lunedì 5 marzo 2012

Diseducazione


È successo di nuovo.
L’incontro annuale a scuola sui disturbi alimentari.
Qualcuno sa di cosa sto parlando perché ha letto tempo fa un mio scritto, altri lo sanno perché questi incontri li hanno fatti con la classe, dato che ormai sono consuetudine di ogni Istituto.
E come l’anno scorso, è stato offensivo.
Stavolta ho avuto la fortuna di assistere non al colloquio con la classe, chiusa dalle quattro mura, ma alla lezione in auditorium, con molte classi insieme, e un relatore fornito di tutto ciò che la tecnologia poteva dargli per interessare gli studenti: computer, immagini, suoni, fotocopie.
Due ore a intessere un cammino che andava dall’importanza dell’estetica agli occhi della società contemporanea, alle pubblicità sempre più fuorvianti sul concetto di bellezza, alle modelle. E ancora, quel messaggio: le anoressiche vogliono fare le modelle.
E allora, aperto il varco, ecco il via ad immagini sempre più orrende di malate terminali (“la riconoscete? Sì, è quella modella morta da poco, ma ne sono morte in tante, di modelle, anche di Ferrara…”) e accenni assolutamente generici alla bulimia (“quelle si curano con gli psicofarmaci, per fortuna”) con altre foto (“eh, sì, è un bagno, perché insomma, è brutto da dire ma vomitano”).
…di modelle…
Quelle… per fortuna.
…è brutto da dire…
E i dati falsi, generici, fuorvianti.
“Solo una su mille si ammala.” Davvero? A me risultavano che ce fosse almeno una ogni dieci, che fossero peraltro in aumento, e che non fossero solo femmine.
“C’è questa tizia, la De Clercq o roba del genere, ha scritto un libro (no, ne ha scritti parecchi) e ha aperto un ospedale (no, un centro di assistenza), ma la cura è prendere coscienza del problema e avere autostima (idiota).”
L’intento finale era chiaro: gettare il disgusto verso la magrezza, ma nel modo sbagliato. Perché un’anoressica che assista a due ore del genere, in cui viene additata come superficiale che vuole fare la modella, stigmatizzata con le foto che magari rappresentano davvero come è da nuda, assordata da commenti orripilanti su quanto sia schifosa e brutta e quanto sia schifoso e brutto il fatto che si affami e vomiti, questa anoressica non parlerà mai più con nessuno di quello che le sta accadendo e che forse non ha ancora capito; ma era meglio non capirlo che capire erroneamente di essere una ragazza debole, vacua, nauseante.
Nemmeno un accenno alla sofferenza psicologica, alla differenza emotiva tra anoressica e bulimica piuttosto che a quella alimentare, ai veri motivi che stanno alla base di queste malattie e che non hanno nulla a che fare con l’estetica perché nessuna anoressica vuole vedersi bella, le anoressiche vogliono essere orrende fuori come si sentono orrende dentro, perché qualcuno, cazzo, se ne accorga, che si sentono orrende, che hanno un buco nero nel cuore e non nello stomaco, perché magari qualcuno glielo ha aiutato a scavare, quel buco nero.
E allora dovremmo dire grazie al relatore che ha dato loro quello che volevano, facendole sentire dei mostri? Certo, come ad uno che dia una pistola carica ad un malato di depressione.
E io lo so, che quest’anno ne ho di certo molte, di anoressiche, e che ne ho riconosciute solo tre tra le tante, e lo so che erano lì e che questa lezione le ha solo fatte stare per due ore con gli occhi bassi.
La scuola in cui lavoro da tre anni è un ambiente asettico, superficiale e meschino di perbenisti dediti alla censura e poco preparati, ma ogni volta che ritengo che abbiano toccato il fondo iniziano a scavare.
Chiunque tu sia, se mi stai leggendo e sei anoressica o bulimica o soffri di altri disordini alimentari e sei reduce da uno di questi disastrosi incontri che questi dottoroni fanno in questo periodo dell’anno in scuole imbecilli come la mia: mandali a cagare.
Loro non sanno niente di te.
Se invece non hai mai conosciuto quel buco nero: mandali comunque a cagare.
Male non farà.
Magari la prossima volta restano bloccati sul water ed evitano di andare a mortificare altri adolescenti solo per spillare due soldi sporchi in più.



19 commenti:

  1. Ribadisco che deve esistere da qualche parte il gene della testa di cazzo, e che deve fornire qualche vantaggio evolutivo a chi lo possiede altrimenti gli esponenti della categoria non continuerebbero a saltar fuori da ogni buco, invadere la vita degli altri e avere pure la pretesa di insegnare. Grazie a dio non insegno a scuola, ma da simil-ballerina ne ho patite e sentite di tutti i colori a riguardo e ti confermo che il volersi vedere magre e belle non c'entra proprio una fava... non oso pensare a cosa possano aver capito delle ragazzine di 15 anni da discorsi tanto idioti e superficiali. Se sei riuscita a stare zitta davanti a tale eloquenza, sei davvero una santa.
    Opalix

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    1. Giusto per rincarare la dose, è stata una delle lezioni: non fate danza classica o diventate anoressiche. Detto esattamente così. Invece di dare dei limiti, fissare dei confini, eliminiamo la danza classica e basta, senza rifletterci sopra.

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    2. Provo a fare un breve discorso serio una volta tanto. Io non ho mai sofferto di anoressia o bulimia, grazie al cielo e grazie a una mamma e un papà che in casa riuscivano a far ritornare tutto della giusta dimensione, ma non significa che non sia stata toccata dall'argomento. Che la danza, o altre discipline artistiche come il pattinaggio che ho fatto io per tutta la vita, costituiscano un ambiente che un po' favorisce questo tipo di disagio è parzialmente vero... io non sono mai stata una "magra naturale", dovevo lavorare sodo per mantenere il fisico da atleta richiesto. Sono passata anche tra le grinfie di una coreografa che pesava le ragazze pubblicamente, davanti a tutti, e sottolineava ogni aumento di 100 grammi con sadica precisione. Ma tutte le volte che qualcuno mi faceva notare che non ero abbastanza magra, ricordo che il mio cervello percepiva soltanto che io non ero "abbastanza". Ero sempre in difetto. E a causa di quel difetto non avrei potuto essere ammirata, amata ed elogiata come altre, come meritavo. è questo il dramma. Non importa che il difetto fosse un rotolino di grasso, un elastico del costume che tirava sulla chiappa o un brufolo sul mento, avevo sempre l'impressione che a causa di quel difetto il mio allenatore, il mio partner, i miei amici non mi avrebbero voluto bene quanto prima, o quanto agli altri. Che a causa di quei difetti i miei sogni non si sarebbero avverati mai. Fortunatamente a casa, non saprei spiegare come e non saprei dare consigli a riguardo, riuscivo a guardare le cose da una prospettiva più realistica e mia mamma mi aiutava, sia a mangiare in modo dietetico ma corretto, sia facendomi capire che non ero sola, che quelle persone che mi facevano sentire una merda non erano la bocca della verità, che potevo seguire i miei sogni di "ballerina" mantenendomi in forma nei limiti umanamente accettabili. Questo è il meccanismo, credo, che scatta all'interno di quelle ballerine o pattinatrici che si consumano piano piano, e ne ho iste farlo, più di una, purtroppo. Non credo che valga per tutti, niente è generalizzabile, ma questa è la realtà che ho vissuto io. Abolire la danza o il pattinaggio è una stronzata, sono discipline che danno così tanto che è inutile stare qui a descriverlo, sia a chi le pratica sia a chi le guarda. Mi rendo conto che sia un discorso un po' sconclusionato, ma sono veramente stufa (ho pattinato per ventanni) di sentir demonizzare una disciplina che ho amato da gente che non capisce che il problema non è quelloc he ti dice "devi calare un paio di chili" ma il fatto che tu sia lì DA SOLA ad ascoltarlo, che non ci sia nessuno che ti dice che ti fa capire che comunque andrà bene lo stesso, che hai una ricchezza dentro e fuori che va ben al di là di quel chilo da perdere, di quell'insalata scondita che ti tocca di mangiare... e che la mangia con te anche se gli fa schifo.

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    3. Non mi ero firmata perchè come al solito mi dimentico qualcosa, ma sono sempre Opalix, eh!

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    4. Di sicuro la danza è una situazione 'a rischio', ma è proprio demonizzando queste situazioni che si crea confusione. Le malattie alimentari sono malattie, appunto, non vengono da una dieta sbagliata o dalla scelta di uno sport o di un'arte; intanto bisogna essere 'predisposti', come dicono in termini medici, il che significa essere ricettivi a certe tendenze; inoltre, per quanto nascano come problemi legati al peso, non riguardano mai il peso: sono espressioni di sofferenza che si allacciano al bisogno di riprendere il controllo su una vita senza controllo, in genere perché c'è stato chi ha tentato di controllarla abusando psicologicamente della persona in modo molto raffinato e invisibile.
      Una può fare danza e riuscire sempre a guardare le cose con oggettività, così come può fare il controllore di treni ed avere disordini alimentari.
      Certo, non lo nego, la pressione della danza, soprattutto di quella classica, crea il terreno fertile all'insorgere di questi disordini, ma non sono davvero mai relativi solo al bisogno di essere magre; c'è più tutto il resto di cui parli, la necessità della perfezione, di dimostrare qualcosa a qualcuno (nella maggioranza dei casi, ma non sempre, alla madre), di non fallire mai.
      Forse la cura migliore per questi disordini sarebbe il famoso discorso della Rowling sull'importanza del fallimento: imparare a perdere, a sbagliare, a perdonarsi.
      Di certo la lezione di ieri non invitava al perdono di se stessi, ma solo al giudizio annullante.
      E ti ringrazio tantissimo per questa riflessione, che arricchisce notevolmente la discussione.

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  2. Ai miei tempi, se la memoria non mi inganna, non c'erano questi incontri obbligatori. Però, verso la fine del liceo, era nata la figura dello psicologo della scuola con cui si poteva prendere appuntamento.
    Sono del parere che le cose o vanno fatte bene o è meglio non farle. Certo, se è il ministero dell'istruzione o qualcosa di simile che lo rende obbligatorio, allora come sempre vige la regola del fare le cose con il minimo sforzo.
    Intanto, foto, slides e auditorium gremito non mi sembrano una genialata. Certo fanno risparmiare soldi e tempo ma sono argomenti delicati e il risultato quale sarà stato? Gli studenti che non si sentono direttamente coinvolti avranno approfittato del casino di gente per farsi i cavoli propri e navigare in internet con l'iphone. Le ragazze che vivono da vicino questa situazione si saranno vergognate e anche se avessero avuto voglia di un confronto dopo la "brillante esposizione" dove l'avrebbero trovato?
    Nel professionista (esperto in cosa prima di tutto? Medico, psicologo?) che ha richiuso pc e proiettore ed è passato al lavoro successivo?
    Perchè non far parlare i ragazzi con chi ha vissuto questa esperienza?
    Un anno la mia classe ha partecipato a un progetto di scienze, una specie di concorso nazionale, e la nostra insegnante ci ha proposto di studiare Il coma e abbiamo incontrato un ragazzo che in coma c'è stato e la madre di Luca De Nigris, la fondatrice della Casa dei Risvegli. E sono cose che non dimenticherò mai, che mi rimarranno dentro. Il racconto di quel ragazzo, vederlo di persona, parlarci. Non le diapositive e i numeri di incidenti e conseguenze del non usare il casco in motorino.
    Vere testimonianze. Ma per quelle ci vuole qualcuno che si "sbatta", che contatti le persone, che faccia più del minimo sindacale. Sperando poi che il preside non gli tarpi le ali. E qui mi fermo perchè potrei dire cose che è meglio non dire, ma tu sai cosa sto pensando.

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    1. Non sono mica obbligatori, li scelgono perché si riempiono la bocca dichiarando di essere al passo con i tempi, fanno venire esperti di sesso, droga e disturbi alimentari (evidentemente pensano che le cose siano correlate...) e poi, come tu ben sai, non permettono nessun genere di dialogo.
      A me viene una tristezza sempre più profonda...

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  3. Complimenti all'esperto!
    Quando ti senti inadeguata e fuori dal gruppo, quando non ti accetti e rifiuti la tua immagine... due ore così ti fanno certamente "guarire".

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    1. Guarda, avevo voglia di alzarmi in piedi e dargli fuoco, anche perché ho appena letto Farenheit 451...

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  4. Io quando facevo il liceo non ho mai avuto incontri di questo tipo. Nonostante io sia giovane - ho ventitrè anni - dalle mie parti non si è mai parlato molto di disordini alimentari, era un problema che sembrava non affliggere nessuno e quindi nessuno se ne interessava.
    Ho sofferto di bulimia. Per anni.
    Senza che nessuno se ne accorgesse, all'inizio; additata come malata e mostro in seguito.
    Ho combattuto contro i pregiudizi e contro le malelingue, contro chi non ha mai pensato avessi bisogno d'aiuto, ma solo di medicine.
    E me ne hanno date di medicine.
    Ho passato anni a correre dalla tavola al water e a usare le dita come vanghe con cui scavare nel mio stomaco. Ho avuto un buco nero al posto del cuore per tutto quel tempo, appagata solamente dal senso di onnipotenza che mi sembrava di avere ogni volta che mi ritrovavo ad un passo dall'autodistruzione.
    Sono guarita - per quanto si possa guarire da una cosa del genere; non c'è mai niente di definitivo in questi tipi di "guarigione" - e ho fatto l'unica cosa che potevo fare: ho tentato di aiutare chi stava passando lo stesso problema.
    La realtà è che parlarne da "esterni", da chi non sa cosa significhi veramente vivere una malattia di questo tipo, non è affatto utile. Condannare la bulimia o l'anoressia non aiuta a far diminuire le "vittime", anzi le fa sentire fenomeni da baracconi, persone che non avranno mai un posto nella società.
    Giudicare, questa è l'unica cosa che la gente sa fare ed è quanto di più sbagliato possa succedere in questi casi.
    Se le cose fossero diverse, sarebbe forse più semplice. A me, avere semplicemente qualcuno pronto ad ascoltarmi e non a giudicarmi non avrebbe fatto altro che bene.

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    1. Ti ringrazio moltissimo per questo tuo intervento e condivido ogni tua parola. Questo è il secondo anno che vedo fare incontri del genere e ho già tentato di oppormi: piuttosto, come dice sopra Chiara, che si facciano incontri con chi ci è passato e se la sente di parlarne, di spiegare cosa significa e anche, come dici tu, perché la guarigione non è definitiva e ti costringe ad un equilibrio molto più tenace; eppure, spero di non infastidirti in alcun modo, credo che chi è sopravvissuto abbia una marcia in più, un filtro più ampio per vedere le persone.
      E gli altri, spesso i cosiddetti specialisti, al confronto sono ciechi.
      Grazie ancora, davvero.

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    2. Non mi infastidisci affatto, anzi, trovo meraviglioso che ci siano persone come te che ancora sanno guardare al di là del loro naso.
      Ma non dovrei meravigliarmi, considerando con chi sto parlando :)
      Grazie a te per il post,
      un bacio.

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  5. Grande Mirya.

    Solo questo. Grande.

    Ragazze, coraggio, persone a cui importa di voi ce ne sono. A cominciare dalle prof come Mirya.

    Oppure la prof di scienze, che di quello che vi sta capitando, forse, qualcosa sa.

    Oppure l'ortolana di fronte a voi.
    O il barista.
    O la bidella della scuola.
    O la sorella grande di qualche amica.

    Ragazze alzate gli occhi e cercate, troverete affetto e amore, che vi sazieranno, finalmente.

    patapata
    una prof con le braccia aperte
    e un pacchetto di patatine pronto

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    1. Basta, in effetti, una persona intelligente e pronta a non giudicare, a non consigliare, a non fare altro che ascoltare. Ma non è mai così facile da trovare.
      Spesso invece si trovano gli esperti che sono convinti di sapere tutto e, poveretti, sono forse i più ignoranti in materia.

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  6. Una cosa simile è successa nella mia scuola: l'argomento era "I giovani tra alcole e droga" ma l' atmosfera e la stupidità di certa gente non era sicuramente diversa da quella di cui hai parlato tu qui.
    Quindi, apprezzo davvero che tu, da insegnante, abbia notato e denunciato in qualche modo atteggiamenti offensivi, indelicati e decisamente sbagliati di questo tipo!
    SenzaFato

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  7. Cara Francesca,
    penso che tu conosca già Fabiola De Clercq ed il suo libro: "Tutto il pane del mondo".
    Gli incontri con lei sono fantastici, bisogna contattare la sua associazione ABA, trovi il loro sito qui http://www.bulimianoressia.it/fondazionefabioladeclercq.php

    Sarebbe una bella proposta alternativa agli esperti so-tutto-io che non hanno la più pallida idea di cosa stanno parlando

    (.......stiano parlando...., stavano,......, stessero ----, ehm....., mah?)

    baci e briciole di pane a tutti i passerotti,
    patapata
    la vostra teglia di patate al rosmarino

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  8. Hai scritto che hai provato a opporti a questo genere di incontri: vuol dire quindi che la maggioranza del collegio docenti è a favore? Discutete insieme prima di decidere perché invitare un esperto e chi invitare? Io insegno in una scuola paritaria e, tra l'altro, non sono alle superiori, ma nel nostro piccolo collegio docenti ci si interroga molto sulla necessità di invitare qualcuno: vale la pena? C'è una effettiva domanda dei ragazzi? Un bisogno? Chi conosciamo che potrebbe trattare al meglio quello che ci interessa? Su un argomento delicato non si rischiano danni piuttosto che benefici? Una volta invitato qualcuno, quello diventa, per così dire, la voce della scuola e degli insegnanti, per cui dobbiamo essere certi di aver fatto una scelta giusta.
    Un esempio: incontri sull'affettività. Sono alcuni anni che viene un'ostetrica che ha una incredibile capacità di parlare ai ragazzi e di partire dalla loro esperienza; è delicatissima nell'affrontare qualsiasi domanda; incontra un gruppo non più grande di una classe; chi vuole può porre domande tramite bigliettino anonimo a cui la signora risponde in un secondo incontro. Abbiamo dei riscontri positivi dai ragazzi sull'esperienza vissuta.
    Se io fossi un genitore e sapessi che mio figlio deve assistere a un incontro come quello che hai descritto, sarei, come minimo, ferocemente incazzato... Ma forse alle superiori ai genitori da parte dei ragazzi arriva meno di quello che mi immagino.
    Ciao

    Cristina

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    1. Noi abbiamo delle "offerte" da parte del Comune che dobbiamo obbligatoriamente considerare in sede di Consiglio di Classe; lì la maggioranza è sovrana, quindi se un docente sceglie di volere fortemente questi incontri e gli altri votano in maggioranza gli incontri si fanno. Il mio sospetto è che non votino in cattiva fede e che davvero non si rendano conto di certe dinamiche emotive così scatenabili; d'altronde molti di noi, durante le conferenze, effettivamente sono impegnati a correggere qualche compito o sgridare qualche alunno e forse si perdono parte dell'incontro.
      O forse no, e a quel punto evidentemente sono solo io che sono molto sensibile a certe parole ed esperienze e non riesco a prenderle con leggerezza.

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    2. Sicuramente io vivo in una realtà dove, se si decide di invitare qualcuno che parli ai ragazzi di qualche tema che tocca in particolar modo la sensibilità personale, non ci è permesso di correggere compiti o farci distrarre da altro. Però capisco che la realtà delle superiori è diversa. Sono certa comunque che mio marito, insegnante delle superiori, quando si trova a dover assistere a conferenze di qualsiasi genere, ascolta con attenzione, soprattutto per capire se ne vale la pena o no (tra l'altro, ora che ci penso, nella sua scuola talvolta si son trovati a dover accettare senza neppure averli scelti, degli ospiti, perché il preside li imponeva dall'alto: altro che maggioranza...). Pensando di essere un genitore di figli adolescenti mi farebbe ancora più incazzare sapere che degli adulti in buona fede votano per far venire un tizio che poi non ascoltano perché hanno i compiti da correggere. Lo so che risulto un po' rompicoglioni (o anche molto), ma è un'età talmente delicata quella di questi ragazzi che è veramente un delitto pesare male le parole che rivolgiamo loro. Chiudo qui, ma mi innervosiscono oltremodo quelli che non si interrogano fino in fondo rispetto alle decisioni che prendono sull'educare. E ultimamente mi accorgo invece che sembra proprio che molti non lo facciano, ma dovrei aprire un altro capitolo e non mi pare il caso.
      Grazie per gli interessanti spunti di riflessione

      Cristina

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