venerdì 25 novembre 2011

Di generi, canone e fantasia


Ultimamente c’è una grossa diatriba in corso sui generi letterari che mi fa spesso irritare e che mi spinge a dedicarci qualche parola. Perché mi pare che si stia facendo un bel po’ di confusione a riguardo: o si ignorano del tutto le definizioni di generi letterari o si usano come sinonimi di cultura alta e cultura bassa, in modo assolutamente irragionevole.

Si tende, ad esempio, a relegare in secondo piano tutto ciò che riguarda la fantasia, mettendo insieme in un unico calderone horror, fantasy, fantascienza e chi più ne ha più ne metta, e voci anche piuttosto eminenti si sono scagliate contro questo tipo di letteratura giudicata puramente d’intrattenimento, come se, come dicevo nel post scorso, l’intrattenimento fosse comunque e sempre una brutta cosa. In tutto questo ci si dimentica che in tale guazzabuglio vengono prima di tutto mischiati generi che hanno poco a che spartire l’uno con l’altro. E come potrebbe essere altrimenti, se perfino uno dei maggiori siti di lettura e condivisione delle recensioni, come aNobii, mette come genere ‘Gay e Lesbo’ (?) e poi però mischia in un’unica categoria ‘Fantascienza & Fantasy’? C’è molta confusione, come dicevo, perché o si intende definire il tema di cui trattano i libri – cosa quanto mai assurda ed impossibile, dato che difficilmente un libro tratta solo di un tema – o si decide appunto di catalogarli per generi letterari e allora non esiste proprio, il genere ‘Gay & Lesbo’, mentre esistono – e sono diversi – romanzi di fantascienza e romanzi fantasy che trattano anche di personaggi omosessuali.

C’è anche una nuova etichetta che tanto piace ai cultori di questo tipo di selezioni, e che è quella del ‘fantastico’. Qualche tempo fa un mio ex studente venne perplesso da me, perché doveva sostenere un esame tutto incentrato su questo neonato genere letterario e la docente universitaria non solo non era riuscita a spiegare loro in cosa precisamente consistesse, ma aveva fornito agli alunni una serie di indicazioni bibliografiche che spaziavano dall’horror alla fantascienza sostenendo che in fondo c’era un po’ di fantastico ovunque; magari intendeva che ovunque c’era fantasia, ma davvero crediamo che in un romanzo, per così dire, ‘realistico’, non ci sia fantasia? Come si potrebbe inventare una qualunque storia senza fantasia? C’è chi lo sostiene, davvero, c’è chi afferma, tra i critici letterari più illustri, che la fantasia sia una brutta rogna difficile da sopprimere ed in grado, da sola, di far perdere valore ad un’opera. Io avrei molto da discutere sulla presenza preponderante della fantasia nella Rowling piuttosto che in Baricco: davvero la saga di Harry Potter vi pare più inventata di Novecento, Castelli di rabbia, City? E davvero sarebbe questo, il metro di giudizio di un’opera? Il fantastico, così come lo stanno cercando di spacciare in molti, in realtà non esiste. Il termine è sorto per delineare, in anni piuttosto recenti, una serie di scrittori come Tommaso Landolfi o Dino Buzzati o Italo Calvino, ad esempio e per restare in Italia, che possiamo davvero definire innovatori e che non riusciamo a schematizzare in alcun modo; scrittori, naturalmente, che non solo non hanno mai sputato sulla fantasia, ma che l’hanno invece sempre tenuta in grandissima considerazione, considerandola ad esempio – è il caso di Calvino – come una vera filosofia letteraria adatta all’epoca contemporanea, proprio per spingerla a conoscere, capire, riflettere. E di nuovo mi pare ci si dimentichi quali sono i primi generi letterari nati, seppure in forma orale, nel cuore della stirpe umana: il mito e la fiaba. L’esigenza di inventare, di spiegarsele con la fantasia, le cose, magari anche di evadere e poi tramite l’evasione di sopportare e comprendere e dominare il mondo, queste sono le forze motrici della nascita della letteratura. Dobbiamo davvero dimenticarci una delle prime grandi epopee, quella di Gilgamesh, e pensare che vada mal considerata perché era un’opera di fantasia?

Non solo: in questo marasma di libri considerati di serie B ci si scorda che vanno annoverati in quanto proprio a genere letterario anche autori che sono di diritto entrati nel panorama più illustre e universalmente riconosciuto dell’arte, come Tolkien, solo per citarne uno, che può piacere o meno ma di cui credo nessuno possa semplicemente ignorare la qualità artistica nonché il lascito intellettuale. Per non parlare del genere Romance, che peraltro solo da poco viene ad indicare un insieme di situazioni e personaggi e sviluppi, e che fino a poco tempo fa serviva più che altro ad individuare una struttura narrativa, quella del romanzo appunto, nata in tempi geologicamente recenti e distinguibile esattamente da altre come quella della novella, oppure ancora una forma metrica. Il Romance è quasi universalmente considerato, oggi, un genere minore e indegno di considerazione – a quanto pare le storie d’amore son frivole ed è davvero strano che tutta la nostra società si basi ancora sul pilastro della famiglia, se davvero non si considera più l’amore come una priorità -, eppure, a ben riguardare, nel suo campo rientrano autrici come Emily Brontë e Jane Austen che non mi pare si possano così semplicemente svilire. Mi si dirà, naturalmente, che la Brontë e la Austen sono dei classici, ma cosa rende un autore un classico? In genere, il passare del tempo. Il canone, ciò che tanto preme ai critici più selettivi, è stato forgiato negli anni da tutte quelle persone che a quei critici non si sono assoggettate e che hanno continuato a leggere ciò che preferivano, perché potete star certi che anche scrittori come Tolkien e la Brontë e la Austen hanno, ai loro tempi, incontrato tanti di questi critici che sostenevano che i loro scritti fossero di serie B. Per fortuna allora non c’era, nel mondo dei lettori, una tale propensione a farsi abbindolare dalle critiche altrui e oggi nei libri di storia di letteratura troviamo questi nomi in grassetto, onorati e riveriti, senza più alcuna traccia del fuoco sotto cui sono dovuti passare per farsi riconoscere di diritto il loro valore.

È che il canone è qualcosa di dinamico e non di stantio; perfino il canone religioso, il riconoscimento dei quattro Vangeli sinottici al posto di quelli apocrifi, perfino la stesura completa della Bibbia come la ritroviamo oggi è passata sotto un lungo setaccio fatto da menti umane e non certo divine e nulla ci assicura che un domani non muterà ancora: d’altronde uno dei fattori vincenti del cattolicesimo è la capacità di adattamento garantita da una presenza forte come quella del Papa che può ancora decidere di cambiare le cose.

E se lo si può fare per quanto riguarda i ‘libri di Dio’, cosa ci impedisce di farlo con i libri degli uomini? Quale tipo di presunzione ci spinge a decidere, oggi e per sempre, quali dei libri che vengono attualmente editi in libreria raggiungeranno un giorno l’Olimpo delle antologie e quali saranno invece dimenticati in fretta?

Cosa ci dà il diritto di decretare a priori che un libro è inferiore ad un altro perché al suo interno tratta di un vampiro o di un elfo o di una storia d’amore?

Cosa ci toglie, invece e ancora una volta, il diritto di essere semplicemente lettori e di gustare ciò che ci viene offerto, liberi dai paraocchi interpretativi della recente critica letteraria – che vi assicuro, non è tanto diversa da quella che, una volta, rifiutò in continuazione le opere di Svevo o di Joyce?

Mi piacerebbe, se avrò tempo, dedicare post diversi proprio alla definizione di alcuni dei principali e più bistrattati generi letterari, per capire da cosa sia scaturito il canone e cosa in effetti li differenzi gli uni dagli altri. Perché non sono mai, mai differenze di qualità a priori. Se partiamo così, partiamo con una marcia in meno e un giorno saremo quelli di cui diranno: ‘pensa, questo è l’imbecille che criticava McEwan…’. O, meglio ancora, non si ricorderanno mai di noi. Si ricorderanno invece di quello che abbiamo criticato, magari senza averlo nemmeno mai letto seriamente, e lo innalzeranno al canone dei classici imperdibili che un giorno qualche altro sedicente critico utilizzerà per vituperare le opere dei suoi contemporanei.

Sic transit gloria mundi.

Ma non sempre.


11 commenti:

  1. E oserei aggiungere che tutto questo non fa bene ai classici.
    Perché, promuovendo l'idea che certi generi debbano essere esclusi dalla letteratura o debbano avere soltanto una posizione marginale, si crea la nozione di "classico" proprio in opposizione a questi. E si rischia di pensare che un classico equivalga a una lettura noiosa, necessariamente troppo complessa per essere piacevole. Al contrario ci sono classici che ci appassionano e divertono come classici mortalmente noiosi.
    Ancora una volta, il solo modo per scoprire perché un libro é sopravvissuto al mutare del gusto - e per scoprire se siamo concordi su quest'eredità o meno, é leggere.

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  2. Sono d'accordo su tutto, tranne sul papa, che conosce vette di arretratezza imperscrutabili, dato che veste così tanto fuori moda e considera il fantastico mondo dei preservativi tipo un universo parallelo nato da una mente perversa. Ulisse di Joyce e i preservativi hanno quest'interessante aspetto in comune. ARGH... ma non era questo il punto.

    A dire il vero, mi ha colpito molto una delle tue uscite intelligenti. Per esempio quella che parla dell'amore.
    Voglio dire: siamo al paradosso, perché si paga qui e lì un sacco di gente per farla parlare di famiglia e unità tra gli individui, poi invece se uno scrittore decide di romanzarci su, allora il suo libro nella scala sociale viene declassato a livello del cartone del latte, inutile soprattutto dal momento che non puoi dargli fuoco. Tipo roba satanica, insomma.
    Però a me viene in mente Vasco in vado al massimo, che magari può non piacere a nessuno ma piace a me e tanto basta. Insomma oggi ci ricordiamo di Vasco, e il tipetto che l'ha criticato in un articolo ben strutturato sul terreno sabbioso e pestilenziale del perbenismo... il tipetto è rimasto "quel tale".
    C'è anche da dire che da tempo si coltiva la sacra tradizione di divinizzare imbecilli e altri affascinanti affini, perché invece ricordarsi degli artisti richiede uno sforzo mentale che va ben oltre il latte consumato nell'arco di una vita, quanto meno se si vuole passeggiare sul gradino evoluzionistico che va da Dante a Baricco, per dire.
    C'è anche da dire che la specie dei critici che ce l'hanno col mondo non riuscirà mai ad estinguersi del tutto e che ci sarà sempre qualcuno che nella stanza accanto farà venire giù il mondo mentre leggi Calvino o la Meyer, come il più fantasioso dei due ci aveva fatto notare già ai tempi.
    Lo dico perché da un po' di mesi ho l'impressione che non sia soltanto il romance il genere criticato. Lo dico perché sto a contatto con una moda ancora più sacrosanta dei vestiti fuori moda del papa: in giro si fa confusione tra libri e vino; per la serie "se non è invecchiato di un secolo fa schifo". E invece dovrebbe essere chiaro (Merlin's pants, sono un po' polemica? oddio!)... dovrebbe essere chiaro che i libri non sapranno mai di tappo. Al massimo sanno di succo di zucca o di terra di mezzo o di oppio e miele o di oceano in burrasca. O al massimo se sanno di tappo, almeno ti ricordi la mano che te l'ha dato. E questo dovrebbe bastare.

    Ad Atopika basta.

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  3. Ora magari dirò una cosa stupida o che non centra niente con il tuo post, ma leggendolo mi è venuto in mente cosa succede quando entro in una libreria: mi guardo attorno e giro ogni scaffale, perchè mi capita di trovare Harry Potter nel reparto bambini o in quello(negli ultimi tempi) stracolmo) del "fantasy". Ma allora Harry Potter cos'è? Ormai ho imparato a non guardare lo scaffale dove il libro viene messo, ma semplicemente il libro stesso. Le recensioni le leggo, ma cerco di non farmi influenzare dal giudizio delgi altri, perchè sono fermamente convinta che dieci persone che leggono lo stesso libro, creeranno dieci libri diversi nelle loro menti. Un libro è personale, bisogna "conoscerlo"(leggerlo) per capirlo, e forse amarlo.

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  4. @Lhoss: Pienamente d'accordo come sempre: l'associazione classico-noia mortale è un male diffuso e immagino che molti autori d'altri tempi avrebbero storto il naso all'idea di finire nelle antologie scolastiche imposti con pedanteria agli studenti!

    @Atopika: Non ho capito come in effetti sentimento sia divenuto sinonimo di robaccia, perché chi cerca la qualità rifugga il parlar d'amore. A me pare che la letteratura non abbia fatto altro, nei secoli dei secoli, che parlare d'amore: per un'altra persona, per se stessi, per Dio; sarebbe un po' come dire che Petrarca la poteva anche smettere con questa Laura e dedicarsi a cose più serie delle sue avventure. Fuori dallo scherzo, c'è davvero una sorta di sottotesto inquietante: chi cerca di apparire migliore, più intelligente persino, lo fa mettendo da parte i sentimenti, come se questi fossero segno di inferiorità, come se tra cuore e ragione ci dovesse essere sempre un conflitto infamante per la ragione. Magari il conflitto c'è, ma è uno di quei rarissimi conflitti proficui da cui, in effetti, scaturisce l'unico equilibrio umano degno di essere vissuto.E scritto.

    @kygo: Ottimo collegamento, ed in effetti è un'altra delle cose che spesso mi danno da pensare; le catalogazioni delle librerie, sui vari scaffali, non sono molto dissimili da quelle di questi siti di lettura e spesso troviamo tutta una parete appunto dedicata semplicemente ai 'classici' (a prescindere dall'argomento e dall'epoca) e poi altre categorie quantomeno sospette: 'famiglia', 'sovrannaturale', 'ragazzi'. Ecco, sui libri per ragazzi ci sarebbe davvero molto da dire: io spesso ci ho trovato in mezzo pure Tolkien. Che da regalare ad un bambino di dieci anni mi pare un tantino crudele...

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  5. Ciao,
    sono una di quelle che leggono e non commentano mai.
    Non mi trovo a mio agio a scrivere, preferisco leggere.
    E questo commento non è nemmeno inerente al post, che condivido in pieno, comunque.
    Ed è proprio questo che mi ha portato ad uscire dal mio angolino di "appostamento".
    Leggere i tuoi post mi fa bene.
    Così, anche se per me scrivere è sempre una fatica, mi sono detta che almeno questo te lo devo.
    Perchè con le tue storie mi fai sognare, con i tuoi post mi fai pensare.
    Tutto qua, niente sviolinate, solo un'emozione in movimento.
    Ilenia

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  6. "E di nuovo mi pare ci si dimentichi quali sono i primi generi letterari nati, seppure in forma orale, nel cuore della stirpe umana: il mito e la fiaba. L’esigenza di inventare, di spiegarsele con la fantasia, le cose, magari anche di evadere e poi tramite l’evasione di sopportare e comprendere e dominare il mondo, queste sono le forze motrici della nascita della letteratura."

    Bellissimo passaggio.

    Condivido tutto, anche a me fanno bene i tuoi post.

    Questo tuo passaggio ed il disagio tutto contemporaneo degli accademici di fronte al "fantastico..." o al "romance" che descrivi così bene mi fanno venire in mente la profonda trasformazione dei temi letterari all'inizio del novecento:
    tramontarono il mito, l'epica, caddero nella polvere gli eroi, dati per ingombtanti, inopportuni, inappropriati dalle nascenti correnti di inizio secolo, moderne, realistiche,
    disilluse, quasi ciniche. Ce li vedi Svevo o Pirandello a celebrare l'amore o la fanatsia?

    E' passato più di un secolo ma buona parte della critica letteraria è tuttora ancorata lì, alle ciniche catene della critica decadentistica e relativistica.

    E' davvero venuto il tempo di trovare il modo di farlo tutto questo novecento nei corsi di italiano alle superiori, perchè è vero che siamo ancora all'inizio del secolo, ma di quello dopo!

    patapata
    lettrice affamata di ogni genere (basta che finisca bene, coi protagonisti che tromb....., allacciano le loro vite in un'unica meravigliosa poesia)

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  7. @Ilenia: E a me fa bene leggere i vostri commenti e sapere appunto che ci sono persone che hanno ancora voglia di leggere con entusiasmo come me, grazie per esserti fatta sentire anche tu!

    @patapata: E pensa anche solo a quando i primi scrittori si sciolsero del tutto dall'argomento religioso o osarono addirittura mettere in scena personaggi atei! E quando nacque il romanzo, che era considerato un lavoro da due soldi rispetto ai ben più seri poemi? Meno male che a quanto pare hanno vinto i lettori sui critici!

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  8. Bellissimo post: letto molto volentieri e condiviso. Riguardo ai romanzi che parlano d'amore, tempo fa pubblicai sulla pagina della mia saga questa citazione della Le Guin: “Che valore hanno l'amore e il desiderio di un uomo o di una donna rispetto alla storia di due mondi, ai grandi rivolgimenti del tempo che stiamo vivendo, alla speranza, alla crudeltà infinita della nostra specie? Molto poco. Ma una chiave è molto piccola rispetto alla porta che apre. Se perdete la chiave, la porta potrebbe rimanere chiusa per sempre.”

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  9. @S. Myriam: Grazie della lettura e della condivisione, come ti scrivevo cercherò un modo per ricambiare!
    La citazione non solo è meravigliosa, ma mi ricorda quanto mi fece effetto proprio durante la lettura della Le Guin il modo in cui i sentimenti venivano dominati quasi sino alla fine, senza però mai metterne in discussione l'importanza e il valore. Grazie ancora.

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  10. La scorsa volta ti dicevo che leggo I promessi sposi in classe (in terza media); oggi, leggendo quello che hai scritto, mi vengono in mente due libri che leggo (sempre in terza) che leggendo qua e là ho sentito definire banali: Il buio oltre la siepe e I ragazzi della 56a strada. Non so se tu li conosci. Sono due testi che non mi sono mai preoccupata di classificare, ma che mi colpiscono ogni volta che li rileggo coi ragazzi (e, avendo alcuni anni più di te, ormai li ho letti parecchie volte) per il modo in cui i personaggi prendono vita in classe e consentono l'immedesimazione. In particolare il personaggio che tutti in genere adorano è l'avvocato cinquantenne Atticus.
    Non vorrei banalizzare, ma quando un libro consente una cosa magica come l'immedesimazione, io credo che sia qualcosa che val la pena leggere, classico o non classico.
    Ciao

    Cristina

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  11. @Cristina: Li conosco eccome, anzi ti dirò che il primo fu dato da leggere anche a me alle medie... ed io avevo una paura atroce! Concordo in pieno sul discorso del leggere: le classificazioni servono giusto per orientare gli alunni a scuola, ma a scuola devono restare; nella vita vera la lettura è lasciarsi trasportare e basta, senza alcuna definizione.

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