martedì 25 ottobre 2011

Bubble Island


Premetto che è proprio un periodaccio. Uno di quei periodi in cui, come scrissi una volta in Tamburi e banane, ti viene “voglia di alzare gli occhi al cielo ed urlare: ‘E allora, la vogliamo smettere? Perché io ho già dato, non potresti magari accanirti contro qualcun altro, che so, il Presidente del Consiglio’?”

E insomma in questi periodi qui in cui te ne capitano di tutti i colori – reali, eh, mica virtuali, che il virtuale lo metti in pausa con un Bubble Island, il reale se ne frega di tutti i tuoi tentativi di far scoppiare le bolle e ti ci sommerge, con quelle bolle -, in questi periodi, dicevo, se hai la fortuna genetica di avere per compagna fidata una bella cefalea a grappolo che a Bubble Island ci gioca col tuo cervello, stai pur certo che essa penserà di starti vicina vicina con attacchi sempre più lunghi e ravvicinati. Come questo, che dura da circa dieci giorni. Il lato positivo è che fa dimagrire. Quello negativo è il Bubble Island.

E insomma, quando oscilli tra il Bubble Island e l’intontimento dei farmaci, succede che diventi orrendamente introspettiva e filosofica – ridicola, insomma.

Così ti capita che se entri in classe e i tuoi studenti ti dicono che devono finire di vedere il film nuovo che hanno iniziato col professore di religione, tu per un istante credi che il cielo ti abbia ascoltato perché puoi stare lì per qualche minuto in silenzio a dedicarti al tuo Bubble Island e alla tua introspezione e alla tua filosofia.

Solo dopo scopri, con orrore, che il film nuovo è L’attimo fuggente. E allora alzi di nuovo gli occhi al cielo pressappoco per pensare ciò che pensa sempre la mia Hermione del mio Malfoy: ‘mi hai fregata ancora’.

Ebbene sì, per loro era un film nuovo. E abbandonata l’immensa sensazione di essere divenuta vecchia nel giro di cinque minuti, ho rivisto con loro il finale del film ricordando le varie fasi della mia esistenza in cui l’ho valutato in maniera diversa – perché per chi ha pressappoco la mia età, L’attimo fuggente non è solo un film, è una musica che ti ha accompagnato per anni ed anni e che hai risentito ogni volta diversa – da una serenata al chiaro di luna ad una melodia dodecafonica (chi è che si sente male nell’orchestra?) alla musichetta del Bubble Island, per intenderci.

Noi siamo quelli che erano perlopiù adolescenti, quando il film è uscito - adolescenti molto più acerbi di quelli di oggi, abituati ancora ad andare a letto alle dieci o dieci e mezza se era una serata speciale, a non andare in discoteca, a considerare fidanzato quello che ci teneva per mano e ci dava il primo bacio con la lingua (ooooh!) -, e siamo stati portati a vederlo al cinema in genere dalla scuola – che allora, quando evidentemente la gelminite non aveva ancora colpito pure i momenti di intrattenimento didattico, ci proponeva tutti film che in seguito divennero veri e propri cult, dal lunghissimo Balla coi lupi all’istrionico Amadeus.

E come adolescenti l’abbiamo recepito, chiedendoci come mai i nostri professori non ci facessero salire sui banchi, perché i nostri genitori non ci capissero, e fondando – sì, lo ammetto, l’ho fatto anche io – la nostra Setta dei poeti estinti. Soprattutto quelli come me, che sapevano fin da quando avevano sei anni che le parole sarebbero state il loro pane quotidiano e che di quel pane avrebbero avuto fame per tutta la vita.

Poi è arrivata l’età adulta, poi ad alcuni è arrivata la docenza, poi è arrivata la Gelmini e tanti altri prima di lei pressappoco con la stessa scarsa comprensione della scuola ma magari con un taglio di capelli migliore – probabilmente loro erano usciti dal tunnel – e quell’entusiasmo adolescenziale ha lasciato il posto ad una visione più critica del film, come della vita. Gli errori commessi anche dal professore, l’impatto su quelle menti che non erano tutte in grado di accogliere quell’insegnamento ribelle, le problematiche di una realtà che non sempre ti permette di inseguire tutti i tuoi sogni, o di inseguirli tutti e subito e prima ti richiede perlomeno di trovarti un lavoro e pagarti il mutuo. Senza mai dimenticare la Setta dei poeti estinti, certo, perché altrimenti sai che ti estingueresti anche tu, e lo sai perché hai visto quel film ma anche perché in quel film ci hai visto la tua vita, come avrebbe potuto essere, come avrebbe dovuto essere, come a volte speri non sarà mai.

Ed eccomi alla fine del film con gli occhi ancora lucidi – per colpa dei farmaci, eh, mica per altro – a darmi la colpa da sola, perché ormai pare che tutti diano la colpa ai professori e questa moda ha colpito un po’ anche noi, e a ripetermi che lui doveva capirlo, che quel ragazzo era troppo fragile, che andava accompagnato in altro modo, con altri termini, con maggiore gradualità, perché ne uscisse vivo. Da adolescente non l’avrei mai fatta, questa riflessione: allora per me Keating era l’ideale che volevo raggiungere e i miei professori erano sempre e solo quelli che non mi volevano far salire sui banchi. Ed eccomi a chiedermi quanto siano fragili in generale, non solo gli studenti ma le persone, io che ricevo tanti, troppi messaggi personali reali e virtuali colmi di domande a cui non so dare risposta e che, quando l’ho data, probabilmente ho sbagliato, perché anche io dovevo e debbo ancora capire che gli esseri umani sono fragili e che di Keating ne nascono tanti ogni giorno e nascono tutti dentro di noi, magari anche solo per il periodo di una meteora, ma in quel periodo, se non stiamo attenti, portiamo qualcuno davanti ad una pistola, reale o metaforica che sia, per sparare o per spararsi. ‘Die Macht des Geistes und Wortes’, lo chiamava Mann. Il potere dello spirito e della parola.

Poi, alla fine del film, mi volto e vedo gli studenti allibiti e commossi – certo, ci sono sempre quelli che ridono, probabilmente anche la loro testa gioca a Bubble Island, solo senza cefalea –, e rivedo in loro tutto ciò che questo film fu per me, perché per loro è un film nuovo. Perché per loro, forse, è un film più nuovo di quanto fosse per me quando lo sono andata a vedere al cinema. Noi almeno ci vivevamo, in un universo di domande. Oggi pare che nessuno ci pensi nemmeno più, a domandare. Tanto c’è la tv che risponde anche a quello che non hai mai chiesto e che in tutta onestà non ti sarebbe mai venuto in mente di chiedere. Cosa fanno una decina di persone chiuse per mesi dentro una casa? Cosa fanno dei personaggi famosi se li metti su un’isola deserta a crepare di fame? Ecco, noi non ce lo chiedevamo perché avremmo risposto in modo semplice: chi se ne frega. Invece ci chiedevamo tante di quelle cose che questo film chiede a noi.

E che una mia alunna ha chiesto a me.

“Prof, ma quale sarebbe la morale del film? Che i genitori dovrebbero ascoltarci di più?”

Ora, in condizioni normali sarei stata meno seria e più lapidaria, perché L’attimo fuggente, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, con quell’idealismo un po’ sdolcinato e quel modo di infinocchiarti alla grande – c’è una spassosa puntata dei Simpson in cui la sua retorica viene presa in giro -, non è un film che si può spiegare, è un film che devi metabolizzare tu, a modo tuo, in vari momenti della tua vita, e che spesso ti tornerà su e dovrai digerire di nuovo. È un film da ruminare, insomma. Ma oggi non ero in condizioni normali, come dicevo, perché sono dieci giorni che c’è il Bubble Island nel mio cervello e la natura umana è fetente e finisce che immancabilmente cerchi di condividere con gli altri parte della tua sfiga e allora ho giocato a Bubble Island col loro, di cervello. Perché appunto, c’è un Keating in ognuno di noi.

E ho attaccato il discorso sul senso della vita vissuta al massimo, che non è ubriacarsi il sabato sera – per quanto tutti abbiamo il dovere e il diritto di farlo perché bisogna anche fare un po’ di sciocchezze – e che ci dà poche occasioni di realizzare qualcosa. Il mio solito pistolotto su cosa valga davvero la pena fare, su come ognuno debba cercarlo dentro di sé, sul fatto che l’esistenza è breve come un fiammifero – niente da fare, lo sapete che sono agnostica e materialista – e che dobbiamo far sì che il nostro fiammifero lasci almeno l’alone dove ha bruciato. Che dobbiamo lasciare un segno, insomma, ognuno come preferisce, chi ha amato molto, chi ha scritto molto, chi ha dipinto molto, chi ha avuto molti figli, chi ha cantato a squarciagola fino alla fine, chi ha costruito strade dove nessuno poteva spostarsi e case dove nessuno aveva un tetto e chi ha condotto un’esistenza normalissima, ma ha dato qualcosa a tutti coloro che incontrava. Tanti modi per vivere al massimo, per essere qualcosa di più di un fiammifero. Per non giocare a Bubble Island, insomma, per tutta la vita, a meno che quelle non siano le bolle di sapone di cui parlavo qui.

E potrei andare avanti a lungo perché oggi sono stata ancora più logorroica del solito, complici i farmaci e il Bubble Island, ma mi ripeto che il Keating che c’è in ognuno di noi va tirato fuori con molta cautela e che lasciar scrivere i medicinali non è mai una buona idea, quindi qui mi fermo e vi lascio ad immaginare la restante mezz’ora di pistolotto e soprattutto vi lascio a ruminare il film – e vi lascio anche alcuni stralci qui di lato - , perché lo so che lo state facendo di nuovo, lo so che tutti noi che l’abbiamo visto da piccoli e anche chi l’ha visto da meno piccolo, questo film, ogni volta che se ne parla lo ritira su e se lo mastica dentro ancora un po’ e trova che in fondo c’erano anche altri sapori che alla prima masticazione non aveva sentito.

E altre domande, che portano tutte a due risposte.

Carpe diem.

E no, non ho intenzione di far salire i miei studenti sui banchi.


Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.

Henry David Thoreau


15 commenti:

  1. Pensieri random, perchè non ho abbastanza testa per scrivere un commento decente, soprattutto sotto ad un post così bello e denso.
    Primo: perchè io non ho avuto prof come te? Quello di latino non ci avrebbe mai permesso di finire il film nella sua ora, casomai era lui che sforava nelle ore successive per finire di spiegare o interrogare.
    Men che meno ci avrebbe parlato di vivere la vita al massimo e di lasciare il segno.
    Secondo: c'è una frase che mi ha colpita moltissimo. La riporto: "Ed eccomi a chiedermi quanto siano fragili in generale, non solo gli studenti ma le persone, io che ricevo tanti, troppi messaggi personali reali e virtuali colmi di domande a cui non so dare risposta"
    La fragilità umana, il tempo che fugge e scorre via tra le dita, la sensazione di non aver fatto nulla per farvi ricordare, per farsi amare. E' esattamente ciò su cui mi sto arrovellando di più ultimamente.
    Ultimo pensiero: ma le bolle (leggesi balle) che ti faccio venire io con le mie cazzate e problemi... ecco quelle lì tutte zuccherose e fastidiose vedi di ignorarle!
    Fine delirio.

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  2. Ricordo ancora distintamente quando ho visto quel film. Ero alle medie, nel teatro -o forse era la palestra-, luci spente, l'entusiasmo di chi non dovrà fare lezione per un paio d'ore e anche se il film è noioso potrà sempre passarsi i fogliettini con le compagne. I fogliettini, già, perchè non avevo il cellulare. O meglio, lo avevo, dimenticato in borsa e perennemente spento perchè tanto se volevo sentire qualcuno bastava che mi girassi verso un altro banco, che scendessi in piazzetta o alzassi la cornetta del telefono fisso... Niente cellulare, niente computer, niente tv perchè per qualche strano motivo ho sempre avuto una sana repulsione per quella scatola quadrata. Ma sto divagando, come sempre... Dicevo, eravamo lì, quasi al buio, la prof. di italiano seduta con il telecomando in mano, quella che sarebbe diventata la mia migliore amica a pochi passi da me ma ovviamente non me ne curavo perchè la detestavo -bella, spigliata, corteggiata, mica come me che ero grassottella e decisamente introversa, ma la vita è anche questa, ti porta a ritenere indispensabili persone che solo poco tempo prima non volevi vedere neppure in fotografia-. Lo so, Profia, scusa, al tuo mal di testa le mie chiacchiere al vento non gioveranno affatto... Anyway, la prof di italiano che adoravo e che mi adorava, quella prof che quando sono uscita dalle medie mi ha detto "Fammi un favore, continua a scrivere." E chi si sarebbe mai potuto fermare. Forse avrei dovuto.
    L'attimo fuggente, già.
    Non volò una mosca durante tutto il film e alla fine la scena penso fosse più o meno come quella nella tua classe, tutti assorti, i soliti idioti che ridono... E tu che pensi che i tuoi genitori non ti capiscono, la scuola non la sopporti, tu che decidi di lottare per i tuoi sogni perchè lo devi a te e a tutti quei sognatori che non l'hanno potuto fare. Scrivere, studiare recitazione, vivere a NY. E ci credi, eh, ci credi davvero. E viene voglia di salire su un tavolo, per quella prof meravigliosa, per quell'età in cui ti senti incompresa e incazzata col mondo ma al tempo stesso pensi di poterlo spaccare, quel mondo... E pensi, con l'arroganza insita che ha chi legge tanto, di conoscerlo quel mondo. Poi conosci l'umiltà, i fallimenti, i sogni che sfumano via senza un apparente perchè, inevitabilmente. E capisci che del mondo non hai mai capito nulla e che forse anche Keating si sentiva come te, lottava con la sua umanità, con il suo essere fallace, con il suo fallimento nel salvare la vita di quel ragazzo proprio come tu non sei riuscita a salvare la te dodicenne che credeva e si sentiva immensa.
    E ti senti piccola, ti senti nulla, ti guardi indietro e ti chiedi cos'hai fatto in questi dieci anni. E arranchi e ti affanni per risalire in superficie, per tornare a vedere il sole mentre una mano ti trascina nell'abisso. Forse è la consapevolezza di sè, forse è perchè ho appena finito di leggere Il Principe della Nebbia, forse è perchè non hai nulla in mano, neppure l'ombra di un fiammifero bruciato. è il desiderio di realizzare un sogno, di lasciare un segno. E la consapevolezza di aver fallito su tutta la linea.
    Non potrei rivedere quel film. Non ora.

    Leila

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  3. E quando lui ripete "Quale sarà il tuo verso?"
    Tu non puoi far altro che fissarlo. Io lo fissavo. Lo fissavo disperatissima in quinto liceo, perché la solita prof mi aveva detto che L'attimo fuggente e L'insostenibile leggerezza dell'essere sono cose con cui ci si deve rapportare a ogni età. Mi ha assicurato che a 30 anni sembreranno completamente diversi, a 50 non li capirò meglio ma forse mi sorgerà il dubbio di aver messo su un altro film o letto un altro libro.
    Intanto io lo vedo più o meno ogni anno, questo film, e L'insostenibile leggerezza dell'essere lo cito ogni giorno. Qualche mese fa forse quella scena del verso te l'avrei scritta a memoria. Ma comunque io riflettevo sul punto che fa tipo "medicina, legge, ingegneria, economia... sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, il romanticismo, la bellezza, l'amore... sono queste le cose che ci tengono in vita". Insomma diceva qualcosa così.
    E c'è stato il momento in cui io mi dicevo: ma sa quel tizio che ha proprio ragione? Di poesia si vive. E si vive al massimo.
    L'ultima volta che l'ho visto avevo fatto da poco l'esame di anatomia e mi sentivo potente e riflettevo.
    Vive di meno chi davanti a uno shock anafilattico sa sparare l'adrenalina nelle vene rispetto a un signor Keating?
    C'è stato un periodo in cui avevamo l'adrenalina in frigo. E voglio dire... in frigo c'è sempre il necessario per vivere. Forse è per questo che ci attacchiamo i post-it o le foto o le calamite che sono l'unico rimasuglio di qualche viaggio in giro per il mondo che nel peggiore dei casi non hai fatto nemmeno tu, ma il tuo vicino di casa.
    Perciò mi viene in mente, proprio grazie a questo post, che Keating non abbia mai aperto il frigorifero.
    E come dici tu: il mondo è pieno di persone che si fermano davanti al frigorifero. Alcune di queste io le amo, non mi basta stimarle. Le amo, quelle che sono come Keating, perché sono pazze e disperate e si fanno prendere da una cosa come se fosse l'assoluto. Ci casco spesso anche io. Altre le compatisco, perché in questa categoria di persone ci sono quelle che invece ficcano la testa nel frigorifero e non sanno niente dei post-it e delle calamite e delle foto (e le figurine della carica dei 101 che uscivano dalle brioche?).

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  4. Poi ci sono quelle che mi fanno proprio impazzire: quelle che mangiano (non l'adrenalina, ma magari un panino con un chilo di salame e maionese) e intanto si leggono la poesia che tutta la casa ha appiccicato sull'anta del frigorifero che puntualmente sbatte contro la parete di là o la finestra o quel che è.
    Ciò non significa che non mi piacerebbe salire sulla cattedra, perché io al massimo sono salita su un tavolo e non ero nemmeno del tutto in me, e da lì l'unica cosa che mi sembrava diversa era il girotondo che faceva la stanza, però ho capito che Keating mi aveva fatto vivere un mito sbagliato.
    Perché Keating magari può anche insegnare a vivere, ma poi ti fa morire di fame. E poi aveva un pessimo limite, che purtroppo oggi è il limite di molti e che in certi periodi diventa il limite di tutti: lui vedeva poesia solo nella poesia.

    Oggi per la prima volta ho palpato un fegato e ho distinto un po' di suoni. Poco fa, giusto poco fa, su facebook ho parlato di "Oh me, oh vita". Mi sono ricordata quello che successe dopo l'esame di anatomia e ho saputo chiarirlo finalmente dopo il tuo post, che misericordia arriva a puntino.
    Io cercherò di non morire di fame.
    E cercherò di non fare solo poesia, perché la poesia più che dentro di me è in giro per il mondo. Ovunque, come la bellezza.
    Se Keating lo rivedi prima tu, perciò, dagli un bel panino da parte mia.
    A te do una calamita, perché se vedi i simpson e l'attimo fuggente vuol dire che non muori di fame. Perciò ti tocca la calamita della vicina di casa virtuale, che va a curiosare nei frigoriferi alla ricerca di adrenalina.
    E che si spaccia per Atopika ma in fondo è sempre Porcella.
    Ah... e che impazzisce anche per le cose smielate e con tanta morale buonista, ma questo non si dice perché rischia di farmi cadere il discorso illuminato sui frigoriferi.

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  5. A me non pare proprio che i farmaci ti annebbino alcunchè... non mi metto a commentare carpe diem perchè finirei per dire qualcosa di scontato, però volevo solo ringraziarti perchè ancora una volta mi hai rassicurato sul futuro di internet, facebook e tutti gli strumenti di cui ogni tanto abbiamo paura se pensiamo a cosa potrebbero rappresentare per figli e fratellini piccoli. Forse non sono stata molto fortunata con compagni di classe e di lavoro, ma io mi ritrovo a ringraziare ogni giorno il web, efp, e i blog vari che mi permettono di avere a che fare con persone come te, con tanta ricchezza da condividere, tanta cultura, e tanti pensieri belli ed intelligenti da mandare nell'etere. Mi hai fatto capire che facebook, twitter, tutti questi social network sono soltanto una proiezione amplificata della vita vera: se frequenti i luoghi giusti e le persone giuste si trasformano in uno strumento per stimolare la propria mente, ampliare la propria cultura e le proprie conoscenze. Per me che non ho una formazione classica e umanistica, conoscere persone come te, Virginia e tanti altri ha rappresentato questo. Perciò grazie, ancora una volta, per le mie pause dal lavoro che riesci ad arricchire.

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  6. Mi sono dimenticata di firmare il commento sopra.

    Un bacio,
    Opalix

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  7. Cara Fra', io ti capisco, ma tanto eh!.

    Ma quello che dice Atopika/Porcella è una spanna sopra a tutto.

    Anch'io ho sempre pensato che il limite di Keaton fosse quello di pensare che la poesia fosse solo nella poesia.
    Ma questo è snobismo, che porta all'egocentrismo, anche nella ricerca della propria strada, impedendo di aprirsi algi altri, cioè al mondo.

    La poesia è ovunque, è negli occhi e nel cuore delle persone che incontri la mattina, la poesia siamo tutti noi, sono le nostre vite che si intrecciano, si intersecano, si uniscono, costruiscono una comunità, una società.

    All'Attimo fuggente, come film di crescita, per me e per i miei figli, preferisco il Sogno di una notte di mezza estate. C'è più equilibrio tra mente, anima e corpo.

    tua
    patapata

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  8. Grazie Mirya, perchè tu mi rendi più forte.
    Grazie per davvero,
    una ragazza un po' più forte di prima.

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  9. @Chiara: io e te, come sempre, lo sai, affrontiamo questioni simili simultaneamente. E ne avevamo già parlato, dell'eccessiva importanza, in negativo o in positivo, che può venire da certe confidenze e del fatto che siamo del tutto impreparate a riceverle, come ogni essere umano che non si creda Dio. Il che esclude solo Berlusconi... E smettila con questa storia, secondo te ti chiamo perché sono profondamente masochista? Ebbene sì, mi hai scoperto: quando compongo il tuo numero sono tutta vestita di lattice e ho un cilicio piantato nella coscia... Ora non mi risponderai mai più.

    @Leila: il tuo quasi flusso di coscienza è stato un po' lo stesso che ha attraversato me in classe, quella sensazione di dover rivivere mille attimi e mille sensazioni tutte in un istante. Poi certo viene la delusione, la constatazione che quasi nessuno diventa o fa quello che ha sognato da ragazzo, ma io non la vivrei così mestamente: i sogni e le ambizioni cambiano, si adatto, ci si cuciono addosso come una seconda pelle e magari, se avessimo realizzato tutto ciò che ci eravamo prefissati, saremmo disperati. Ma credo anche che l'insoddisfazione faccia parte di chi ha un animo artistico, perciò non mi stupisce affatto trovarla in te.

    @Porcella: esattamente. A rivederlo oggi, quel film, capisci appunto la sua retorica che strizza l'occhio a tutti i buoni sentimenti e dimentica quella dose di realtà che i buoni sentimenti li devasterebbe. Così ti fa quasi scordare che chi ci ha creduto davvero, in quell'ideale, si è sparato nelle ultime scene, segno che o quell'ideale è pericoloso o è adatto solo ad alcune menti che divengono però pericolose per le altre. Ed è una fortuna incredibile incontrarle, quelle menti, solo che allo stesso tempo bisogna salvaguardarsene: vivere solo per scrivere, no. Scrivere è vivere ma vivere non è scrivere.
    E come te rilevo la grande lacuna di Keating: oltre a non comprendere del tutto la mente che aveva innanzi - ma questo è impossibile per chiunque, figuriamo per un docente che affronta ogni anno tante teste nuove e finisce per non conoscerne bene nemmeno una -, Keating vede davvero la poesia solo nella poesia. Io credo, come te, che sia ovunque, anche in un'esperienza anatomica nuova in cui stringi per un istante il mondo tra le mani e succhi il midollo della vita. Che scritta così sembra una cosa zozza e magari lo è. Mi viene in mente Ungaretti, che in trincea, accanto al cadavere del compagno, scrive lettere piene d'amore e mi viene in mente quando lo spiego in classe, quest'autore e la sua 'Poesia', mostrando come lui davvero la vedesse ovunque perché ne aveva bisogno. Si tratta di vivere non per la poesia, ma come una poesia. Così sì.

    @Opalix, sei davvero una stupenda scoperta e sono grata a Virginia per averci fatto conoscere; i tuoi interventi ovunque sono sempre molto interessanti e i tuoi post spassosissimi e mi aiuti spesso a vedere le cose da un'altra prospettiva, da sopra i banchi, insomma, anche se magari non te ne accorgi. Ma mangi, sì? O stai ancora rinunciando ai pasti? Perché io ricordo una stangona con una linea invidiabile e due tette da urlo, quindi se dimagrisci perdi solo il seno e tuo marito mi uccide!
    Ti devo davvero un altro pranzo!

    @patapata: infatti erano poi quelli i difetti del film su cui non mi sono soffermata perché ognuno deve rivederli da sé e comprenderli da sé, ma con una necessaria rilettura e non certo ad una prima visione. Come ho detto ad Atopika, il mio pensiero si ritrova in Ungaretti: 'Poesia è il mondo l'umanità la propria vita...'

    @Anonimo (mannaggia, mi dispiace non sapere chi sei): grazie a te, non so bene cosa ti abbia aiutato ma sono felice che sia accaduto!

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  10. E' sempre bello leggerti, che sia una fanfiction o che sia un tuo post sul blog.
    SenzaFiato

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  11. L'attimo fuggente... Quanto mi piace questo film.
    Lo vidi per la prima volta che forse avevo dodici anni, un'estate, quando già c'erano i dvd, anche se all'epoca erano ancora pochi. Mio padre l'aveva portato a casa con Panorama e mi aveva detto di vederlo, che ne sarebbe valsa la pena, che era sicuramente meglio di tutta quella robaccia che già all'epoca si trovava in tv - oddio, effettivamente saranno passati nemmeno 8 anni... A quel tempo ero una bambina in piena crisi esistenziale, che amava Leopardi e leggeva fino a notte fonda, con la testa infilata sotto le coperte e una lampadina tascabile a fare luce, che sognava tanto e voleva cambiare il mondo e che, come tanti, vide in quel professore ribelle un mentore, un modello da seguire, un ideale che nessuno capiva. Vidi quel film e una parte di me si sentì capita, ma allo stesso tempo già allora avvertivo che forse c'era qualcosa di sbagliato. Forse perché sono sempre stata un po' vecchia dentro, forse perché i miei erano separati già da anni e da anni affrontavo cose di cui i miei coetanei non conoscevano nemmeno l'esistenza, forse perché ho sempre avuto la mania di pensare troppo e a troppe cose insieme. Quella prima volta, però, non capii cosa fosse quel qualcosa.
    Anni dopo lo rividi. Ritrovai quel vecchio dvd che mio padre mi aveva dato e decisi di rivederlo, coricata sul tappeto a pancia in giù e con le luci spente per godermelo meglio. Fu diverso. Fu strano. La mia attenzione non andava più a quel professore fantastico, ma al ragazzo che aveva premuto il grilletto. Mi chiedevo se avrei fatto anch'io la stessa cosa, al posto suo, o se avrei reagito diversamente; se la colpa fosse dei genitori, del padre inflessibile, o del professore, che aveva inculcato i suoi ideali agli alunni, senza pensare alle conseguenze.
    Oggi non so cosa succederebbe. Probabilmente mi farei ancora tante seghe mentali, anche se diverse da quelle precedenti. Sicuramente lo rivedrei con l'amaro in bocca, ascoltando quel carpe diem sussurrato davanti alla bacheca dei trofei e vergognandomi un po' della piega che la mia vita ha preso, di non aver seguito quel consiglio a me tanto caro e che a dodici anni mi era sembrato scontato seguire. Purtroppo, però, non si può vivere di poesia ne della Setta dei poeti estinti. La realtà ci opprime e se proviamo a dimenticarla lei è sempre lì a ricordarci della sua presenza. Ci sono le tasse, le bollette, il mutuo, gli studi, il futuro che è un enorme punto di domanda sempre più vicino e familiari e genitori che pretendono che qualcosa di quel futuro tu già la sappia.
    Mi piacerebbe che il mio fiammifero lasciasse un alone, ma devo ancora capire come fare. Forse dovrei salirci su quel banco, guardare le cose da prospettive diverse come ho fatto nei confronti di quel film...
    In ogni caso mi hai fatto venire voglia di rivederlo. Chissà che fine avrà fatto quel dvd...

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  12. "Quel ragazzo andava accompagnato in altro modo": non si può suscitare il desiderio e poi lasciare soli. Nella vita a me è capitato di avere accanto adulti che non mi hanno lasciata sola col desiderio che i loro discorsi mi avevano suscitato. Ma non credo che si tratti solo di poche menti elette. Il desiderio fa parte di noi: abbiamo però bisogno di imparare a riconoscere quando è vero e ci fa conoscere di più noi stessi e quando invece ci porta fuori strada. E se qualcuno più grande di noi non ci lascia soli è più difficile perdersi.
    Non ho la cefalea a grappolo, ma è un periodo di grande stanchezza, per cui può essere che scriva in modo confuso.
    Buon lavoro

    Cristina

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  13. Leggendo il post che mi ha riempito di lacrime e nostalgia, che insieme stanno un po' come la pizza e i fichi (mica i cavoli a merenda, non siamo così scontate noi), ho pensato a tutte le riflessioni fatte quando avevamo poco più di 18 anni. Era una stanza d'albergo in una Sicilia che a dicembre noi sentivamo ancora come fosse Luglio, una stanza così densa di fumo di sigaretta che ora sembrerebbe quasi una bestemmia, tu ed io sedute sul letto e una compagna di stanza che sembrava semplicemente "rinco" (come disse Pascal). E forse eravamo noi che un po' nerds lo siamo sempre state o forse semplicemente eravamo snob, di quello snobbismo intelletualoide di cui adesso un po' ci vergogniamo, ma quella lì proprio non la sopportavamo....
    E parlavamo di film preferiti, e via con Film Blu e L'Attimo fuggente e tutte le conseguenti pippe mentali...

    Ma tu eri cattiva (anche allora) ed io con te e alla nostra compagna (ahinoi) rinco chiedesti: "e tu, ciccia puccia (insomma si chiamava in un altro modo, ma non mi va di scriverlo e magari neanche me lo ricordo), qual è il tuo film preferito?"

    La risposta? Pretty woman...
    E tu ed io, che lo dico di nuovo, snob shakespearianamente parlando lo eravamo tanto, ci guardammo con un'aria come a dire... vabbeh che Keating è in ognuno di noi, però forse questa non era in fila quando distribuivano il Keating pensiero....

    Solo per farti sorridere, anche in un momento buio.

    Caterina

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  14. @SenzaFiato, e per me è sempre bello ritrovare te, come qualcuno con cui scambiare chiacchiere davanti a una tazza di cioccolata calda. Siamo anche in stagione!

    @Nalhia: esattamente, mi rivedo nelle tue parole, come ho sempre sperato potesse essere quando ci si confronta in questo modo e ci si sente meno soli e meno strani. Anche io ho passato i due punti di vista, passando da un'autentica esaltazione a una sorta di critica interiore nei confronti di tutti gli sbagli che si possono fare anche in buona fede,perché si sa, la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Rivederlo oggi, in classe, mi ha fuso dentro entrambe le visuali e insieme mi ha confermato che non sarò mai più in grado, per nessuna cosa al mondo, di adottare una prospettiva unica, ora che non credo più che una prospettiva unica esista.

    @Cristina: da una parte capisco cosa vuoi dire, dall'altra temo che affidarsi totalmente a qualcuno porti, come in questo film, alla tragedia; perché quel qualcuno finirà sempre per deluderci, dal momento che è un essere umano, e perché nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto e il dovere di influenzare tanto le vite degli altri: non potrai mai sapere quanti danni puoi fare con una parola sbagliata e non potrai mai sopportarne le conseguenze. Sarebbe già magnifico, nella vita, non fare pasticci con la propria esistenza, figuriamoci con quella degli altri...

    @Caterina: Cate, Cate, contrariamente a quanto dice Dante io credo che nella cattiva sorte ricordarsi del tempo felice sia una panacea e non so come ringraziarti per avermi richiamato alla mente quelle nottate in mezzo al fumo come una nebbia densa a ovattare le nostre conversazioni sulla letteratura, il cinema, l'amore e la vita, con tutta l'ingenuità e la sicurezza che si possono avere solo da adolescenti e che poi rimpiangerai per tutta la vita. Non ricordo davvero il nome della terza fanciulla, so che oggi potrei pure annoverarlo io, Pretty woman, tra i miei film preferiti, col senno poco maturo di una trentacinquenne che a volte trova le risposte esistenziali negli Abba, ma so che sarebbe in modo decisamente diverso da come lo intendeva la fanciulla suddetta. Si tratta, credo, di accettare il trash come sottofondo melodico ad una vita dissonante, ma credo che allora non l'avrei saputo spiegare alla ragazza, perché non lo sapevo nemmeno io. Non che avrebbe compreso, lo dico in modo bonario: eravamo lì, con un'opportunità incredibile a livello culturale in quel festival, e lei si interessava ai suoi capelli. Ecco, magari, a prescindere da quello che fai dopo, a prescindere dal fatto ti scontri con la realtà che il 'carpe diem' non puoi seguirlo del tutto, magari il senso di quel film, col senno sempre poco maturo di oggi, è perlomeno di coglierle, le occasioni, per ciò che hanno da darci. Io ne ho tratto ricordi meravigliosi, la consapevolezza che certe persone saranno sempre un mondo per me incomprensibile, visioni allucinate di spettacoli teatrali perlomeno improbabili e ne ho tratto te e guardaci, dopo tanti anni, qui a chiacchierare ancora, in mezzo al fumo delle nostre sigarette. E' stato un bel 'carpe diem'.

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  15. Nella cattiva sorte, i felici tempi andati sono spesso più di una panacea, sono la sola zattera della mente nel mare dell'oblio; non è proprio una salvezza, ma permette, se non altro, di non essere sbranati dagli squali-angoscia.
    Per il resto, che dire, anche io potrei annoverare ora, a 35 anni suonati e cantati, quel Pretty Woman tra i "preferiti", perché sognare, ogni tanto è il solo attimo fuggente che ci è concesso di cogliere.
    Tuttavia allora, ciò che volevo cogliere, era ben altro, era la consapevolezza, così rara, di sentire, in quei pochi attimi, in mezzo al fumo delle sigarette e dei nostri cervelli, finalmente, condivisione per sensazioni, pensieri e obiettivi comuni....
    Peccato che quei nostri obiettivi non includessero piastrarsi i capelli e rifarsi le ugnhie... peccato per la nostra coinquilina ovviametne :)

    Cate

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