mercoledì 14 marzo 2012

In cerca di un dentista


In Pretty Woman c’è questa frase che mi è sempre rimasta in testa: “È molto più facile credere alle cattiverie, ci hai mai fatto caso?”
 Io la allargherei ad un concetto più ampio: è molto più facile abituarsi al male, ci avete fatto caso?
Nei due mesi in cui ho scritto quasi trecento pagine di tesi di dottorato ho smesso di vivere. La prima a pagarne le conseguenze sono stata io: telefono staccato, uscite azzerate, scrittura anche la notte di Capodanno e ogni notte fino a tardi. Sono diventata taciturna, svogliata, dolorante, e nemmeno me ne sono accorta, così quando tutto è finito la mia reazione è stata quasi traumatica: vedevo di nuovo la luce del sole, parlavo al telefono con un’amica… Ci ho messo un paio di settimane per convincermi che tutto questo era normale e che potevo pure rilassarmi mezz’ora.
Il secondo a pagarne le conseguenze è stato il patato, che però, ovviamente, non ha dato grossi segnali. La sua mamma era sempre stanca e lui stava tanto con le nonne, ma pareva essersi, appunto, abituato naturalmente. Appena ho finito la tesi per prima cosa gli ho dedicato ogni istante libero, con una voglia atroce di godermelo e di giocarci: e lui è divenuto impossibile. Non vuole più andare all’asilo, non vuole stare con le nonne nemmeno quando io ho i consigli di classe, vuole stare solo con mamma e papà. Ecco fino a che punto si era abituato al male: quando il male è passato, lui è andato in crisi, si è accorto di quanto gli mancasse il bene e credo abbia paura di dover vivere di nuovo quella mancanza.
Intanto mio marito, che aveva dolori strani da settimane, è andato finalmente dal dentista e ha scoperto che tutto, mal di testa e al collo e alle gengive, veniva da un dente del giudizio che andava estratto: fatto quello è diventato un altro uomo, sereno e sorridente. E lì io mi sono accorta con stupore che ho male ad un dente da due anni e che non mi era nemmeno passato per la testa di farmelo passare: mi ero abituata.
Ci abituiamo al male perché andare dal dottore costa tempo e soldi, ci abituiamo agli insulti perché ce ne rivolgono tanti e finiamo quasi per crederci, ci abituiamo ad uscire con persone che ci parlano alle spalle perché altrimenti temiamo di dover restare in casa, ci abituiamo ad una relazione che fa acqua da ogni parte perché sennò abbiamo paura che non troveremo qualcuno che sia disposto a stare con noi, ci abituiamo ad un lavoro che ci disgusta perché ci servono i soldi per pagare il mutuo e non possiamo permetterci di inseguire i nostri sogni.
Per certe cose, non possiamo oggettivamente farci niente: come scrivevo qualche tempo fa, il tempo del film L’attimo fuggente finisce quando si diventa grandi e ci si rende conto che certe necessità pratiche vengono per prime, che avere un tetto sulla testa e un piatto di pasta in tavola è necessario, che una famiglia non si abbandona per realizzare se stessi.
Per altre cose, quest’abitudine è pericolosa, perché ci rende sempre più insoddisfatti ed inconsapevoli di esserlo, perché ci convince che l’infelicità sia una condizione necessaria e sufficiente e la felicità uno specchietto per allodole sceme, che qualunque cosa facciamo non miglioreremo di un centimetro la nostra situazione.
Ecco, non ho mai sostenuto che la vita sia un campo fiorito di opportunità, ma su queste seconde cose possiamo lavorare. Io ho capito che non mi butterò mai più in un progetto come questo dottorato e che niente mi priverà mai più del sonno, del marito e del figlio; e venerdì vado dal dentista.
Non so quale sia il male che vi addolora in questo momento, ma se esiste un dentista in grado di togliervelo, prendete il telefono e chiamatelo.
Non abituiamoci a tutto il male: qualche male va ingoiato, qualcun altro lo possiamo anche risputare in faccia al mittente, chiunque esso sia.

12 commenti:

  1. Sono stata ad un concerto di Guccini, tanti anni fa. Il concerto era dedicato al suo diciassettesimo album "D'amore, di morte e di altre sciocchezze". Guccini presenta due canzoni fondamentali dell'album: Quattro stracci e Vorrei. Più o meno queste le sue parole: "Che poi scrivi, scrivi d'amore e ti rendi conto che la gente vuol soffrire. Perché le canzoni che narrano di un amore finito riescono sempre meglio, o forse hanno solo più successo, di quelle che cantano gli amori felici. Così è anche per Quattro Stracci e Vorrei"...
    Quattro stracci narra di un grande amore... finito. Un amore in cui tutto ciò che sei non è mai stato abbastanza, mai quello che vorresti. Un amore durato anni, da cui è nato un figlio...
    Perché è vero, al male ci si abitua e il male, talvolta, è pure poetico. Ci si crogiola nel male. E' faticoso uscirne, perché è faticoso accettare di esserne effettivamente affetti. E' la vita, il caso, il fato... non siamo noi che ci facciamo male. Ma non è vero, non è mai vero, non è sempre vero.
    E allora, forse, come dice Guccini, smettiamo di cercar per sempre quello che non c'è e partiamo da noi. E forse, come dici, troveremo la forza di non prendere decisioni autopunitive, non metterci in situazioni difficili, non frequentare le persone sbagliate per paure e magari... chiamare il dottore, anche se fa male aprire altre ferite.
    Ti abbraccio

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    1. Conosco benissimo e adoro entrambe le canzoni e certo l'impatto di "Quattro stracci" è forte, io però ho avuto una vera e propria ossessione fin dall'inizio per "Vorrei", di tutt'altro tenore. Questo mi fa ben sperare di avere ancora una possibilità e di non essere del tutto votata alla sofferenza.
      Però se anche solo allargo il discorso ai libri, noto che spesso un romanzo che si concluda bene viene considerato inferiore in partenza, mentre il drammatico è reputato superiore. Forse è vero, forse siamo settati sul programma dell'autodistruzione, ma siamo anche qui per evolvere e per riprogrammarci, con fatica e gradualmente.
      Un buon modo per iniziare a farlo è anche stare qui a tentare di chiacchierare e magari prenderci pure in giro.
      I dentisti sono un po' ovunque.

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  2. Ci si abitua anche a pensare di non valere granchè, professionalmente parlando, perchè le persone che ti circondano sminuiscono tutto quello che fai, iniziative brillanti comprese. Ci si abitua a ritenere di non essere in grado di lavorare in team, perchè gli altri ti convincono che non sai interagire e che sei troppo rigida. Ma ognuno di noi, nel proprio cuore, sa che non è vero. Forse questo crogiolarsi in questo limbo è solo pigrizia, indolenza, non voglia di reagire perchè, forse, reagire è peggio di subire. E per reagire di vuole coraggio e se non sei intrepida il coraggio non ce l'hai proprio. E allora si reagisce interiormente, continuando a torturarsi il cervello e costringendolo a farsi dei film mentali nei quali - sorpresa - reagisci, eccome se reagisci! Dentro di te, nella tua testa, urli tutto il tuo disappunto, tutta la tua indignazione e tutta la tua insoddifazione per le ingiustizie che sei costretta a subire e vedere ogni giorno. E nel film hai finalmente soddisfazione perchè sfoghi tutte le frustrazioni con risposte intelligenti al momento giusto e alle persone giuste. Gliele canti con tutta la voce che hai e poi, dulcis in fundo, con un sorriso meraviglioso prendi la porta e vai. E il film finisce qui perchè, appunto, è solo un film e un film fatto bene ha sempre un lieto fine. Ecco, questo è il mio grande cruccio, quello dell'insoddisfazione professionale. E qui non c'è dentista che tenga per tutta una serie di motivi che non racconto per non annoiarti troppo. Ma nella vita privata e personale, per fortuna, ho avuto questa apatia soltanto per pochi anni, quando temevo di rimanere sola. Poi mi sono svegliata, non ho più avuto paura e l'apatia è sparita lasciando il posto alla consapevolezza. E credo che quest'ultima, la consapevolezza intendo, sia la chiave giusta - almeno per me - per affrontare le situazioni, la vita stessa, con quella lucidità e razionalità che sono necessarie per cercare di proteggersi, sopratutto da noi stessi. Perchè, a volte, siamo proprio noi il nostro peggior nemico. Un caloroso abbraccio.
    Stefania/pepita

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    1. In questo momento condivido il disagio lavorativo, anche se io ho sempre la speranza prima o poi di cambiare scuola: il mio cruccio p avere invece sperimentato ambienti in cui mi sono trovata benissimo e sapere che purtroppo al momento mi tocca stare in uno in cui mi trovo male, ma so di essere comunque fortunata perché io almeno posso sperare che un giorno riuscirò a trasferirmi.
      Una mia compagna di scuola un giorno mi disse che era tutto sbagliato, perché finivamo col passare più tempo a scuola, e un giorno futuro al lavoro, di quanto ne avremmo mai passato con le persone che amavamo: ecco, aveva davvero ragione, forse è questo il lato peggiore del lavoro, che ti ruba molti altri aspetti della vita e finisce quasi per sostituirli, mentre a mio parere dovrebbe davvero solo servire a pagare il mutuo, pur potendoci dare delle soddisfazioni.
      Non sei una persona rigida, sei una persona onesta che ha anche il coraggio di stagliarsi contro le ingiustizie: questo è talmente raro che ti porterà sempre ad avere dei problemi, ma renderà anche sempre la tua vita degna di essere vissuta.

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  3. un abbraccio prof.... perché ti capisco e mi sono accorta troppo tardi delle mie apnee.... che alla fine sono diventate parte di me come i silenzi, quelli densi e che non spezzi e dai quali so che non usciro' mai. Ma e' bello sapere che qualcuno almeno ci prova.
    roxb

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    1. Ne avevi già parlato, se non sbaglio, del tuo timore di estraniarti troppo, ma non te ne crucciare esageratamente: come dicevamo allora non è semplice trovare un equilibrio nel web e non ci sono ancora riuscita nemmeno io!

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  4. Mi ricordo un giorno al liceo, conversavamo con il prof di religione, era giovane e preparato, a lezione si parlava tanto, era sempre pronto ad ascoltarci. Quel giorno l'argomento era relativo a cosa volevamo dalla vita e io gli disi che volevo essere felice. Più felice di come ero in quel momento. A 16 anni con tutti i patemi e i complessi dell'età, crogiolarsi nel male di vivere era più che normale e sono sicura che quella parte di sofferenza esistenziale mi accompagnerà sempre. Però a 37 anni, finalmente, sto imparando a levarmi di dosso una zavorra inutile, di dolore inutile, di male inutile. Grazie a ciò che di "bene" mi circonda. Oggi parlavo con una mia amica di chi gioca al rilancio con il male, quelli che stanno sempre peggio di te, che se tu hai mal di denti loro hanno l'ebola. Spero di non essere così nemmeno ad ottanta anni (arrivarci), quando mi conterò gli acciacchi con le vecchiette del quartiere.
    Ilaria

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    1. Ecco, la tua risposta di allora era già perfetta; spesso credo che le persone in fondo di sentano più meritevoli di affetto e stima se ne hanno passate tante, il che può anche essere comprensibile, ma non quando sfocia nell'autocommiserazione. In realtà credo davvero che il novanta per cento dell'esistenza sia permeata da dolori, più o meno gravi, ma proprio per questo per me è sempre importante saperne ridere e anche rimboccarsi le maniche per uscire da quelli che possiamo combattere. Gli altri dobbiamo accettarli, e trovare qualcuno con cui condividerli.

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  5. Mi è piaciuto il tuo post. Anche io spesso mi trovo divisa tra il lavoro e le sue pressanti richieste (ma anche soddisfazioni immense) e la mia famiglia confusionaria. Che dire? Ti capisco e ti capisco bene. Ho sempre cercato di fare la donna bionica: faccio tutto, uno e l'altra! Ma poi crollo devastata. Però una cosa è certa, voglio essere felice e voglio esserlo a casa, al lavoro, con le amiche,con i figli, quando faccio le corse per andrai a prendere a scuola o per portare mio figlio a logopedia, voglio essere felice sempre! E desidero questa felicità per i miei bimbi, per il marito e le persone a cui voglio bene. Francesca sei proprio una bella persona perché tiri fuori il meglio che c'è in noi con i tuoi scritti!!

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    1. Credo sia insito nell'essere mamma il dovere - la necessità! - di fare mille cose per volta; spesso ti rendi conto che se vuoi essere anche donna e non solo mamma devi ritagliarti gli spazi per te nei momenti più impensati, eppure non rinunceresti mai a questo spirito di sacrificio!

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  6. Cara Mirya, con me sfondi un portone spalancato. Sono assolutamente d'accordo con te, il male esiste, ma non per questo ci si deve abituare ad esso.

    Ci sono, però, momenti della vita in cui bisogna avere la forza di camminargli accanto, magari scambiandoci qualche parola, chiedendogli un klinex magari facendosi offrire un caffè.

    Sono quei momenti fuori dal tempo, come quel vecchio film dove americani e tedeschi infangati nelle loro trincee facevano una tregua durante la vigilia di Natale.
    Poi la magia finisce e si ricomincia a spararsi addosso.
    Ma quel momento di sopportazione, quel momento che può durare mesi, a volte anni, ti permette di sopravvivere al dolore, accettarlo, forse sublimarlo. Senza perdere di vista, nelle lacrime, la gioia degli affetti più cari, quelli grandi e quelli piccoli.

    Si può gioire anche in mezzo alle lacrime.

    La nostra anima è così grande e profonda che si può covare il calore della felicità e gioire dell'amore anche vivendo il dolore sordo della perdita.

    Comunque un bravo dentista aiuta sempre.

    tua patapata

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  7. Oh, sì, avere qualcuno accanto è fondamentale, senz'altro, anche perché spesso è per quel qualcuno che ci ricordiamo che non dobbiamo solo mandar giù del male ma anche goderci il bene.
    E trovarlo laddove apparentemente non ce n'è.

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