giovedì 16 febbraio 2012

Le domande del Brucaliffo - Lara Manni


Dunque, partiamo con le cose semplici: chi è Lara Manni?

Eccomi qui. Risposta semplice. Una donna che riesce a non essere spaventata solo quando ha le dita sulla tastiera.

E quali sono aldilà della tastiera le tue paure?

Le solite. Quelle che, credo, sono comuni agli esseri umani: non essere capita, non essere amata. In una storia è sempre possibile correggere la rotta. Nella vita no.

Credi quindi che esista una rotta? C’è da qualche parte una Sensei che disegna anche te o sei solo tu a decidere del tuo cammino? Quanto di queste tue paure e di questi tuoi dubbi è passato nei tuoi personaggi?

Sì, una rotta esiste. Penso però che siamo noi a deciderla. Io stessa sono la Sensei che traccia la strada con il pennello, ma sono in grado di accartocciare il foglio e di dipingere un altro sentiero. I miei personaggi sono costruiti su questi dubbi. Tutti, anche quelli che non appartengono a questo universo.

Allora vediamo di tracciarla, la tua rotta, e di scoprire quali sono stati i momenti cruciali in cui hai cambiato direzione. Quando hai iniziato a scrivere e cosa hai scritto all’inizio? Sei approdata prima alla lettura o alla scrittura? Eri una bambina contornata di libri o hai sfidato una famiglia di scienziati?

Io cambio spesso direzione. Ogni quattro-cinque anni azzero e ricomincio. Scarto e mi riposiziono, come nella guerriglia. È il mio corpo a corpo con la vita. I libri, però, sono una costante. Non ce n’erano molti, a casa. I miei genitori non erano gran lettori. Se non di fumetti. Tex, mio padre. Topolino, mia madre. E gialli, gialli Mondadori. Li annusavo, senza convinzione. Per un po'. Poi, ho cominciato a scrivere appena ho imparato a leggere, intorno ai cinque anni. Scrivevo con la mente. Allineavo Barbie e peluche e li collocavo in situazioni quasi sempre di estremo pericolo, per poi salvarli in extremis. A volte, li mettevo in fila sul letto e raccontavo loro una storia. Infine è venuta la scuola, e i primi amori su carta. Una zia mi regalò le fiabe dei Grimm e di Andersen. Edizione integrale, niente adattamenti. Così ho scoperto l’orrore e la bellezza della paura. Le mogli dell'orco che spidocchiano il marito per salvare i visitatori. Teste decapitate. Piedini danzanti nelle scarpe rosse. Le lame di coltello che trafiggono a ogni passo la Sirenetta. Ma non scrivevo, non ancora. Ho cominciato a dodici anni. Una specie di romanzo: una storia di amicizia e negazioni, di abbandoni e di amori infelici. Come volevasi dimostrare, credo.

Ecco, l’amicizia: correggimi se sbaglio, ma non la trovo nei tuoi libri. Ci sono persone che collaborano per uno scopo comune, che aiutano e proteggono coloro che amano, ma l’amicizia mi pare che manchi; in genere quando uno scrittore omette qualcosa o è perché ci crede troppo o è perché non ci crede affatto. Quale delle due ipotesi vale per te? O ce n’è una terza?

Mi ci fai pensare per la prima volta. È vero. Anche se in Tanit c’è una forma molto particolare di amicizia, fra due donne che si proteggono a vicenda. Anche controvoglia (in apparenza). Anche contro i loro scopi principali. Comunque la risposta è la prima. Ci credo talmente tanto che sono restia a concederla davvero. C’è una parte di me che voglio proteggere perché ho una paura terribile che venga ferita. Eppure, i tre romanzi sono, in realtà, un grande omaggio all’amicizia. Quella delle poche persone che per me sono punti fermi. Su cui so di poter contare in ogni momento della vita. Credo che, quando leggeranno, capiranno.

Torniamo indietro sulla rotta della tua vita. Dopo aver capito come usare le Barbie e i peluche per le tue storie, hai iniziato a scrivere: poi hai continuato o hai smesso anche per alcuni periodi? Il tuo rapporto con la scrittura è discontinuo o perpetuo?

Tutte e due le cose. Ho smesso per moltissimi anni. Ho scritto tutto quello che era lontano dalla narrativa. Schede. Post. Commenti su forum. Mi sono bendata le dita e la mente. Poi, di colpo, è saltato il tappo. Proprio su Efp. E da quel momento (la benedetta, meravigliosa estate del 2007) non ho più smesso.

Raccontami del tuo arrivo su efp. Secondo la mia esperienza, la vita è davvero molto più strana dei libri: incontri per caso qualcuno, chiacchieri di qualcosa, finisci in un sito... e tutto cambia. Tu come ci sei arrivata? Quanti anni avevi, quali studi avevi al tuo attivo, che lavoro facevi, cosa ti aspettavi di trovare su efp? E hai iniziato come lettrice o subito come autrice?

Sono arrivata nel 2005. Per purissimo caso. Avevo dunque ventinove anni, leggevo manga oltre ai libri, e qualcuno (ma chi? Non è strano che ci siano passaggi che sfuggano, proprio quando sono determinanti?), mi ha detto, vai su quel sito, vedrai. E ho cominciato a leggere. Ho letto per due anni. Prima di quel momento, vita normalissima. Liceo classico, università (antropologia), un lavoro non male, amori e amici quanto basta. Libri, sempre. Poi, mi sono incantata. Leggevo storie, gratis, di persone che scrivevano gratis, per le altre persone, e non immaginavo che esistesse un mondo così. Ho letto per due anni. Poi, verso la fine del 2006, ho cominciato a postare qualche storiella. Storielle comiche, all'inizio (le ho cancellate, ora). Infine, ed era giugno 2007, ero al mare, chiacchieravo via mail con un’amica, parlavamo del manga Inu Yasha, e io ho scritto. "Pensa se...". Da quel "Pensa se..." è nato tutto. Non è buffo?

Credo sia davvero così che succedono le cose importanti nella vita, senza nessun preavviso. Perché Inu Yasha? L’hai sempre seguito, era una passione recente, era qualcosa che ti prendeva nel profondo?

È vero. Essudi. Nel senso. Alice Munro ha scritto un racconto bellissimo dove parla di un marito che si innamora di un’altra donna. Di colpo. Lo descrive come una leva di interruttore che si sposta dall’alto al basso. Toc. Ma nulla prepara quel Toc. Avviene, insospettabilmente. Ecco. Inu Yasha. Non era che un manga fra i tanti, però. Però intanto era pieno di creature del mito. E soprattutto aveva personaggi che non erano Bene o Male. A metà. Diabolus. Colui che attraversa. Sono sempre stata affascinata dal Diabolus. Piton in Harry Potter, in un certo senso, lo è. La carta fuori mazzo. È partito tutto da qui. Cosa succede quando una carta è fuori mazzo?

Per me studiare le sfumature è sempre stato il percorso più interessante. Bianco e nero, lo dico spesso, sono illusioni con cui andiamo a dormire più sereni la notte, ma proprio i gialli che sogguardavi da piccola ci insegnano la cosa più banale: l’assassino è sempre quello meno sospettabile, perché tutti siamo capaci di cose orribili o meravigliose, a seconda, per citare un po' il tuo mondo, di come "attraversiamo". Com’è andata quando hai iniziato a postare Esbat? Avevi già il tuo gruppo di fedeli, o eri tu fedele di qualcuno che ti sei ritrovata tra i lettori? Com’erano le impressioni? Hai ricevuto delle critiche e se sì, ti hanno aiutato a ricalibrare la storia?

Le sfumature! Cosa sarebbe il mondo senza sfumature? Cosa sarebbe la scrittura se fra Bene e Male (perché questa, sempre, è e deve essere la questione di fondo, a mio parere) non ci fosse una gamma infinita di stati d’animo? Dai gialli sono passata molto presto a Poe (prima) e poi a Lovecraft e infine a King, da cui non mi sono mai staccata. È da lui che ho appreso che nessun buono è davvero buono. E, prima, c’era stato Tolkien a insegnarmelo. Frodo sul Monte Fato. "L’anello è mio". In quell’immagine c’è l'intero mondo del fantastico. Esbat, dunque. Avevo i miei amici e fedeli che venivano da forum, soprattutto, e altri ne ho trovati su Efp. Sì, ho avuto sia entusiasmi sia critiche: e le seconde sono state utilissime in corso d'opera. Poi, quando Esbat è diventato romanzo, ci sono stati gli editor. Uno, in particolare, Carlo Buga, che mi ha insegnato davvero molto. Cose che non ho dimenticato.

Io ho iniziato King solo ora, a forza di sentirlo citare da te; la voglia mi era venuta con Esbat e il suo ultimo libro mi è parso il canto di una sirena; di Tolkien, paradossalmente, so tutto e perciò non l’ho ancora letto: quando ti riempiono la testa con un autore poi maturi una sorta di rifiuto, anche se ormai sto superando questa fase ed è finalmente in lista. Oh, gli editor, permettimi una piccola nota: lavoro quanto mai difficile e troppo sottovalutato, che adoro sentire elogiare dagli scrittori intelligenti come te. Oggi pare che tutti si ritengano in grado di pubblicare e pubblicarsi e che ci si dimentichi che quello dell’editor è un mestiere che va imparato e non improvvisato, quindi lode ai veri editor, perché sono convinta che facciano parte del libro quasi quanto l'autore! Ma come sei arrivata a quest’editor? Sono certa che l’avrai raccontato mille volte, ma sii la mia Sherazade: chi ti ha contattato, in che modo, quanti anni di vita hai perso e quante volte ti sei schiaffeggiata prima di crederci?

Vedrai che King ti catturerà. Lo so che viene citato quasi sempre e a volte persino a sproposito. È buffo anche questo: c’è stato un momento in cui era coccolato solo dagli accaniti dell'horror. Eppure King, per me, non è mai stato davvero un autore horror. Lui ha raccontato le storie che voleva raccontare, e sono stati gli altri a metterci sopra l'etichetta. Mi sembra che lo abbia raccontato lui stesso, ridacchiando, a The Paris Review. Gli editor. C'è una dicotomia: alcuni ritengono che gli editor siano quegli Oscuri Signori che riscrivono i romanzi da cima a fondo, altri che non servano a nulla. E senza un bravo editor, invece, un romanzo non "quadra". Ma andiamo con ordine, mia signora. È stato un insieme di coincidenze: un mio lettore e amico ha segnalato Esbat a una sua amica, che era nell'agenzia di Roberto Santachiara. Il quale, incredibilmente, ha accettato di rappresentarmi. E ha venduto Esbat a Feltrinelli. Schiaffeggiata? Di più. Quando l'ho saputo ero al lago, e nevicava. Scrivevo "Esbat" con le dita sulla neve. Non sapevo ancora che pubblicare non è il traguardo. È l’inizio. E la strada e lunga e, come direbbe Tolkien, corre senza fine.

Oh, lo sai che per me etichettare un autore o un genere è "la più grossa castroneria dopo Dumbo l’elefantino volante", quindi non mi sono mai posta questi pregiudizi. Il suo ultimo libro mi è piaciuto molto e credo che il prossimo sarà Il miglio verde; ho riso per mezz’ora, però, alla scena d'amore, il che non sminuisce minimamente il libro. Così la Feltrinelli ti compra (donna scarlatta!) a quali condizioni? Io non ho letto prima le tue fanfictions, non ero ancora giunta su efp e non conosco Inu Yasha, dunque cosa ti viene chiesto di cambiare in fase di pubblicazione? Quanto ci metti, in termini di tempo e di salute mentale?

Il miglio verde non è un horror, infatti, così come non lo è 22/11/63 e non lo sono molti, forse la gran parte, dei suoi romanzi. La Feltrinelli compra Esbat, ma non mi chiede nulla. E questo è il bello. In rete ho letto affermazioni deliranti secondo le quali mi sarebbe stato chiesto di inserire parti che prima non c'erano per poter rendere la storia più "epica". Non funziona così. Un buon editing non è quello dove qualcuno ti dice: taglierei qui e inserirei qua. Ma dove si parla in generale del libro, prima, dove si evidenziano le parti più deboli e dove ti viene detto, in soldoni: qui puoi fare meglio. Tu puoi fare meglio. Con il tuo stile, con le tue parole. Lavoraci. Pensaci. Prova. Rendere "quadrato" un libro (Alberto Rollo e Carlo Buga usarono questo termine) significa lavorare sulla struttura, eliminare le incoerenze di stile. E di trama: ma qui devo dire e ripetere che Gamberetta, che aveva letto il manoscritto prima della pubblicazione, mi ha dato alcuni suggerimenti preziosi. Non siamo d’accordo su molte cose: ma onoro i miei debiti, né li negherò mai. Dunque, l'editing con Feltrinelli. È piuttosto difficile da spiegare: ma l'editing, nei fatti, agisce nel micro. Sono spostamenti di una frase, una singola parola, un paragrafo. Eppure, è da quegli spostamenti che si determina il funzionamento di un testo. Quanto alla salute mentale: quando mi è stato rimandato il dattilo fitto di segni, croci, cerchi, sono quasi scoppiata a piangere. Ed è normale: ti senti valutato e quasi rifiutato. Invece, è lo stupido narcisismo contro cui bisogna combattere. È  la propria pigrizia. Quando inserisci un avverbio, come dolcemente, lo fai perché sei pigra. Potresti rendere quella dolcezza con un gesto, una frase, un fatto. E funziona meglio, molto meglio. Su Esbat ho lavorato, prima di mandarlo a Feltrinelli e dopo la pubblicazione su Efp, un anno intero. Un altro anno è andato in editing. Ho la prima stesura e ho le successive cinque. La storia non è cambiata: è migliorata, e parecchio. Inoltre, ho imparato tecnicamente tutto quel che mi è servito per le stesure dei romanzi successivi. Per questo, nel momento in cui si incontra un bravo editor, bisogna ringraziare il Cielo, aprire le orecchie, e lavorare.

L’umiltà è una dote che ti caratterizza e che apprezzo moltissimo in te e credo sia necessaria a chiunque faccia il tuo lavoro (anche se non mi piace parlare di lavoro, preferisco considerarla arte e l’arte non è un lavoro ma... boh?). Poi però da Feltrinelli passi a Fazi. Come mai, se puoi parlarne? Un’offerta migliore, qualche disguido, casualità?

Chissà se è umiltà o la paura di cui parlavamo all’inizio? La sottovalutazione di se stesse di cui molte autrici soffrono? La sensazione di poter fare, ogni volta, molto meglio di quanto si è fatto? Non ho risposte. Invece sul passaggio la ho ed è semplice, a dispetto delle illazioni che si sono fatte. Feltrinelli non sapeva che Esbat avrebbe avuto un seguito. Non lo sapevo neanche io, ai tempi della firma del contratto, per essere sincera. Ma Feltrinelli non pubblica trilogie o saghe: non di fantastico, almeno. Dunque, di comune accordo, abbiamo ritenuto conclusa l’esperienza e il mio agente ha pensato, giustamente, di rivolgersi a Fazi, che in ambito fantastico lavorava già da anni. Tutto qui.

E che differenze ci sono state nel cambiamento? Immagino, ma correggi pure la mia inesperienza, che ogni casa editrice e ogni editor abbiano le loro modalità di lavoro. Tu nel frattempo ti eri già fatta le ossa lavorando su Esbat: riscrivere Sopdet e Tanit è stato meno difficile o tutto sommato arduo allo stesso modo?

Sì, ogni editor ha la propria modalità. Però, come supponevi, venivo da un’esperienza che mi ha insegnato parecchio. Non è stato difficile riscrivere Sopdet e Tanit. È stato lungo. In genere, funziono così: aspetto mesi prima di scrivere. Prendo appunti. Quando scrivo sono veloce: due, massimo tre mesi la prima stesura. Però, alla fine, le stesure sono almeno cinque. Man mano che si va avanti è meno arduo tecnicamente, ma più difficile soddisfare se stessi con l'originalità della storia.

Mi pare una tortura, lo ammetto. Io detesto riprendere in mano le cose già scritte, ho sempre l’impressione che la seconda versione sia peggiore e comunque la cosa tende a nausearmi, perché mi stanco in fretta dei personaggi. Quindi, hai la mia massima ammirazione, ma già l’avevi. Parliamo allora di accoglienza: come sono andati e come stanno andando i tuoi libri sul mercato? Io li definirei genericamente horror, ma molto genericamente: la realtà è che il tuo è un mondo nuovo, non definibile, fuori dai canoni; come l’ha recepito il lettore medio, se esiste un lettore medio?


Inizialmente lo detestavo anche io: invece adesso è una delle parti più belle della scrittura. Immagina di avere fra le mani una scultura grezza anche se già definita. Immagina di levigarla, di aggiungere un particolare, di toglierne un altro. È diverso dalla prima stesura, da quel "sono da un'altra parte" che l'immersione nella storia ti dà. Ma è immensamente piacevole!

Mercato. Vanno mediamente, come la maggior parte della narrativa: e ne sono contenta. Non sono un'autrice da "botto", ed è giusto così: perché voglio avere il tempo di lavorare su me stessa. Tanit è molto diverso, secondo me, dai precedenti. Il gioco di Lavinia è ancora più dissimile. Il genere? Non lo so. Urban-fantasy-horror? A me piace parlare semplicemente di fantastico. Quanto al lettore medio, ancora una volta non lo so: è difficile per uno scrittore avere il polso della situazione. Di certo, non è facile scrivere fantastico se da una donna, oggi, ci si aspetta soprattutto paranormal romance. E, con tutto il rispetto per il filone, non è nelle mie corde.

In effetti, di romance nelle tue storie praticamente non ce n'è, o non come ce lo aspetteremmo. L'amore che trapela dai tuoi scritti è quasi impalpabile, rarissimo, decisamente poco altruistico o disinteressato. Ma che idea hai tu dei sentimenti? Che ruolo svolgono nella tua vita?

Oh, questa è la domanda più difficile. Cominciamo dai romanzi: non riesco a immaginare di poter scrivere una storia "lui ama lei" (o viceversa) dove, dopo le rituali traversie, ci si ricongiunge. Perché non accade quasi mai, nella vita. Certo che esistono gli amori felici, grazie al Cielo. Ma si procede sempre per sbandamenti, per linee curve. Gli amori non solo finiscono, ma cambiano in corso d’opera. Eppure, credo anche in quegli amori rarissimi a cui fai cenno. Quelli che sfidano tempi, età, diversità. Come in 22/11/63 di King, per esempio. Oscillo fra utopia e disincanto. Come nella vita. Esattamente come nella vita.

Ma non penserai che io mi arrenda, vero? Come sono i tuoi, di amori?

Non lo pensavo. Complicati, da quando avevo quattordici anni. Come avviene, credo, a molte donne, tendo a innamorarmi di un’idea prima ancora che di una persona. Dunque, il resto del tempo lo passo a mettere d’accordo idea e persona. In altre parole, credo di essere tendenzialmente una solitaria.

Idee e persone reali. Non riesco a non associare questa cosa ad un tema che emerge spesso dalla tua trilogia: quello della fanfiction o della fanart, in cui i personaggi sono snaturati ad uso e consumo delle fantasie dei fruitori. Da una parte anche tu, come autrice di fanfictions, hai sfruttato la tua libertà narrativa, dall'altra è evidente che hai un’opinione precisa a riguardo. Mi chiedo se coincida con la mia: io mi diverto a cambiare le carte in tavola, anche a spennellare di tanto romanticismo i personaggi, però ammetto di sbalordirmi alquanto quando leggo di ragazze che si ritengono seriamente innamorate di un Draco Malfoy o di un Edward Cullen. E non parlo di battute di spirito, pure piene di doppi sensi, che faccio anch’io in grande quantità, né dell’apprezzamento per un attore o per l’altro: parlo di confondere davvero il reale con l’immaginario, al punto da imbestialirsi con l’autrice se le cose non rispondono ai sogni del lettore, in modo talvolta anche preoccupante, al punto da commettere talvolta azioni non del tutto equilibrate. Quando Hyoutsuki pretende la sua libertà, quando Ivy insiste sulla violenza che gli è stata fatta, cosa ci stai dicendo?

Che un personaggio ha una sua natura. E che per quanto sia bello immaginare un sentiero diverso dalla via principale, quella natura andrebbe rispettata. Sempre se si desidera scrivere e non giocare: il gioco è più che legittimo, è giusto e merita anche esso rispetto. Ma sono, appunto, due sentieri che vanno in direzioni non sovrapponibili. Poi c’è un’altra cosa: reale e immaginario, nella scrittura, sfumano e si confondono sempre. Creare è distruggere. Tanit è tutto incentrato su questo.

Me ne sto accorgendo. Infatti in Tanit emerge un altro grande tema, quello appunto della creazione. Tu usi, direi, un motivo molto antico in letteratura: l’idea che ciò che scriviamo non sia frutto della nostra immaginazione, ma viva a prescindere da noi, sia, appunto, un contatto con qualcosa che ci è dato appena sfiorare. È così che la pensi?

Sembra buffo, ma sì, la penso così. E non sono, penso, la sola. È come se scrivendo non si fosse più completamente se stessi. Empatia? Bisogna scomodare Jung? Sincronicità? Non lo so. Ma se è un atto solitario, la scrittura è anche sintonia collettiva.

Non lo trovo buffo e direi che è una convinzione radicata; pensiamo alla Tempesta di Shakespeare o ai Colloqui coi personaggi di Pirandello; io, poi, ne sono davvero convinta: non siamo in grado di creare dal nulla. Altri concetti: amore, morte, desiderio soprattutto. Tornano spesso nei tuoi scritti: fai tue le idee della Dea? Siamo tutti in fondo dominati dai desideri che non sembrano mai molto nobili?

Il desiderio non è nobile: è potente. Il desiderio è, appunto, creazione e distruzione. Il desiderio è, soprattutto, cambiamento. I miei personaggi desiderano e dunque, per il solo fatto di desiderare, cambiano. Ricordi Hannibal Lecter? Le sue domande a Clarice ne Il silenzio degli innocenti? Cosa fanno gli esseri umani? Desiderano. E dunque mutano. Mutano anche gli esseri divini, per lo stesso motivo. Il desiderio come motore primo. Sì, questa è la tematica comune ai tre libri (ma torna anche in Lavinia). Perché penso che senza il desiderio non ci sia umanità, non ci sia vita.

C’è un’altra tematica che torna nei tre libri: la maternità, l’infanzia. Come mamma, mi hai fatta soffrire. Come figlia non tanto fortunata, ancora di più. C’è sempre, correggimi se sbaglio, qualcosa di insano nelle relazioni famigliari che descrivi, non c’è un rapporto genitoriale che possiamo leggere serenamente. Le donne che ci paiono madri meravigliose perdono i figli, quelle che li conservano sono terribili; e i bambini non sono certo risparmiati, nei tuoi libri, anzi, molte volte è proprio su di loro che tutto si concentra in negativo. Io provo a scavare a fondo: c’è qualcosa di personale in tutto questo? Come vivi il rapporto con i tuoi genitori e l’idea di un figlio?

Punto centrato. La maternità, soprattutto in Tanit, è forse il nodo centrale. Perché, appunto, non c’è distruzione senza creazione. Ci sono tante madri, nei tre libri: quella di Ivy, che si rifiuta di crescere per prima, rifiuta l’invecchiamento, rifiuta di cedere il passo. E poi Adelina, in Sopdet, che alla maternità sembra estranea, salvo ritrovarla proprio in Ivy. E Nadia, che è la madre buona che non ha figli carnali. È un nodo, sì. Da figlia, mi sono sentita e mi sento troppo spesso madre di mia madre. Senza aver avuto, credo, il riconoscimento che aspettavo e aspetto ancora. L’idea di un figlio è meravigliosa: penso che i figli siano ciò che danno senso alla vita. Se hai terminato il libro, lo intuirai. Ma, appunto, questo è il punto, questa è la ferita.

Qualche domanda più "professionale": come ti sei documentata per i libri? Sia dal punto di vista storico che religioso.

Studiando. Robert Graves per Tanit. Testi su Aleister Crowley (per Esbat soprattutto). Libri di storia per quanto riguarda Sopdet. La guerra bianca di Mark Thompson, Hotel Meina di Marco Nozza, il libro bianco sul 12 maggio 1977, in particolare. Cercando notizie in rete, anche. È la parte migliore, sai? Uno dei momenti più piacevoli della preparazione alla scrittura. Ah. E sul Giappone, oltre a leggere molti autori giapponesi, ho avuto i miei beta-reader.


Infatti io ho apprezzato moltissimo anche l’evidente lavoro che sta dietro le quinte e il fatto che nulla sia lasciato alla semplice (che semplice non è mai) fantasia. Come mai hai scelto la narrazione al presente? Non è così frequente e poteva essere un rischio; a mio parere, invece, è uno dei tuoi tratti forti, come la sintassi spezzata, e quell’uso che io trovo adorabile, alla fine di una riflessione, di una parola che la scardina del tutto e ci rende i personaggi così umani:

"Eppure."

Ah! Il presente è il mio tempo preferito, così come la terza persona. Pensa che per Lavinia (in prima, e con ampio uso del passato) ho faticato non poco a cambiare rotta. Non c’è una riflessione a monte: è venuto da solo. A posteriori, posso dire che probabilmente il "vedere" una storia mentre è in atto aiuta il narratore esordiente, che deve ancora imparare molto dalla tecnica. La sintassi spezzata mi appartiene, e anche qui non ho una spiegazione in particolare. Ritmo. Doveva "suonare" la frase. Parlo degli inizi. Adesso saprei darti una motivazione approfondita: ma credo sia più giusto dirti come sia stata una scelta dettata solo e unicamente dall'istinto.

E l’idea di fondo? Ricordi quando e come ti hanno parlato alle orecchie per la prima volta la Sensei, Ivy e tutti gli altri? E avevi in mente tutta la storia o è venuta fuori un po' alla volta?

No. La storia è venuta fuori da una chiacchierata con un’amica. Cosa succederebbe se un personaggio di un manga fosse reale? Da qui è venuta la Sensei. Ivy è venuta fuori dopo. Da una ragazzina che conosco, e che per me era davvero la Ivy che avevo in mente. Da quando Ivy è emersa, la storia si è srotolata come un tappeto. Alla fine di Esbat si è delineato Sopdet. E da Sopdet, Tanit.

E cosa ci dici di Lavinia?

Lavinia... in un certo senso si riconnette alla trilogia. Ma non perché siano presenti i personaggi della medesima. È la storia, stavolta, di una donna adulta. È anche una storia d'amore e di desiderio. Ed è la storia di un avvicinamento al soprannaturale e di un autoriconoscimento. Ecco.

Mmh... mi fa sospettare che sia una storia molto tua...

Lo è. E insieme non lo è. Ti dico il punto di partenza: è un racconto di Lovecraft, L'orrore di Dunwich. Uno dei pochissimi (l’unico?) dove appare una protagonista femminile, Lavinia, appunto. Ma in Lovecraft è una povera creatura che viene usata da uno degli atroci dei lovecraftiani per procreare un figlio. Non ha voce. Non ha parola. La mia Lavinia, che molto, moltissimo, deve a quella originale, È  la voce.

Mi fa pensare davvero molto a te; mi viene in mente la frase di Hubert Selby Jr. nell’intervista citata da Baricco in Barnum: "è un grido in cerca di una bocca". Tutto, di quello che leggo di tuo, mi dà questa idea: che tu sia un grido in cerca di una bocca.

È molto possibile. Ma non lo siamo noi tutti? Noi che scriviamo?


Non allo stesso modo. C’è violenza, nelle tue pagine, e non per le scene di violenza, appunto, ma perché porti le cose al parossismo eppure senza esagerazioni. C’è un’emotività devastante, che cozza contro l’equilibrio che sempre mantieni nel tuo porti al mondo. Insomma, i due lati del tuo demone, ecco. Ma mi avvio alla fine, o inizierai anche tu a sguainare gli artigli.

Come è cambiata la tua vita da quando hai pubblicato? Come hai dovuto reimpostare le tue giornate: lavoro, amici, famiglia?

Forse è proprio perché controllo quell'emotività. Perché la tengo segreta, la conservo solo mia. È come per la Sensei: quando qualcosa che viene tenuto compresso esplode, infine, trascina via tutto con sé. La scrittura è quello che mi salva. Forse, ammesso che si possa essere salvati davvero e non si sia, sempre, sommersi. Oh, niente artigli. Non è cambiata davvero. Ho imparato a fare i conti con l’ansia (che già preesisteva), questo sì. Ho imparato - ma non con la pubblicazione, con la scrittura, da quando ho capito che volevo scrivere - che esiste un luogo e un modo dove posso essere felice, comunque vada, qualunque sia il destino dei miei libri. Questo, ecco: questo è quel che conta.

Ti rimbalzo anche le curiosità di una lettrice, endif: "alcuni editor consigliano agli scrittori esordienti di prendere il proprio manoscritto e di chiuderlo per bene in un cassetto per almeno sei mesi, prima di inviarlo ad una casa editrice. Dopo questo lasso di tempo, lo si può riprendere e rileggere e solo nel caso in cui si pensi che “funzioni ancora”, allora inviarlo. Sono molto incuriosita dall’opinione di questa scrittrice nostrana, sugli autori emergenti e sull’atteggiamento più sicuro da tenere nel campo dell’editoria, specie per chi è alle prime armi e ancora non sa bene come orientarsi."

Fanno bene. È lo stesso consiglio che dà Stephen King in On writing e io l’ho sempre messo in atto. Perché solo dopo diversi mesi (tre o sei o dodici, dipende dalla persona) si ha lo sguardo lucido che è necessario per leggersi senza essere ancora dentro la storia. Questo vale anche prescindendo dall’invio a un editore. È il tempo che consolida e aiuta a distanziarsi dal proprio testo: per poter, eventualmente, modificare o tagliare senza pietà. Mi associo al consiglio. Quanto agli autori emergenti: è un momento complesso. Molte case editrici (Mondadori in testa) promettono di gettarsi in prima fila nel self publishing. Gli eBook stanno cambiando molte cose. E rischiano anche di provocare facili illusioni. Il mio consiglio è sempre quello: leggete. Leggete fino a non poterne più. E, quando cominciate a scrivere, non fatelo per pubblicare. Fatelo per le vostre storie. Il resto, se deve venire, verrà.


Sono completamente d'accordo, a se posso, aggiungo: diffidate dalle proposte troppo facili.

Dacci un ultimo messaggio: cosa significa scrivere? Vivere in un altro mondo, vivere meglio in questo, non vivere affatto? Saresti te stessa, senza la scrittura?

Significa narrare. Significa condividere storie. Significa ripetere il gesto antico di chi si sedeva attorno a un fuoco, sotto stelle fredde, per unirsi grazie alle parole. Significa essere uomini e donne che si scaldano insieme. No, non lo sarei.
Nessuno, credo, sarebbe lo stesso senza una storia




Io ringrazio ancora tantissimo Lara per avermi concesso tanto del suo tempo e di se stessa e di seguito vi propongo la mia recensione a Tanit, che ora metterò anche su aNobii; il libro esce domani in tutte le librerie: non perdetevelo!
Attenzione, spoiler:

Darmi da leggere questo libro è stato come sventolare una bottiglia d’acqua fresca davanti ad un assetato.
Non lo sapevo, quando ho iniziato a leggerlo: non sapevo che avrebbe parlato di tutto ciò che mi divora da sempre i pensieri e in cui io credo maggiormente e su cui maggiormente mi rompo la testa.
È, essenzialmente, un libro sulla creazione, su quella creazione che viene anche dalla distruzione.
Creazione degli déi. Un motivo antico, che mi ricorda anche il meraviglioso American Gods di Gaiman ma che possiamo ritrovare come interrogativo di tutte le culture: sono gli déi a crearci o siamo noi a creare loro con la nostra fede? Cosa accade ad una divinità senza fedeli, cosa accade ad un uomo che nessuno ama?
Creazione artistica. Cosa significa essere ispirati, da dove nasce l’arte, siamo davvero sicuri che sia frutto della nostra anima o c’è qualcos’altro, qualcosa che ci sfrutta per uscire e che forse, nel farlo, rischia anche di distruggerci?
Creazione umana. I nostri figli non sono nostri figli, ma noi siamo i nostri figli? Siamo noi a crearli o sono piuttosto loro, unici in diritto di giudicarci, di ricordarci, di cancellarci, a ricrearci da capo, a darci uno scopo, a donarci la vita?
Nella storia della letteratura ci sono stati tanti romanzi di formazione di vario tipo, e mi verrebbe da dire che anche questa trilogia risponde all’archetipo; però preferisco continuare a parlare di creazione: una trilogia della creazione, che per realizzarla, prima, ci distrugge interamente.
Muoiono le nostre false sicurezze, la convinzione che ci siano confini netti tra bene e male, che l’apparenza abbia ancora qualche senso, che i sentimenti non abbiano anche sempre un risvolto oscuro, da accettare e guidare o da cui farsi fagocitare.
Muore la nostra serenità di innamorati, del consorte dei genitori dei figli, perché leggendo questi libri, e Tanit soprattutto, immancabilmente ci si trova anche a fare la cartina al tornasole alle proprie emozioni. Non è gradevole, ma è anche catartico: se se ne esce bene, si acquisisce una consapevolezza maggiore di ciò per cui saremmo disposti a dare la vita, di ciò che, in fondo, vale la nostra vita.
Muore, quasi, tutto il nostro mondo, in equilibrio con altri mondi che, ce ne accorgiamo durante la lettura, abbiamo sempre saputo scorrere accanto al nostro e abbiamo sempre cercato e temuto e negato.
Muore un mezzodemone e muore in demone, e in entrambe le morti c’è uno specchio dell’umanità: la rabbia vendicativa che purtroppo ci caratterizza come esseri umani nel primo, la nobiltà e la fierezza e, forse, anche l’amore, che solo poche volte riusciamo a tirare fuori nel secondo; ma sono queste poche volte che ci rendono degni di avercelo ancora, un universo, è in quella mano tesa verso la luna che guadagniamo il diritto di vivere, di salvarci, di creare ancora.
E allora creiamo.
E diventiamo déi.
Gli altri due libri erano molto belli. Questo è un capolavoro.
E anche lo stile raggiunge picchi magistrali, pieno di interruzioni e contorsioni e sempre più affamato, come se scavasse nei penetrali mentali di tutti i personaggi e di tutti i lettori, portandoli a raggiungere le conclusioni che più li rassicurano e poi scardinandole d’improvviso con una parola.
Eppure.
Però.
Così chiudiamo il libro, chiudiamo il cerchio, chiudiamo questo tragitto che ci ha portati tanto lontano nel tempo e nello spazio e nell’anima e ci ripetiamo che è una storia, che non è reale, che possiamo ancora svegliarci e credere che tutto sia ordinato e lindo e semplice come prima.
Che la creazione sia qualcosa che non ci riguarda così da vicino.
Che non richieda sempre un obolo di distruzione.
Che questa non sia anche la nostra storia.
Eppure.Però.”   



7 commenti:

  1. ma che meraviglia questa intervista... siete fantastiche, ecco!

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  2. Sono profondamente ammirata.
    Ho letto tutta l’intervista con la bava alla bocca. Le domande, tutte quelle che avrei voluto porre io. E le risposte, precise, dirette, chiarissime nei contenuti. Sembra banale, ma davvero ringrazio Francesca, cronista d’eccezione e giornalista eccezionale: ci hai accompagnato passo passo alla scoperta di questa meravigliosa autrice; hai stuzzicato talmente la mia curiosità che sono all’opera per ordinare i libri; hai sollevato tutti gli strati esistenti per permetterci di sbirciare davvero in profondo.
    A Lara Manni, dico grazie. Ti sei donata in quest’intervista con onestà intellettuale e ci hai svelato tanto di te. In nessun momento ho avvertito ritrosia da parte tua, ma anzi, hai semplicemente detto tutto quello che pensavi, senza abbellire qui o svicolare lì. Ho “bevuto come un’assetata” il tuo approccio alla scrittura, sempre affascinata quando una persona racconta dell’inizio della sua storia d’amore. E si capisce ovunque che sei innamorata. E che ti emozioni ancora tanto nel ricordo. Davvero.
    Avete rallegrato la mia giornata di moribonda, contagiata da quei piccoli untori dei miei figli.
    Ancora grazie ad entrambe.
    Maria Luisa

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  3. Grazie a te Maria Luisa, di cuore! Lara

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  4. Bellissima intervista!
    Ho iniziato a leggere incuriosita da questa autrice di cui leggerò presto il libro in uscita oggi.
    E' stato bello conoscere una persona così semplicemente diretta, umile e chiara.

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  5. "Inu Yasha. Non era che un manga fra i tanti, però. Però intanto era pieno di creature del mito. E soprattutto aveva personaggi che non erano Bene o Male. A metà. Diabolus. Colui che attraversa. Sono sempre stata affascinata dal Diabolus."

    Ecco, proprio Inu Yasha..., non mi è mai piaciuto proprio per la sua esplicita ambiguità, la sua identità a mezza strada tra bene e male.

    Per questo mi piace Tolkien, dove i buoni sono buoni, ognuno col suo percorso, i cattivi sono cattivi, anche loro col loro percorso, ed il Bene vince sul Male.

    Anche se mi piacciono i colori, sono una donna in bianco e nero, i toni di grigio non fanno per me, non mi incuriosiscono, mi allontanano.

    Così come sono attratta dalla chiarezza del Sì e del No. Con il dovuto travaglio personale, ad un certo punto della vita bisogna prendere posizione, e raccogliere le gioie della decisione presa. Vivere nel dubbio tutta la vita a me pare triste.

    Mi avete cmq dato la curiosità di prendere in mano Tanit in libreria, ho scorso qualche capitolo, la scrittura di Lara è meravigliosa. Ma il contenuto non mi attira.
    Faccio il tifo per una creazione senza distruzione. Ma chissà, forse in un periodo meno faticoso di questo lo leggerò.

    Tanti craeker salati con poca acqua dalla vostra
    patapata
    la patata "gomitosa"

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  6. Splendida intervista, e splendida recensione da parte di Mirya.

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  7. Per "patata": solo una piccola precisazione. Tolkien è ricchissimo di sfumature e i suoi buoni non sono mai completamente tali. Pensa al momento in cui Frodo, sul Monte Fato, esclama: "L'anello è mio". Se non ci fosse quella frase,l'opera stessa di Tolkien sarebbe molto meno potente. Pensa alla "funzione" di Smeagol, che teoricamente è un Cattivo (eppure). E, infine, il Bene vince, ma a prezzo della distruzione di quanto era stato realizzato. E Tolkien lascia aperto ben più di uno spiraglio al ritorno del Male. Era solo per dire che l'opera tolkieniana è un caleidoscopio di colori e che la scelta (che va compiuta) non porta solo gioie. Nel Signore degli Anelli, porta anche dolore e rimpianto.
    Un abbraccio a tutte
    Lara

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