venerdì 11 gennaio 2013

Una stanza tutta per sé


Ho letto da poco il saggio di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, ma invece di farlo diventare un consiglio di lettura (che comunque vi suggerisco calorosamente), credo che sia uno spunto di riflessione importante. La Woolf parla delle contingenze che si rivelano necessarie alle donne per scrivere, affondando le ponderazioni in documentazione storica e invenzioni narrative, e giunge ad una conclusione tanto banale quanto fondamentale: per scrivere, ad una donna, serve una rendita di cinquecento sterline all’anno e una stanza tutta per sé. Non parla di ispirazione, di bravura, in effetti non distingue tra libri buoni e cattivi perché è convinta che tutti i libri valgano la pena di essere scritti – e letti (anche gli esempi negativi sono educativi, e l’aveva già dimostrato Omero o chi per lui descrivendo Tersite); ma arrivare a scriverli è quanto di più difficile al mondo per un sesso che è sempre stato impossibilitato a fare qualcosa per sé.
Bene, i tempi sono cambiati, le donne scrivono e alcune hanno raggiunto grande fama, ma io credo che le necessità restino le stesse: una rendita economica decente ed una stanza tutta per sé. Mai come in questo periodo, in cui desidero scrivere moltissimo la storia che mi frulla in testa da mesi, forse persino anni, e non riesco a farlo, mi sento frustrata dalla realtà che me lo impedisce. Come fare a scrivere quando i minuti liberi al giorno sono pochissimi e relegati alla sera, dopo una giornata magari anche soddisfacente ma sfibrante che ti toglie ogni energia mentale? Come fare, quando si necessita di restare anche un’ora intera a indagare sulla struttura di un capitolo prima di poterne buttare giù una riga, a scrivere qualcosa di consequenziale e coeso frammentandolo in un paragrafo al giorno? Ogni volta che riprendo in mano il pezzo mi tocca rileggerlo da capo, poi aggiungo qualche parola ed ecco, il tempo è già finito, si rimanda a domani. Così ne esce un guazzabuglio sconclusionato di sequenze e personaggi che si contraddicono un giorno con l’altro e che mi stancano enormemente, perché mi annoio moltissimo a rileggermi; e quando l’ispirazione c’è magari sono al lavoro, o in cucina a preparare la cena, o per terra a giocare coi Lego, e quando poi mi siedo al pc, alle dieci di sera, l’ispirazione è stata mangiucchiata da tutti i pensieri e le azioni della giornata e non ne è rimasta che qualche briciola insipida.
Così, forse oggi la conclusione della Woolf non riguarda più solo i problemi del sesso femminile, ma di chiunque debba lavorare e mandare avanti una famiglia. Scrivere non può essere solo un passatempo, perché richiede un impegno ed uno sforzo che prosciugano ogni linfa vitale e pretendono rispetto, anche quando ci piace moltissimo farlo. Pensare di relegare la stesura alle poche pause libere al giorno è una sciocchezza: in quei momenti si riesce tutt’al più a fumarsi una sigaretta o prepararsi una tisana. Scrivere, inizio a pensare con un po’ di acredine, è roba da ricchi. Roba da persone che possono permettersi di dedicarci un pomeriggio intero, una giornata intera, che possono mettere in pausa il mondo quando sono ispirati, rinchiudersi in uno studio e non uscirne finché l’ispirazione non si è sfogata. Scrivere è roba da chi può chiedere un part-time, o l’aspettativa dal lavoro, di chi può assentarsi a seconda delle necessità, di chi può ritagliarsi uno spazio vitale invalicabile in cui non traspiri nulla del resto dell’esistenza. O forse scrivere è roba da persone sole, per scelta o per necessità. Scrivere non è roba per chi lavora ogni santo giorno, e a casa deve fare le pulizie, cucinare, occuparsi della famiglia, dei figli soprattutto, e apre la pagina di word mentre sta decidendo se fare una lavatrice di bianchi o colorati e programma in quanto tempo sarà asciutta per vedere se riesce a stirare qualcosa entro sera. In più, e in questo la Woolf ha ancora ragione, una donna non possiede al giorno mezz’ora che sia realmente sua, perché in quella mezz’ora sta pianificando tutte le impellenze della quotidianità incastrandole in modo da non accendere insieme il forno e la lavastoviglie perché altrimenti salta la corrente, e farli finire entrambi prima di fare il bagnetto al bimbo altrimenti non può accendere l’asciugacapelli e lui si ammala. E siccome infine siamo donne, è vero quanto mi diceva un’amica: se decidiamo di prenderci del tempo nonostante tutto perché finalmente ci è venuta un’idea per quel capitolo che proprio non ne voleva sapere di uscire, ci sentiamo in colpa. Perché in quel momento potremmo invece preparare una torta per il marito, o andare a prendere prima il bimbo all’asilo, o cercare lavoro, o studiare, o dare una mano ai genitori, ai fratelli, ai cugini, agli zii e ai prozii, o metterci avanti con la spesa o con i compiti da correggere o con la depilazione delle gambe in modo che se si verifica qualche contrattempo – e si verifica sempre qualche contrattempo  - non ne siamo distrutte, perché c’è un retaggio atavico e perverso dentro noi donne che ci sussurra che il tempo speso per scrivere – quando lo scrivere non sia pagato – è tempo buttato o peggio rubato alle persone che ci stanno accanto. Citando sempre la Woolf: “Il denaro nobilita ciò che sarebbe frivolo se non viene pagato.”
Certo, ci sono delle eccezioni. Molte delle scrittrici che leggo ultimamente dedicano largo spazio nei loro ringraziamenti al marito che si è occupato dei figli ogni giorno e ogni sera, cucinando per loro e mettendoli a cena e lavandoli e facendoli giocare mentre la mamma era chiusa nello studio; a prescindere dal fatto che non tutti hanno uno studio – le case sono sempre più piccole, avete notato? – e che diversi mariti tornano a casa dal lavoro troppo tardi per fare tutto questo se anche ne avessero la vocazione, qui immagino si tratti di scelte. Forse non ho abbastanza fiducia in me stessa da ritenere che valga la pena rinunciare alla crescita di mio figlio e al poco tempo che la quotidianità mi concede per stare con mio marito per dedicarmi solo a scrivere un libro che magari resterà nel pc, forse ho troppa fiducia in me stessa come madre e donna piena di affetti e vitalità per credere nel motto kafkiano secondo cui scrivere ha la priorità sul vivere. Credo nello scrivere, ma non a questo prezzo. Mai a questo prezzo. E mi spingo ad affermare che chi ritiene sensato pagare questo prezzo non sa cosa sta davvero pagando, non ha insomma imparato a vivere, prima che a scrivere. Kafka lo diceva apertamente: non c’era nulla che gli piacesse nella vita. Il digiunatore del suo racconto muore di fame perché nessun sapore l’ha mai attratto. Io amo tutti i sapori.
E dunque no, non sono disposta a togliere tempo e spazio ed energie alla mia famiglia per scrivere, ma sarei felicissima di toglierli al lavoro – che pure svolgo con partecipazione e convinzione -, mettendolo in pausa per un po’, se potessi permettermelo; tuttavia non ho l’equivalente odierno della rendita di cinquecento sterline all’anno della Woolf.
E la Rowling? Il primo volume della saga di Harry Potter l’ha scritto nei ritagli di tempo mentre faticava a sbarcare il lunario e a crescere i figli, certo… ma, con tutto il rispetto, il primo libro è proprio una robina da bimbi. Per l’ultimo, “Harry Potter e i doni della morte”, si è chiusa per mesi in un albergo con il suo solo computer. E questo dimostra il mio punto. Niente figli attorno, nessuna necessità di lavorare. Una rendita annua e una stanza tutta per sé. 
Ci tornerò, su questo saggio della Woolf, perché dice delle cose notevoli anche su altri argomenti, ma per il momento questo punto focale è stato quello che più mi ha colpito perché è arrivato in un momento della mia vita in cui non riuscivo a dare davvero un nome alla mia frustrazione e mi sentivo pure in colpa per essere frustrata. Ho un lavoro a tempo indeterminato in un periodo di crisi economica, ho un marito ed un figlio sani e amorevoli, ho una casa sulla testa: come posso sentirmi sempre avvolta da una nube tossica? Non dovrei essere grata alla vita che possiedo? Dovrei, e lo sono, ma l’ispirazione repressa diventa davvero una malattia. Avere qualcosa da scrivere, da dipingere, da comporre, non importa se buono o cattivo, e non poterlo fisicamente fare getta in una spirale di nervosismo e insoddisfazione difficili da spiegare. E siccome sei donna, senti che comunque qualunque spiegazione sarebbe inutile, perché il tuo primo compito è essere una buona figlia, una buona compagna, una buona mamma e non certo dilettarti in sciocchezze come la scrittura. Ma la scrittura non è solo diletto: spesso è necessità. Una necessità che non potrei nemmeno definire in altro modo se non vitale: se la si nega, si nega una parte di sé e si deteriora anche quella parte di sé che tanto si desidera dare a coloro che ci stanno accanto. Non poter essere una scrittrice – non nel senso lavorativo, o onorevole, non nel senso di meritarmi il nome di scrittrice ma nel senso più pragmatico di non poter essere una donna che scrive per suo bisogno a prescindere dal risultato – mi rende una moglie peggiore, una madre peggiore, una docente peggiore, un’amica peggiore, perché quella nube tossica che si alimenta di tutte le storie che non riesco a raccontare e di tutti i personaggi che non riesco a far uscire mi avvelena l’anima. Scrivere è una necessità Ma a quanto pare negare le nostre necessità è qualcosa in cui noi donne siamo bravissime, e in cui non siamo cambiate dai tempi di cui parla la Woolf.
E quindi?
E quindi e quindi e quindi.
E quindi io qualche idea ce l’avrei, perché naturalmente non ha alcun senso lamentarsi e basta. Ma mi piacerebbe sentire prima le vostre e riorganizzare intanto le mie, giusto per lasciare un po’ di suspense.
Insomma, to be continued.

19 commenti:

  1. Tesoro, le nostre condizioni sono simili e forse per questo mi riconosco n ogni virgola che scrivi, quasi sempre. è vero, è roba da ricche... e non ho una risposta. Posso solo dirti che ho imparato ad adattarmi, a scapito della qualità di ciò che scrivo, di sicuro. Ho fatto del pendolarismo una necessità, invece di uno stress: ho 30 minuti ogni sera in cui ho attorno soltanto persone che posso ignorare senza sentirmi in colpa perchè non le conosco o perchè rendo chiaro che per quanto mi riguarda possono prendere fuori un libro e leggerselo in silenzio perchè di chiacchierare non se ne parla. Certo, sono pochi. Certo, a volte non riesco a produrre nulla ma solo a rileggere, altre volte invece un paio di paragrafi vengono fuori. Certo, questo vuol dire andarsene in giro tutti i giorni con il pc nello zaino anche se al lavoro non mi serve, solo per usarlo in quei 30 minuti di treno. Ma me lo faccio bastare, tento di non buttare la mia frustrazione sugli altri perchè anche io sono convinta che comunque la vita mi abbia dato tanto e non sono disposta a rinunciare al tempo con mia figlia e mio marito. Allo stesso tempo sono convinta che la creatività sia un dono grande e che si possa concludere qualcosa, magari più lentamente, magari con meno qualità, anche nei ritagli. Proviamoci, per piacere personale e per piacere delle amiche che poi leggono, perchè no. Sei grande e ti mando un bacione!!!! Opalix

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    1. Eh, siamo d'accordo in tutto e per tutto: neppure io, appunto, sono disposta a rinunciare a nulla; mi dispiace più che altro perché mi pare che non esista nessun incentivo reale alla realizzazione del sé e probabilmente è infantile pensare che una società in ginocchio come la nostra se ne preoccupi minimamente, ma a volte mi chiedo: cosa ci stiamo davvero a fare al mondo? Possibile che davvero dobbiamo solo svolgere delle incombenze e strappare a forza il tempo minimo da passare con la nostra famiglia quando va bene e sperare che non ci tolgano anche quello? Saranno pensieri da ciclo mestruale, ma diamine, abbiamo una vita sola e la passiamo quasi tutta immersa nei doveri...

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  2. Avevamo già sfiorato questo argomento, qualche settimana fa, e oggi come allora non posso finire che sottoscrivere l'intero post. Nonostante la mia vita al momento sia molto differente dalla tua e forse, oggettivamente, con più tempo libero a disposizione, non é raro che io provi lo stesso genere di frustrazione. Da una parte la scrittura é sempre stata per me un piacere in sé e per sé, anche senza alcun lettore reale dall'altra parte: gioia di scrivere, pura e semplice. Dall'altra mi rendo conto che occupa per me uno spazio - temporale ed emotivo - che la rende una passione e non un passatempo. Coltivare la passione, però, é un lusso, checché ne dicano gli idealisti: per quanto vi si può indulgere senza badare al prezzo?

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    1. E infatti sei proprio tu l'amica citata (non so mai se rivelare la fonte delle mie elucubrazioni o lasciarla in incognito a fumare la pipa nell'ombra); e a maggior ragione perché proprio persone come te vorrei vedere sponsorizzate per scrivere e basta!

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  3. Sto lavorando, ma intanto ci penso.
    Poi torno a casa a fare il bucato...e ci penso.
    Vado a prendere Giulia all'asilo...e ci penso.
    Torno a casa e (forse) avrò qualcosa di sensato da risponderti.
    Per adesso mi sta solo frullando in testa la musichetta di quel gioco del lotto che ti fa diventare un turista a vita...
    *canticchia RA TATA TATA TATA*

    Nat

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    1. Beh, se vincessi quello avrei posto fine ad ogni domanda. E poi non scriverei più il blog, perché sarei troppo impegnata a divertirmi... oddio, quindi non scriverei più comunque niente!

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  4. E quindi io ho uno studio. Mio marito me l'ha costruito. Ed io dovrei mettere in ordine gli scatoloni che lo riempiono. E la scelta è rubare del tempo a tutto il resto per sistemare lo studio e chiudermici dentro per scrivere... oppure rubare del tempo a tutto il resto per scrivere.
    Tristemente mi ritrovo in tutte le sensazioni che hai descritto.
    Ho letto “Una stanza tutta per sé” ai tempi dei “100 pagine 1000 lire”. All’epoca mi era piaciuto, ma non potevo ancora capirlo completamente, perché il mio unico dovere era studiare durante la settimana per poi lavorare venerdì e sabato, così da non far pesare la mia università sul bilancio familiare. A parte le 16 ore di lavoro, tutto il resto del tempo era dedicato a me stessa, ai miei pensieri, alle mie preoccupazioni, al pianificare esami e frequenza, a scrivere le mie poesie e le mie riflessioni, a quel poco di vita sociale che riuscivo a coltivare.
    Nel frattempo tutto è cambiato nella mia vita.
    Negli ultimi mesi però ho vissuto un mutamento positivo che sta destabilizzando anni e anni di abitudini e di non-scelte. Ho assoluta necessità di svuotare il cervello da tutti i personaggi e le storie che lo affollano, ma mi trovo nell’assoluta incapacità di farlo. Come posso essere così egoista da dedicare del tempo alla scrittura quando le mie giornate sono scandite dai ritmi degli altri? E così mi ritrovo alle undici di sera davanti al computer e ci rimango fino all’una nella speranza di riuscire a buttare giù qualche riga che abbia un senso o che giustifichi il sacrificio del sonno. Però, come hai detto tu, sono stanca e devo rileggere ciò che avevo già scritto e mi vengono a noia le mie stesse parole e faccio qualche correzione e… mancano sei ore alla sveglia. Quante volte durante il giorno vengo colta di sorpresa da idee, sviluppi, conversazioni, personaggi, conseguenze logiche della trama, che puntualmente non posso fermare su carta o in qualsiasi modo mi permetta di rimetterci mano nel MIO momento? Troppe. I bimbi, le faccende domestiche, il lavoro part-time ma con orari assurdi: tutto contribuisce ad arricchire la mia vita e le mie giornate, tutto contribuisce a corrodere i mondi e le parole che vivono dentro di me. Reprimerli significa relegare in un cantuccio una parte di me e quella parte è rimasta a guardare per molto tempo, lasciando che il resto le passasse avanti.
    Talvolta preferirei non amare lettura e scrittura, talvolta preferirei non voler aprire Word e dedicarmi ad Excel con la scaletta delle incombenze e dell’uso degli elettrodomestici, perché sono costretta a programmare l’accensione della lavatrice alle sette con la fascia bi-oraria dell’elettricità, così alle otto può partire la lavastoviglie (visto che la corrente salta anche qui) ed io posso stendere, dopo aver svuotato gli stendibiancheria che ho ritirato dal balcone con il buio e che domani mattina saranno pronti per tornarvici alla luce, ma solo dopo la colazione, la distribuzione dei pargoli a scuola e all’asilo, la spesa, le pulizie, le telefonate e gli appuntamenti di lavoro. Mi fermo qui con l’elenco ed è solo ora di pranzo. Poi riprende la corsa e si giunge fino a sera. Condivido il senso di colpa, ma quello ce l’ho per tutto: mi sento sempre in difetto come figlia, moglie, madre, amica, donna e soprattutto come autrice. Per non parlare della scarsa fiducia in me stessa. Sto perdendo il filo del discorso.
    Il punto è che tu hai dato voce a quelli che erano solo dei sussurri della mia mente. Parlavi per te stessa, ma hai dato un nome a ciò che sento: frustrazione (con ovvio senso di colpa per contorno, perché ho tutti i motivi per essere soddisfatta e felice, eppure…).
    “l’ispirazione repressa diventa davvero una malattia” e dopo altre vicissitudini che non sto a spiegare questa è l’ennesima patologia che non posso somatizzare. Allora devo proprio trovare il modo di sfruttare quello studio tutto per me e scrivere il meglio o peggio che tracima dal mio cervello, perché come mi è stato più volte ripetuto ultimamente… mi sono già punita abbastanza!

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    1. E guarda, non posso dire di essere lieta del fatto che anche tu sia in una condizione di tale sopraffazione, ma ammetto che è consolante leggere di situazioni simili e vedere che, appunto, non sono l'unica ad essere frustrata. Mi fa sentire un po' meno in colpa per quella frustrazione che mi sento di non aver il diritto di provare e che invece è umana perché appunto, non siamo solo mamme e mogli e figlie ma abbiamo anche un nocciolo soltanto nostro che aspira ad un suo angolo personale, che nel nostro caso è la scrittura ma che potrebbe pure essere il ricamo e che comunque i tempi contemporanei finiscono per soffocare. Mi tengo comunque la mia frustrazione, ma se non ti dispiace mi alleggerisce le spalle condividerla. Grazie.

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  5. Sono rimasta particolarmente colpita dal post, oggi, non tanto per il tema in sé che comunque mi tocca da vicino, quanto piuttosto perché hai saputo esprimere anche parte della mia frustrazione, frustrazione che io proprio non sapevo spiegare neanche impegnandomi, sebbene la provi in situazioni e in condizioni diverse.
    Credo che il fulcro di tutto sia “ Ma la scrittura non è solo diletto: spesso è necessità. Una necessità che non potrei nemmeno definire in altro modo se non vitale: se la si nega, si nega una parte di sé e si deteriora anche quella parte di sé che tanto si desidera dare a coloro che ci stanno accanto” poiché è vero che, per chi scrive, la scrittura non è un passatempo, ma un pezzetto di sé gettato sulla carta attraverso parole più o meno “belle” (e parlo di una bellezza olistica).
    Ho parlato inoltre di condizioni e situazioni diverse perché: io ho vent’anni appena, sono in un’età in cui puoi concederti anche “l’ozio” oltre al dovere (che, nel mio caso, sarebbe lo studio all’Università), ma anche nel mio caso devo dare la precedenza ad altre cose dopo lo studio; ad esempio devo coltivare amicizie, perché è adesso che sto finendo di formare il mio io in mezzo a tanti altri io, dunque non posso mollare la ricerca di me che solo attraverso il rapporto con gli altri può dare i suoi frutti - almeno io la penso così. In più mettiamoci che ho comunque una famiglia con cui rapportarmi, in attesa di formarmene una nuova che arriverà con la quanto mai vicina età adulta (spero!). Poi nel mio caso c’è la fisioterapia, della quale non mi vergogno più e che affronto perché è una necessità e che quindi mi ruba più tempo di quanto vorrei, i millemila libri da leggere (un bisogno che è pari a quello della scrittura) e infine c’è la voglia di vivere di frivolezze perché, come hai detto tu, anche quando si potrebbe essere liberi da tutto, la mente è spesso troppo stanca per impegnarsi a stendere un paragrafo (figuriamoci un capitolo!). Tuttavia, siccome la scrittura rimane per me una necessità, ‘ripiego’ sulle fanfiction, che non voglio sminuire di certo, ma senza dubbio richiedono un lavoro molto spesso minore rispetto a un vero e proprio romanzo, anche per il fatto che la fanfiction la puoi comporre nei ritagli di tempo, sebbene poi almeno un pomeriggio intero per sistemarla e limarla a dovere devi prendertelo e, per fortuna, i miei vent’anni me lo concedono [continua]

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  6. Ciononostante, ammetto che parte della mia frustrazione è anche addebitabile a un fattore che prescinde dal tempo, perché se è vero che scrivo per necessità e che sto, anzi, stavo cercando di dare vita a un lavoro di certo più impegnativo e ricco di una fanfiction , è altrettanto vero che spesso e volentieri non mi sento “degna” di farlo. È un concetto strano, eppure penso che il sentirsi degni di una certa cosa ti legittimi a farla e ti faccia sentire meno in colpa quando, pur avendo altri impegni, per una volta decidi di buttarti semplicemente su quel capitolo, su quel passaggio, su quel personaggio. Non mi sento “degna” per una serie di ragioni, un po’ c’entra con l’ambizione e un altro po’ con la “scrittrice” che ero, la quindicenne sbadata che credeva che i due punti fossero decorativi quanto il vaso di fiori sul tavolo di mia nonna, perché è come se nel primo caso mi dicessi “Come osi sperare una cosa del genere?” e la ricollegassi al secondo caso, ovvero “Quattro anni fa non sapevi nemmeno a che servisse il punto e virgola!”. Al contempo sono cosciente del fatto che è stata quella quindicenne a portarmi dove sono ora; e non so se nel mio caso si possa parlare di talento, bravura o propensione, però scrivere, per me, resta comunque una necessità, un bisogno imprescindibile per trovarmi e ritrovarmi mille altre volte ancora, e dunque cerco di accontentarmi e di contenere l’ambizione senza soffocare la mia creatività.
    Sono uscita un po’ fuori tema, ma spero neanche troppo, il punto è che non so se posso dare pienamente ragione alla Woolf, ma non me la sento nemmeno di negare quanto da lei detto. Ammettiamo però che siamo donne dei nostri tempi e che ormai siamo obbligate a ricercare il nostro spazio nel giusto intermezzo fra dovere e piacere.
    In medio stat virtus, dicevano i latini, per cui, volendo godermi il tutto, gioco di medi (no, non mi riferisco alle dita, non mando a ‘fanculo passanti per strada. Va bene la frustrazione, però ci vuole un limite!) e se una volta mi dedico a una giornata di studio pieno, più di quanto preventivato, altre volte mi concedo ore di fila di sola scrittura.
    Dovrebbe essere un lavoro continuo, ma non siamo tutte J.K. Rowling.
    Ahimè, di consigli in merito, stavolta proprio non ne ho.

    Assunta/E.

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    1. Nel tuo caso le pulsioni sono varie e vengono appunto da diverse direzioni: magari hai più libertà in fatto di tempo (ci sono cose che più invecchi e meno puoi mettere in pausa), ma allo stesso tempo hai altri rallentamenti dovuti appunto al cercare la tua strada, il tuo essere, infine il tuo stile. Posso dirti che questa ricerca non si concluderà mai, ma che col tempo imparerai ad effettuarla con meno ansia e più accettazione; in ogni caso non sei affatto andata fuori tema: tutto il saggio affronta proprio tutte le sfaccettature dello scrivere femminile e tu ne hai aggiunta un'altra che forse la Woolf non aveva preventivato perché viveva in un altro tempo o forse perché la stava combattendo anche lei con sofferenza. Non dimentichiamoci che muore suicida sotto il peso di qualcosa che non è mai riuscita a definire del tutto e che pure doveva opprimerla. Oddio, mica ti sto dicendo di deprimerti, ma sto dicendo che ci sono davvero molte variabili da contrastare per poter scrivere, alcune più pragmatiche, altre più emotive, ma tutte ugualmente importanti.

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  7. E' talmente vero quello che hai scritto che mi viene da piangere.
    Scrivere è una necessità, a prescindere dal risultato.
    Scrivere -senza retribuzione- ci fa sentire in colpa.
    Scrivere è il più delle volte materialmente impossibile per chi non abbia i requisiti di cui dice la Woolf.
    Che si fa?!
    Si potrebbe cominciare dal vecchio e mai scontato "l'unione fa la forza".
    Perché le mamme non condividono i figli -un pomeriggio a me ed uno a te- o le cene -giovedì da noi, martedì da voi- ?! Perché?!
    Magari L ha la necessità di scrivere e C di dipingere, magari L ha figli e C no ma le farebbe molto comodo qualcuno che facesse compagnia alla sua mamma il martedì pomeriggio.
    Perché le donne si pensano sempre al singolare e mai al plurale?!
    L

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    1. Ma magari, l'associazione delle mamme che vogliono scrivere mi vedrebbe tra i primi iscritti! Con una stanza per i bimbi che potrebbero giocare insieme e che, crescendo, sarebbero i nostri primi e più severi critici!

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  8. E quindi...tutto questo per dirci che passerà un po' di tempo prima di poter leggere qualcos'altro di tuo? :)
    Scherzi a parte, non sono una scrittrice, non ho personaggi nascosti dentro di me che cercano una valvola di sfogo, ma sono una lettrice. Il mio cervello necessità di altri mondi, altre storie, altre vite. Non posso farne a meno.
    Leggo un po' ogni giorno alla sera, ma non ho ancora una famiglia di cui occuparmi. Purtroppo sto ancora a casa dei miei genitori, e nonostante dia una mano in casa, vedo mia mamma che non riesce mai a ritagliarsi del tempo per se, tra il lavoro e la casa.
    Credo che diventerò come lei, perchè quando avrò una casa e una famiglia mia, sicuramente penserò "non posso sedermi a leggere per dieci minuti, il bagno è da pulire" oppure crollerei la sera dopo una giornata piena.

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    1. Passerà un tempo infinito, ovviamente! Anche perché non sono quasi mai riuscita a scrivere due storie in contemporanea - mi perdo l'atmosfera - quindi per ora niente ff.
      Purtroppo è così, mia suocera è alle stelle perché a Natale le ho regalato il kindle e così finalmente anche lei che è impegnatissima riesce a leggere in quei pochissimi ritagli di tempo che ha. Immagino sia davvero il destino delle donne, dal quale non si salva nessuna!

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  9. E quindi ...
    Ho apprezzato molto la formula dubitativa con cui hai chiuso questo intervento. Credo, sinceramente che ognuno possa e debba trovare un suo equilibrio, tutto non si può avere.
    Ho letto questo piccolo saggio della Woolf molti anni fa e, non solo per quello, ovviamente, ho "lavorato" per avere queste piccole cose. Lasciamo perdere le 500 sterline, diciamo che una stanza e qualche ora per sé sono un po' più fondamentali.
    Sono d'accordo con te sulle scelte di vita: scrivere, per quanto soddisfacente e a volte perfino necessario, non può essere pagato con l'assenza dalla vita dei figli. Devo dire però che si può scambiare una piccola parte del già scarso tempo per un po' di equilibrio in più.
    Quello che non sono riuscita mai a smettere di fare, in realtà, è leggere. Ho incominciato a sette anni, non appena in possesso della strumentalità, e non ho smesso un solo giorno nella mia vita ritagliando i tempoi tra il bagno e il letto, prima di dormire (mai a tavola, per non dare cattivo esempio). Credo che per me scrivere sia una sorta di evoluzione del leggere, come un buongustaio che alla fine prova a cucinare.
    Indovina quando ho scritto il mio primo romanzo? Quando i miei figli erano molto piccoli, quando per fare una doccia mi serviva un piano quinquennale e andare dal parrucchiere era un'idea folle.
    Perché allora? Credo perché quello era il momento in cui avevo più necessità di non perdere me stessa. Non l'ho mai pubblicato, ovviamente, rileggendolo ora mi sembra terribile e ho fatto strabene a non volerlo mai far vedere a nessuno, però c'è e testimonia che in qualche modo, a spizzichi e bocconi, rubando il tempo al sonno o a spiolverare la casa, ho scritto circa duecentocinquanta pagine di ME.
    Adesso ho una stanza tutta per me, del tempo che rubo al massimo alla mia fallimentare funzione di casalinga-massaia, scrivo su EFP per puro divertimento. Lavoro, ovviamente, e ne avrò per molto, ma i figli sono abbastanza grandi da avere una loro indipendenza e rapporti "concentrati", in conversazioni, più che coccole e accudimento pratico, il marito, non proprio collaborativo come certi di cui si legge, ha imparato se non altro a temere le mie risposte taglienti alle sue richieste, quindi ... ho un equilibrio.
    Mi basta? E che ne so? Per ora si, domani o fra sei mesi cambierò come tutti, credo, come ho sempre fatto e dovrò trovare un altro assetto.
    A te, i miei auguri e un piccolo episodio appartenente alla storia della mia famiglia:
    Mia nonna materna è morta molto giovane, a quarantadue anni, aveva sei figli ed erano poveri. Non si poneva certo il problema di come e quando scrivere. In una delle ultime conversazioni con sua sorella le elargì la saggezza dei morituri: "Devi pensare a te - le disse - Se ti resta in casa un solo pezzo di pane, non lo spartire tra i tuoi figli, mangialo tu. Se tu stai bene puoi fare il loro bene. Guarda me, che posso fare io per loro? Occupati di te stessa prima di ogni altra cosa."
    Questo in un'epoca in cui il sacrificio materno era considerato davvero scontato. Non so se si capisce, ma io questo tipo di etica (quella del sacrificio) non l'apprezzo molto.
    La mia opinione personale (ovviamente egoistica) è: sbrigati a scrivere così io leggo!
    nefastia

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    1. Non è proprio etica del sacrificio, la mia; temo sia più insicurezza e senso di colpa misti alla paura di perdermi qualcosa di importante. Ho questa voce in sottofondo praticamente da sempre, che mi sussurra che tutto finirà bruscamente in modo idiota e senza alcun avvertimento e magari avrò trascorso l'ultima settimana della mia vita facendo qualcosa di cui non mi importa nulla. Immagino sia da folli, avere come pensiero certo quello della morte, eppure non è che sia un'ossessione o una preoccupazione: è più un dato di fatto. La vita è brevissima, se siamo sfortunati lo è anche di più, e bisogna davvero valutare su cosa valga la pena spendere energie perché anche le energie sono brevi...
      Ma immagino che anche questo tipo di ragionamenti vada a periodi, e che magari lo metabolizzerò meglio quando il bimbo sarà più cresciuto e sarà lui per primo a non volermi a naso e a pretendere che io mi trovi qualcosa da fare!
      Nel frattempo, sono io a leggere te e con grandissimo entusiasmo, come ben sai!

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  10. Sono d'accordo, anch'io ho il pensiero certo della morte (certo, non fisso) e devo dire che mi scoccia parecchio. Quindi, finché mi riesce, cerco di fare quello che mi piace, lo considero una libertà conquistata anche attraverso la responsabilità, non il sacrificio, ma la rinuncia che a volte la responsabilità richiede.
    Sono felice di sapere che mi leggi, il mio ego è sempre più grasso. Per fortuna non lo devo vestire!
    nefastia

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  11. E quindi? Già, me lo chiedo spesso ultimamente. Era bella la vita da studente, dove il tempo era scandito dalle sessioni e la scrittura, a meno che non mi trovassi a pochi giorni dall'esame, aveva tutta l'attenzione che desideravo darle, al punto da passare giornate intere a scrivere, con capitoli che nascevano e finivano in pochi giorni, a volte persino in uno.
    Poi è arrivato il lavoro (lavoro... chiamiamolo così giusto perché schiavitù pare una cosa brutta da dire), le giornate trascorse fuori casa, dodici ore di corse in cui l'ispirazione magari c'è, mentre attendo i tempi lunghissimi della giustizia dentro un'aula di tribunale, o mentre cammino dalla metro allo studio... Ma poi si nasconde la sera, quando sono a casa, così stanca che vorrei solo mettermi a letto e persino buttare giù due righe diventa un'impresa. Due righe che tanto, poi, risultano pessime e stanche. E quindi? E quindi a volte mi sono chiesta se quella parte della mia vita non fosse finita, per poi prendermi virtualmente a schiaffi da sola. Quale parte? Quella delle sbronze infrasettimanali, forse, quella delle nottate trascorse al pc cercando di colmare le distanze. Forse quello non posso più fare, forse quella parte è finita. Ma la scrittura non è mai stata una parte, o, meglio, una parte che può finire. Come può finire qualcosa che è sempre nella mia testa, costantemente, che mi fa compagnia con dialoghi improponibili il 90% dei quali non sarà neppure mai davvero scritto? E nasce la frustrazione e la nostalgia per quelle parole che non hanno il tempo che meritano, per quelle storie che restano trame abbozzate che forse non vedranno mai l luce.E ppure, al tempo stesso, non ho mai pensato "vorrei poter stare a casa tutto il giorno", non ora, almeno, che ho scoperto che quello che faccio mi piace davvero e non ho alcuna intenzione di rinunciarvi. Trovare un equilibrio è possibile? Forse no, ma si può cercare di non far crollare una bilancia che magari è un po' sbilenca, a volte pende da un lato, a volte dall'altro, ma che comunque riesce a sopravvivere.
    Non mi faccio viva sempre, ma ti leggo sempre con infinito piacere, soprattutto quando le tue parole cadono a pennello come in questo caso.
    Ems

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