mercoledì 19 dicembre 2012

Le domande del Brucaliffo - Alessia Esse


Sul web l’avete conosciuta anche come Stupid Lamb e ha riscosso grande successo con le sue fanfictions e le sue storie originali, mai scontate, sempre orientate al cambiamento. Ora è uscita con il primo libro di una trilogia, Perfetto (link della copia cartacea, link della copia virtuale), mediante l’autopubblicazione. Oltre alla stima che ho sempre nutrito per Alessia Esse, come autrice e come persona, per quel che ho potuto conoscere di lei, sono spinta in questa intervista anche dal desiderio di dare spazio proprio ad una scrittrice che ha intrapreso una strada ancora poco trafficata in Italia, un nuovo modo di farsi leggere, futuristicamente alternativo… come è futuristico il libro con cui si è messa in gioco.

Iniziamo dalle informazioni basilari: chi è Alessia Esse? Direi che si sa molto poco di te, quindi cosa puoi dirci senza poi doverci eliminare?

Bella domanda.
Alessia Esse è tante persone in una. Non perché soffra di personalità multipla, ma perché - come tutti - non posso essere catalogata in una sola identità.
Sono una figlia che ha imparato da poco a vedere i genitori come una donna e un uomo, prima che come una mamma e un papà.
Sono un'amica che si butterebbe nel fuoco per quelle due o tre persone che mi fanno ancora avere fiducia nel genere umano.
Sono un'ex studentessa che dava il massimo perché doveva, non perché voleva. (Odiavo studiare. Mi piaceva imparare, ma odiavo tenere la testa sui libri. Nella mia mente ha senso, credo che ce l'abbia anche nella tua di prof :) )
Sono pigra: se posso rimandare una cosa la rimando fino a che non posso più farne a meno.
Sono atea: se devo credere ad un libro, allora preferisco scegliermene uno diverso ogni giorno.
Sono logorroica, e questa risposta ne è la prova :D

Leggo nel tuo sito che non ti definisci una scrittrice, però sei certamente una donna che scrive. In questo si conciliano gli aggettivi e i sostantivi che hai usato per descriverti? La scrittura riunisce tutte le tue sfaccettature o ti porta a scoprirne altre, è aggregazione o disgregazione?

All'inizio era senza dubbio aggregazione. Forse per inesperienza, o per insicurezza, scrivere di cose (o luoghi, o situazioni) che conoscevo, che sentivo a me vicine, mi piaceva di più. Mi faceva sentire a mio agio con le dita sulla tastiera.
Ora, però, non si tratta più di aggregazione (o disgregazione).
Ora, scrivere è andare avanti, costruire qualcosa di nuovo e, forse sì, scoprire lati di me che non pensavo di possedere.
Crescita, in sostanza.
Qui prendo la palla al balzo per costringerti ad un po’ di storia: raccontaci come è cresciuta la tua scrittura, da quando hai iniziato, presumo per piacere personale, a quando e come hai scoperto efp dove ti sei subito distinta. Ci teniamo il meglio, ovvero il libro che stai per donarci, per la fine.

Dunque, prima dell'estate 2008 non ho mai scritto nulla a parte il diario personale e i temi in classe (e con quelli faticavo da morire. La prof mi dava 6 per pietà, ne sono certa). Nell'estate 2008, però, le cose sono cambiate. In quel periodo trafficavo sul forum di TwilightersItalia, e leggevo molte fanfiction scritte da ragazze piene di talento.
Per me erano inarrivabili, soprattutto perché, nella mia testa, l'idea di scrivere una fan fiction era strana, quasi inconcepibile (della serie: Ho letto il libro, mi è piaciuto: perché mai dovrei scrivere qualcos'altro sull'argomento? Chi sono, io, per fare una cosa simile?). Quello stare in mezzo alla scrittura, però, mi ha fatto venir voglia di provare. E l'ho fatto con qualcosa che riguardava me, la mia vita.
Ho iniziato a tenere sul forum un diario personale, una specie di blog, e alla fine dell'estate (credo fosse Settembre o Ottobre), spinta dalle ragazze talentuose di cui dicevo prima, ho deciso di provare con una fan fiction. L'idea era la più strana possibile (e se Jasper provasse dei sentimenti per Bella?), e non avevo idea di ciò che facevo. Non mi sentivo all'altezza, e la paura di fare una figuraccia era fortissima.
Però la storia piacque ai lettori, e io scoprii che A. scrivere era divertente e B. con la giusta ispirazione avrei potuto creare qualsiasi cosa.
Fu una delle admin di TwilightersItalia a suggerirmi di iscrivermi a EFP. Ricordo che mi disse: "Attenta, però, quel sito è un carnaio."
Io mi registrai... e mollai tutto dopo dieci minuti. Non avevo idea di come funzionasse l'html. Provai a postare un capitolo, e venne fuori un disastro.
Tornai su EFP dopo aver completato la fan fiction sul forum, e anche lì ottenni pareri positivi. Nel frattempo avevo iniziato altre storie, e ho continuato nel corso degli anni a postarle sia su TwilightersItalia che su EFP.
La molla che mi ha spinto a scrivere fan fiction è stata quella che, credo, spinga ogni autore del genere: aggiungere qualcosa ad un'opera che abbiamo amato. Celebrarla, in un certo senso. Migliorarla, anche. Oppure, più semplicemente, continuare a sguazzare in un mondo che non vogliamo lasciare.
Oggi faccio un po' fatica a leggere i miei primi scritti: erano acerbi e affrettati in alcuni casi. Col tempo la scrittura è cresciuta, ma - proprio come dicevo nell'altra domanda - sono cresciuta anch'io, per cui le due cose sono andate di pari passo.
Scrivevo e scrivo per piacere personale. E' divertente, intrigante. Una sfida continua. Difficile come poche altre cose, ma sempre divertente.

Nei tuoi lavori come fanwriter se non sbaglio prevalevano le fanfictions su Twilight, appunto, insieme ad alcune storie originali; che differenza c’è tra scrivere qualcosa di tuo e lavorare su qualcosa di altri? Scrivere fanfictions è una sorta di palestra per allenarti poi a strutturare bene le tue idee o è una cosa completamente diversa, una strada che non si incrocia mai con la stesura di qualcosa di tuo?

Ti parlo in base alla mia esperienza, non so se per altri fanwriter vale la stessa cosa.
Scrivere fanfiction è senza dubbio una palestra, ma scrivere una storia originale è completamente diverso.
In una ff, la coppia in questione (nel mio caso Edward e Bella) finisce assieme dopo un periodo di conoscenza, scoperta, litigi e quant'altro. Chi legge sa cosa aspettarsi: un Edward e una Bella che alla fine staranno comunque assieme. Cambia la parte centrale, cambiano i luoghi e le azioni, ma la fine e l'inizio sono sempre gli stessi.
Scrivendo fanfiction, l'originalità della storia risiede solo in quella parte centrale, almeno per me. I personaggi non sono miei, le dinamiche e anche certi lati del carattere sono quelli creati dalla Meyer.
Scrivere un racconto originale, invece, vuol dire costruire un mondo intero. Nessuno dei personaggi vive già di luce propria, sono io a creare (o spegnere) la sua luce. Il lettore non sa cosa aspettarsi, e io non ho punti di riferimento esterni.
Per me, per il modo in cui mi sono avvicinata al mondo delle fan fiction, le due cose sono distinte e separate. L'unico tratto in comune è quella palestra di cui parlavo all'inizio, ovvero un allenamento che riguarda semplicemente l'attività di scrittura.
Ma ad atto pratico, la struttura del racconto e lo sviluppo dello stesso sono totalmente differenti.

Io concordo in parte; nel senso che ritengo che siano davvero due percorsi differenti ma anche che possa essere utile, quando si è ancora alle prima armi, cimentarsi con personaggi già definiti e un telaio più semplice piuttosto che creare tutto da capo: a quello, magari, ci si arriva in un secondo momento, quando ci si è già impratichiti con i tempi narrativi. Ma Leopardi mi smentisce in pieno, lui e i suoi dannati babà! Stiamo diventando troppo serie, e né io né tu, per quel che ho letto di tuo, lo siamo ininterrottamente, perciò passiamo al lato pruriginoso: il sesso. Quanto conta nelle ff, quanto invece conta nelle storie originali? Come e dove lo cerchi come lettrice e come lo usi come scrittrice? Ti è stato semplice scriverne fin dall’inizio o per prima cosa hai pensato a dove sotterrarti mentre postavi i primi capitoli a luci rosse? Ricorda che stai parlando – scrivendo – con una persona universalmente definita imbarazzante.

Il sesso conta sempre. Fa parte della vita, e se si scrive di una coppia che, dopo varie e (più o meno) complicate vicende finisce insieme, è necessario, secondo me, che si prenda in considerazione anche il sesso.
La quantità, il tipo e la natura vanno, poi, a rientrare in quelle che sono A. le necessità/i limiti personali dello scrittore e B. il pubblico a cui si rivolge il libro.
Immagina una scena di sesso fra Harry e Ginny nell'ultimo Harry Potter. Non sarebbe servita a nessuno, e sarebbe stata anche di cattivo gusto in un libro di genere YA.
Come ogni scena, credo che anche quelle contenenti il sesso debbano esse utili per lo sviluppo della storia. Se non lo sono, se sono mere descrizioni di atti sessuali, allora si trasformano in una perdita di tempo per il lettore (anche il lettore più allupato si rende conto di qualcosa che stona) e in un facile tentativo di acquisire seguito da parte di chi scrive.
Da lettrice, mi piace leggere scene di sesso non gratuite, e non volgari. Esplicite, sì. Spinte, pure. Forti, anche. (Chi ha letto i libri di Tiffany Reisz sa di cosa parlo.) Volgari e gratuite, però, sono due cose che vanno spesso a braccetto, e quelle scene tendono sempre a rovinare il resto.
Quando scrivo scene di sesso, invece, descrivo esattamente ciò che voglio che i personaggi facciano, non ho vergogna quando ci siamo solo io e le parole. All'inizio, temevo che i lettori potessero non gradire, ed effettivamente ho ricevuto delle critiche per certi capitoli (ricordi *quella* scena extra in Loro? Polemiche a non finire per quel momento). Nel complesso, però, non è mai stata vergogna, la mia. Più che altro, timore di esagerare.

Ricordo eccome, e con gratitudine (tanto le polemiche nascerebbero anche parlando di carciofi, e ti prego di considerarlo un suggerimento: una lemon coi carciofi!). Ma definiscimi meglio volgare, perché è una parola usata spesso e fin dall’antichità con significati molto diversi. Ormai nel lessico quotidiano ha una connotazione negativa, identifica qualcosa di sgradevole, forse anche esagerato; eppure come giustamente dici l’esplicito non è per forza volgare. Dunque, intanto direi che hai già dato una valenza precisa: quando una scena (erotica ma anche no) è gratuita, inutile ai fini della narrazione e posizionata solo per impressionare il lettore, diventa volgare. Cos’altro puoi dirci, per trarre una linea di demarcazione tra ciò che per te è esplicito ma accettabile o addirittura gradevole e ciò che invece non gradisci leggere né scrivere?

Volgare, per me, è tutto quello che ricade in quella gratuità di cui dicevo nell'altra risposta.
Non posso fare esempi più specifici, purtroppo, perché tutto varia in base alla storia che sto leggendo, e al modo in cui lo scrittore mi presenta l'argomento. A volte anche l'atto più esplicito può essere raccontato in maniera tale da risultare piacevole, mentre un bacio dato nel momento sbagliato, con atteggiamento sbagliato, può sembrarmi volgare.
Magari è un ragionamento contorto, il mio, ma proprio non posso fare una distinzione più netta.
Per quanto riguarda la scrittura invece, posso dire sono disposta a scrivere qualsiasi cosa il mio personaggio sia disposto a fare. Nel senso: quando scrivo, io conosco il mio personaggio. So cosa gli piace, so cosa può sopportare, so fin dove posso "spingerlo", e per questo so che se a lui (o a lei) può star bene qualcosa, allora io non ho problemi a scriverne.

Prometto che queste cose hanno senso nella mia mente. Non so se ne abbiano anche nella tua e in quella dei tuoi lettori :D


Mi offri lo spunto per chiederti dei tuoi personaggi: come li crei? Parti da persone che conosci o inventi di sana pianta? Li lasci macerare giorni o mesi nei tuoi pensieri o li butti fuori d’improvviso?

Alcuni appaiono subito, tipo Lilac (la protagonista) e Baguette (la sua amica). So immediatamente chi sono, cosa faranno, dove andranno. Altri, invece, si sviluppano lentamente. Uno dei personaggi di Perfetto, ad esempio, l'ho chiamato "L'anziano" per mesi, fino a che non ho avuto ben chiara la sua storia.
Ciò che lascio macerare di proposito (nel senso che, se non facessi così, non avrei un libro da scrivere) è la trama. Ho fin dall'inizio un filo rosso fatto di eventi, ma li lascio per mesi nella mente prima di metterli su carta. Ci gioco, ci rifletto, li inverto, mi faccio un milione di domande, certo di valutare ogni possibile alternativa. E quando sono soddisfatta del risultato, prendo carta e penna e inizio a scrivere.
In questi giorni, ad esempio, sto facendo macerare la seconda parte dell'ultimo libro della saga.

E anche il resto dei tuoi scritti, ha ispirazioni reali o tutto viene dalla tua fantasia? E non mi sto riferendo al sesso, ovviamente (per quanto puoi deliziarci finché vuoi con i particolari piccanti della tua vita, se il tuo uomo gradisce), ma ai dialoghi, alle situazioni: è qualcosa che ricordi, che hai sperimentato, o è tutto frutto della tua immaginazione? Ad esempio, in tanti tuoi lavori compaiono storie davvero drammatiche.

E' vero, ho scritto molti racconti contenenti momenti drammatici, e di alcuni ho avuto anche esperienza diretta, però la maggior parte delle vicende che capitano ai miei protagonisti sono originali. A volte mi capita di ispirarmi a persone che conosco, ma si tratta solo di caratteri fisici o di preferenze in merito a qualcosa. Cerco sempre di distaccare la realtà che conosco e che vivo dagli avvenimenti di cui scrivo. Se così non facessi, rischierei di sentirmi troppo coinvolta col racconto (cosa che comunque accade in certi momenti) e di lasciarmi influenzare dalle mie idee, dal mio vissuto.

“Comunque accade” in quali momenti? Piangi e ridi insieme ai tuoi personaggi, quando scrivi e/o quando rileggi? Cosa ti ha devastato scrivere? Cosa invece ti sei divertita un mondo a mettere sullo schermo?

Dunque, i momenti in cui mi sento più coinvolta emotivamente sono quelli che riguardano situazioni che conosco da vicino (o perché le ho vissute, o perché conosco chi le ha vissute). Parlando di Perfetto, la cosa più devastante da scrivere è stata il capitolo 9. Non voglio rivelarne il contenuto, però posso dirti che è l'unico capitolo di tutto il libro per cui ho passato più di una notte insonne.
Mi sono commossa in più punti mentre scrivevo, ma il capitolo 9 mi ha distrutta.
Sempre in relazione a Perfetto, ho amato scrivere il capitolo 5, quello in cui Baguette e Lilac sono a casa di Rose. E' uno dei primi momenti della storia che ho immaginato, e mi sono divertita molto soprattutto perché, per scriverlo (e quindi per farlo 'vivere' a Lilac) ho dovuto pensare ad un mondo in cui i Beatles non esistono e le spillatrici non servono più.

E veniamo finalmente a Perfetto: cosa ti ha portato a scrivere questo libro che è, lo diciamo a chi ancora non lo sapesse, il primo di una trilogia distopica? Io ero rimasta alla tua intenzione di trarre un libro da Vicini, la tua fanfiction su Twilight forse più famosa: direi che il cambio di rotta è notevole, è stata una scelta ponderata e lenta o una folgorazione sulla via del computer?

Dunque. Sebbene prendessi appunti da prima di scrivere quella fan fiction, ho iniziato a scrivere Perfetto dopo aver contattato diversi agenti/editori per il libro tratto da Vicini (di quello potrò parlare solo l'anno prossimo, però). Avevo scritto pochi capitoli quando fui contattata da The Freak, un'associazione culturale che si occupa di fare scouting letterario. Mi chiesero se avessi un racconto inedito da pubblicare sul loro sito. Risposi che non avevo un racconto, ma un intero libro. Inviai la sinossi e la mia biografia, e la redazione ha accettato immediatamente quello che allora si chiamava Lilac.
Era un unico libro (con un finale diverso da quello che hai probabilmente letto). Ma era un libro così corposo e così pieno di eventi, che ho deciso di continuare la scrittura e farne una saga.

E hai scelto l’autopubblicazione, mi pare di capire, per tua convinzione, anche se hai affermato altrove che non ti dispiacerebbe se una casa editrice si interessasse al lavoro che stai facendo. So che l’autopubblicazione funziona bene in lingua inglese, dove molti autori l’hanno scelta con risultati vincenti, mentre in Italia è ancora un po’ agli albori; ma se ben ricordo tu hai sempre avuto uno sguardo attento a ciò che succede alla scrittura nel resto del mondo, al punto che nei tuoi lavori si nota un’impronta americana, in un certo senso. Pensi che l’Italia sia pronta o dovrebbe essere pronta per esplorare queste nuove potenzialità editoriali?

Assolutamente.
Nelle prossime settimane (non ho una data precisa perché non è stata ancora comunicata - altre pecche tutte italiane) Mondadori aprirà la propria piattaforma di self-publishing e spero che ciò getterà nuova luce su questo tipo di pubblicazione.
Personalmente ho valutato diverse strade, prima di puntare su Amazon, in particolar modo per ottenere una distribuzione quanto più capillare. Ho rinunciato quando mi sono stati chiesti dei soldi (e neanche pochi) per pubblicare, e questa è una cosa che non mi stancherò mai di ripetere: l'autore indipendente non paga PER pubblicare. Paga per avere la copertina se si rivolge ad un professionista, per stampare i suoi libri, per servirsi di un editor o di un copy, ma non PER pubblicare.
Chi chiede soldi per pubblicare (editore o piattaforma di self-publishing che sia) è un assassino di sogni. State lontani dagli assassini di sogni.
Negli Stati Uniti il self-publishing funziona molto bene, e non solo per i risultati ottenuti da diversi autori. Il mercato è più ampio (c'è più gente che parla inglese, quindi più potenziali lettori) e le possibilità sono maggiori. Agenti letterari ed editori tengono conto del modo in cui il self-publishing si muove, e non si lasciano sfuggire chi ha talento.
Qui in Italia posso solo sperare (per me e per tutti gli altri autori indipendenti) che le cose inizino a muoversi in quella direzione.

Grazie per la notizia su Mondadori, è decisamente gradita! Per quanto io stimi le case editrici, spesso mi chiedo come facciano a stampare certi libri e dunque immagino che ne abbiano invece esclusi dalla pubblicazione altri che a me sarebbero piaciuti, per cui sono entusiasta all’idea che possa essere data un’occasione al pubblico per decidere da solo. Per il resto non sono certa di aver capito bene: non devi comunque pagare la stampa delle copie che decidi di far pubblicare? Non me ne intendo per nulla e dunque mi scuso per la mia ignoranza; io so delle case editrici truffaldine a pagamento, quelle che richiedono contributi esosi per pubblicare autori che nemmeno pubblicizzano (mi piacerebbe far nomi ma non voglio guai, in ogni caso sai di chi sto parlando); per quanto riguarda l’autopubblicazione credevo che richiedesse per forza un contribuito da parte dell’autore in base al numero di copie che vuole stampare, invece non è così?

Ti parlo del mio caso.
Per pubblicare il libro su Amazon non ho dovuto spendere nulla. Amazon non dice all'autore indipendente "Vuoi pubblicare? Ok, devi pagare per farlo." Caricare il mio libro elettronico e quello cartaceo non è stata un'operazione per la quale ho dovuto spendere soldi.
La piattaforma di self-publishing di Amazon è completamente gratuita.
I miei costi sono stati i seguenti:
- copertina (sono stata io a voler pagare per crearla, Amazon mi consente anche di caricare un file creato artigianalmente da me tramite Paint);
- stampa delle copie che ho distribuito con dedica e segnalibro (ancora una volta, sono stata io a scegliere di acquistarle).
L'indipendenza dell'autore indipendente (scusa la ripetizione) è questa: è lui a scegliere se e quanto pagare; nessuno gli impone un costo obbligatorio.
Quando mi sono rivolta ad alcune piattaforme italiane di self-publishing, ho riscontrato in tutte lo stesso "ostacolo". "Vuoi pubblicare il tuo libro? Bene, noi ti mettiamo a disposizione i nostri canali di distribuzione, ma tu devi pagarci e siamo noi a decidere il prezzo e il tuo margine di guadagno." Oltre la copertina, oltre la stampa delle copie, oltre i servizi accessori come l'editing e l'impaginazione, mi hanno chiesto di acquistare la possibilità di pubblicare grazie alla loro piattaforma.
Puoi ben capire, quindi, perché non ho accettato. La mia indipendenza sarebbe andata alle ortiche, e il risultato sarebbe stato esattamente quello dell'editoria a pagamento.
Il discorso è questo, quindi: l'autore indipendente paga se e quanto vuole. E' lui a scegliere i servizi di cui usufruire per creare il suo libro ed è lui (e lui soltanto) a gestire la sua carriera. Se vi vengono chiesti soldi per il solo atto di rendere disponibile il vostro libro online o in una libreria, quello non è più self-publishing. Quella è editoria a pagamento.

Grazie mille per la spiegazione, è importante che queste cose vengano rese note altrimenti l’autopubblicazione potrebbe finire col divenire solo una truffa legalizzata. Torniamo al tuo libro: scegliendo di fare da sola hai rinunciato ad un servizio che io giudico prezioso, se ben fatto: l’editing. Ne hai sentito la mancanza? Hai usufruito dei consigli e anche delle critiche di amici fidati? Pensi che il risultato finale sarebbe stato migliore se supervisionato da un esperto o lo ritieni più onesto, più tuo in questo modo?

Entrambe le cose.
Ad un certo punto, soprattutto verso la fine, ho pensato: "Mi servirà un professionista, sono troppo di parte, non riuscirò a tirar fuori il meglio da questa storia." Allora avevo già intenzione di sottoporre il libro ad un gruppo di lettura, e devo dire che, sebbene nessuno dei membri sia un editor di mestiere, i loro consigli sono stati preziosissimi. Ho dato spessore lì dove avevo tralasciato, ho ampliato e tagliato, ho reso il libro ancora più brillante di quanto non fosse all'inizio.
Un editor avrebbe sicuramente dato un contributo prezioso in termini tecnici. Non sono così presuntuosa da credere di aver scritto un libro privo di errori o mancanze. Sono convinta che, anche con l'aiuto del miglior editor, sia sempre possibile fare di più.
Il risultato che ho ottenuto con Perfetto è quello migliore per me, tuttavia non escludo la possibilità di avvalermi di un professionista in futuro.
Un consiglio che do a chi vorrebbe intraprendere il mio cammino (o comunque a chi vuol pubblicare qualcosa) è: cercate consigli e critiche in chi non ha paura di offendervi. Amici e parenti sono pieni d'amore e di supporto, ma per aiutarvi a plasmare al meglio il vostro libro, devono anche essere abbastanza crudeli da dirvi quali sono i punti deboli e gli errori.
Io mi ritengo fortunatissima per il lavoro svolto dal mio gruppo di lettura. Edito o non editor, è sempre necessario prendere le distanze dal proprio racconto e lasciare che gli altri lo valutino in assoluta libertà.

Entriamo in profondità nel mondo di Perfetto e da qui in poi avviso chi legge che ci sarà qualche SPOILER. Dunque, Perfetto, lo diciamo per chi non lo sa, è una distopia, un libro di fantascienza ambientato in un futuro dove le cose si sono incasinate parecchio, come accade ad esempio in 1984 ma anche, più vicino a te nel tempo e nello stile, nella trilogia degli Hunger Games. C’è in effetti qualcuno di questi titoli che ti ha ispirato maggiormente? In Perfetto, va detto subito, il genere umano si è ridotto alle sole donne: i maschi non ci sono più. Ho letto che hai avuto l’idea dopo un esame non passato: c’è da chiederti se l’esaminatore fosse un maschio…

Il prof era un maschio, in effetti, e uno dei motivi per cui mi bocciò fu proprio il mio essere donna (in quella sessione furono promossi - a prescindere dalla loro preparazione - solo i ragazzi).
A dirla tutta, nello scrivere Perfetto nessun racconto distopico mi ha influenzata. Quando pensavo a questo mondo popolato solo da donne, con una lista infinita di regole e di oggetti proibiti, non avevo idea che le caratteristiche su cui fantasticavo fossero quelle dei racconti distopici. Ho letto diversi libri del genere, oltre a quelli che tu hai citato, e in ognuno di essi lo stile e l'argomento che ne fanno un distopico sono differenti.
Se proprio devo parlare di ispirazione, posso solo fare riferimento ai bei libri che ho letto (di svariati autori e svariati generi) nel corso degli anni. Ognuno mi ha lasciato dentro qualcosa, sia come lettrice che, sicuramente, come autrice.

Ecco, credo che il fulcro davvero interessante del libro sia questo: il momento in cui ti fermi a pensare ad un mondo popolato da sole donne, magari dopo un esame come il tuo, magari dopo aver ricevuto un apprezzamento non proprio gradevole per strada, magari dopo una qualsiasi occhiata dall’alto al basso del tipo: io Tarzan, tu Jane. Perché all’inizio tutto viene dipinto come una tragedia, poi scopriamo la verità e ne siamo orripilati, ma poi c’è quel discorso, tu sai di cosa parlo, e ok, nessuna di noi davvero commetterebbe una strage, e abbiamo attorno a noi tanti maschi senza i quali non vogliamo immaginare la vita, però… però ha una sua logica. La logica dell’alveare, per citarti. Ed è questo che più mi ha colpita: alla fine, ha una sua logica. Perché anche solo come battuta tutte, prima o poi, abbiamo pensato o detto che si starebbe bene in un mondo popolato o perlomeno governato da sole donne. Tutte, ci potrei pure scommettere. E credo che tu ti stia muovendo in modo nient’affatto scontato, nel senso che ho in mente che qualcuno dei personaggi, vedi ad esempio Marco, mostrerà che in effetti quel discorso non è così assurdo. Perché non è così assurdo. È orrendo, disumano, ma non assurdo. E mi fa molta paura il fatto che non sia assurdo, ma è questo che deve fare una distopia: fare paura. Ok, non c’è una vera domanda, ma insomma, queste mie riflessioni hanno senso? Stai cercando non tanto di dare risposte, quanto di fare domande?

Sai, la tua riflessione è quella che ho fatto io quando ho scritto quel discorso. Ok, è la mia fantasia; ok, è un libro; però qualcosa c'è, qualcosa che ha una propria logica.
E - il fatto che possa dirlo mi rende molto triste - gli avvenimenti di cui leggiamo e ascoltiamo, soprattutto di recente, non sembrano essere poi così lontani da certi elementi di quel discorso e di quella logica.
Il mio compito/scopo è quello di raccontare una storia che, per quanto di fantasia, abbia un senso umano e reale, in particolar modo rispetto a ciò che accade ai protagonisti.
Se i lettori si trovano a riflettere su ciò che accade nella storia e continuano a farlo anche dopo aver chiuso il libro, allora vuol dire che ho fatto un buon lavoro. Personalmente amo i libri che, indipendentemente dal genere e dalla trama, ti lasciano addosso quella voglia di capire, di farti delle domande.
Non so se questo è il caso di Perfetto. Io, senza dubbio, non ho scritto una storia con l'obiettivo di sollevare domande o dare risposte. Ho cercato di incanalare i protagonisti in quel modo umano e reale di cui dicevo sopra, in modo da rendere quanto più viva, per il lettore, l'esperienza della lettura.
E hai ragione quando dici che la distopia deve far paura. La cosa che, però, inizia a far paura un po' a me, è il modo in cui gli appunti che ho preso diversi anni fa quando deliravo da sola si stiano trasformando quotidianamente in titoli di giornali e telegiornali.

Che è, purtroppo, il destino delle distopie ben riuscite, vedi la dominazione per nulla immaginaria del Grande Fratello, che qualche scemo ha pensato di usare come titolo di un reality senza ricordare che voleva dire che siamo tutti schiavi – e in fondo in molti lo sono anche dei reality.
Sono quasi alla fine, prometto. Hai parlato di appunti e mi fai subito chiedere quanti ne hai presi; intanto c’è la trama, poi l’ambientazione tra l’Italia e la Francia, che è una scelta anche coraggiosa in un mondo cartaceo dove tutti ambientano tutto tra Inghilterra e America. Sono tutti luoghi in cui sei stata e che hai poi rivisto alla luce del tuo futuro immaginario o hai ottenuto le informazioni in altri modi? E quanto deve dedicare uno scrittore alla fase preparatoria, informativa e organizzativa, prima di mettersi a scrivere e basta?

Dunque, Malorai è un luogo di fantasia che ho inventato nella primissima bozza del libro (quando i protagonisti erano tutti adulti). L'ho sempre immaginato a confine con l'Italia per via del meccanismo "Guerra-Sindrome-Donne che si rifugiano in Francia". Quando poi ho studiato il percorso che Lilac compie, mi sono ritrovata con questo paesino che somiglia molto all'attuale Chamonix, soprattutto per come è posizionato; però, come hai detto tu, ogni cosa è stata elaborata dalla mia fantasia. Lo stesso vale per Pontenero: alcuni tratti di questo paesino ubicato fra colline e mare sono molto simili al luogo in cui vivo, tuttavia Pontenero si trova lì per una semplice questione narrativa: avevo bisogno che il viaggio dalla Francia durasse quanto più tempo possibile, e quindi avevo bisogno di un luogo a sud dello stivale.
Firenze, infine, è la Firenze che conosciamo tutti: è una città che adoro, e distruggerla mi ha fatto perdere il sonno.
Ovviamente ho dovuto fare molta ricerca, non solo per quanto riguarda la geografia.
Quando scrivo, preferisco avere molte più informazioni di quelle che andrò ad inserire nel libro, in relazione ad un determinato argomento. Mi piace essere padrona della materia, anche la più semplice o insignificante. Ho interpellato tre ingegneri per avere un quadro quanto più chiaro di come funziona un sistema fognario, per immaginare al meglio la vita degli abitanti di Pontenero. Ho parlato per ore con un apicoltore, e ho perso il conto delle domande che ho fatto alla mia amica Eleonora in merito agli aspetti scientifici della storia. Per molte cose ho stravolto la realtà attuale, in fondo Perfetto è ambientato nel futuro, in un mondo completamente diverso da quello che conosciamo.
Personalmente amo la fase che precede quella della scrittura vera e propria. Inizialmente c'è la ricerca, poi la fase in cui creo un background per ogni personaggio (anche di quelli secondari: ho sempre bisogno di sapere chi sono, qual è la loro storia, qual è il loro numero di scarpe), poi quella in cui scrivo su carta e penna.
Credo che questi passaggi siano diversi da scrittore a scrittore. A me piace arrivare a Word preparata, dopo aver utilizzato la testa. Durante la scrittura, ci sono solo cuore e stomaco. La testa ritorna poi, in fase di revisione.

Parliamo del personaggio principale, Lilac: ti sei dovuta calare non solo nei panni di un’adolescente, ma per giunta di una che non conosce gli uomini né tutto il mondo che li riguarda. Quanto ti ha estraniato farlo? Scrivere in prima persona ha reso la cosa più ardua o più semplice? Ti sei basata sulle tue emozioni, sui tuoi ricordi o sulle osservazioni?

Scrivere in prima persona è stata una scelta necessaria. Per come ho impostato la trilogia, è necessario che il lettore scopra gli avvenimenti nel modo e nel momento in cui Lilac li scopre.
Da un lato è complicato, perché si tratta di descrivere direttamente sensazioni che non conosco. Il modo di pensare di Lilac è diverso dal mio. La sua ingenuità, la sua finta sicurezza dettata dalle regole: questi sono tratti che non mi appartengono, e incanalarli in lei è una sfida intrigante ma allo stesso tempo faticosa.
Dall'altro lato, però, la prima persona è quella che, da lettrice, amo di più. Unita al tempo presente, mi permette (e, credo, permetta anche ai lettori) di vivere il racconto assieme alla protagonista.

Veniamo anche ad un filo conduttore importante della storia: la musica. Più volte ripeti o fai capire che la musica cura praticamente tutto e che senza di essa forse perderemmo parte della nostra umanità. Ricordo che anche nelle tue fanfictions la musica aveva un ruolo importante, ma qui causa e segue il risveglio dell’anima di Lilac. Ricordo di aver letto un racconto, a vent’anni, in cui la scrittrice sosteneva che si affida al mondo un’arte sostitutiva, perché quella che abbiamo nel cuore è troppo intima per condividerla. È così anche per te, scrivi perché in realtà sei una musicista?

Non ho mai pensato a me stessa come ad una musicista. Amo la musica, non potrei vivere senza e, come Baguette, sono convinta che curi molti mali, però non credo che potrei farne il mio mestiere. Praticare la musica richiede una costanza e una disciplina che io non posseggo.
Quando ho iniziato a pensare al mondo di Lilac mi sono fatta diverse domande. Una delle prime è stata: in questo mondo post apocalittico c'è ancora la musica? Risposta: sì. Nuova domanda: e che ruolo ha? Risposta: ha lo stesso ruolo che hanno i graffiti per coloro che li hanno disegnati. Speranza, amore, opportunità.
Avevo bisogno di una piccola luce nel mondo di questa ragazza, e la musica (proibita) della sua amica è portatrice di quella luce.
Non so, però, se ciò fa di me una musicista.

Ok, alla fine dicci qualcosa sul secondo libro della trilogia, che dovrebbe uscire, da tue indicazioni, entro il 2013. Hai già il titolo? Ho letto due indizi nelle altre interviste: il colore blu e la comparsa di un personaggio in cui ti rivedi un po’. Non c’è due senza tre…

Ho già un titolo provvisorio, ma in quanto tale preferisco non divulgarlo ancora :P
Il colore blu fa in qualche modo parte del libro, è vero; è vero anche che uno dei nuovi personaggi sarà particolarmente "vicino" a me.
Posso dire un'altra cosa, però. Nel secondo libro, i lettori scopriranno (finalmente) cosa è successo davvero alla madre di Lilac.

E con questo ti lascio finalmente libera! Ti ringrazio moltissimo per la tua disponibilità e aspetto di rileggerti presto col secondo volume e magari di intervistarti nuovamente! Un messaggio di congedo ai lettori?

Grazie a te per il tempo e lo spazio che hai dedicato a me e al mio libro. Spero anch'io di replicare con il seguito :)
Ai tuoi lettori, oltre che buone feste, auguro di avere sempre l'opportunità e la possibilità di leggere bei libri.



Ed ecco la mia recensione di Perfetto:

“Qualche giorno fa in classe mi hanno chiesto quale tra i libri che avevo letto ultimamente mi avesse colpito di più, e io ho risposto che si trattava di un libro che dipingeva un mondo senza uomini. “Come si chiama, prof?”. “Perfetto”. Ovazione delle mie alunne, ringhiare dei miei alunni. Ecco come si dimostra una tesi distopica.
Una distopia, infatti, ha senso quando mette in guardia, spaventa; e può farlo solo quando si basa su un’ipotesi pensabile. Poi si tratta sempre di fantascienza, ma di quella fantascienza che ci appare tanto vicina quanto pericolosa. Ed è nell’ovazione delle mie alunne la promozione di Perfetto: nel fatto che prima o poi, anche solo come battuta, tutte noi donne abbiamo detto o pensato che un mondo senza maschi sarebbe perfetto.
Il libro racconta di un futuro in cui l’unico sesso rimasto è quello femminile, che ha imparato a riprodursi tramite il midollo in maniera comunque rischiosa; ma a dispetto di questa grave mancanza, causata da una malattia non meglio specificata che ha sterminato il sesso maschile, l’universo del futuro femminile appare pulito, quieto, evoluto, ecologico, pacifico. Certo, la censura è eccessiva, tutto ciò che è stato scritto, cantato o recitato dai maschi nel passato è vietato, ma in fondo lo si fa per pietà: le donne soffrono a vedere scene di ciò che era e che non possono più avere né sognare.
Il migliore dei mondi possibili, ottenuto a partire dalla peggiore delle condizioni possibili: un’utopia dalla distopia, una fenice dalla cenere. Una bugia, come scopre pian piano Lilac, protagonista della narrazione, insieme alla sua amica detta Baguette, e come scopriamo anche noi insieme a loro, aiutati dalla musica che sopravvive al divieto e dai dipinti che ricolorano un mondo distrutto. L’arte, come linfa esistenziale, istinto di sopravvivenza che non è solo sopravvivenza.
Le distopie sono sempre state tra i miei libri preferiti, perché costringono a pensare in avanti, a vedere le conseguenze, a temere noi stessi; eppure, leggendo Perfetto, mi sono resa conto che quasi tutte le distopie che ho letto riguardavano la sfera politica. Ipotesi di sottomissione in massa di popoli e razze, di divisione delle stesse, di nullificazione dell’io; ma qui c’è qualcosa di diverso, qui c’è qualcosa di tanto semplice quanto complicato: la battaglia tra i sessi, non vista in modo ironico o leggero, ma affrontata nella sua drammaticità che noi, oggi, nel mondo e nel tempo occidentali, a stento ricordiamo ma che ha mietuto tante vittime e ancora le miete in altre zone del mondo, dove la donna non ha voce in capitolo nella sua stessa esistenza. E non deve stupirmi che la prima distopia ad interessarsi seriamente di questo sia stata scritta da una donna. Ma in fondo, cosa ha maggior senso? A che scopo trovare il miglior sistema di governo al mondo, la politica economica più felice, la tecnologia più ecologica, se poi maschi e femmine non riescono a lavorare insieme, se i due poli opposti ma complementari del genere umano non sanno incontrarsi, se non esiste più il concetto stesso di famiglia, relazione, forse persino amore, perlomeno non in modo libero?
Lo stile è quello tipico di quest’autrice, che già conoscevo nel web: svelto, lineare, poco esornativo e scarsamente lirico. È una prosa quasi essenziale, al tempo presente ed in prima persona: un racconto oggettivo nella sua soggettività, una telecamera nella testa di Lilac, che deve cogliere tutto ciò che accade in presa diretta e possedendo le poche cognizioni della ragazzina la cui mente abita. Così la lettura scorre via in un batter d’occhio ma senza per questo risultare frettolosa, ci sono momenti descrittivi e riflessivi, dei paesaggi distrutti o della vita degli alveari, che tuttavia non sono mai fini a se stessi, puro periodare estetico, ma sempre funzionali al messaggio. E l’ambientazione europea, tra la Francia e soprattutto l’Italia, in un panorama libraio ma anche cinematografico dove tutto accade sempre in America, mi ha particolarmente conquistata.
Poi ci potrebbero essere mille osservazioni da fare su questa che, ricordiamolo, è un’opera prima (ma non la prima opera) di un’autrice che ha intrapreso la coraggiosa e ancora poco battuta strada dell’autopubblicazione e che dunque non ha potuto avvalersi degli strumenti direzionali e correttivi delle case editrici; ma a mio parere in questo caso ciò che attira davvero l’attenzione, ciò su cui vale solo la pena soffermarsi, è l’originalità e persino la genialità dell’idea. Perfetto riempie un vuoto di cui nemmeno ci eravamo accorti nell’insieme delle distopie, e lo fa con una naturalezza che fa apparire il tutto naturale anche a noi; Perfetto attira di nuovo il nostro sguardo distratto dalla politica e dall’inflazione sull’unico tema che ci renda davvero umani, i rapporti personali; Perfetto si dimentica di alieni e tiranni, tanto frequentati dal genere distopico, e si concentra su qualcosa di diverso. Su cosa? Amore, famiglia, rispetto, arte? Credo che valga la pena scoprirlo leggendo questo libro e i due che lo seguiranno.”

3 commenti:

  1. Ciao! Mancava la tua recensione sul primo libro di Alessia, e in più l'hai anche intervistata! Grazie ragazze!Grazie!
    P.S.:soprattutto per le anticipazioni del secondo libro!

    RispondiElimina
  2. Meravigliosa intervista e perfetta recensione!! E' un piacere leggere due Donne Grandissime come voi, complimentissimi!
    Ale

    RispondiElimina
  3. Grazie per questa recensione... soprattutto perché Stupid Lamb mi è sempre piaciuta molto come scrittrice, ma senza la tua intervista probabilmente non avrei mai scoperto il suo libro... Perciò grazie!

    RispondiElimina