martedì 15 gennaio 2013

Storie della nebbia 2 - La vanga

Come avevo già detto, questa storia risale alla mia adolescenza, perciò è piena di difetti, eccessi, ingenuità. Ma ci sono storie che non si possono cambiare per il legame affettivo che intratteniamo con loro e anche perché, se lo facessimo, dovremmo probabilmente riscrivere tutto da zero, senza aver più nel cuore le emozioni di allora.
Per chi ha letto Linee, ecco da dove è nata Paperetta. E l'Innominato è stato nominato.


LA VANGA
favola semiseria e semivera




Quando vide la vanga, Matteo perse un battito del cuore.
Tirò un lungo respiro.
Quanto tempo...
Dalla morte del nonno, nessuno era più entrato nel ripostiglio. Nessuno aveva più osato varcare la soglia di quel luogo di sapore antico, che tremolava di vecchi ricordi ed era ancora rugiadoso dei più freschi. Lì, dove nonno Walter teneva i suoi attrezzi, dove egli era entrato tante volte ad asciugarsi la fronte e le mani madide di sudore, prima di ritornare alla cura del giardino. Matteo chiuse gli occhi. Gli sembrava di sentirlo ancora nell’aria, l’odore acre di quel sudore: sudore caldo, sudore vero, sudore vivo. Un sudore che sapeva di terra, di impegno, di onestà. Un sudore che sapeva di buono. Perché un po’ di buono suo nonno era riuscito a infilarcelo, in questo schifoso mondo, un po’ di bene gocciolante dalla linfa della bella quercia della sua vita. Una vita di lavoro, una vita di fatica. Una buona vita. E poi il male, la lunga attesa, lo schianto... Matteo strinse i pugni. Quante volte gli avevano ripetuto di non macerarsi nella sofferenza; le persone amate non muoiono mai: sopravvivono nel ricordo di chi le ama, nell’odore della natura che hanno forgiato, nella forma degli oggetti in cui hanno impastato un po’ della loro anima. Stronzate. Perché nessuno lo dice? La morte è brutta, la morte è ingiusta, la morte è la fine. E la fine distrugge; e resta solo il dolore.
Matteo amava suo nonno come un padre; e si poteva dire che lo fosse praticamente stato. Con due genitori che lavoravano, l’infanzia di Matteo era trascorsa a casa dei nonni, tra il cielo e la terra di quel rettangolo di mondo che, per lui, era tutto l’universo immaginabile. Matteo era cresciuto così, come un fiore selvatico, tra il riverbero del sole sui chicchi di grano e il misticismo della nebbia in val padana, tra il sapore ‘freschino’ delle prime sere d’autunno e il gusto ineguagliabile delle lasagne della nonna; e, come un fiore selvatico, crescendo aveva allungato le sue radici sempre più a fondo in quel terreno prospero, ricco di tutto il nutrimento affettivo di cui il discoletto irresistibile di allora poteva aver bisogno per diventare il discoletto irresistibile di adesso; solo un po’ più alto, e con un dito bello spesso di barba che, a detta sua, non-era-affatto-una-barba-incolta-in-quanto-se-l’era-fatta-giusto-quella-mattina-ma-cresceva-così-in-fretta...
Così il fiore aveva dato il frutto, protetto dall’ombra sicura dei tronchi generosi dei nonni; così Matteo era diventato Matteo. Ma ora, con l’ultima tempesta, il legno del nonno si era spezzato. E lui era rimasto senza riparo, sotto il sole cocente, la grandine violenta, il cielo indifferente della vita. E così si sentiva alla deriva, come un naufrago su un relitto, che non sa dove e quando lo porterà la corrente ora che non ha più come punto di riferimento per orientarsi la grande, rassicurante isola verso cui aveva puntato la prua.
Dio, quanto gli mancava...
Due giorni fa, suo padre e suo zio avevano infine raccolto ogni briciola di forza ed erano entrati nello sgabuzzino, per mettere un po’ d’ordine e vedere se c’era qualcosa da eliminare. Non avevano buttato nulla. Di cose inutili ce n’erano, eccome, ma tutto era ancora troppo vivo. Così si erano limitati a spolverare, a ripulire un po’ e a rimettere tutto come stava, com’era sempre stato. Chissà perché quella vanga, la vanga affezionata del nonno, era rimasta lì fuori, appoggiata al muro di quel vecchio ripostiglio, in quell’amato giardino che aveva rischiarato anche gli ultimi giorni della vita del nonno, con quell’orticello semizappato che, tra un frutto e l’altro, ti buttava fuori, quando meno te l’aspettavi, una manciata dell’irresistibile serenità delle buone cose di ogni giorno. Potere della natura. Potere della voglia di vivere.
Matteo prese in mano la vanga. Era ancora sporca, incrostata di terra, un po’ di quella terra spugnosa del giardino, che a rigor di logica non avrebbe dovuto sputare neanche una dannata pianta di gramigna e invece sembrava non dormirci tutto l’inverno, pensando a cosa produrre per stupirti. Così erano venuti fuori i fichi, che non piacevano a nessuno in famiglia ma in compenso facevano impazzire gli uccellini; i rovi che invece piacevano a tutti ma agli uccellini, purtroppo, di più; le piantine di basilico che ti chiamavano da lontano con l’odore ingannatore della pasta al pomodoro; l’albero di cachi che li buttava giù proprio quando stavano per maturare, il dispettosetto; le giuggiole che ti si impigliavano tra i denti e non c’era spazzolino che tenesse; i melograni espertissimi nel tingerti di rosso ogni vestito e nell’intrufolarsi in ogni angolo del divano. E poi ogni fiore, ogni erbetta, ogni foglia che si ostinava a crescere su quel terreno arido solo per il gusto di contraddire le opinioni umane; o forse perché, in fondo, ci tenevano a fare bella figura col nonno; perché, con un tipo così, c’è poco da scherzare se non cresci su bene o se incominci a farti venire qualche malattia; ma la soddisfazione che ti dà, quando butti fuori le prime gemme, ti riscalda perfino le punte delle radici.
Matteo sfiorò con le dita le croste di fango sulla vanga. Forse bastava un po’ d’acqua. Si diresse senza pensarci verso la casa, calpestando una dopo l’altra tutte le lastre di pietra o qualsiasi materiale che il nonno aveva assemblato alla rinfusa, per fare una sorta di camminatoio dal garage alla porta a vetri che divideva il cortile dalla cucina. Matteo entrò in casa, in silenzio. La nonna, di sopra, dormiva. Quante volte il nonno era entrato da quella stessa porta, stanco, sporco, sudato. Quante volte la nonna lo aveva atteso lì, con il pranzo pronto, la tavola apparecchiata, e Matteo che gironzolava per la casa con la sua faccia da schiaffi e la sua aria da sono-una-peste-ma-ti-voglio-tanto-bene. Se solo gliel’avesse detto più spesso. Se solo fosse stato capace di dimostrarglielo.
Chiuse la porta e aprì l’acqua del lavandino. Le incrostazioni venivano via facilmente dalla vanga. Magari fosse stato così facile ripulire anche il cuore... Accarezzò la superficie liscia dell’attrezzo. Capiva bene suo padre e suo zio. Ogni particolare, in quel ripostiglio, ogni baggianata, ogni singolo centimetro quadrato raccontava una storia al cuore di chi aveva conosciuto il nonno. Raccontava di lui. Non era possibile portar via nulla. Tutto, lì dentro, pulsava ancora di vita, della vita del nonno. Era come se lui fosse ancora lì, tra quelle sue cose; e ora probabilmente stava cercando la vanga, la sua solita vanga che non era al suo posto. Matteo scosse la testa. Dio, com’era facile crederci… Come gli sarebbe piaciuto farlo..
Qualcosa gli si strofinò tra le gambe. Matteo si chinò, con aria minacciosa:
- Guarda che è inutile che cerchi di commuovermi. Oggi ne hai già mangiate abbastanza, di brustoline.
- Quaqua - rispose il batuffolo giallo alle sue caviglie, storcendo un po’ il becco per la delusione.
Matteo le diede un buffetto. Povera paperotta... Quando l’avevano trovata, era ridotta proprio male. Debole, triste, malconcia, non mangiava praticamente nulla. Sembrava che non si sarebbe mai più fidata di nessuno. Chissà cosa aveva passato! Ma poi, giorno per giorno, lentamente, aveva cominciato a prendere qualcosa dalla mano di Matteo, briciola per briciola, boccone per boccone, speranza su speranza; ed ora eccola lì, a seguirlo ovunque, con le sue corte zampette, il suo becco impossibile e i suoi ridicoli quaqua. Senza parlare della passione sfrenata per i semi di zucca. La prima volta che li aveva rubati dal piatto di Matteo, tutto intento a guardarsi un megacartone di Robotech, lui temeva che si sarebbe soffocata, o che avrebbe fatto indigestione, o che si sarebbe rovinata lo stomaco. Ormai temeva solo che gli svuotasse la riserva. Uno di questi giorni, se lo sentiva, lei si sarebbe trasformata in una brustolina gigante con un piano di liberazione mondiale delle papere al grido di: ‘potere ai piccoli’. Ma Matteo era tranquillo, perché sapeva che, quel giorno, lui avrebbe avuto il suo posto assicurato, come grattatore ufficiale della schiena della sua paperotta, che proprio non sapeva resistere e per una grattatina come si deve, fatta solo da Matteo ovviamente, si sarebbe giocata anche le ali. Matteo le accarezzò la testolona.
- Quaqua - riprese la papera.
Matteo piegò la testa, sospettoso:
- Non avrai mica freddo, vero? Non di nuovo!
Proprio a lui doveva capitare la papera più freddolosa dell’universo! Ma in effetti anche lui cominciava a sentire una strana corrente. Matteo si voltò, lentamente: la porta a vetri si stava aprendo.
 
**********
 
Quando la nonna scese in cucina, non trovò nessuno. Strano: Matteo doveva essere ancora qui. Dopo pranzo, mentre andava a riposare, l’aveva visto dirigersi in giardino.
- Quaqua - fece la paperotta ai suoi piedi.
La nonna le puntò l’indice contro:
- Tu lo sai dov’è finito quel filibustiere di mio nipote, vero? 
La papera gongolò in silenzio.
- Ma tanto non me lo dirai. Sempre d’accordo, voi due.
La nonna sorrise: in fondo, quella papera era arrivata proprio quando il nonno se n’era andato. Lui aveva appena fatto in tempo a conoscerla, ma lei sembrava esserglisi affezionata davvero tanto. Quando era entrata nelle loro vite, non c’erano molte speranze che sopravvivesse. Era come se le ultime scintille di vita del nonno fossero entrate in lei, e l’avessero salvata.
La vita non sparisce mai. Semplicemente si trasmette.
Forse Matteo si era steso in giardino, sull’amaca, e si era addormentato. La porta a vetri era aperta. Solo allora la nonna si accorse di un rumore sordo e ritmico che veniva da fuori. Giunta sulla soglia della porta, la nonna gettò un’occhiata verso l’orto e si bloccò.
Nell’orticello, in fondo al giardino, Matteo lavorava la terra a dorso nudo, grondante di sudore, con la vecchia vanga di suo nonno che calava giù con un piacere antico. In piedi, accanto a lui, un’altra sagoma lo aiutava. La nonna sentì il cuore accelerare i battiti. L’ombra si voltò verso di lei; calde lacrime iniziarono a scorrere sulle labbra della nonna aperte in un sorriso. L’ombra la salutò con la mano. La nonna rispose al saluto allo stesso modo. Poi, dolcemente, amorevolmente, la figura si fuse con Matteo e le due sagome divennero una sola.
 
 

2 commenti:

  1. Ciao! Il mio lato paperotto(ogni donna ce l'ha) adora la papera che ha ispirato Linee.In quanto amante della saga posso dire che il tuo What if? è fantasticamente geniale.
    In queste storie affronti il teme della morte, ma se nell'altro racconto c'era solo lei come protagonista, ora qui c'è anche la vita, come suo opposto indispensabile.
    Senza la morte, non c'è la vita. C'è speranza in questo racconto, perchè da un senso alla fine di una vita,anche se dolorosa.
    P.S. Scusi la banalità dell'analisi prof, ma lo so da una vita, ai temi prendevo sempre 6 perchè troppo sintetica.Mi perdoni!

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    1. In effetti mi fai notare tu che il filo conduttore di quasi tutte queste storie è proprio la morte delle persone intorno a me; immagino che sia un tantino depressivo, ma penso anche sia naturale: ogni volta che perdi qualcuno ti interroghi e ti dai delle risposte e ho scoperto che sono risposte diverse a seconda di come l'evento è accaduto. In questo caso, ad esempio, ho davvero pensato molto al ciclo della vita, come dici tu, e all'autoconservazione della specie e del mondo; in più, sono davvero convinta che nulla vada mai sprecato e che tutto venga in qualche modo riutilizzato, persino ciò che non è materiale!

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