martedì 5 febbraio 2013

Sunt lacrimae rerum


Una volta una lettrice mi criticò il fatto che in una mia scena un personaggio maschile avesse pianto, sostenendo che gli uomini non piangono, non è credibile né accettabile. E ho ritrovato questo pensiero in alcuni commenti a storie non mie, a libri, o semplicemente in dialoghi di conoscenti o studenti. Gli uomini non piangono. Le donne sì, ma sarebbe meglio di no.
Vorrei sfatare questo mito, sia biologicamente che culturalmente. Prima di tutto: gli uomini piangono, sin da quando nascono. Ogni poppante impara per prima cosa che attraverso il pianto, più alto e fastidioso è meglio è, ottiene l’attenzione, la tetta, il cambio del pannolino, qualunque cosa voglia (alcuni continuano a piangere per avere la tetta anche in età adulta, ma con scarsi risultati…). Poi impara ad esprimersi in altri modi e le sue lacrime non sono sempre premiate, ma spesso criticate come capricci, e allora affina la tecnica ed inizia a piangere per ottenere cose per lui davvero rilevanti. Fino a quando questa fase perdura, il pianto, per i maschi come per le femmine, è un sistema di comunicazione, da decriptare, aggiustare, aggiornare: i bambini ci dicono quali sono i loro bisogni, giusti o sbagliati che siano, e noi impariamo a conoscere le loro paturnie e le loro vere necessità.
Poi si cresce, si diventa con orrore adolescenti, e questa funzione lacrimale muta, e appare un tipo di pianto che non è più richiesta precisa ma emozione confusa. Si piange per delusione, per rabbia, per dolore, ma anche per felicità, per estasi, per sollievo. E non è poi la stessa cosa di prima? Non è sempre un sistema comunicativo? Una comunicazione appunto in divenire, un linguaggio che evolve insieme alle ossa e alle funzioni cerebrali, che si raffina fino a comprendere le sensazioni più sottili, i sentimenti più sfumati. E qui, in qualche luogo non meglio precisato del tempo e dello spazio, qui ad un certo punto avviene la catastrofe: come il meteorite che forse portò all’estinzione dei dinosauri – e che io rivedo due volte al giorno nei documentari che si ostina a voler guardare mio figlio -, un masso repressivo, una palla di addomesticamento culturale e pregiudizio, una matassa di cazzate, per dirla tutta, cade infuocata sul percorso di maturazione dell’individuo, soprattutto dell’individuo maschio, con una scritta in rilievo sulla sua superficie: “tu non piangerai”. La mela d’oro con la scritta “alla più bella” ha fatto meno danni: si è limitata a distruggere i popoli greci e troiani. Questa distrugge l’umanità in quanto tale, in quanto humanitas.
Le lacrime sono un modo di comunicare quando le parole non bastano, o non escono, o non esistono; le lacrime sono ricordi dolorosi, speranze gioiose, manifestazioni di sentimenti, buoni o cattivi ma comunque umani. Le lacrime sono il segno distintivo della nostra specie – correggetemi se sbaglio, ma mi risulta che gli animali non piangano se non di reazioni puramente fisiche e mai in seguito alle emozioni -, le lacrime sono ciò che ci rendono davvero umani, e senzienti, e sensibili, e capaci di amare e odiare e scrivere e dipingere e cantare e ballare e crescere. Crescere in altezza non solo fisica, ma morale. Le lacrime sono segno di empatia, quando sgorghino per una storia, un film, una canzone, e l’empatia è la via della salvezza dell’umanità, perché quando si è empatici si comprendono gli altri, si condividono i loro dolori e non si ha alcuna voglia di contribuire a crearne altri. Chi è in grado di commettere cattiverie gratuite, chi agisce ferendo di proposito e senza motivazioni valide, costui non è empatico, non sa piangere, non sa crescere come essere umano.
Le lacrime sono espressioni adamantine del nostro strato più fragile e allo stesso tempo più resistente: solo chi sa piangere sa asciugare le lacrime proprie ed altrui. Le lacrime sono più preziose dei pensieri, perché i pensieri mutano e si mistificano, mentre le lacrime, una volta versate, si cristallizzano nei nostri ricordi e apparterranno sempre a quel momento, a quella situazione, a quella persona. Proprio per ciò le lacrime non vanno elargite con superficialità o generosità, ma destinate a poche persone che riteniamo degne di accostarsi alla nostra anima, e che a loro volta ci concederanno la loro. Dunque no, non sto dicendo che dovete trascorrere la giornata a piangere, né che dovete affrontare tutto con l’emotività, e di certo non sto dicendo che dovete soffrire per ogni cosa, perché imparare ad indurirsi, a resistere, a proteggere le proprie emozioni fa anch’esso parte del processo di crescita e ci consente di sopravvivere e anche di lasciar sopravvivere gli altri.
Ma una cosa è non voler piangere spesso o pubblicamente, un’altra è non saper piangere. Chi non sa piangere non sa nemmeno ridere, non sa comprendere le lacrime degli altri, il sorriso degli altri, e di certo non sa amare. Io diffido moltissimo di chi non sa piangere. Ma io diffido moltissimo di molte categorie di persone, anche di chi legge solo libri impegnati, guarda i film italo-francesi, mangia solo vegano, quindi probabilmente non faccio testo, eppure mi rattrista – questa volta senza bisogno di lacrime – leggere o ascoltare chi boccia le lacrime come espressioni di debolezza. Ci vuole molta più forza a mostrare a qualcuno le proprie lacrime, a fargli capire davvero quanto conta per noi in quanto a fiducia e sentimento, che a mostrarsi indifferenti a tutto. Perché non piangere non è forza, è indifferenza. E indovinate un po’? Diffido anche degli indifferenti.
Sunt lacrimae rerum – scriveva Virgilio - et mentem mortalia tangunt.
Tradotto il più fedelmente possibile, sono le lacrime delle cose, e le cose mortali toccano le menti. Nel senso che la vita umana, la storia umana, le cose umane sono fatte di lacrime, ed è proprio della nostra umanità la capacità di essere smossi dalle cose mortali, perché gli immortali se ne fregano, gli animali e gli oggetti anche. Io l’ho scritto molto più banalmente e malamente di Virgilio, nei pensieri della mia versione di Bella:
Non hai vissuto davvero, se non hai avuto qualcosa per cui piangere.”
Piangiamo solo noi, e attraverso il pianto sfoghiamo il dolore, condividiamo la gioia, impariamo a conoscerci e a farci conoscere, e non dovremmo perciò lasciar estinguere un tratto distintivo della nostra specie. Un tratto distintivo della nostra umanità, senza il quale nessuna forma di rapporto umano, nessuna forma d’arte sarebbe possibile.

14 commenti:

  1. http://www.echeion.it/costume-e-societa/una-lacrima-sul-viso/ sul proposito, consiglio di lettura (per quando avrai tempo). un abbraccio.

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    1. Prendo nota e ti riferirò!

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    2. figurati; poi quell'altro sugli animali che ti ho messo in bacheca è stupendo, me lo ha regalato mia cugina quella che lavora con i delfini. Ed è in italiano, cosa da non sottovalutare.

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  2. Splendido post. L'ho condiviso anche sulla mia pagina (vedi URL)...

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    1. Grazie carissima, ho visto e adorato il parallelismo col tuo pezzo: ci si sente sempre meno soli, quando l'amore per la scrittura ci accomuna anche nelle impressioni.

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  3. Un essere incapace di piangere a me fa paura. Le lacrime si possono reprimere, ma il più delle volte provocano fenomeni carsici che corrodono l'animo con risultati non sempre reversibili. Meglio lasciarle scorrere in superficie, in modo da inondare temporaneamente gli occhi e svuotare la mente, perchè assieme ad esse scivolano via anche le cose brutte. Piangevano gli ospiti della comunità che avevo perso la testa, lo faceva mia nonna nonostante l'alzheimer, lo ha fatto mio padre quando ha visto me e mia sorella per la prima volta. Lo ha fatto anche il mio fidanzato quando è morto il suo papà, mentre io mi sono trattenuta per uno stupido senso del pudore, pagandone le conseguenze dopo. Che dire di quando vince la squadra del cuore? E dell'aurora boreale? E di Titanic? Ehm, no, quello proprio no... Mmmm, ecco! La prima volta che qualcuno ti chiama "mamma", o il primo sincero "ti amo"? Ma sì, giochiamo alle belle statuine.
    Come si fa non lacrimare vedendo per la prima volta il proprio bambino? Io non ho figli, non sono nei miei piani, ma se penso di poterne stringere uno tutto mio tra le braccia gli occhi mi diventano lucidi.Forse gli uomini hanno un'emotività diversa dalla nostra,più che altro è diverso il modo di manifestarla, ma tra questo e non provare emozioni ce ne vuole! Certo, bisogna distinguere tra "pianto" e "piagnisteo", però mi ripeto: un uomo incapace di piangere non è un uomo,ha qualcosa che non va, si fa solo del male, e tutti coloro che avanzano questa pretesa vivono sulle nuvole. Sentirlo dire da un uomo mi fa sorridere, perchè so che sotto sotto è un modo atrocemente maschile per far credere a se stessi in primis di essere il sesso forte (mi fanno una tenerezza immensa); sentirlo affermare da una donna mi urta. Moltissimo.E' vero che l'eroe dei fumetti (manga per me, che sono schifosamente di parte nipponica), o il protagonista dei romanzi d'amore è più intrigante e sessualmente appetitoso se tenebroso, serissimo, rigidissimo (se impalato nel senso letterale del termine ancora meglio, sta più britto con la schiena)e restio a dimostrare le sue emozioni, ma che resti SOLO nelle fantasie più assurde di noi comuni mortali! Una donna che afferma che un uomo non piange mai è colei che giustifica il "maschio dominante",quello che maltratta la sua compagna perchè è... bello, tenebroso, rigidamente impalato,serio, non dimostra le sue emozioni,ecc., perchè nell'immaginario collettivo la coppia cromosomica XY DEVE essere fatta in un certo modo. Donne, sveglia!Se vostro figlio muore voi piangete? E per quale singolare congiunzione astrale un uomo non dovrebbe? Perchè non lo ha partorito? E' vero che impazzisco per il David di Michelangelo, però un pezzo di marmo così grande è ingombrante, anche se è un figo della Madonna.Ripeto, io ho paura delle persone che non piangono mai, hanno qualcosa che non va, e lo ripeterò all'infinito.
    Grazie per lo spunto di riflessione, è sempre cosa buona e giusta.
    Nella speranza di non aver offeso nessuno con le mie opinioni drastiche (al massimo mi ritrovo un altro pazzo adirato nell'account di fb), ti mando un bacione.
    Manila.

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    1. Sottoscrivo in pieno quello che hai scritto così bene, a cui dunque non posso davvero aggiungere nulla. Grazie per questo pezzo di riflessioni che mi ha rassicurato sul fatto che non sono la sola a pensare che le emozioni vadano centellinate con persone di fiducia, ma mai represse: mi pare quasi che oggi non sia più di moda provarle e il nuovo look interiore preveda il glaciale, che a me, come a te, piace solo da leggere e nemmeno troppo spesso o troppo a lungo.

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  4. Piangerai pure, ma sei davvero un'insensibile, F. Sul serio, che diamine ti hanno fatto i vegani? Dovresti ringraziarli: più carne per noi!
    Anonimamente,
    Mia Wallace.

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  5. Quando ero in seconda liceo avevo una prof di latino 'supplente' che era esattamente come te. Il suo latino non era fatto solo di traduzioni e regole ma anche di letteratura e approfondimenti che non avevano a che fare con il programma ma che incuriosivano noi studenti e che ci invogliavano a superare lo scoglio della versione malefica. Era giovane, simpatica e soprattutto era aria fresca. Ci aveva lasciato anche lei la sua mail personale e ci spronava a chiudere gli occhi e contare fino a dieci quando ci si presentavano davanti agli occhi i classici giochi di potere dei colleghi.

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    1. Questo commento, collegato al prossimo che sarà postato dopo l'approvazione, era in riferimento all'ultimo post sul tuo lavoro. Prchè diavolo è finito qui se ho commentato su quel post? Che io abbia un handicap con la tecnologia è palese ma questo blogspot

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  6. Quello che volevo dire nel mio commento (la prof di latino) è che di persone come te ne servirebbero di più. Ho avuto professori che fumavano in classe durante la lezione di filosofia, prof che uscivano e non rientravano durante l'ora di lezione per andare a fare altro, docenti che mi davano due perché ero fidanZata con un ragazzo del liceo in quanto la mia distrazione doveva essere eliminata a suon di provvedimenti disciplinari. Il mio è stato un incubo. È ringrazio Dio che c'era lei, che con le sue mail mi aiutava.

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    1. Immagino che ci siano problemi col post di cui sopra, ho fatto anche un gran fatica a postarlo, quindi credo sia il blog che è impazzito.
      Oh, ho avuto anche io i professori che uscivano a fumarsi una sigaretta o che a mezzogiorno ci lasciavano lì per andare a casa ed evitare il traffico. Oggi non sarebbe proprio possibile, visto come siamo controllati, ma al tempo stesso questo controllo diventa offensivo per chi, come me, non se lo sognerebbe nemmeno, e un tantino disumano quando hai bisogno di assentarti un secondo per metterti un assorbente prima di imbrattare di sangue la sedia.
      In ogni caso, sono lieta che tu abbia avuto una profe di valore. Io ne ho avuti due, molto diversi: quello di italiano a cui non fregava nulla di nessuno, che era superbo e indisponente, ma che mi ha aiutato ad organizzarmi da sola, e quella di filosofia, che mi ha fatto da guida non solo nella sua materia ma nella vita, senza mai divenire davvero intima, senza permettersi nessun consiglio, ma solo mostrandomi con l'esempio della sua stessa esistenza cosa volevo essere, come volevo trattare il prossimo. A lei ho dedicato la mia seconda laurea, e dedico spesso i miei pensieri.

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  7. Bellissimo commento cara Francesca, condivido ogni riga, infatti l'ho condiviso proprio sulla mia pagina fb. Baci dalla tua
    patapata

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