sabato 9 febbraio 2013

Storie della nebbia 3 - Il mio lavoro


Non so se questo ve lo ricordate. Devo in ogni caso ribadire che non c'è quasi nulla di inventato e scusarmi per la prolissità: che ci crediate o no, in passato, quando ho scritto questo racconto, il mio stile era ancora più pedante di com'è ora. 



Il mio lavoro





Da quando mi ricordo, ho sempre voluto insegnare. Anche durante la breve pausa che pagai, come tutte le bambine, al desiderio di divenire una ballerina, non abbandonai il mio disegno iniziale, che immaginavo come l’ideale completamento persino dei passi di danza. Le scarpette con la punta di gesso costringevano i piedi e i pensieri ad interrogarsi su molte cose: i miei genitori mi spingevano verso la matematica, io guardavo al balletto o, con totale incoerenza, alla biologia marina. Tra tutù e delfini oggi insegno letteratura, e so che è sempre stata l’unica scelta possibile.
Alcuni esimi benpensanti dicono che insegnare è una vocazione. Thomas Mann sosteneva che la letteratura è una maledizione. Aristotele avrebbe perciò concluso che insegnare letteratura è una vocazione maledetta.
Oggi credo di aver capito che l’insegnamento è una professione, e di professionalità necessita. Ho visto molti docenti darsi corpo e anima a questo mestiere senza averne le capacità; e altri invece possedere tutti i requisiti tranne un minimo di dedizione. O troppo cuore o troppo poco, per qualcosa che in fin dei conti richiede cervello.
Non si può tracciare una distinzione tra insegnare bene ed insegnare male, perché insegnare male significa non insegnare affatto. Quel che accade in classe, dietro la cattedra, davanti alla cattedra, è pura entropia. Non c’è programmazione che tenga, come invece vorrebbero far credere alle famiglie, non ci sono progetti né tempi di consegna. La scuola può anche essere un marketing, ma per qualche motivo la psiche umana si rifiuta di farsi commercializzare. Si possono comprare corpi, parole, persino azioni, ma i pensieri no, quelli si muovono intorno a noi, al ritmo di un bolero, in un crescendo empatico che  rende la classe docente la più esposta alle malattie mentali. È che gli studenti buttano dentro tutto, in classe: l’immondizia della loro vita, le speranze e le delusioni, i respiri di futuro, le agonie dell’adolescenza; e tu hai trenta, quaranta, cinquant’anni, e sei ancora costretto ad avere a che fare con quella fase della crescita che tutti fingiamo di rimpiangere, ma nessuno vorrebbe nemmeno ricordare. Quel che salva tutto il resto è la superbia. C’è un barlume di immortalità, in tutto questo. Ci sono anime in gioco, vite da contattare, genitori da veder crescere. È il potere di ‘eternare’, magari non come l’Omero di Foscolo, ma almeno come una buona ricetta di cucina, che passa di mano in mano, aggiustandosi, migliorandosi, adattandosi a nuovi ingredienti. Noi docenti siamo come la ricetta del soufflé: semplice in apparenza, raramente riuscita, spesso causa di profonda irritazione in chi cerca di imitarla.
Ma quando, nell’autunno del 2003, iniziai la tanto agognata carriera scolastica non sapevo tutto questo. I professori che mi avevano cresciuto, quelli con la “P”, entravano semplicemente in classe, aprivano a caso una pagina della Commedia e ce la facevano commentare: in questo consisteva allo stesso tempo la spiegazione e l’interrogazione; oppure parlavano per due ore, enucleando tutto il pensiero di un autore che noi dovevamo diligentemente appuntare, fino a non sentirci più le mani, e che avremmo dovuto ripetere precisamente il giorno dopo e tutti quelli a venire. A prima vista poteva apparire uno scambio sterile o una prova di resistenza assai dura, ma c’era un senso, nell’andare a scuola, un valore che noi stessi, tra imprecazioni e collera, riconoscevamo a tutto ciò che ci costringeva ad imparare. Sapevamo di doverlo fare e di non avere scelta, e sapevamo che, se lo avessimo fatto bene, ce ne sarebbe stato dato merito. C’era orgoglio, nel sudore; e determinazione nella rabbia. C’era la sensazione di entrare, pur se malvolentieri, in un mondo che altri avevano creato per noi, e dal quale non potevamo venire esclusi. Non c’era la voglia di studiare, forse non c’è mai stata, ma c’era il desiderio di sapere e la vergogna dell’ignoranza. Nessuno, allora, avrebbe osato chiedere, in quinta superiore, il cognome di Dante.
Oggi parliamo di unità didattiche e non di lezioni, di debiti e non di rimandati, di programmazioni piuttosto che di programmi, nella fiducia adamitica nel potere delle parole, come se rinominare la cultura potesse rinnovarla. L’operatore ecologico, con tutto il rispetto, resta sempre un netturbino. La scuola, battendo ogni pregiudizio, è riuscita invece addirittura a peggiorare, abbandonando lo studio di una volta per sperimentazioni fantascientifiche che vogliono adeguarsi al mondo dei giovani, dimenticando quello che noi avevamo imparato sulla nostra pelle: che il mondo dei giovani non esiste e che essi sono solo in transizione verso l’età adulta, in attesa di dimostrarci che hanno le carte in regola per affrontarla. È come se Fedro avesse tutt’ad un tratto abbassato l’uva per permettere alla volpe di divorarla. Così gli studenti, invece di adeguarsi alla vita, sperano che la vita si adegui a loro; vivono in un mondo a loro del tutto estraneo, senza sapere come avvicinarsi ad esso e perciò senza avere più il desiderio di farlo. L’universo parla una lingua mediata da secoli di cultura, che loro non conoscono; ma poiché nessuno fa loro notare che tale lingua esiste, essi sono diventati sordi a quelle voci che parlano dai libri, dai quadri, dai monumenti e persino dai film.
Anche per questo, quel mio primo anno di lavoro mi portò a confrontarmi con un mestiere che avevo desiderato, ma che ormai non riconoscevo più, che era completamente diverso da quello che avevo sperimentato dall’altra parte della cattedra e che effettivamente non riuscivo ad amare come avrei voluto; quei mesi misero in seria difficoltà tutte le mie speranze, facendole apparire nient’altro che mere illusioni. Ero giovane, laureata in fretta e abilitata precipitosamente per buttarmi a capofitto nel mondo della scuola. Ero impaziente di misurarmi con gli adolescenti per trasmettere loro tutto ciò che credevo di sapere e mi convincevo che, una volta scoperta la letteratura, anche loro, come me, non avrebbero mai più potuto fare a meno di questi colloqui coi personaggi.
A quel tempo lavorare a Ferrara, la mia città, era praticamente utopistico: i posti erano sempre meno, le cattedre sempre più lontane e la nuova riforma scolastica che si stava insinuando negli istituti non lasciava presagire nulla di buono. Dovendo compilare la domanda di ammissione per le graduatorie, scelsi dunque una provincia generalmente bistrattata dai miei concittadini e probabilmente anche dal resto del mondo, dal momento che ancora prometteva posti di lavoro: mi iscrissi a Rovigo, dove sembrava possibile che anche una giovane ventisettenne come me ottenesse un incarico.
Rovigo è una città che si può tranquillamente definire brutta pur rimanendo nel campo semantico dell’adulazione; talvolta ho pensato che la mancanza apparente di cani randagi ne certifichi la ripugnanza alla stessa specie canina; solo alcuni gatti si ostinano a rifugiarsi in una casa scalcinata, non lontano dalla piazza, dove forse i muri diroccati rappresentano una giustificazione accettabile per la bruttura del luogo. Un’unica eccezione è data dalla via principale, Corso del Popolo, il cui nome evoca un sano impegno civile che evidentemente si è profuso tutto lì, realizzandosi in qualche aiuola e diverse centinaia di metri di percorso ciottolato, che i ferraresi amano particolarmente. Non amano, tuttavia, gli abitanti di Rovigo, che chiamano poco affettuosamente rovigotti, così come, ad onor del vero, non amano i bolognesi o chiunque nel corso dei secoli abbia avuto rapporti con Ferrara. È l’eredità degli Estensi: spocchia e salama da sugo.
Il giorno dell’assegnazione delle cattedre annuali fui la prima degli esclusi per carenza di posti, ma una collega mi informò che sapeva di una supplenza per maternità che il Liceo Scientifico “Paleocapa” non aveva ancora assegnato. Siccome tutto il mondo è paese, era probabile che la suddetta supplenza venisse per il momento taciuta in attesa di darla a qualcuno a cui era già stata destinata, a prescindere dalle graduatorie: così mi armai di tenacia e iniziai a contattare quotidianamente la scuola in questione, facendo presente che sapevo di un possibile incarico e che ero, per forza di legge, la prima a dover venire chiamata dalle graduatorie. Il gioco durò circa una settimana, tra risposte evasive e sviamenti del discorso, finché, due giorni prima dell’inizio delle scuole, la segreteria dovette cedere ed informarmi che effettivamente si era liberato il posto in questione. Il giorno dopo presi conoscenza con l’istituto, pulito e vetrato fino all’ultimo centimetro, in un clima di gelido controllo che non avrebbe invidiato nulla alla distopia di Orwell, e con il preside, palesemente scocciato per non aver potuto dare quella supplenza a qualche suo protetto: un ometto diafano, i cui radi capelli chiarissimi incorniciavano un testa troppo grande rispetto al resto del corpo, con occhi troppo piccoli, che l’antica fisiognomica avrebbe letto, stavolta a ragione, come indizi di un’essenza infida. Parlava a voce bassa, si muoveva silenziosamente, quasi sibilava sorridendo; da allora guardo ai serpenti con maggiore tenerezza, confrontandoli con lui.
 Tuttavia io ero talmente entusiasta del fatto di stare per coronare il mio progetto di vita da notare a stento un clima totalmente diverso da quello a cui mi ero preparata. La sera stessa festeggiai l’inizio di una carriera di comunicazione e resi mentalmente grazie ad un destino in cui non avevo mai creduto, ma che ora sembrava giocare a mio favore. Avevo trascorso tutti i miei anni, sino a quel momento, a studiare e ad amare lo studio, nella speranza un giorno di poter trasmettere tutto, come era stato trasmesso a me; nell’idea che avrei potuto essere, per qualcuno, quella figura importante che più di un insegnante era stato per me, indirizzandomi al passo che stavo per compiere e che mi sembrava l’unico possibile.
Il primo giorno entrai in classe, eccitata e  carica di tutte quelle buone intenzioni che credevo si sarebbero infuse per osmosi agli studenti, ma i loro visi non mi trasmisero quello che mi attendevo e che, a dire il vero, non avevo capito di attendermi; gli alunni mi studiavano come alla ricerca di un punto debole, perplessi forse per la mia giovane età e decisi a farmi pagare la  mancata attinenza alla loro idea di “professoressa”. Lo stesso preside mi fece immediatamente comprendere che non gradiva me né il mio entusiasmo, che aborriva qualsiasi dimostrazione di realismo e sincerità con gli studenti, che capiva solo il linguaggio della burocrazia scolastica imperante, che decisamente non pensava che una donna potesse avere una buona preparazione, soprattutto se giovane, e che infine si attendeva una pedissequa riproduzione libresca delle programmazioni disciplinari, in attesa di rammentarmi, ogniqualvolta gli era possibile, la sua autorità in quel luogo e il mio inesistente potere di supplente. I colleghi, dal canto loro, erano talmente oppressi dalla macchina scolastica e dal dirigente stesso da isolarsi gli uni dagli altri, nel tentativo di salvarsi da bieche vendette o complotti interni, sviando semplicemente l’attenzione su chiunque fosse disponibile. Incapaci di creare rapporti amichevoli o anche solo collaborativi persino tra di loro, che pure si conoscevano e lavoravano insieme da molti anni, di certo non mostravano alcuno spirito d’accoglienza o solidarietà nei confronti di un’insegnante come me, nuova e di un’altra città, supplente, troppo giovane, apertamente osteggiata dal capo e molto critica verso la sterilità didattica in cui tutti si rifugiavano, timorosi di venire criticati per qualsiasi iniziativa. In breve mi sentii un pesce fuor d’acqua, e iniziai a dubitare della mia scelta di vita così come la scuola pareva dubitare di me.
 Per fortuna conobbi una collega, anche lei di Ferrara, con cui fu un sollievo dividere la strada, cercando il più possibile di far combaciare gli orari. Lei non aveva la patente ed attendeva volentieri, ogniqualvolta i miei ingrati orari di supplente mi tenevano a scuola dalla prima all’ultima ora con una pesante serie di ore buche in mezzo. Durante il viaggio ci raccontavamo della nostra vita e del nostro lavoro, che, come avrei presto scoperto, per un insegnante tendono a combaciare con spaventosa nebulosità. Laura era una donna matura ma giovanile, con una figlia circa della mia età, che insegnava da tempo ma era di ruolo in quel liceo di Rovigo dove io ero capitata solo da un paio d’anni. Nemmeno lei era in buoni rapporti col preside: qualche anno dopo ottenne il trasferimento agognato a Ferrara, risparmiandosi finalmente ore di viaggio e gastrite. Intanto, in quei viaggi mattutini, mi raccontava del suo passato e di come era stato lungo, per lei, arrivare al posto che ricopriva.
Passavo a prenderla alle 7.05, fermandomi davanti a casa sua, per fortuna non distante dalla mia; poi imboccavamo veloci l’autostrada Bologna-Padova, perché ancora non mi sentivo abbastanza sicura del percorso da viaggiare sulla statale. Così la strada si allungava di qualche chilometro, ma non dovevo fare altro che proseguire in linea retta, attendere il ponte che separava l’Emilia-Romagna dal Veneto e prendere l’uscita per Rovigo, divorando velocemente un paesaggio piano, tipico per chi conosce questi luoghi, in apparenza desolato ma per me rasserenante, portatore di quella sicurezza che solo gli abitanti delle pianure riconoscono nell’orizzonte senza segni. A destra e a sinistra dell’autostrada i campi si allargavano a vista d’occhio, con i colori dell’estate in via di spegnimento, immersi appena nella foschia mattutina che permea sempre queste regioni cariche d’umidità. Fuori da Ferrara non c’è assolutamente nulla per chilometri e chilometri, solo campagna e pianura, silenzio e contorni sfumati. Così viaggiavo sull’asfalto dritto e grigio, la cui monotona direzione mi permetteva di concentrarmi per tre quarti d’ora e quarantacinque chilometri sulla conversazione, ascoltando la storia di Laura.
 Passando attraverso diverse riforme scolastiche, si era vista più di una volta togliere il punteggio in graduatoria ed era retrocessa senza possibilità di appello anche quando le mancava davvero poco all’entrata in ruolo. Aveva lavorato per anni e con grande soddisfazione alle elementari, dove aveva svolto un lavoro encomiabile con i bambini; e ogni volta che parlava di loro le si illuminavano gli occhi, esattamente come quando raccontava della nipote di pochi anni che le metteva a soqquadro la casa. Ogni sua parola rivolta al passato mi evocava un mondo di speranze che mi sembravano molto simili alle mie, anche se proiettate in un altro grado scolastico; ma Laura dovette abbandonare le elementari quando un nuovo taglio in graduatoria le rese impossibile continuare ad avere lo stipendio assicurato; svolse un certo periodo come insegnante di sostegno, poi passò alle medie e alle superiori; infine, per entrare di ruolo ed essere finalmente pagata anche durante i mesi estivi, dovette trasferirsi a Rovigo, nonostante l’evidente difficoltà negli spostamenti per una persona che non possedeva la patente. A volte, quando io non c’ero o proprio non potevo accompagnarla, la sua sveglia doveva suonare all’alba; e doveva percorrere la città per arrivare alla stazione, prendere un treno notoriamente in ritardo e poi correre all’istituto. Io trovavo già molto duro alzarmi alle sei, prendere la macchina e guidare fino a Rovigo, dove la scuola inizia alle otto, mezz’ora prima che a Ferrara; e ogni tanto mi lamentavo con lei di questo fatto e la informavo della mia intenzione di tornare presto a iscrivermi nelle graduatorie della nostra città, ma Laura mi consigliava di attendere l’entrata in ruolo a Rovigo e solo in seguito chiedere il trasferimento a Ferrara; altrimenti avrei corso il rischio di non riuscire mai ad ottenere un posto sicuro.
Nel corso di una di queste discussioni mi narrò di un fatto curioso. Anni prima una crisi nella produzione agricola aveva impedito a molti adolescenti di campagna di iscriversi a scuola, poiché la loro manodopera era richiesta nelle aziende di famiglia; questo, che doveva essere un problema temporaneo, avrebbe tuttavia pregiudicato forse anche per sempre la loro istruzione, poiché si temeva che questi ragazzi non sarebbero più tornati a studiare, soprattutto con la prospettiva di dover recuperare gli anni perduti; e nello stesso tempo l’improvviso calo delle iscrizioni aveva messo in pericolo la cattedra di molti insegnanti. In alcune scuole di provincia, particolarmente colpite dalla situazione, si era così trovato uno stratagemma per arginare il problema: i docenti facevano una colletta per pagare la tassa d’iscrizione a quegli alunni che in realtà non sarebbero venuti a scuola; in tal modo nel registro di classe figuravano i nomi necessari alla creazione del posto per il docente, mentre i ragazzi che avevano così gentilmente prestato il nome si vedevano riconosciuti l’anno di studi, nella speranza che la condizione migliorasse, permettendo loro di tornare sui banchi scolastici. Lo trovai per certi versi sbagliato, ma mi resi anche conto che la situazione scolastica nel corso degli anni aveva talvolta richiesto estremi rimedi e forse l’avrebbe ancora fatto.
Intanto, mese dopo mese, continuai a maturare la delusione verso l’ambiente scolastico, che mi sembrava molto più carico di prosopopea di quanto avrei voluto e molto meno ricco di sostanza. Le giornate passavano grigie e monotone, mentre gli studenti sembravano ascoltare distrattamente e solo in vista della valutazione, e il dirigente scolastico evitava con tutte le forze di sostenere i docenti, nella spasmodica ricerca dell’approvazione dei genitori degli alunni che andavano male. Il vero problema era che la tanto lodata autonomia scolastica rendeva gli istituti dipendenti dalle tasse d’iscrizione e nello stesso tempo li svincolava gli uni dagli altri, lasciando soccombere il confronto e la discussione tra scuole che è la base imprescindibile per un’istruzione pubblica efficiente. Così il preside aveva carta bianca, nel cercare con ogni mezzo di accattivarsi gli studenti e le famiglie come un banditore d’asta e i miei colleghi non sembravano più interessati al loro lavoro. Stavo toccando con mano un cambiamento in atto nel sistema scolastico che solo noi professori realmente conosciamo, e che potrebbe portare ad un decadimento molto veloce della scuola italiana; le classi sempre più numerose, il tempo sempre minore da dedicare ad ogni alunno, l’ingerenza sempre più indisponente dei genitori che non accettano che il figlio possa comportarsi in classe diversamente da come si presenta a casa: questi e molti altri fattori mettono il corpo insegnanti sulla difensiva, quando invece il nostro mestiere esigerebbe un’offensiva metaforica mirata contro l’abulia mentale. Vedevo inoltre, intorno a me, scarso spirito collaborativo, chiusura nel proprio orticello culturale di persone che ormai non potevano fare altro che pensare ai bei tempi andati e sperare in un pensionamento prematuro, che salvasse in loro almeno i ricordi. Gli studenti erano tutto sommato diligenti, salvo rari casi di totale disinteresse, ma era raro cogliere nel loro sguardo una scintilla di reale amore per ciò che stavano facendo: non riuscivo a capire se il mio contributo avesse un significato o se, al posto mio, avrebbe potuto esserci una scimmia ammaestrata. Si fece strada in me l’idea di non essere tagliata per quel mestiere, di non essere didatticamente e psicologicamente in grado di sostenere quella immane battaglia contro menti così chiuse e apparentemente sterili, di giovani e di meno giovani. In fin dei conti, i docenti lottano da anni contro il pregiudizio delle presunte diciotto ore lavorative, che li renderebbero degli svogliati pieni di tempo libero; in realtà io credo che qualsiasi lavoro, fatto con apatia, presenti la possibilità di disinteressarsi completamente degli esiti delle proprie azioni.
Un professore serio, dal momento in cui la campanella suona, deve dimenticare qualsiasi problema o malessere fisico e svolgere un incarico nel quale è sottoposto allo sguardo indagatore degli alunni: non c’è tempo per fare pause, andare in bagno, prendere un caffè o fumare una sigaretta, come in quasi tutti gli altri lavori è invece possibile fare, e non c’è spazio per mal di testa o tristezze personali: l’insegnante entra, spiega, interroga, ma non vive mai, in classe, come un vero essere umano. I pomeriggi trascorrono preparando materiale per le lezioni, correggendo compiti dove il rosso diviene il colore predominante e visionando manuali scolastici e testi di possibile adozione: e i weekend seguono la stessa sorte, sacrificati all’ideazione di nuove tipologie di verifica che rendano più facile la prova agli studenti.
La scuola di oggi ci richiede, paradossalmente, quell’impegno e quella serietà professionale per cui dovremmo essere sostenuti come i professori di un tempo, ai quali invece si dava fiducia a scatola chiusa. E lo stipendio di un insegnante non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello che invece guadagna un laureato specializzato con la stessa esperienza. Certo, sapevo tutto questo molto prima di intraprendere la docenza, lo sapevo già quando ballavo sulle punte di gesso e immaginavo il mio futuro. Ma ora mi accorgevo che davvero, forse, un certo grado di vocazione bisognava pur averlo per spendere una vita intera in qualcosa che nessuno, tranne noi docenti, sembrava riconoscere.
            Riflettevo su questo, mentre la mia auto divorava i chilometri tra Ferrara e Rovigo, e quando scese l’autunno e la nostra pianura annegò nella nebbia i miei pensieri si fecero più malinconici. Avevo sempre amato il paesaggio sfocato di Ferrara, quell’atmosfera di rarefazione e mistero che sommerge la città e i dintorni rapendola al resto del mondo per la stagione fredda. Mi cullavo nel sogno di una città medievale, incantata, fiabesca, che mi riportava all’eco atavico dei dormiveglia adolescenziali. E quel clima di torpore che avvolse la strada, anche quell’inverno, giunse inaspettato, prima del solito, e mi fece compagnia per tutto l’anno scolastico, quasi una cappa per il mio sconforto e un cuscino per i miei pensieri.
            Quell’anno mi erano state affidate quattro classi, e solo di due, nelle quali avevo più ore, avevo imparato i nomi; tuttavia mi accorsi curiosamente di come, da un certo momento in poi, un alunno che non si era palesato fino ad allora iniziasse finalmente a seguire le lezioni con regolarità. Non ero mai stata molto fisionomista, difetto certo non da poco per chi fa il mio mestiere, ma mi rimasero subito impresse le caratteristiche diafane di quel ragazzo, magro e alto, seduto da solo in un ultimo banco accanto alla finestra, che si appoggiava sempre al muro a respirare uno spiraglio di nebbia dal vetro appena socchiuso. Aveva corti riccioli scuri incollati al viso, occhi profondi e d’un azzurro cinereo che raccontavano troppe emozioni per un adolescente della sua età. Quando entravo in classe, e il resto degli alunni era ancora indaffarato in chiacchiere e movimenti convulsi, lui era già fermo al suo posto, la schiena appoggiata al muro, le mani incrociate sul banco, a fissarmi in rigoroso silenzio; e così restava, immobile, sino al termine della lezione, in cui io mi alzavo e mi allontanavo dalla classe senza che lui si muovesse. Controllando il registro, vidi che durante il mese di settembre avevo sempre segnato assente l’alunno in questione che tuttavia risultava presente nel registro di classe; immaginai che uscisse prima del termine delle lezioni o entrasse in ritardo, o che semplicemente bighellonasse di nascosto per la scuola; evidentemente ora era stato redarguito o aveva semplicemente deciso di seguire le ore di italiano per curiosità. Col tempo, notando lo sguardo attento durante le spiegazioni, mi convinsi per quest’ultima ipotesi, che mi rinfrancò lo spirito: evidentemente ciò che facevo aveva ancora l’effetto di interessare qualcuno senza bisogno di minacce. Non so in che modo successe che non lo interrogassi, che non correggessi mai i suoi compiti e che non scambiassi mai una parola con lui: quando me ne accorgevo, prima di ogni consiglio di classe, mi stupivo di una tale dimenticanza inopportuna e chiedevo consiglio ai colleghi, i quali tuttavia rispondevano evasivamente e suggerivano di dargli comunque una valutazione come meglio ritenevo. Questo mi parve strano, in una scuola dove il rigore e la burocrazia erano molto più importanti della preparazione, ma gli sguardi insofferenti degli altri docenti e il desiderio molto umano di celare la mia inadempienza mi spinsero a non fare più domande e a seguire il loro consiglio. Ogni volta mi ripromettevo che non sarebbe più accaduto e che l’avrei interrogato per primo; e ogni volta mi ritrovavo al consiglio di classe seguente ad azzardare una valutazione basata sull’impressione, che in effetti era ottima e raramente scendeva al di sotto del sette. In qualche modo questo enigma mi mantenne attenta e interessata nel periodo più cupo, quello invernale, quando la nebbia continuava ad infittirsi e a scendere sui campi e sulle mie speranze come un lenzuolo funebre.
Ora per andare a Rovigo prendevo la strada che porta a Copparo, dritta e costeggiante un canale dall’odore acre e irritante; qui le macchine correvano ad alta velocità e si buttavano in sorpassi azzardati, per la relativa scorrevolezza di quell’asfalto sufficientemente largo e regolare; poi svoltavo a sinistra, in una stradina di campagna che attraversava diversi paesi prima di giungere al ponte di Polesella; questo tratto era in effetti il più pericoloso e sconnesso, ma era anche il più bello e magico: qui la brina mattutina si posava come un mantello bianco e la nebbia si alzava dal terreno ricoprendo i campi con lingue fameliche di candore. Io assaporavo quegli spazi sterminati, mentre ogni mattina mi recavo a lavoro, e in quei quaranta minuti circa di strada sognavo la scuola di un tempo, la possibilità di insegnare davvero, la ricerca di un metodo di studio che facesse così, come la nebbia, e si insinuasse lento e muto nelle persone e nelle cose. Poi arrivavo davanti al Liceo in cui lavoravo, e la sua architettura fredda e sempre pulitissima mi riportava immediatamente ad una superficialità tutta fondata sulla visibilità e sulla compravendita a cui la scuola di oggi deve guardare per sopravvivere.
Nel frattempo però qualcosa iniziò a mutare: incontrando gli alunni nei corridoi notai che mi salutavano con enfasi e allegria, entrando in classe qualcuno iniziò a pormi domande anche al di fuori della programmazione; quell’anno mi erano state affidate classi del biennio, e io, innamorata di Dante e di letteratura, temevo di annoiarmi in regole grammaticali e generi letterari; ma un alunno di seconda mi pregò di approfondire il teatro shakespeariano e scoprimmo insieme la vita avventurosa delle compagnie rivali; uno studente svogliato, da me costretto a leggere Novecento di Baricco, si appassionò talmente all’autore da divorare in pochi mesi tutte le sue opere; un giovane indirizzato dalla nascita e dalla famiglia alla matematica sviscerò un’anima romantica e poetica in un compito in classe. Diedi il mio indirizzo e-mail ai miei studenti, nel caso avessero avuto bisogno di consigli o correzioni, e presto iniziarono a piovere sul mio computer tentativi letterari, richieste di letture o semplici saluti. Lo stupore fu grande: avevo sempre sperato in qualcosa del genere, qualcosa che desse un significato a tutto il resto, e in qualche modo ora riconoscevo il mio lavoro, e tentavo di approfondire e migliorare ogni giorno, grata delle soddisfazioni che stavano giungendo ormai insperate e comunque decisa a smuovere anche l’alunno misterioso dell’ultimo banco. Lo cercavo con lo sguardo nei corridoi durante la ricreazione, per provare ad avvicinarlo e a parlare con lui; lo osservavo con attenzione durante le lezioni, per cogliere qualche messaggio, qualche richiesta, per capire come mai la sua apparizione avesse sempre quell’aria spirituale ed eterea che non gli permetteva, era evidente, di legarsi ai suoi coetanei, con i quali non l’avevo mai visto parlare. E anche i colleghi, che pure iniziavano a fermarmi in aula insegnanti per discutere di alcune valutazioni e confrontare i pareri, sentendo il suo nome mi fissavano disorientati e cambiavano velocemente discorso, come disinteressati o tediati dalla mia petulanza.
Io insistevo, ed entravo nella sua classe carica di fotocopie, immagini, pronta a lezioni interattive e citazioni d’ogni genere; mi sembrava che lui fosse la mia sfida, che se non fossi riuscita a scuotere il suo mondo senza suono non avrei compiuto la mia missione; e così facendo riuscii davvero a trasmettere agli altri alunni quello che avevo sempre desiderato, e le briciole di interesse che alcuni avevano mostrato divennero presto un’ingordigia magnifica e bramosa di conoscenza. Ancora oggi alcuni di quegli alunni mi scrivono per raccontarmi della loro vita, per dirmi quali scelte hanno compito o per farmi correggere qualcosa. Ancora oggi, e per sempre, loro sono e saranno i miei alunni.
Quando venne maggio e la stagione iniziò a farsi mite io ancora non avevo concluso nulla con il ragazzo a cui non mi decidevo a rivolgere direttamente la parola; e in qualche modo non avevo ancora preso decisioni nemmeno riguardo al mio futuro. Certo, ero riuscita ad interessare alcuni studenti allo studio, ma la prima parte dell’anno scolastico era stata davvero deludente; amavo la mia materia, ma i nuovi testi scolastici mi sembravano maltrattarla e ridurla al di sotto del minimo accettabile; e già sapevo che agli scrutini finali avrei dovuto litigare aspramente con un preside che non approvava i miei metodi didattici, che non apprezzava certi moti d’euforia delle mie classi e che non capiva come mai non dovessi ritenere più che sufficiente il manuale in adozione. La nebbia iniziò a rarefarsi, e se all’andata era ancora la compagna delle mie domande, al ritorno lasciava talvolta posto ad un aria serena e rinfrancante che tuttavia mi avvicinava sempre di più alla fine dell’anno scolastico e al bisogno di tirare le somme.
Il mio studente silenzioso iniziò di nuovo a saltare alcune lezioni, anche se nel registro di classe non figurava mai assente; e anche quando io lo segnavo il collega successivo cancellava immediatamente il suo cognome: segno che, evidentemente, il ragazzo era entrato in classe o forse c’era anche prima ed era semplicemente uscito durante la mia ora. Mi dissi che non potevo sperare di riuscire a coinvolgere tutti, che dovevo aspettarmi un fallimento e che dovevo accettarlo; ma la sconfitta mi bruciava, tanto più perché rivedevo nello sguardo di quello studente la stessa solitudine che aveva accompagnato anche la mia adolescenza. L’ultima lezione a cui partecipò, una delle prime ore del sabato, mentre la nebbia cedeva il passo all’estate in avvicinamento, volli andare totalmente fuori dal programma e spiegare agli studenti perché, al biennio, si trattano cose tutto sommato noiose come la classificazione in generi letterari. Parlai loro di come tutto ciò che stavano così faticosamente apprendendo in quegli anni avrebbe permesso una migliore e più consapevole ricezione delle opere letterarie; e poiché mi trovavo in una seconda e avevamo appena finito di trattare l’analisi di una poesia, volli mostrare come le nostre regole potevano adattarsi all’uso nel caso di alcune delle mie poesie preferite, certamente non facili, tratte dalla sezione Xenia di Montale. Dopo aver fatto a pezzi la struttura di queste liriche, chiesi ai ragazzi di capire dove era il sentimento, aldilà dei versi e delle rime; chiesi loro di comprendere quanto fosse forte l’amore di un uomo per la moglie che lui non idealizzava dopo la morte, ma rivedeva, esattamente come in vita, meravigliosa e indispensabile nei suoi difetti. Le ragazze annuirono, consapevoli dell’importanza di non credere alle eccessive lusinghe maschili; i ragazzi si stupirono, domandarono, e infine cedettero all’amore di quel poeta e sentirono, o finsero di sentire, ciò che sentivo io.
Alla fine di maggio il sole iniziò a splendere sin dal mattino, e il giovane non si fece più vedere.
A giugno ci furono gli scrutini, combattuti ed accesi. Lottai, litigai, a volte vinsi e a volte persi, e mi rimase dentro l’amarezza di dover sottostare ad alcune amicizie altolocate e la delusione per non aver mai parlato con l’unico studente che mi aveva in qualche modo ascoltato sin dall’inizio, e a cui comunque diedi sette. Avrei voluto mettergli otto, ma in coscienza sapevo di non poterlo fare, perché non avevo mai potuto sentirlo.
Quando credevo che la storia fosse finita e restavo con un pugno di dubbi, accadde l’evento che cambiò la mia vita. In uno dei nostri ultimi viaggi insieme, Laura mi sembrò più preoccupata del solito, e dopo molte mie insistenze si decise a parlare. Per tutto l’anno l’avevo interrogata sul da farsi riguardo all’alunno misterioso, che lei non conosceva poiché insegnava in altre classi, e il giorno prima aveva sentito il suo nome fatto da alcuni colleghi, ed aveva ascoltato fingendosi impegnata in altre attività. Il ragazzo in questione, sostenevano i docenti, non aveva mai frequentato un solo giorno di scuola. Era stato iscritto per creare un certo numero di alunni in quella classe, proprio come Laura aveva visto accadere in passato, e perché la madre, desiderosa di vederlo istruito e comunque obbligata a mandarlo a scuola fino alla fine del biennio, non poteva accettare l’umiliazione di chiedere aiuti finanziari o sociali. Il padre, già malato, era venuto a mancare quell’anno, e sul figlio poco più che bambino gravava il peso della casa e dei campi. Tutta la scuola, normalmente poco incline alle buone azioni, aveva in qualche modo preso a cuore la situazione e si era impegnata a coprire il ragazzo, nella speranza che le cose potessero migliorare e il giovane potesse tornare a scuola, anche se, vista la situazione, non sembrava probabile.
La rivelazione mi colse come un colpo di fucile. Io l’avevo visto, seduto al suo banco, per quasi tutto l’anno, io l’avevo guardato negli occhi e l’avevo osservato imparare, crescere, cambiare. Come poteva essere accaduto? Laura doveva aver sentito male, non poteva esserci altra spiegazione; e anche lei subito ammise di aver pensato la stessa cosa, in virtù del fatto che non c’erano semplicemente altre possibilità. Ma qualcosa iniziò a bruciarmi dentro: un dubbio, una paura che non mi permettevano di abbandonare la questione. Portai Laura a casa, volsi indietro la macchina e rifeci la strada verso Rovigo. Mi feci dare dalla segreteria dell’istituto l’indirizzo dello studente, alcune indicazioni e, armata di un foglio con la strada segnata, mi recai a casa del giovane. Guidavo senza sapere davvero cosa aspettarmi, eppure in qualche modo temendolo. Percorsi il tracciato del foglio, svoltai un’ultima curva e poi sbucai, improvvisamente, nel cortile di una casa di campagna. Fermai la macchina immediatamente e scesi dall’auto, ma non trovai il coraggio di suonare al campanello. Cosa mai potevo dire? Sono l’insegnante di suo figlio e temo di aver visto il suo spirito? Rimasi lì a riflettere per un tempo che parve indefinibile, finché mi accorsi di un rumore che stavo ascoltando da tempo ma che il mio cervello, indaffarato nelle sue elucubrazioni, non aveva semplicemente registrato. Girai intorno alla casa e, sul retro, il paesaggio si aprì nei colori dell’estate a mostrarmi campi lavorati e da lavorare, alberi da frutto, animali da cortile. Nel mezzo di tutto questo, a qualche centinaio di metri da me, il mio studente stava dritto, piantato sui piedi, in mezzo al campo. Indossava un paio di pantaloncini verde militare e una canottiera bianca a spalle larghe sporca di terra, aveva in mano un rastrello e non aveva affatto il pallore che gli avevo visto in classe. Era ancora un bambino, ma costretto ad irrobustire il fisico da un lavoro che, certo, doveva aver svolto tutto l’anno. Feci per andarmene, senza sapere come comportarmi, ma il ragazzo mi salutò con la mano, facendo segno di avanzare. Così decisi di togliermi ogni dubbio e mi avvicinai a lui, camminando sulla terra smossa. Ad ogni passo, mentre mi ripetevo le domande che avrei dovuto porgli, il campo intorno a me sembrava sfumare, mentre una leggera foschia, insolita in quella stagione, mi si annidava tra i piedi, nascondendo le mie orme e disegnando come un sentiero tra me e lo studente. Quando gli fui davanti aprii la bocca e la richiusi immediatamente, senza sapere cosa dire; e la nebbia saliva sui miei polpacci e formava una spirale di fumo che lui fissava con divertimento, fino a posare uno sguardo sorridente su di me.
- Buongiorno, prof. Così mi ha scovato.
Era la prima volta che lo sentivo parlare. Aveva un tono roco, gutturale, da uomo adulto, ma ogni tanto una parola sembrava scappargli e tornare a suoni cristallini, come per ricordare a tutto il mondo che in fondo era solo un bambino che stava cambiando la voce. Sorrisi, un po’ impacciata: una sensazione che certo non provavo quando entravo nella mia aula; ma ora il luogo era sconosciuto e non rivestivo alcun ruolo fissato per darmi sicurezza. Volevo salutarlo, chiedergli semplicemente come stava, nascondere i miei dubbi e dimenticarmi per sempre quella strana storia. Invece una sincerità disarmante mi accorse alle labbra.
- Non capisco. Mi hanno detto che tu non sei mai venuto a scuola…
Il mio disappunto era palpabile, ma quel ragazzo, che in aula mi era sembrato così timido e scostante, ora si appoggiava con tranquillità al rastrello e non pareva avere alcuna intenzione di venirmi in aiuto; sembrava lui l’insegnante, e io l’allieva intimidita.
- Io però ti ho visto. Eri lì, in ultimo banco.
Non aggiunsi altro. Non mi sembrava ci fosse altro da dire: dal mio punto di vista ora avrei dovuto ricevere delle spiegazioni risolutive e razionali, e attendevo che tutto rispondesse alle mie aspettative, come in classe. Lui inclinò la testa con l’aria di un gatto che riesce a vedere al buio mentre noi brancoliamo nell’oscurità, poi il suo sorriso si spense per un attimo.
- Questa è la mia vita, prof. Amo questi campi, dove mio padre ha lavorato sodo. Eppure a volte vorrei essere come lei. Lei è libera, e fa il lavoro più bello del mondo.
Restai in silenzio, in attesa che proseguisse; ma non dava segno di volermi concedere altre parole. Stavo scoprendo per la prima volta che, estrapolati dal contesto scolastico, è molto facile perdere la sicurezza con cui ci si rapporta alle classi e incorrere in quella naturale timidezza che chiunque avrebbe dinnanzi a qualcuno che, in fondo, non si conosce affatto. Rimpiansi di non essere in aula, dove potevo vantare l’autorità del mio mestiere e pretendere altre spiegazioni; ma ripensando al suo atteggiamento in classe capii che non c’era mai stata, in lui, la volontà di uno studente di compiacere l’insegnante: dai suoi occhi era trasparsa sempre e solo la voglia di sapere, ed era stata quella voglia a farmi impegnare per tutto l’anno e a farmi insistere nel mio sogno. A quel punto capii che non era importante avere altre spiegazioni, e che in fondo quel ragazzo, in qualche modo, mi aveva fatto il regalo più importante: mi aveva dato la speranza e la pazzia per coltivarla, e io forse non ero riuscita a ricambiare il suo dono meraviglioso.
-   Scusa se sono venuta a trovarti. Non avrei dovuto. Ma ora che sono qui capisco che l’unica cosa che volevo è ringraziarti, e scusarmi se non sono stata all’altezza di quello che desideravi.
Il giovane tornò ad allargare il sorriso.
- In effetti poteva darmi otto.
Sorrisi anch’io, di conseguenza, e non c’era altro da aggiungere. Lo salutai con un cenno della testa e mi volsi per tornare sui miei passi, mentre attorno a noi la nebbia si contorceva in forme inusuali, quasi come se avesse fino ad allora seguito il discorso e non fosse affatto soddisfatta della sua conclusione.
            Quando ormai stavo per sparire dalla sua vista, un fischio mi raggiunse e mi fece voltare.
- Ehi, prof. Sono io che la devo ringraziare. Sei ricomparsa accanto a me, / ma non avevi occhiali, /non potevi vedermi/ né potevo io senza quel luccichio/ riconoscere te nella foschia.
Era uno dei versi di Montale che avevo letto nell’ultima lezione in cui l’avevo visto. La prima poesia della raccolta dedicata alla moglie scomparsa, soprannominata Mosca proprio perché portava gli occhiali per un difetto alla vista. Era una delle mie poesie preferite e, nell’ascoltarla, gli occhi mi si bagnarono di lacrime come ogni volta che la leggevo in classe fingendo il distacco del docente. Ora finalmente capivo che lui era sempre stato lì, che c’era sempre stato più di me, che aveva cavalcato la nebbia della pianura per portare il suo spirito nella classe che per lui era un simbolo di libertà: la libertà di sognare, di leggere, di viaggiare con la mente come un personaggio di Pirandello.
- Ci vediamo in classe l’anno prossimo? Ti vedrò, e ti riconoscerò nella foschia.
Lui non rispose, ma annuì semplicemente da lontano, come se non ci fosse alcun dubbio in proposito, e un ultimo sbuffo di quella nebbia che l’aveva liberato mi corse incontro come un arrivederci. Poi il ragazzo riprese il suo lavoro nei campi, e io  seppi, e ancora so, che aveva ragione lui, e che nella vita non bisogna mai ringraziare, ma ricambiare; che non tutto si può spiegare, e che a volte il silenzio è la migliore delle informazioni; che la val padana è misteriosa e complicata, e si diverte a intrecciare le vite dei suoi abitanti; che la nebbia non è mai semplicemente nebbia.
E che il mio è il lavoro più bello del mondo.

3 commenti:

  1. Cara prof,
    sappia che questa è sempre stata la mia preferita.
    Non so se si ricorda di me - sono passati ormai quasi 5 anni - ma io non riesco (e non voglio) a dimenticarmi di lei, della sua passione, della sua spontaneità e cultura con cui cercava di far crescere la classe scalmanata e distratta della ex-ex-ex-ex-ex-terza I di un nebbioso liceo scientifico.
    Non posso negare di averla sempre più o meno leggiucchiata nei mondi virtuali in cui ha lasciato il suo zampino, e sono orgogliosa di ammettere come le sue lezioni riecheggino ancora nella mia memoria, assurdamente nitide.
    Forse non l'ho mai ringraziata abbastanza, per ciò che ha fatto per noi e per la fiducia che riponeva in me.
    Le mando un bacio e le auguro che la vita le riservi sempre tutta la felicità che merita.

    Elisa M.

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  2. Carissima, non solo mi ricordo di te, il mio genio del latino e dell'italiano, la ragazza che faceva della traduzione un'arte e che sapeva nutrire i suoi neuroni anche in mezzo a tanti maschi (ma mi ricordo con grande affetto di tutta la classe e mi spiace essere tornata al Roiti solo ora che non ci siete più): visto che mi hai leggiucchiato, devo confessarti che ho usato te per creare il personaggio della Frezzoni in "Di carne e di carta". Ho sempre bisogno di immaginarmi un volto, e quando scrivevo di quell'alunna speciale, il volto era il tuo.
    Un bacio grandissimo anche a te e ogni augurio possibile di felicità.

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    1. È una delle cose più belle che qualcuno potesse fare - indirettamente - per me.
      Grazie, è un onore avere contribuito inconsciamente ad un piccolo tassello della sua mirabile storia.
      Se mi permette l'informalità... ciao prof!

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