martedì 12 febbraio 2013

Una stanza tutta per sé (2)


Un altro degli argomenti davvero rilevanti nel saggio della Woolf è la riflessione su come dovrebbe essere la letteratura femminile. La Woolf finge di essersi imbattuta in un libro, scritto da una donna, in cui per la prima volta un personaggio femminile mostra una simpatia, non meglio definita, per un altro personaggio femminile. E qui le scoppia la bomba nel cervello: è possibile descrivere anche il rapporto, d’amicizia o d’amore, che si crea tra due donne. È possibile scrivere solo di donne senza doverle per forza rapportare ad un individuo maschile. È possibile, diamine, addirittura non pensare affatto ai maschi, ed essere ancora integre, ancora esistenti, ancora pulsanti. Perché è vero, e solo dopo averlo letto nel saggio della Woolf mi sono accorta di quanto fosse evidente, di quanto fosse sempre stato sotto i miei occhi – ma è questo il principio dell’uovo di Colombo, no? che è nato prima della gallina di Colombo, che a sua volta è finita in pentola -: la letteratura maschile imperante sino agli anni della Austen, delle Brönte, della stessa Woolf, trattava le donne sono come ammennicoli dell’uomo, sue propaggini, suoi completamenti; le donne, in questi libri, mancavano di una loro approfondita identità, di un loro specifico pensiero, perché non esistevano sulla pagina se in quella pagina non c’era anche un individuo di sesso maschile a definirle.
E le definizioni erano solo di due tipi: santa o puttana. La donna nei romanzi scritti da uomini era o un modello di virtù, una vergine salvifica, la luce e l’amore astratto e preconfezionato dell’autore, o una malvagia dedita alla perdizione, priva di qualunque scrupolo, traditrice e tradita. Amica o nemica, buona o cattiva: alla donna non erano concesse vie di mezzo, non erano concesse sfumature di grigio – e neppure di Christian Grey, ahimé! Perché non era una persona vera, ma solo un riflesso di quello specchio deformante che l’uomo usava per contemplarsi e per trovarsi sempre e comunque superiore. Provate un po’ a fare l’analisi dei romanzi scritti da uomini prima dell’avvento, decisamente molto recente, della letteratura femminile, o a prescindere da esso: io l’ho fatto e mi sono accorta che molte delle mie antipatie a livello epidermico, che prima non riuscivo a spiegarmi, erano dovute proprio a questo, alla mancanza di spessore dei personaggi femminili, che mi disturbava nella mia continua esigenza di verosimiglianza emotiva e approfondimento psicologico. Ho capito, ad esempio, perché faccio tanta fatica a leggere Tolkien, che pure sa il fatto suo, ma non sulle donne. Ed Hemingway, Dio. Hemingway.
La grande sfida, allora, della scrittura femminile doveva essere questa, per la Woolf: crearla, una scrittura femminile. Perché lei vedeva due strade percorse sino ad allora, entrambe a fondo chiuso: l’emulazione della scrittura maschile, con la limitatezza della presenza femminile – non quantitativamente, giacché magari la donna era in scena sempre, ma qualitativamente parlando, giacché la sua presenza in scena era quella di un contrappunto dell’uomo –, oppure lo sviluppo di una scrittura femminile quasi ridicola nell’esasperazione di certi toni, di certo pathos, che in fondo alla donna sempre si associano ma che finiscono per farla ricadere nello stereotipo per lei coniato dall’uomo. Insomma, entrambe le strade portavano a confermare, per sintesi o per antitesi, la visione della donna che appariva negli scritti maschili, rendendola priva di individualità o facendola struggersi in pene d’amore leziose e noiose. In tal modo, le scrittrici dei suoi tempi sostanzialmente cercavano di emulare gli uomini, e la Woolf afferma che cercare di trasformare una donna in un uomo significa sprecare una donna.
Avete idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l’animale forse più discusso dell’universo?” La Woolf sostiene che l’uomo usa in letteratura le donne per costringerle ad essergli inferiori, e in tal modo sentirsi superiore lui. Fa una stupenda analisi di come altrimenti quest’individuo col cromosoma ipsilon non potrebbe sentirsi in grado di dominare il mondo, di cambiarlo, forse persino solo di affrontarlo, se non avesse qualcuno che gli rammenta costantemente – nei suoi sogni, nelle sue visioni, nelle sue convinzioni – la sua superiorità. Ma è davvero mortificante accettare un ruolo del genere nel mondo, nonché semplicemente sbagliato. In alcune delle più belle e argute pagine che io abbia mai letto la Woolf cerca di tirar fuori un’essenza di donna che non rispetti per niente le pretese della società maschile, ma che sia libera da preconcetti e imposizioni. Come siamo, cosa siamo? Cosa proviamo, perché lo proviamo? E quella che emerge non è una puttana, non è una santa, non è un secondo termine di paragone per l’uomo, non è una bambolina in tulle e crinoline che si porta spasmodica al cuore un fazzoletto bagnato di lacrime e sangue – quella tisi che doveva essere secondo le menti comuni una malattia tipicamente femminile e che arriva a contagiare pure la donna più mascolina della mia memoria, Lady Oscar (non pensate alla sua morte o inizierete a piangere; non pensate alla scena in cui guarda il volo dell’uccello come simbolo di libertà e il fucile le trafigge il petto con una pallottola; non pensate ad André che la attende nel vicolo, cieco da un occhio e inerme, mentre lei cade in ginocchio morendo a pochi metri da lui; e non pensate alle rose bianche che adornano il quadro dipinto in suo ricordo, alla fine della serie). Quella che emerge è una donna, con tutte le sue differenze che non sono limitative ma completive, e che rappresentano l’altra faccia della medaglia, l’altra metà della pera (la mela è troppo inflazionata, e poi volete mettere la portata simbolica della pera?), un paio d’occhi nuovi con cui guardare il mondo. Le donne non sono uomini, né devono servire come sfondo per la vita maschile. Le donne sono protagoniste di quella stessa vita, personaggi in primo piano con le loro caratteristiche precipue che nessun uomo ha il diritto di giudicare, ma ogni uomo ha il dovere di comprendere.
La Woolf arriva ad affermare che una letteratura davvero perfetta si otterrebbe dalla fusione dei due sessi, maschile e femminile, in un individuo capace di sfruttarne entrambe le potenzialità e di dipingerne entrambe le esistenze (come esempio, cita Shakespeare, che in effetti forse portava dentro i sé i semi di entrambi i modi di essere e di pensare): “…mi ha anche portata a chiedermi se ci sono due sessi nella mente corrispondenti ai due sessi nel corpo, e se anche questi hanno bisogno di essere uniti per ottenere la soddisfazione e la felicità più complete.”. Non potendo tuttavia realizzare quest’intero di matrice platonica, e non essendo in grado la storia di creare molti individui come Shakespeare, un mezzo diverso per conseguire lo stesso risultato, la stessa completezza letteraria, è lasciare che gli uomini scrivano libri da uomini e le donne libri da donne, e che attraverso la lettura di entrambi si crei una letteratura che non sia più né maschile né femminile, ma totalmente, profondamente umana.
Ebbene, a distanza di parecchi anni credo che le idee della Woolf siano ancora vincenti e che siano ancora innovative, perché non le vedo del tutto realizzate. Leggo spesso, infatti, nelle storie scritte da donne, quel tentativo di emulazione degli uomini che lei trovava tanto degradante, e che ritrovo anche nelle scelte esistenziali di molte ragazze attorno a me. Così la pretesa parità dei sessi è divenuta una nullificazione delle nostre qualità che avremmo dovuto comunicare agli uomini (come ho ribadito in Dcedc, “agli uomini, ad amare, lo insegnano le donne”), e non estirpare dalle nostre anime. Mi riferisco alla descrizione di tanti personaggi femminili che si comportano da uomini, che usano i maschi come saponette, che mostrano indifferenza e faciloneria e che nel farlo ritengono di essere emancipati, personaggi femminili che a volte rispecchiano una realtà che vedo a scuola tra le alunne. Non voglio dare dei giudizi  di valore che non mi competono, ma non credo proprio che essere pari agli uomini significhi questo. Perché è già stato fatto, è già stato scritto dagli uomini, e faceva un po’ pena anche allora.
Non capisco bene come quest’immagine femminile possa far presa sul pubblico, possa diventare ‘figa’ agli occhi di molte che vogliono copiarla, ma capisco benissimo che è la versione bifasica della donna che la Woolf trovava tanto limitata negli scritti maschili: puttana e santa, e anche creatura inferiore. La protagonista si svende come dura e di facili costumi oppure è vergine fino alla punta delle dita dei piedi, senza alcuna complessità caratteriale; e le altre donne in scena sono spesso e volentieri antagoniste fatte di una tale perdizione che rasenta l’idiozia. Ma davvero ci aspettiamo che le donne, per quanto siano le cattive dei libri, passino il tempo a drogare ed ubriacare gli uomini per portarseli a letto? Davvero pensiamo che siano disposte a mentire, ferire, uccidere, manipolare, pur di avere un uomo che le disprezza palesemente? Davvero siamo disposte ad andare con uno che ama un’altra, ingannandolo e raggirandolo e ricattandolo, e sapendo che mentre sta con noi pena che gli facciamo schifo? “Sarebbe un vero peccato – dice la Woolf - se le donne scrivessero come gli uomini, o vivessero come gli uomini, o somigliassero agli uomini, perché se due sessi non bastano, considerando la vastità e varietà del mondo, come potremmo cavarcela con uno solo?”. Bene, io credo che siamo qualcosa di più. Credo che ci meritiamo qualcosa di più. Credo che dovremmo scrivere qualcosa di più.
Credo che dovremmo essere donne fino in fondo, nei gesti e nei pensieri, e credo che gli uomini abbiamo molto da imparare da noi, come noi da loro, ma questo insegnamento non dovrebbe mai trasformarsi in riproduzione o assoggettamento alle loro visioni di come dovremmo essere.
Credo che una letteratura femminile inizi ora ad emergere, e che sia tutta da sostenere, valorizzare, rafforzare, contribuire a creare, anche solo attraverso una fanfiction o un raccontino di pochi fogli, non per sostituirla a quella maschile ma per affiancarla ad essa e per conseguire, libro dopo libro, pagina dopo pagina, parola dopo parola, ciò che la letteratura ha sempre cercato di conseguire: la conoscenza del genere umano, la definizione del genere umano, l’interezza del genere umano.
Perché l’arte non è maschile né femminile, ma ha bisogno di entrambi i contributi per riprodursi. Come poi ognuno di noi.
Ci deve essere una certa collaborazione nella mente, tra la donna e l’uomo, prima che possa completarsi l’arte della creazione. Si deve consumare un matrimonio degli opposti.”
Certo, ai tempi della Woolf il matrimonio era praticamente indissolubile, mentre oggi viviamo nell’era del divorzio. Ma quel matrimonio lì deve restare in piedi, o meglio deve mettersi ancora in piedi.
L’uomo non osi separare ciò che l’arte ha unito.

7 commenti:

  1. posso? a livello di vita quotidiana, posso essere d'accordo sul fatto che dobbiamo tenerci e stare attenti a rimanere coerenti con noi stesse, nella nostra forza femminile. A livello di estetica e letteratura, non sono affatto d'accordo con quanto scrivi, anche se sono la prima a dire che dovremmo aiutarci di più a pubblicare tra donne e a far circolare le nostre cose, anche e soprattutto senza che il giudizio "è di una donna" sia denigrante". Detto questo, posso capire che ci siano cose che non piacciono, ma ho sempre avuto la sensazione che non esistano autori uomini o autori donne, ma scrittori bravi e scrittori mediocri. Per anni chi ha letto opere delle Yourcenar ha pensato fossero di un uomo e non di una donna e la stessa leggenda è aleggiata, nonostante la firma " a lady", per le opere di Jane Austen. Quando alla Sand, chi leggeva le opere non pensava certo che fosse una donna, pur essendolo lei stata nella vita quotidiana. Il contrario è successo a Flaubert o anche altri autori, che sono stati presi per donne (Tolstoj proprio per Anna Karenina si è pensato fosse femminile. Ora, capisco che possa non piacere, ma se dovessi usare un esempio di ossessione sentimentale femminile, Anna è esattamente il modello che userei; anche perché di base non c'è un giudizio malevolo di Tolstoj nei suoi confronti. E' vero, è portata alla perdizione, ma vi è un affetto e una compassione nei confronti di Anna che pervadono tutto il romanzo. Immagino che a molti possa sembrare, scusami Mirya se sono brutale,si sia accontentato di dire "OH, LA PUNISCE PER AVER GODUTO", ma quel testo è pieno di lodi per l'intelligenza e il fascino di Anna; che faccia una brutta fine è un altro dato, ma di fatto non è tanto una critica di tolstoj ad Anna, quanto alla società, tanto è vero che nelle varie lettere all'editore francese -per inciso, la traduzione francese è stata fatta dallo stesso Lev ed è la prima uscita- in una all'ultima edizione uscita durante la sua vita, Lev ha scritto proprio "mi rendo conto di aver compiuto l'apologia di una peccatrice"). Ed è vero che ci sono differenze biologiche ed è stupido perderle, che possono esserci delle divergenze nella descrizione e di sensibilità, ma credo sia molto limitante scrivere che i ritratti femminili fatti da uomini siano mediocri e quelli delle donne veritieri. Penso a Dostoevskij e alla Beauvoir, penso a troppi casi che mi vengono da pensare. In realtà, lì è una questione che va oltre il sesso, che va direttamente al cuore di un rapporto con la società e una capacità di descrizione psicologica che è però qualcosa non di genere, ma di effettivo talento individuale. In musica si sta usando anche per i cantanti meno questa divisione: perché un grande scrittore saprà scrivere di una donna, sia che sia un uomo sia che sia un donna. Finalmente si sta sdoganando questa immagine del "suona in modo delicato, così femminile". Un'esecuzione, almeno per il violino, è diventata o "ottima forte o delicata" e non più maschile o femminea, spesso con un portato privo di senso (dobbiamo molto a una violinista francese, la Nancy, e a un'italiana,la De Vito, nota per lo stile mascolino e la loro forza nell'interpretazione, questo sdoganamento. Notare che ho citato due donne profondamente donne, pronte a ricordarsi di essere due signore e ad aiutare altre donne);è per questo che anni fa quando si scoprì che il grosso della produzione di Mendelssohn era sì di Mendelssohn, ma non di Felix, bensì di Fanny, non sorsero problemi su una donna scrive così o no, perché l'arte di per sé è individuale e questo è vero sia per la scrittura sia per la pittura sia per la musica. te lo dico per la pittura come figlia di una pittrice e modella di un pittore. Lo stesso è con le parole, quasi sempre.

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    1. Qui divergiamo nelle sensazioni: io nelle donne degli scrittori di un tempo - non di quelli di oggi, o perlomeno non in tutti - vedo caratteri comunque fittizi, ci vedo un'impronta innaturale. E' questione sicuramente di ricezione e interiorizzazione diversa, la stessa pagina può sembrare a te totalmente veritiera e a me totalmente falsa, ma questo dipende dalle differenze emotive e mentali e immagino non si possa farne una legge né in un senso né nell'altro. Tuttavia, ed è forse un mio limite, anche nello scrittore moderno più aperto al lato femminile io sento che manca qualcosa, senza togliere nulla alla sua abilità, ma come ti ho scritto è una sensazione ed è assolutamente opinabile.

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    2. ma perché la letteratura dovrebbe dare un'insieme di immagini in chi la legge e se è alta non può essere univoca nell'interpretazione. Immagino che la divergenza venga anche dal tipo di formazione, di vissuto e di individualità

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  2. scusami, per il lungo intervento, ma sono partita proprio dal commento finale del bisogno dei due apporti. come avrai capito, io credo piuttosto nell'individualità. perché in un tempo dove le donne non uscivano nemmeno di casa un poeta scrisse una descrizione di una donna disperata per amore che sacrificava un piccolo uccello per il ritorno dell'amato. e c'è una capacità di comprensione dell'animo femminile che è inquietante in quel pezzo (si chiama "le incantatrici", è di teocrito). Spero che sia chiaro che con questo non voglia dire che l'arte sia qualcosa di solo maschile o di solo femminile, ma che il genere conta davvero poco, conta l'individuo. A presto.

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  3. Ho trovato molto interessante questo post, intanto perché nonostante la woolf lo abbia scritto molto tempo fa è ancora attualissimo e poi perché appunto, come l'uovo di colombo, mi è sempre stato sotto gli occhi ma mai me ne ero accorta e forse proprio per questo c'era davvero bisogno di dirlo. E' stato bellissimo leggere le tue riflessioni, grazie per avermi fatto riflettere su un argomento così importante.
    lettrice di efp, krakkry

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    1. Grazie a te per avermi letto ed esposto le tue riflessioni: io ho conosciuto da poco questo saggio ma è stato davvero amore a prima lettura, per me è una perla di possibilità da esplorare e su cui discorrere!

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  4. Ho apprezzato tantissimo entrambi i post che hai realizzato sulla Woolf. Lei non mi è mai piaciuta granché (Mrs. Dalloway l'ho trovato noiosissimo, ma lo riconosco come un mero gusto personale, son ben cosciente che si tratta si un signor libro), però avevo già sentito nominare questo saggio e avevo tutta l'intenzione di leggerlo.
    Spero non fraintenderai, ma mentre leggevo risentivo nelle orecchie la mia docente universitaria e le sue svariate lezioni riguardanti la donna in letteratura: si chiama Saveria Chemotti e -guarda un po'- teneva sia un corso di letteratura italiana, sia di letteratura di genere e delle donne.
    Soprattutto in quest'ultimo ci ha spinto più che a individuare un canone femminile nella letteratura, a cercare la letteratura femminile; mi si è aperto davanti tutto un mondo di donne che amano, soffrono, vivono e muoiono, e per loro le emozioni provate erano talmente forti, pregnati, da dover essere trascritte, sfogate. Sia per esorcizzarle che per elevarle.
    Alla luce di quello che hai scritto ti posso dire che da una parte son d'accordo con te (donna salvifica/puttana è così ricorrente che non serve nemmeno parlarne), ma d'altra parte le donne hanno scritto e scrivono. E in quei testi c'è la vita come l'hanno sentita loro, sulla propria pelle. Scrivono da donne, come donne (non so nemmeno più che preposizione usare); e in tutti quei libri non c'è la minima traccia di emulare l'uomo o annicchilirlo. Ci sono solo donne che scrivono per se stesse e per altri, spinte da un qualcosa dentro di loro che accumuna tutte le voci artistiche.
    Spero di non aver fatto danni con questo commento. Forse ti farà sapere che a quel corso di letteratura delle donne i più interessati e partecipi erano i ragazzi. Forse per una parte della mia generazione c'è al concreta possibilità di camminare da pari, uno affianco all'altra.
    pinkstone su EFP

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