mercoledì 31 agosto 2011

Parola-dipendente


In un gruppo a cui ho aderito su facebook una ragazza, Laura, che mi ha dato il permesso di utilizzare il suo spunto, ha posto questa domanda:

Voi pubblicate per voi stessi o per gli altri? Ad esempio, se cominciate a pubblicare una long-fic e vedete che ci sono 0 recensioni, continuate o interrompete?’.

Le risposte sono state diversificate e interessanti e mi hanno spinto a riflettere maggiormente sulla cosa.

Non credo moltissimo a chi dice di scrivere e postare solo per se stesso; se così fosse, non sarebbe sufficiente tenere un diario? Ma è pur vero che scrivere è una necessità quasi fisiologica per molte persone tra cui sono anch’io. Non è tanto una decisione presa valutando chissà quale fattore: è un bisogno, un istinto di conservazione. Scrivere mi permette di sfogare le mie seghe mentali, di esorcizzare i miei demoni, di ritrovare il bandolo della matassa della mia psiche. Quando tutti quei personaggi, tutte quelle parole, tutte quelle storie bussano al mio cervello io ho due scelte: metterli per iscritto o lasciarmi divorare da essi. Negli anni in cui non ho scritto, negli anni in cui non ho trovato la via d’uscita per questi fantasmi, sono divenuta per certi versi un fantasma anch’io. Fuori apparivo come sempre, ma dentro… Dentro era un altro paio di maniche. Riappropriarmi della scrittura, permettere di nuovo alla narrazione di fluire fuori da me mi ha liberato nel vero senso della parola ed ecco perché credo che non smetterò più. O meglio, userò ogni mia forza per non smettere mai più e per vincere quei frequentissimi periodi di blocco dovuti a molteplici fattori (stanchezza, bimbo, superimpegni, bimbo, disillusione, bimbo, frustrazione, bimbo, carenza di idee, bimbo…) che tormentano ogni scrittore, dal più grande al più piccolo, credo almeno una volta al mese. Forse di più. Bimbo.

Dunque sì, in effetti credo anch’io che scriviamo per noi stessi, prima di tutto: scriviamo per non finire malati di schizofrenia che, mi dicono, non è una cosa tanto simpatica. Scriviamo per non finire intasati da questi prismi luminosi che riflettono altri volti, altre voci, scriviamo per non confonderci con la massa delle personalità che cercano di confluire in noi. Spesso dico che lo scrittore è una spugna: assorbe le idee da qualunque cosa e non perché lo desideri, ma perché non riesce a non farlo. E se poi non si dà una strizzata, finisce per appesantirsi tanto da non poter più muoversi nella sua stessa vita. È come una paralisi: con tante indicazioni nella mente, non si sa più quale strada scegliere.

Ancora più spesso mi viene in mente un’immagine che mi era rimasta impressa dal riassunto di un libro fantasy che mi aveva fatto un mio amico. Non ricordo il titolo né l’autore né la trama, ma ricordo il protagonista, uno stregone che aveva gli incantesimi tatuati sul corpo. Quando li pronunciava le parole magiche scivolavano sulla sua pelle, si libravano nell’aria e creavano il sortilegio. Forse anche noi siamo così: abbiamo le storie tatuate sulla pelle o sotto la pelle e se non le facciamo volare al di fuori di noi l’inchiostro finisce per otturarci tutti i pori. Se non sbaglio, in un vecchio film di 007 una fanciulla veniva uccisa così, con una tintura dorata.

E non mi sento libera di scrivere quello che vorrei: quando la storia chiama posso solo rispondere. Magari in quel momento avrei bisogno di finire un’altra cosa, mi piacerebbe dare alla luce una trama differente, più leggera o più elaborata, gradirei occuparmi di altri personaggi. E invece mi tocca quella perché è quella che ho in testa e se non mi gratto il prurito immediatamente finirò come il tizio che si è scavato il cervello con le dita perché sentiva solletico. E questo credo venga da un film horror, per cui ringraziate mio marito e i suoi gusti allucinanti.

Dunque, la risposta è che scrivo per me stessa, non c’è dubbio, ma se tutto finisse lì non sentirei il bisogno non solo di postare, ma anche solo di confrontarmi con altre autrici a cui spesso chiedo un parere. O con mio marito, poveretto, che vorrebbe continuare a seguire il tizio che si è fatto il buco con le dita nel cervello e invece si trova a leggere del platinato di Hogwarts, del vampiro sparaflashante e di assistenti decerebrati che gli rubano le battute e le prestazioni sessuali.

Quindi io credo che postiamo per gli altri, non tanto per sentirci riempire di lusinghe, quanto perché abbiamo la necessità di condividere. Quando sei ossessionato da qualcosa, hai bisogno di indebolire questa ossessione trasferendola ad altri, suddividendola tra più teste, o anche, molto semplicemente, parlandone. Dopotutto esistono gruppi di sostegno su qualunque cosa proprio per questo: la mente umana elabora qualsiasi cosa solo attraverso le parole scambiate. Ma quando la cosa da elaborare sono proprio le parole? Ecco che il gruppo di sostegno deve adattarsi e diventa qualcosa di differente. Finisce con te che posti un capitolo e pensi: ‘Ciao, mi chiamo Francesca e sono una parola-dipendente; e siccome non ne ho mai abbastanza, vi prego, aggiungete le vostre parole alle mie’. Forse la spiegazione è tutta qui: siamo matti, ma di quel genere di matti che tutto sommato riescono a confondersi bene con i sani di mente. Sempre che ce ne sia qualcuno, di sani di mente, al mondo. A volte spero di no. Bimbo.

Ma torniamo al problema principale, quello delle recensioni: quanto influiscono sul proseguimento della storia? Io posso parlarne con serenità perché sono una privilegiata: ricevo molti commenti e preferenze e dunque non mi sono mai trovata davanti all’indifferenza. Eppure non tutti hanno la mia stessa fortuna, che dipende da molti fattori anche casuali (venire citata, scrivere su sezioni affollate, il passaparola…), e alcuni anche bravissimi devono fare i conti con la carenza di riscontro. Spero che non si offenda, Atopika, se cito lei: l’avevo scorta inizialmente tra le storie originali, dove aveva postato una storia con scarso seguito perché non facilissima, suppongo. Nelle sue note finali c’era una sorta di tristezza che mi aveva colpita molto proprio perché lei scrive davvero bene e offre davvero qualcosa di unico e perché si vede che lei ce ne ha proprio tanti, di demoni. Di quelli che ti fanno concludere la lettura a bocca aperta. Sì, sempre come se stessi facendo un pompino. Io l’ho conosciuta lì, quando si è presentata con una certa angoscia in quel gruppo di sostegno, e me ne sono innamorata. E non cito lei a caso, perché in seguito le cose sono cambiate, sempre più gente si è accorta di quanto sia brava e sempre più gente se ne accorgerà. Ma cosa sarebbe successo se fosse rimasta nell’ombra? Avrebbe continuato a postare o avrebbe smesso, magari finendo per scrivere solo per se stessa e dunque perdendo l’occasione del gruppo di sostegno per ‘parola-dipendenti’? Sono molto felice di non dovermi dare una risposta, in questo caso, ma forse in altri casi la risposta è stata data e non è allegra.

Perché ci credo poco al fatto che chi pubblica sia disinteressato alle recensioni: non è, spero, una questione di numero o di chissà quale fama – c’è da ripetere che non si guadagna nulla su efp? -: è una questione di confronto. Chi posta ha, secondo me, bisogno di sapere se quello che lo tormenta, quello che lo assilla giorno e notte, i suoi pensieri e le sue emozioni e i suoi dubbi possono avere senso anche per qualcun altro. Se tu, da qualche parte nel mondo, di qualunque età e colore della pelle e gusti sessuali e fede tu sia, se tu puoi capirmi. E no, non mi sto contraddicendo: sostengo ancora che un autore non sia i personaggi che scrive. Ma un autore è la storia che scrive, questo sì. In quella storia, in quello stile, in quelle scelte lessicali e sintattiche, in quelle elucubrazioni, in quelle decisioni, in quelle domande – perché le storie sono domande e mai risposte e credo di stare citando Lhoss, se ben ricordo – c’è lui e ha bisogno di sapere se è solo al mondo. E allora forse in realtà è un cane che si morde la coda: ho detto che si posta per gli altri ma alla fine si posta per se stessi, per trovare se stessi negli altri.

Alla fine di questa mia ennesima tirata cervellotica di cui proprio non potevo fare a meno lascio lo spazio allora per un piccolo appello, che non riguarda me stessa, sempre per il fatto che io sono una privilegiata, ma chi per motivi assolutamente casuali che non hanno nulla a che spartire col talento altrettanto privilegiato non è: commentate. Compatibilmente con le vostre esigenze, col tempo e le possibilità che avete, siate quel gruppo di sostegno. E non commentate solo le fanfictions, ma anche i libri che vi sono piaciuti, tramite i siti appositi. Se vedete nel mio profilo di efp, io sono una che commenta davvero molto e nemmeno quanto vorrei: la mia lista delle storie da recensire è infinita ma non mi scoraggio, prima o poi la esaurirò. E poi la riempirò di nuovo immediatamente.

Ciao, mi chiamo Francesca e sono una parola-dipendente.

E non ho intenzione di guarire.

21 commenti:

  1. "Un autore è la storia che scrive."
    Sono completamente d'accordo!
    Anch'io scrivo (o provo a farlo) e mi rendo conto che a volte sembra essere più un bisogno che un divertimento. Mi spiego: sento le parole nella testa, la storia che prende forma, i personaggi che urlano e scalciano per essere tirati fuori e io non posso che rispondere. Il fatto che mi diverti, poi, è ovvio. Per me è un bellissimo passatempo.
    Ma (c'è sempre un "ma")spesso mi lascio prendere dallo sconforto dopo aver visto quel "O recensioni", perché i commenti fanno piacere, ti fanno sentire meno pazza (o malata),ti rincuorano. Anche solo un "ehy, ti comprendo benissimo" vale abbastanza, sicuramente molto di più di una fredda indifferenza.
    Non riesco proprio a dare un commento sensato senza citarti, perché è come se tu mi rubassi le parole e i pensieri, quindi concludo dicendo che anche per me "si posta per se stessi, per trovare se stessi negli altri".
    E per quel che mi riguarda io, in tre, mi sono proprio trovata.

    SenzaFiato

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  2. Ciao sono Paula ed io con le parole ho un rapporto disperato di amore ed odio. Le mie parole sono dentro di me e raramente consento loro di uscire e sono incapace di condividere. Le mie frasi sono interne invece che tatuate sulla pelle, sono impresse sul mio cuore, appoggiate sul mio cervello e, qualche volta, affollano la zona inguinale. Ma restano dentro, chiuse ben intrappolate, carcere a vita.
    Ma ci sono parole che invece regalo agli altri come gesto di stima, di affetto, talvolta di critica e sono le recensioni. Sono una commentatrice abbastanza prolifica perchè convinta che debba ricambiare in qualche modo il regalo che ricevo nel poter leggere una storia. L'autore mi dona le sue parole ed io lo ringrazio con il mio commento, uso le parole che sono in grado di creare e le faccio uscire piano, lentamente.
    Commentare è il mio grazie.
    Ho scelto per me un'altra forma di terapia ma leggo, rifletto, ti ascolto autore schizofrenico e ti ringrazio per le tue parole.
    Paula

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  3. Ciao, mi chiamo Talisa e sono una parola dipendente. E vorrei ringraziarti per aver dato luce a questo assillante dubbio, perchè da parecchio ci convivo. Ho cominciato a scoprire i miei demoni più o meno a tredici anni e da quel momento mi hanno sempre accompagnata. Da un lato poteva essere pure divertente, non ero mai sola; dall'altro...beh, hai già spiegato meglio di me cosa succede. Il punto, anzi, il nodo che non riesco a sciogliere è questo: i miei demoni non trovano il telos. Sì, arrivano, mi dicono "Ciao, sono Tizio Caio, mi metto anche io nella sala d'attesa insieme agli altri" ma dopo poco mi blocco e rimane tutto lì. Ed è per questo che su efp pubblico poco e sempre dopo un sacco di riflessione.Ed è anche per questo che vorrei pubblicare, per cercare un riscontro, un qualcosa che mi spinga a spremermi le meningi, a spingere fuori Tizio Caio dalla sala d'attesa, schiaffeggiarlo e trasformarlo in un personaggio vero. Però finora non è accaduto, per colpa anche della mia timidezza, lo ammetto, e per colpa dei numeri (sarà che studio lettere e incolpo i numeri di qualsiasi cosa). Quindi sì, sì, scrivo. Perchè forse, il mio telos, devo ancora trovarlo anche io.

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  4. Ciao, mi chiamo Sonia e sono un'ossessivo-compulsiva con un disturbo narcisistico e un cervello che sforna una cinquantina di idee al minuto. Visto il D.O.C. devo per forza scriverle, o si impossessano di me che nemmeno Pazoozoo nell'Esorcista. Per colpa del disturbo narcisistico, poi, devo sempre condiverle con qualcuno, altrimenti non mi sento realizzata. Devo ossessionare qualcuno con i dedali della mia mente malata. Magari sono una di quelle persone che sono nate cantastorie. Probabilmente sono un'ottima bugiarda. Ho la sindrome da palcoscenico.
    Balle. E' che io parlo poco, di me, di quello che sono e di come lo sono diventata, ma quello che scrivo assorbe quello che non dico per osmosi, come una spugna. E quindi magari, attraverso questa fitta rete capillare, a chi legge arriva qualcosa di una misantropa bionda snob, delle sue ferite che spurgano inchiostro, di una vita di parole e di una memoria di carta.
    Ciao, mi chiamo Sonia e sono tutte le mie storie. De me fabula narratur.

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  5. Ciao sono.. bho, probabilmente non lo so neanch'io chi sono, ma sono parola-dipendente e probabilmente questa affermazione mi definisce molto più di qualsiasi nome.
    Mi sono sempre cibata delle parole altrui, ho lasciato che mi riempissero, che mi emozionassero, che si incastrassero in fondo al cuore, fin quando non sono diventate tante, troppe, e hanno iniziato a sfuggirmi dalle mani.
    E non ho altro modo per esprimere me stessa. Sì, perché non so parlare di me, non so farlo o lo faccio con molta fatica, allora spero che gli altri leggano tra le righe, negli spazi bianchi tra una parola e l'altra, perché "un autore è la storia che scrive", per citarti.
    Uso questo intervento anche come promemoria, perché dovrei darmi una mossa con quei personaggi che, no, non ho voluto e mi stanno facendo dannare, ma ormai sono così e non posso cambiarli e, dopo la pausa estiva, sono terribilmente indietro con le recensioni. Devo rimettermi in pari al più presto, perché, leggendo, le parole mi si scontrano dentro, e devo ridarle indietro per rimanerne arricchita.

    Bho, probabilmente-non-lo-so-neanch'io (per gli altri Valeria o Zukky)

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  6. SuperMirya, anche io sono una parola-dipendente, solo che per me è più facile esprimerle verbalmente piuttosto che scriverle. Però adoro leggerle. E, soprattutto, capirle. Mio padre mi ha insegnato e trasmesso l’amore per i libri e per la carta. E lui era un’artista, disegnava e dipingeva. Mi ha insegnato ad usare il vocabolario in prima elementare e quando gli chiedevo il significato di una parola nuova mi diceva regolarmente: “guarda sul vocabolario e poi ne parliamo”. E così facevamo: io controllavo, non capivo, e lui spiegava. Meraviglioso. Per me il linguaggio è tutto, più è forbito, più è complesso e difficile e più io ne sono affascinata, anche se spesso non capisco un cazzo. Ma tant’è che mi piace da impazzire. E quando non capisco cerco di arrivarci per intuito e quasi sempre ci azzecco (meno male!). Alcune persone credono che le parole siano inutili e spesso non le sanno utilizzare e se lo fai notare ti rispondono “ma sì, è uguale”. No, non è per niente uguale. Ogni parola ha il suo significato e bisognerebbe usarle nel modo corretto, non a vanvera. Perché possono essere pietre e possono essere miele, ma se non ne capisci la differenza tanto vale che stai muto. Per quanto riguarda le recensioni, credo che a ogni autore faccia piacere avere un riscontro, sia come complimento e incitamento a proseguire, e sia come critica costruttiva, visto che è comunque un riscontro. Da lettrice appassionata di fanfiction quale sono, posso dire che alcuni autori sono molto gentili (e tu sei una di queste persone) poiché apprezzano e ringraziano i propri fan (e questa sono io), mentre considero altri autori degli autentici snob. E, personalmente, trovo questo atteggiamento molto provinciale. Quelli che si comportano così sono dei classisti, perché se ricevono recensioni da Mirya vanno in brodo di giuggiole, mentre se ricevono recensioni da pepita non rispondono nemmeno. Ma sai che c’è? Io non mi risento proprio, ne prendo nota e me ne fotto e, non contenta, continuo a recensire gli snob perché, comunque, adoro talmente tanto leggere le loro creazioni – che, per inciso, sono davvero splendide – che devo solo ringraziarli di pubblicare quello che esce dalla loro testa e dalla loro penna. Perciò, mia adorata SuperMirya, che voi talentuose scrittrici, baciate da un grande dono quale la capacità di scrivere, siate compiaciute o meno di ricevere recensioni è, secondo me, non fondamentale perché è fine a se stesso. Fondamentale è, invece, la generosità che avete – e non importa se è una generosità egoistica, chi se ne frega! – nel dividere e trasmettere il vostro dono a chi, come me, è soltanto un lettore. Per me è come se tu mi nutrissi con del cibo, sei il mio pane cerebrale. Guai se non ti avessi, te e tutte le altre. E non mi piace stare a dieta.
    Stefania Rossi

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  7. Scusa, aggiungo che non mi volevo assoluamente paragonare a te quando ho scritto che se recensisci tu vanno in brodo di giuggiole e se lo faccio io manco rispondono, spero sia chiaro! So perfettamente chi sei e quanto vali, perciò è normale che il tuo commento è speciale. Volevo solo dire che, se un autore ringrazia chi recensice, si dimostra gentile. Tutto qua. Okay, basta.
    Stefania

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  8. Ciao, sono Filomena, Atopika, ma per gli amici il mio nome si adegua a qualsiasi invocazione pseudo-perversa. Bimbo.
    Un demone con la cicatrice in faccia e i piercing ai capezzoli mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza - gliel'ho detto che non è bella come un pompino, ma insiste. Bimbo. Pure lui.
    Alle scuole elementari sapevo le tabelline meglio degli altri, alla scuola media facevo i problemi prima degli altri, al liceo ho fatto le gare nazionali di matematica insieme a quelli che già allora avevano una cosa che a me continua a mancare (sì, la patente).
    Quando il fato inesorabile mi faceva assegnare riassunti e temi da fare a casa, assoldavo mia cugina o corrompevo mamma.
    Un giorno da sola presi sei al compito di italiano perché avevo scritto troppe cose e invece mi si chiedeva un riassunto. Il compito dopo presi nove perché c'era da inventare una favola.
    Il giorno dopo mi dissi che la professoressa aveva sicuramente preso un abbaglio (voglio dire: era incinta. Bimbo). Ritornai alla placida normalità. Per corrompere mia cugina a farmi un saggio breve finii a cantare in chiesa, anche se lì dovevo dire che credevo nello spirito santo mentre la mia fede mi portava a credere che prima o poi quando qualcuno mi avrebbe buttato in un camino io avrei preso la polvere di harry potter e sarei andata a trangugiare una burrobirra a hogsmeade.
    Così arrivai in terzo liceo. La prof mi parlò di Catullo, poi mi chiese di spiegarglielo in latino e io diventai rossa come le fragole e il sangue (citazione per niente necessaria). Intanto mamma non mi poteva fare i compiti di divina commedia, perché al massimo avrebbe trovato un modo per parlare di Chopin, assoldavo mia cugina ma... “oh, non ci ha messo il simbolismo delle tre fiere, e la selva, e la primavera, e le costellazioni, e la palingenesi... Non va bene”. Licenziai mia cugina.
    Ero nei guai fino al collo. Intanto presi 5 al compito d'italiano. "Tu non eri nella penna", mi sentii dire. Infatti ero presa da un quesito esistenziale: pensavo se nella scuola ci fosse un camino per filarmela via e intanto producevo fumetti con la compagna di banco.
    Dov'è che troviamo per la prima volta l'espressione "dolce stil novo"?
    « "...Ma dì s'i' veggio qui colui che fore
    trasse le nove rime, cominciando
    Donne ch'avete intelletto d'amore."
    E io a lui: "I'mi son un che, quando
    Amor mi spira, noto, e a quel modo
    ch'e' ditta dentro vo significando."
    "O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo
    che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
    di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!..." »
    “Imparatela a memoria”.
    Bello!
    “Passiamo alla teoria di spiriti e spiritelli…”
    Potente!
    “Chi mi paragona Petrarca Dante e Freud?”
    Io!
    “Freud e Catullo?”
    Io! Io!
    “Il viaggio di Mattia Pascal e Dante?”
    “Ulisse di Dante e Ulisse di Omero?”
    “Ulisse di Pascoli e Ulisse di Dante?”
    “Chi è Ulisse per te?”
    Siamo tutti Ulisse – Quale Ulisse? – Un Ulisse che ancora non è stato spiaccicato sulla carta – Quanti ne vuoi “spiaccicare” sulla carta?
    Quanti ne volevo spiaccicare?
    Ancora non lo so. Ma da quel giorno me lo chiedo costantemente.
    Poi lei mi disse: leggi Baricco.
    E io per tutta risposta vidi il film, La leggenda del pianista sull’oceano. Poi cercavo di nuovo di assoldare qualcuno, perché sì: non potevo perdere tempo, dovevo imparare a suonare come novecento!

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  9. Parte 2 di 3 (?)
    Però mentre suonavo, al posto dell’abbellimento che non leggevo mai in tempo, mi capitava di pensare a Ulisse e agli spiriti e agli spiritelli. Boia mondo. Bimbo.
    “Ulisse mi perseguita e gli spiriti e gli spiritelli corrono di qua, di là, tremano, scappano”. Mi rendevo conto per la prima volta che ero sul serio un cervellino infestato.
    Al compito in classe seguente presi 8. “Eri nella penna”.
    Io tentai di non cambiare penna, la tenevo solo per le occasioni. Poi la prestai un giorno al tipo che mi piaceva, senza pensarci troppo. Al compito “eri di nuovo nella penna”.
    A casa ero piena di penne, volevo provare a entrare in tutte quante.
    Intanto non sapevo proprio suonare Chopin, con cui ero cresciuta. Così imparai “La tempesta”, che pure è una figata colossale.
    Ma mi stufava proprio tanto il fatto che non riuscivo a suonare quello che volevo. Che amarezza. “Leggiamo Baricco, magari mi dà l’illuminazione”.
    Boia mondo. Bimbo.
    Spiriti. Spiritelli. Ulisse. Ulisse. Quanti Ulisse?
    Il mio primo Ulisse è stato un tizio che aspettava di essere trasformato in vampiro e nel frattempo aveva già tutti i gadget del caso: sorriso smagliante con canini arrapanti, pelle candida come la neve, occhi grigi come il mare in tempesta, forza stratosferica, fascino intramontabile… Poco dopo averlo spiaccicato sulla carta, me ne ero già liberata. Era un’offesa a tutti gli Ulisse del mondo. Però era mio.
    E ormai c’ero dentro fino al collo.
    Ho perso il conto degli Ulisse che ho spiaccicato sulla carta e dei nove che mi sono beccata in italiano, e dei saggi di filosofia che ho scritto sull’essere e sull’infinito e dei compiti in classe che scrivevo per me, per la compagna di banco, e per i personaggi dei fumetti, che comunque non avevamo abbandonato. In tutto ciò, il salvadanaio di mia cugina piangeva disperato e io avevo imparato addirittura a suonare Chopin.

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  10. Parte 3 di 3
    Ho smesso di spiaccicare Ulisse sulla carta alla fine del quarto liceo. La prof se ne era andata in pensione a paragonare i termosifoni a Leopardi e io volevo tornare alla vita senza spiriti e spiritelli perché mi sembrava che si vivesse meglio. Insomma: perché nutrire tutti questi spiriti se non sono capaci di andare da qualcuno e dire “Piacere, sono Ulisse XXVII”? Sembravano più asociali di me, mai che si facessero capire da qualcuno. Mai. Ed era snervante. Un’agonia. In quinto liceo però non riuscivo ad assoldare mia cugina, perché non potevo decidere se entrare nella penna. Era la penna che succhiava me. Anche se la prendevo soltanto per fare scalpore con la nuova prof che mi adorava e si sentiva inferiore.
    Poi non so perché mi sono imbucata a medicina, anche se volevo fare lettere – cioè lo so perché, ma è una boiata e non si dice. Provai a spiaccicare un altro Ulisse sulla carta. Aveva un nome bellissimo: L.
    Attraverso di lui mi sono capita, ma evidentemente mi capivo solo io. Così ho cercato di pulire il quaderno di statistica da tutte le sue frasi. Finiva che per non dimenticarmele le scrivevo sul quaderno di fisica – tanto quello non l’ho mai aperto e non correvo alcun rischio.
    Però ero di nuovo circondata dai numeri.
    A un certo punto ho fatto un pensiero che per esempio una scribacchina frustrata può mettere in bocca a un personaggio, pensando di romanzarci su. Mica immaginavo che certi pensieri li facessimo anche noi personaggi reali!
    Insomma io pensavo che era giusto, che nessuno capisse L. e che nessuno mi leggesse.
    Nel senso: come potevo avere pretese? Ho sempre fatto a pugni con le parole, le ho sempre umiliate e poi snobbate e ho sempre pensato che i numeri fossero superiori. Avevo persino rinunciato a qualche foulard per farmi fare un tema insulso!
    Ero depressa e ce l’avevo a morte con il mondo, quando è spuntato un altro L.
    Boia mondo. Bimbo.
    Questo L. non si chiamava come il mio e non si faceva capire solo da me. Questo L. non era un Ulisse spiaccicato sulla carta. Sulla carta ci era stato adagiato, e poi era stato coccolato da ogni genere di attenzioni.
    Le tue, cioè. Perché il nuovo L. era Leonardo in arte Mr. Supposta, che mi ha messo in testa la più pericolosa delle idee: torna a spiaccicare Ulisse sulla carta.
    L’ho fatto, con molta disillusione e anche con rabbia. Perché io avevo tentato di liberarmi di spiriti spiritelli e Ulisse XXVIII ma non ci ero riuscita.
    Però il tuo L. mi ha fatto capire una cosa – col vampiro sparaflashante e il platinato di Hogwarts (CIAO SPLENDORE, fra un minuto torno da te!): penso di essere sempre stata infestata da questi spiriti, solo che prima non lo sapevo.
    Ora lo so. E non è un’assurdità dire che mi sono conosciuta attraverso di te. Conosciuta un po’, in maniera strana, come tutti ci conosciamo forse. Per la serie “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, no?
    Voglio provare a darti la risposta alla domanda che ti sei fatta, riguardo me.
    Se tu non mi avessi aiutata – attraverso il tuo L. e attraverso alcune parole che mi hai scritto nella tua prima recensione (che è il motivo per cui snow white king rimane su efp) – ecco… se tu non mi avessi aiutata… io avrei continuato forse per tutta la vita a spiaccicare Ulisse sulla carta. Adesso provo ad adagiarli e a riempirli di attenzioni.
    Va un po’ meglio. Sono infestata e voglio diventare più infestata e più famosa della stamberga strillante. Grazie. Bimbo.

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  11. Ciao,
    sono talmente dipendente che alla fine sono passata a sezionarle, le parole.

    Ciao, sono quella che ti legge perché i tuoi fantasmi li sente o liha visti certe volte, non necessariamente tanto vicini, ma li ha visti.

    Ciao, sono quella che vuole leggerti e con te chi sa scrivere e vedo chi ha risposto, e voglio solo leggervi.

    Ciao, sono la ragazzina malaticcia e timida che aveva sempre un libro in mano.

    Ciao, sono quella i cui genitori si sono messi insieme per colpa di Wilde e che deve il nome a Emily Bronte, che è cresciuta con i libri.

    Ciao, sono la figlia di quello che ha studiato -sapendo di rinunciare alla carriera accademica- la creatività nei bambini e nel linguaggio e si divertiva a raccontare le storie ai ragazzini della casa di correzione, a vedere cosa inventavano e, sotto sotto, sapeva di poter essere al loro posto, ma di essere stato fortunato, grazie ai miei nonni e una libreria pubblica.

    Ciao, sono la nipote di due nonni che si sono messi insieme parlando di libri, perché preferivano leggere ad uscire.

    Ciao, sono quella che, come leggi, è stata fortunata, perché ha sempre avuto la possibilità di scrivere e leggere.

    Non lo so, sinceramente, quando ho iniziato a leggere. Ho iniziato a farlo troppo presto per ricordarmelo e il signore del negozio dei profumi sostiene che a due anni io leggessi, ma una cosa è la leggenda, un'altra la realtà, e, in questo paese commerciale, tanti hanno ancora il gusto di una storia raccontata, dall'aneddoto, dello stornello e la sera le storie si confondono con le ombre, con il vino a poco prezzo, con il fondo stesso della luna. E quando passa Aldo Onorati, non si saluta solo l'incredibile, disponibile uomo, si saluta il poeta, si saluta la storia ben raccontata, si saluta chi ci sa raccontare e ci racconta ogni giorno.

    Ciao, sono quella che a tre anni ha raccontato la prima favola e a quattro ha provato a scriverla, che non ci riusciva.

    Ciao, sono quella che spera di ricevere una recensione negativa o almeno delle critiche costruttive, perché, magari, è la volta buona che inizia a raccontarle pure lei queste storie.

    Ciao, sono quella che scrive e non lo sa nemmeno perché lo pubblica, però, se non lo facesse, le mancherebbe un pezzettino di anima e sarebbe più infelice, e non è il caso di togliersi un diletto, che già facciamo tante cose che non vogliamo e non facciamo tante cose che vorremmo, e magari alla fine ciguadagni un amico e una storia in più...

    Ciao, sono una di quelle che sottoscrive tutto quello che avete scritto e forse qualche parola di più e vi ringrazia tutti, per le storie che le regalate, per le parole, e per i suoni.

    Ciao, sono quella che vorrebbe raccontare una buona storia, perché "finchè hai una storia da raccontare, non sei fottuto" (cit).

    Grazie per questo post.

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  12. Ciao, sono Des, anche detta “infelicità che cammina e mai si ritira”.
    La mia storia nasce in un incubo: fluttua nel più nero dei mari, dove non vi è faro, non vi è terra, non vi è salvataggio. Non vi è homo, insomma.
    Vivo di parole, nei miei vestiti più belli; la mia pelle è carta e, per le parole, io sono una bambola voodoo troppo tosta da sconfiggere. In altre parole, sono un soufflé malriuscito. Le parole non riescono a gonfiarmi e nemmeno ad afflosciarmi del tutto – “afflosciarmi” è la parola chiave del discorso.
    Non ci vedevo niente di buono nella scrittura. Quando ero adolescente, pigiavo in tasti con cattiveria, forse li volevo morti – adesso voglio morti i personaggi, e le cose non sono cambiate.
    Le parole sono un regno, un regno infinito. Ho dato loro lo scettro della mia vita, si sono appropriate della mia anima e rischiano di affamarla.
    Una volta, in una storia che ho poi ripudiato, scrissi che gli scrittori hanno dei vizi, dei vizi che solo loro possono comprendere.
    Io ho lasciato che il vizio stesso fosse fatto di inganni, che il vizio stesso potesse essere vittoria e sconfitta.
    La mia prima professoressa di liceo mi disse che scrivevo da cani, che se avessi imparato a scrivere come recito, probabilmente avrei sfondato il bel mondo degli scrittori.
    Non dimenticherò mai le mie lacrime – polvere di sogni che soffiava su di me, sogni che mi abbandonavano, abbandono che non ho mai superato.
    Ero caduta in una sorta di trance da depressione di parole. Mi mancavano le parole, forse io mancavo a loro. Ma è una mancanza che tuttora si impadronisce di me quando mollo.
    Ho sempre letto i miei racconti, dopo averli conclusi. Li ho letti da spettatrice, non da regista né da sceneggiatrice.
    Ho trovato me. Me come protagonista e antagonista.
    La mia vera maschera si nasconde dietro a un personaggio che non ho inventato io. L’ha inventato “Des” e non “Serena”, che oramai si è spenta. Ha vinto la parte che io ho creato perché pensavo fosse la parte che avrebbe potuto creare l’equilibrio dentro di me.
    Sono caduta in una trappola di parole; il formaggio era gustoso, ma io, topolina ingrata, l’ho divorato, affamata di parole.
    Da truffatrice di anime, sono diventata vittima.
    Io scrivo per vivere, perché non posso campare di aria e di peni poco simpatici – ti dirò ciò che ho in mente, so che ti piacerà.
    Io ho un bisogno disperato di parole, di perdermi nei miei stessi labirinti. Salverò Teseo e lui mi abbandonerà?
    Questa è la domanda che mi faccio ogni giorno.
    Se dovessi imparare a scrivere come recito, probabilmente potrei ritirarmi in un’isola.
    Recito e piango, recito e fingo, recito e sesso.
    I miei racconti si sono appropriati di me – e io aspetto che tornino indietro e mi riportino da dove son partita per ricominciare.
    Devo uscire di scena. Devo assistere dalla poltrona.
    Devo dare vita a qualcun altro, perché io vivo già, e non è giusto infliggere la mia stessa angoscia alle persone che invento, non è giusto che io sia ovunque, anche dove non dovrei essere.
    Devo assistere.
    Grazie, Francesca. Davvero – grazie per la fiducia, per tutto.

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  13. Ciao, mi si cita come Lhoss e sono una parola-dipendente.
    E, siccome ho un poco di spirito di contraddizione da parte, sarò breve.
    Dostoevskij scrisse che i demoni hanno fede, ma anch'essi tremano. E allora la mia scrittura é questo: tremore di demoni.

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  14. Condivido in pieno, parola per parola. Scrivere è una valvola di sfogo, un mezzo per non impazzire o, peggio, perdere se stessi fino a non riconoscersi più, facendosi saturare di parole non dette (o scritte). Il problema in alcuni casi (tipo io) è l'incapacità di tirare fuori quelle parole. Parlo di quelle volte in cui hai tante idee per la testa, ma girano vorticosamente e instancabilmente, sfuggendoti ogni volta che tenti di afferrarne o seguirne una. E' un po' frustrante devo dire, ma ammiro chi riesce a tirare fuori qualcosa di sé, chi riesce a rompere la diga e a far uscire i propri pensieri e le proprie idee, magari anche mettendoli su carta e creandone cose meravigliose. Mi rifaccio così, ritrovando parte di me in quello che leggo.
    Sui commenti l'ho sempre pensata come te. Si ha bisogno di sapere che c'è qualcuno che capisce, almeno in parte, quello che ti passa per la testa. Per essere in un certo senso rassicurata di non essere pazza o, peggio, sola. Personalmente tento sempre di sforzarmi a commentare, ma spesso, a causa dello spaventoso blocco di cui sopra, non mi riesce proprio.
    Detto questo, spero che chi si trovi nelle stesse condizioni di Atopika da te descritte riesca a stringere i denti e a lottare per se stesso. Lo spero perché, anche se non ho mai avuto modo di sperimentarlo personalmente come scrittrice, la soddisfazione che deriva dal vedere che il proprio lavoro e i propri sforzi sono stati apprezzati merita davvero e, se si lotta per averla, prima o poi arriva. E' un qualcosa che ti fa sentire in pace con te stessa e con il mondo, anche solo per un po'.
    E adesso, dopo questo commento forse un po' troppo logorroico, ti saluto.

    Ciao, sono Angelica e sono parola-dipendente (a modo mio).

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  15. Ciao! Prenderò un giro contorto, ma arriverò al punto.
    Voglio essere spietata: posso dire che ODIO le autrici che chiedono di recensire? Anche io scrivo e perciò comprendo il piacere di ricevere un commento, una critica o qualunque cosa passi per le teste dei lettori, ma trovo inopportuno chiedere - e spesso scongiurare - di lasciare una recensione. Uno lo deve fare perché lo vuole! E' un atteggiamento che mi indispone: più chiedono di lasciare un commento, più mi passa la voglia. Posso capire che derivi da un senso d'insicurezza, ma è seccante. E non te lo dice una che riceve milioni di recensioni!
    Molto spesso leggo delle storie che ritengo fortemente sottovalutate, storie di autrici che s'impegnano a controllare la grammatica e a creare una trama solida e che magari hanno meno recensioni di altre fanfictions che io ritengo banali e con qualche regola d'italiano mandata a farsi friggere. Perciò ho imparato a non fidarmi del numero di commenti. Ed è per questa ragione che uno dovrebbe scrivere soprattutto per sé stesso, perché è un bisogno che viene da dentro.
    Ci sono periodi in cui qualsiasi cosa faccia o guardi mi da degli spunti per una storia, ma mi sforzo di accantonare il progetto, lasciandolo in una cartella dispersa del computer, in attesa di aver tempo per sviluppare i personaggi, perché altrimenti non mi schioderei più da Efp. Rimarrei tutto il giorno sul pc a scrivere. Però, al contrario di te e di altre autrici, non riesco a condividere le mie storie né con il mio ragazzo, né con le mie amiche (tranne una che era già su Efp alla quale non mi è stato possibile nasconderla). Forse è solo paura del loro giudizio, forse ho soltanto timore che mentirebbero pur di farmi contenta... fatto sta che quello che scrivo voglio che sia solo mio e di sconosciuti.
    HappyCloud

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  16. Idem.
    Diario, poesia, prosa.
    Pausa, grigiore interiore/spensieratezza esteriore.
    Bimbi.
    Prosa, bisogno di confronto, EFP.

    Raffaella.

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  17. E' un film, IL MONACO, del 2003, con l'inarrivabile Chow yun fat (il Jan Reno asiatico), in cui un monaco tibetano diventa il custone di un'antica pergamena che ha il potere di conferire grandi poteri a chi la legge. Poteri che attirano i cattivi come il miele le mosche, a partire dai cattivi per definizione, i nazisti.

    Le parole della pergamena sono tatuate magicamente sul corpo del custone e lo preservano giovane e forte per 60 anni, dopo i quali dovrà passare l'incarico e le magiche lettere tatuate al suo erede.
    Nel video si vede un breve momento della scena in cui le letterine cinesi volano dal corpo del monaco a quello del suo erede.

    A chi apprezza le arti marziali consiglio il film se non l'avete già visto. Sono arti marziali interne, rappresentate sempre miste a magia, delle stesse scuole di quelle della Tigre e il Dragone, per intenderci.

    Forse lo adoro perchè mio marito assomiglia al protagonista, e ci siamo incontrati, anzi direi scontrati, in un dojo di arti marziali cinesi interne.
    Per le poche che se lo chiedessero, no, io non ho quei meravigliosi capelli lisci. I miei sono ricci e inestricabili, modello Hermione Granger, solo color miele invece che castani.
    Però i miei mawashigeri sono piuttosto simili.

    Le parole hanno grandi poteri, bisogna esserne consapevoli, quando si scrivono, quando si leggono, quando si pensano soltanto, quando si combatte per esse.

    patapata

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  18. Il biondo marito mi accusa di ermetismo, per il commento qua sopra. Magari è solo scarsità di parole dovuta a stanchezza, cmq aggiungo:

    Come per la pergamena del mitico film, per tutto quello che è scritto, leggere può donare grandi poteri.
    E ciò che si legge, in alcuni casi, resta tatuato nell'anima.
    Chi scrive dovrebbe tenerlo a mente
    Chi legge dovrebbe tenerlo a mente.

    Scrivere e leggere hanno effetti sul mondo intorno a noi. Se il mondo ci interessa, questo ci dovrebbe interessare. Influenzare? In che modo? Gli autori/trici non lo chiedano a me. Io ho scritto solo articoli scientifici che mi piace pensare esaustivi, anche se estenuanti, per il limitato argomento in oggetto.

    Storie non ne ho mai scritte, e penso che tra tutti gli scritti quelli capaci di effetti più forti siano proprio le storie. Effetti sconvolgenti, catartici, curativi. Senza disprezzare consolazione, compagnia, comunione.
    Perchè le storie contengono anime, forse non solo quella dell'autore, come giustamente dice Mirya, ma anche quelle dei suoi parenti, amici e nemici.

    Storie ne ho solo inventate, a parole, a voce, per i miei figli. Ma parlare non è scrivere, è comunicare direttamente da anima ad anima. Come i miracoli, è un rapporto diretto e personale, che prediligo alla comunicazione di massa che è lo scrivere.
    Chi scrive comunica potenzialmente col mondo intero, fa dono di sè e si offre all'attenzione di molti. Chi parla, se non urla, lo fa per pochi.
    Scrivere è faticoso. Anche recensire è scrivere, è faticoso. Anche chi recensisce offre qualcosa di sè.
    Nelle parole ci sono grandi poteri.

    Sono stanchissima.

    Ho bisogno di cioccolata.

    patapata

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  19. Perchè non esiste anche qui una manina a cui accedere e cliccare sopra "mi piace"???? Lo avrei fatto su tutti i commenti arrivati. Sono uno più bello dell'altro. Mi sono piaciuti tutti, compreso quello del mio Filo-di-Perle, e ho trovato bellissimo e dolcissimo quello di patapata.
    Stefania Rossi

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  20. Concordo con Stefania, sono rimasta strabiliata dalla bellezza e dalla profondità dei vostri commenti. Quando sto per scrivere un post sulla mia ennesima 'sega mentale' mi aspetto sempre che qualcuno chiami direttamente un istituto per farmi rinchiudere, invece voi da quell'istituto mi tirate fuori, o almeno mi fate pensare che non sono chiusa dentro io, si sono chiusi fuori loro.
    E tutto quello che scrivete, quando dite di non usare le parole o di essere bloccate, tutto quello che scrivete qui è solo un modo differente di esprimersi, non meno difficile, non meno importante, non meno bello.
    Appunto, la dipendenza dalla parola. Speriamo di non guarire mai e poi mai.

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  21. Ciao profia, per fortuna da questa dipendenza non si guarisce mai, anzi, più passa il tempo e più si cronicizza. Alla faccia dell'età che avanza.
    Stefania Rossi

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