mercoledì 28 settembre 2011

Bolle di sapone


C’era una volta l’uomo universale.

No, c’era l’idea di uomo universale, e qualche essere decisamente sovrumano che ci si avvicinava parecchio: Aristotele, Leonardo da Vinci, Gil Grissom.

Perché l’uomo universale non è mai esistito ma era decisamente una buona idea da inseguire: in fondo la vita è questo, inseguire un’idea e sperare di non agguantarla mai, perché le idee sono bolle di sapone e finché ti volano davanti agli occhi riflettono tutti i colori e assumono tutte le forme del mondo, ma se tenti di afferrarle ti scoppiano in faccia e ti lasciano bagnato e appiccicaticcio. In genere delle tue stesse lacrime. Come insegna il vecchio detto: ‘attento a ciò che desideri, potresti ottenerlo’.

Si vede che ci hanno provato in tanti, ad afferrarle, quelle idee, perché mi pare che ne siano rimaste poche e che si stiano estinguendo per fare spazio a qualcos’altro che si spaccia per idea ma che idea non è, perché al giorno d’oggi uno mica ha il tempo di inseguire bolle di sapone che gli scoppiano in faccia, al giorno d’oggi ci vuole pianificazione e concretezza e perseguimento dell’obiettivo. Una bolla di sapone che non scoppia? E che bolla è? Non è mica una bolla, quella, è un buco nero che ci sta risucchiando in un universo nel quale l’uomo non ha idee perché si concentra sulla sua piccola e miserevole realtà quotidiana, sul suo orticello, per citare Guicciardini, e questo è un uomo che non solo non è universale, ma non aspira ad esserlo. Aspira invece ad essere settoriale.

Il sapere specialistico non è mica male, quando ti ritrovi sul tavolo operatorio: ti rassicura sapere che il chirurgo che sta per scorrazzare allegramente tra le tue viscere ha studiato e operato per dieci anni proprio casi come il tuo e non ti interessa particolarmente se quel chirurgo non conosce Shakespeare, purché sappia usare bene il bisturi. Ma al di fuori da quella sala operatoria, al di fuori da tutto ciò che riguarda la salvezza della vita umana, e soprattutto nel campo delle discipline umanistiche, il sapere specialistico è davvero un buco nero.

Gente che studia per tutta la vita una ed una sola cosa, che al di fuori di quella non riesce a mettere il naso; gente che conosce a menadito la biografia e le opere di un solo autore, che si fossilizza su un luogo, un tempo, un oggetto, un libro, una formula; gente che non è curiosa di nient’altro, perché le hanno insegnato a non esserlo, perché le hanno detto che la specializzazione è il biglietto da visita del futuro e l’unica cosa che le aziende, i datori di lavoro, il mondo valutano rilevante.

Queste persone sono vittime del nostro tempo in cui tutto funziona a comparti stagni e ci si dimentica che, se fosse sempre stato così, non ci sarebbe mai stata la comunicazione tra i vari settori del sapere che ha portato praticamente a tutto quello che abbiamo. E se continuerà ad essere così, se sarà così sempre di più, temo che avremo un’inversione di tendenza: tutti faranno passi avanti nella ricerca scientifica, umanistica, storica, eccetera, ma questi passi avanti saranno in direzioni talmente differenti e incomprensibili tra loro che l’umanità, come organismo, non ne trarrà davvero tutti i benefici che potrebbe. Insomma, magari non sono stati Aristotele, Leonardo e Grissom a inventare tutto quello che usiamo oggi e scoprire tutto quello che sappiamo oggi; ma loro hanno avuto le idee, ecco, loro hanno soffiato per far volare quelle bolle di sapone e poi altri, di volta in volta, hanno visto in quelle bolle i diversi colori e le diverse forme. Ok, tranne Grissom. Ma qualcuno avrà avuto l’idea di Grissom, no?

E il problema è secondo me ancora più grave proprio all’interno delle discipline artistiche. L’arte è arte, e anche se puoi apprezzarne meglio una non significa che devi disconoscere le altre. Intendiamoci, io so strimpellare appena la chitarra classica e leggere uno spartito e quando disegno qualcosa mio figlio ride di gusto, poi prende il nero e copre tutto; se mi mettete ad ascoltare musica dodecafonica penso che qualcuno tra i musicisti stia male e davanti a certi quadri moderni con quattro tratti secchi penso che mio figlio saprebbe farlo meglio, ma in entrambi i casi so che è un mio limite e che in quel limite non voglio rimanerci a vita, perciò cerco di spostarlo sempre più avanti. Non è mica motivo di vergogna: ‘non si nasce imparati’, diceva un altro proverbio, ma non dovremmo nemmeno morire ignoranti, se ci è concesso di evitarlo.

Basta non far mai spegnere la curiosità; basta cogliere tutte le occasioni per imparare qualcosa di nuovo: una figura del pattinaggio sul ghiaccio (sob!), qualche nozione in più d’informatica, una lista di nuovi autori, le regole di uno sport o di un gioco che non abbiamo mai calcolato, basta sfruttare tutto, insomma, ma proprio tutto quello che la vita ci offre per sfamarci la mente, invece di lasciarlo scorrere via perché siamo troppo impegnati a specializzarci.

Penso ad esempio ad un artista come Baricco e penso in particolare ad una delle sue opere forse meno lette, Barnum, in cui emerge davvero la vastità dei suoi interessi e in cui svolazzano mille bolle di sapone che potremmo inseguire per tutta la vita; e penso a donne come Erika, che mi fa pure un po’ paura e che capisco una volta su dieci, quando parla. Da questa gente si deve assorbire tutto il sapone possibile, perché sono loro che ci ricordano una cosa detta parecchio tempo fa da Bernardo di Chartres: ‘siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti’. Quei giganti dei secoli trascorsi il sapere non l’hanno mai inteso dividere, se noi ora lo facciamo da quelle spalle finiremo per cadere, perché ci sporgeremo solo in una direzione senza abbracciare la vista d’insieme.

E come ci sono arrivata a questo delirio, universale anche lui? Dal fatto che come ogni anno, anche quest’anno hanno dato gli incarichi di coordinamento e verbalizzazione delle classi e, come ogni anno, li abbiamo sempre in larga maggioranza noi di lettere; e allora mi sono ricordata di quando per pura curiosità un anno avevo chiesto perché e mi era stato risposto: ‘ma perché voi sapete scrivere’; ora, siccome qui non si parla di scrivere il poema del secolo ma il verbale di un consiglio di classe, io resto piuttosto interdetta e spero che fosse una bieca scusa data dal fatto che gli altri colleghi di quell’anno erano alquanto pigri, perché se dovessi pensare che un docente di matematica o fisica o chimica non sa più scrivere un verbale inizierei seriamente a tremare, così come se un docente di italiano non sapesse più far di conto o non conoscesse la struttura di una cellula o non avesse la vaga idea di cosa sia una molecola.

Non lo voglio proprio vedere, un futuro in cui io so comunicare solo in endecasillabi e il mio collega solo in algoritmi; spero che, prima di arrivare entrambi a quel punto, sapremo incontrarci a metà strada ad ascoltare musica dodecafonica e a cercare di capire quale sia il musicista che sta male.


3 commenti:

  1. Cara Francesca, ho letto il tuo "streaming" di pensieri e mi trovo talmente d'accordo con te che avrei potuto scriverlo io questo tuo pensiero. Talvolta mi chiedo come colore che abbiano fatto della cultura e dell'insegnamento la propria vita, possano sostenere di non conoscere le basi della quotidianità della vita e della società.... Ma scopro anche che spesso, positivamente da un lato, drammaticamente nel suo rovescio della medaglia, chi si dichiara "incapace di" è spesso solo "non volenteroso di". Siamo una società di "pigri" e la pigrizia nasce da un'involuzione drammatica del singolo, per cui, ogni impegno diventa difficoltà, ogni sfida uno sbattimento, dove la curiosità e il desiderio di migliorare sono stati sostituiti da vacuità e ignavia.
    Non sono esente da tutto questo, ma trovo ancora che il brivido, l'eccitazione per la novità e l'apprendimento (o semplicemente per le nostre passioni) siano e rimangano il sale della vita.
    ti abbraccio forte, nella speranza di vederti presto

    Caterina

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  2. Mi limito ad un entusiatico "Concordo!", perché altrimenti verrei lì a stringerti la mano per un dieci minuti buoni e potrebbe scapparmi un'indecorosa proposta di matrimonio, ma entrambe abbiamo già dato!!?
    Il problema dei compartimenti stagni non è solo nelle specializzazioni o nel fossilizzarsi su un unico interesse. Troppo spesso ho dovuto sopportare dichiarazione di estraneità giustificate con l'alibi del "io non c'ero" anagrafico e geografico. Era una lacuna prima dell'avvento di Internet, lo è ancor più gravemente nel 2011 con una rete a disposizione. Avendo a portata di tastiera il pozzo di S. Patrizio del nozionismo e delle informazioni liofilizzate, che ci consentono i più svariati approfondimenti, provo pena per chi non va oltre le figure ed i giochi o si limita agli scontri sterili e polemici su pagine di Facebook e forum vari.
    Apprendere è una delle attività più inebrianti che conosca. Considerare che il solo nascere nel XX secolo mi possa precludere la conoscenza del Guglielmo Tell di Puccini (sigla di apertura delle trasmissioni RAI a parte) o l'abitare in Italia non mi consenta di conoscere l'Inglese, ebbene, tutto ciò mi scoraggia profondamente. Veramente troppe volte ho sentito persone che candidamente si nascondevano dietro il dito del "non ero ancora nato" e... non vado oltre, perché poi dovrei pormi anche domande circa l'attenzione delle stesse durante le lezioni scolastiche.
    Grazie.
    Raffaella.

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  3. @Caterina, Giobbe Covatta diceva che il male del nostro secolo è l'accidia e credo sia anche quello che tu chiami pigrizia: una malavoglia mentale, l'incapacità di mettersi in gioco, di provare davvero brividi per qualcosa. Diamine, io inorridisco all'idea di dare già tutto per scontato, di conoscere già i binari della mia vita e di fermarmi lì, a quella strada ferrata sempre dritta che non mi permette di curvare e anche deragliare, perché no, ma accumulando velocità, insomma. E spero anche io di vederti presto!

    @Raffaella: e questo è ancora un altro volto del chiudersi al mondo: l'estraneità cronologica o spaziale, dire che erano altri tempi o che sono altri luoghi, impedirsi il confronto con culture differenti e la comprensione dei meccanismi che ci hanno portato ad essere quello che siamo. Ma così, è davvero possibile capire cosa siamo? Io sospetto di no...

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