all'ultima goccia.

    Che non serve solo quando si studia. Anche quando si legge per il piacere di leggere.

    Il giudizio ed il raffronto con la propria scala di convizioni e valori. Grande punto.
    Credo che sia inevitabile, forse, come dici tu, ci preclude nuove aperture e prospettive, ma dato che siamo umani, soprattutto quando gli anni si accumulano e le esperienze si stratificano si arriva inevitabilmente ad una sintesi.
    Personalmente ho osservato l'evoluzione delle mie letture, più varie ed avventurose (nel senso di aperte al "diverso" da me) da ragazza, più vicine a me stessa adesso, da donna matura.
    Perchè anche approfondire sè stessi è un'esigenza vitale, tanto quanto aprirsi al nuovo e diverso.

    Mi sembrano essenziali entrambe le esigenze, legate forse a fasi diverse della vita;

    la ricerca, l'esplorazione, l'apertura al nuovo tipiche della fase espansiva della giovinezza.

    L'introspezione, l'ascolto di sè, di ogni voce di sè, la meditazione sulle relazioni tra sè e gli altri necessarie in passaggi della vita più matura, in cui sulle spalle pesa la gestione di tante diverse persone, in cui, nei momenti del riposo non hai voglia di incontrare gente, personaggi, nuova, (e magari di occuparsi anche di loro), ma solo di ricomporre i pezzi di te stessa.

    Mi piace sapere che una prof con la matita rossa e blu giri per il web portando saggezza e conoscenza. Che la forza non ti abbandoni mai,

    baci
    patapata

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  7. Ho letto di sfuggita e riletto ora con calma questo post, ma ci ho messo tempo prima di formulare un pensiero non tanto degno, quanto conforme a tutto ciò che vorrei esprimere.
    Hai parlato del lettore di oggi e in qualche modo anche della persona di oggi però. Non a caso il lettore è una persona.
    L'hai detto chiaramente: certe persone leggono aspettando di trovare se stesse in quel libro e sinceramente credo lo facciano per due ragioni: la prima è che vorrebbero leggere le scelte, le parole, le azioni, che non hanno /hanno avuto il coraggio di prendere, fare o dire; il che è un bel problema, considerando che alla fine della lettura i lettori saranno comunque delusi, perché loro non sono i personaggi e i personaggi non sono la loro proiezioni. Quindi, alla fine, ogni lettura lascerà in quei lettori una goccia di delusione, l'appagamento della lettura è morto per loro, un po’ come il dio di Nietzsche. La seconda ragione invece è perché certe persone – non per fare di tutta l’erba un fascio, ma direi molte, davvero molte – adottano lo stesso atteggiamento con altre persone. La delusione che si prova per qualcuno è spesso da attribuirsi non all’azione inaspettata che ha generato una ferita in noi, bensì all’azione disattesa, secondo le nostre previsioni, di quel qualcuno.
    Ieri ho postato su facebook una piccola parte de “la leggenda del pianista sull’oceano” dove il narratore affermava la straordinaria capacità del pianista di leggere le persone. Tristemente mi trovo costretta a considerare che se interpretiamo con difficoltà le altre persone, oggi, i segnali che ci lanciano, la storia dei loro corpi e delle loro movenze, come possiamo farlo con personaggi inventati, incorporei, che nemmeno vediamo? “Facile”, dirà qualcuno, “basta semplicemente liberare la testa”. Ma io direi: “ehi, genio, è proprio questo il problema”. Liberarsi è il problema. Perché la libertà è morta quando è morta la possibilità di sentirsi appagati. Anche io sono caduta spesso e volentieri in questo giro, anche io ho iniziato a voler leggere, a pretendere, oserei dire, ciò che avrei desiderato scrivere in prima persona, e che invece non ho fatto. Poi in qualche modo sono “tornata in me”, perché la lettura è una fuga buona, ma come tutte le fughe necessita di una componente fondamentale: la voglia di scordare ciò da cui si sta “scappando”. Nel gergo di oggi si direbbe: lo spegnimento del cervello dalla realtà. La verità (e torni sempre lì, tu, vero Ele?) è che guardare è fisiologico, vedere ormai è una fatica. Guardare o vedere… giudicare o capire? Sembra quasi amletico, ma non lo è; è vizioso, umano, amaramente “moderno”. Con questo non voglio dire che la critica debba essere per forza vista come un qualcosa di sbagliato e provocatorio, ma non deve nemmeno costituire lo strumento per farsi prendere sul serio. E, lo ripeto, si fa lo stesso con le persone. Anche quando andiamo dietro, a certe persone, pur di non subire la critica. Che follia…
    Come se qualcuno possa osare pretendere il controllo di qualcun altro quando nemmeno Dio (per chi ci crede), vi riesce.
    La scrittura non è un desiderio, è un messaggio da cogliere o da rifiutare.
    Un consiglio ai lettori di oggi, alle persone di oggi, al mondo: aprite le pagine, non la copertina, e fatele girare.

    Contorta?
    Non sarei io.

    LadyEl.-

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  8. Ciao!
    Noi non ci conosciamo, sono capitata per caso qui come per caso (o quasi-caso) nel tuo account su Efp. Ammetto di non aver ancora letto nulla di tuo (una cosa che mi piacerebbe fare in futuro)ma legiucchiando un poco il tuo blog, non so, ho trovato una certa affinità sul modo di vedere la scrittura, specialmente quest'ultimo post mi ha colpita
    Perchè ecco, vedi, hai esplicato in poche e chiare parole ciò che ho sempre pensato sul rapporto lettore-letteratura, che sia essa grande o piccola. Interpreto la lettura come qualcosa di profondamente, visceralmente, soggettivo, per questo ogni volta che si muove una critica, a mio parere, su qualcosa che non ci è piaciuto, bisogna farlo con le pinze. Esistono alcuni profili oggettivi, si potrebbe dire, nell'arte dello scrivere (correttezza grammaticale, per esempio) ma che la scrittura possa essere schematicamente inquadrata, scientificamente valutata, addirittura insegnata come s'insegna a far di calcolo, mi ha sempre fatto sorgere non pochi dubbi.
    Ora, il discorso è troppo lungo e complesso da affrontare così. Nel mio piccolo, ecco, mi trovo d'accordo con te sull'impossibilità di dettare delle regole sul come scrivere e, paradossalmente, su come un atteggiamento invece improntato ad un soggettivismo estremo possa far correre il rischio di essere troppo categorici nei propri giudizi. Quel che hai descritto tu col meccanismo dell'immedesimazione o meno nei personaggi è esattamente quel che succede quando si ha un solo angolo di visuale, mentre invece la scrittura è un caledoiscopio di punti di vista, è qualcosa di così sfaccettato che neanche si può parlare di sfumature, ma di sfumature di sfumature di sfumature. E' cercare la balena bianca, come hai detto tu (belle metafore, davvero belle)
    Io sono stata, come tutti, prima una lettrice che una "scribacchina" e se c'è una cosa che ho capito è che s'impara prima a leggere, per forza, altrimenti non sarai mai in grado di scrivere almeno quel minimo che consenta l'uso di questo verbo. Leggendo ho letto praticamente di tutto, sono stata onnivora, lo sono ancora, di storie, di ambientazioni, di personaggi, di situazioni, sono rimasta affascinata davanti a cose che, magari, nella vita reale, mi lascerebbero perlomeno interdetta, mi hanno emozionato trame e personaggi che forse non avrei neanche ascoltato o voluto conoscere se fossi rimasta nel mio placido mondo del quotidiano. Fondamentalmente per me la letteratura è qualcosa che ti apre gli occhi, è un binocolo sul mondo, sul visibile, ma anche su quell'"essenziale invisibile agli occhi" di cui parlava quella bellissima favola del Piccolo principe. Una favola che era la vita, in un certo senso, e penso non ringrazierò mai abbastanza i miei genitori per avermi portato da piccola ad amare le favole e le fiabe, creando un terreno poi fertile alla recezione della parola scritta.
    Ridurre la lettura a un semplice "Tizio doveva fare così, Tizio mi piace" ecco, effettivamente, svuota di significato il valore stesso di quest'arte, che tu hai saputo descrivere così bene, mentre io sto inciampando sconslusionatamente per dare una mia opinione.
    Dalla parte di chi scrive, vedi, c'è una frase di Dacia Maraini che fa: ""All'inizio pensi che i tuoi personaggi ti obbediranno. Poi sei tu ad inseguirli." Se riesci a capir questo penso possano venire cose buone e se anche il lettore capisce che il personaggio non è mera proiezione del suo autore, ma creatura viva, a sè stante, oltre tutti i presupposti di chi lo ha creato, ecco, allora, prova il vero piacere della lettura, senza schemi, senza sovrastrutture, semplicemente facendosi trascinare.
    Mi rendo conto di aver scritto un malloppone assurdo, pardon, ma le tue parole mi son state istigatrici ^^

    Ah, e poi io adoro Baricco (xD). A volte lo trovo un po' pomposo, confesso, ma certe emozioni che ho provato con alcuni suoi libri le ho provate raramente con altri.

    un saluto
    Primavere (che è il mio nick su efp)

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  9. Ringrazio di cuore tutte e do il benvenuto a Primavere: leggere le vostre opinioni è stato stupendo. E credo che dovrebbe proprio essere questo il web: un modo per comunicare di cosa davvero importanti. Perché per me ci sono poche cose più importanti della lettura, lo ammetto col rischio di passare per folle.
    Grazie davvero.

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