martedì 5 marzo 2013

La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?


Io adoro i finali. Prima di comprare un libro vado a leggerne la fine, prima di vedere un film chiedo come finisce. Molto spesso, in maniera totalmente ingenua ed infantile, giudico una storia dal suo finale e se questo non mi convince non la inizio neppure. Ci possono essere molti tipi di finali – lo insegniamo in prima: lieto o drammatico, tronco o a sorpresa, chiuso o aperto, e poi narrativo, descrittivo, riflessivo, dialogico e chi più ne ha più ne metta – e possono piacere o non piacere a seconda dei gusti, ma l’importante è che ci siano. Non devono per forza concludere la storia o rispondere a tutte le questioni lasciate irrisolte – perciò esistono anche i finali tronchi o aperti – ma ci deve essere un punto oltre il quale l’autore o lo sceneggiatore dice: basta, ora se volete andate avanti voi, io ho detto tutto quel che dovevo dire a riguardo.
La Rowling ha scritto sette libri su Harry Potter, ben pianificati ed in evoluzione, e poi ha chiuso. Se avesse proseguito come si era vociferato con la nuova generazione, avrebbe secondo me fatto un pasticcio inaccettabile, invece si è data proprio ad altro con Il seggio vacante.
Conan Doyle ha tentato disperatamente di liberarsi di Sherlock Holmes, perché non ne poteva più di scriverne e perché riteneva avesse già usato tutte le sue potenzialità, perciò l’ha convenientemente ammazzato, ma il pubblico l’ha costretto con inopportune insistenze a resuscitarlo in qualche modo. Però i racconti successivi non hanno più la stessa ispirazione, si evince chiaramente: scriveva ormai sotto commissione e non per convinzione.
Ebbene, quello che ultimamente mi sembra venga sempre più a mancare è proprio una fine. Avendo poco tempo alla sera per rilassarmi, spesso mi limito a guardare una puntata di un telefilm, perché un film sarebbe troppo lungo. E sto notando una continuazione esasperata di serie che hanno esaurito le loro idee già da tempo. Supernatural, dopo avere mandato i Winchester all’Inferno, in Purgatorio, in Paradiso, dopo averli fatti combattere i demoni e poi il diavolo e i leviatani e un presunto Dio, che altro può fare oltre a farci vedere due bei ragazzi? Dexter è andato davvero troppo oltre con gli avanti e indietro del suo istinto criminale, la quantità esuberante di pazze scatenate con cui si è intrallazzato, e ora il segreto del suo secondo mestiere condiviso con sua sorella, tra l’altro innamorata di lui: cercano di stupire sempre di più e sfociano nell’assurdo e nell’inconcepibile psicologicamente. Dr. House grazie a Dio è finito, ma davvero troppo tardi, e pertanto in malo modo, perché le ultime serie avevano rovinato il personaggio. Potrei continuare all’infinito, ma avete capito il punto.
Passiamo ai libri: dei volumi di Sherlock Holmes ho già detto, ma lì non era colpa dell’autore, poveretto. Adesso la mazzata mi è venuta dall’ultimo libro della Ward: che diamine sta facendo? Aveva costruito una storia ben congegnata, attorno al gruppo dei suoi maschi dominanti, con un nemico grosso grosso che ci ha messo libri interi per crearsi un figlio ed emissario, ed eravamo arrivati ad un punto che ci aspettavamo cruciale: i vampiri erano quasi tutti accoppiati e l’Omega doveva essere affrontato. Ed ecco il cambio di rotta: immettiamo nella storia un sacco di personaggi nuovi, il recluso mezzo pazzo nella casa stregata, ricordi del passato, un gruppo nutrito e battagliero che viene dall’Europa. E il figlio del male viene ammazzato dal male stesso in cinque minuti, come se non avesse lavorato mezza vita per costruirlo. Eravamo a un passo dallo scontro finale e tutto viene annullato, e a giudicare dai nomi nuovi e dalla nuova direzione qui ci attendono altri dieci libri. Mi piaceva parecchio questa serie della Ward, ma ora mi sta deludendo: il mio dubbio è che abbia capito che la serie era la sua gallina dalle uova d’oro e abbia cambiato i piani iniziali, di una dozzina di volumi al massimo, per accumularne per tutta la vita. La fine non solo non sembra più vicina, pare che non ci sia affatto, e la storia perde totalmente di senso e credibilità. Nello stesso genere troviamo il medesimo gioco compiuto dalla Adrian, che io apprezzo di meno ma che comunque è molto nota, e che ha ben pensato di fare quello che la Rowling non ha fatto: dedicarsi alla nuova generazione. Finito coi suoi vampiri, ha iniziato coi figli. Di nuovo, niente fine, e potremmo dire lo stesso per molti libri e autrici di questo genere, perché sì, ciò vale soprattutto per il genere fantasy/horror/rosa, perché è quello che al momento va per la maggiore e su cui perciò si rifiutano di mollare la presa e concludere.
Infine, il mondo delle fanfictions che ho conosciuto tanto bene: mi dispiace farlo notare, ma avete presente quelle storie di mille e mille capitoli in cui i personaggi fanno continuamente avanti e indietro, si prendono e si mollano e si prendono e si mollano, più che altro per giustificare un altro capitolo e magari un’altra scena di sesso? Ehi, non sto dicendo che tutte le storie di molti capitoli siano mal costruite. Ci sono storie lunghissime ma che seguono con calma e razionalità un filo logico ed evolutivo che richiede tempo e pagine per dipanarsi: potremmo considerarle come una versione unificata ad esempio di una serie di setti libri come quella della Rowling. Ma ce ne sono altre, e credo che possiate convenire con me, in cui vi rendete perfettamente conto che non c’è più nulla da dire e che tutto sta proseguendo per inerzia.
Io sono convinta che ogni scritto abbia una sola storia da raccontare; non nel senso che ci debba essere un unico protagonista o che non debbano esserci delle sottotrame, ma nel senso che ogni scritto ha una sua identità che deve mantenere e raccontare e poi chiudere. Una volta che i personaggi hanno realizzato tutte le loro potenzialità, una volta che un processo di avvicinamento o allontanamento o ricerca o guerra è stato concluso, bisogna concludere tutto il resto. Certo, io sono un’affezionata, nelle mie storie, dei finali aperti, e capisco benissimo la delusione di tante lettrici che mi chiedono una fine per Dcedc o che vogliono sapere se Hermione è stata contagiata. Non ve lo dirò, naturalmente, ho sempre sostenuto che certi segreti restano tra l’autore e il personaggio e se un giorno mai deciderò di renderli pubblici sarà attraverso una nuova storia, che però deve essere davvero nuova, e non solo una coda marcia di questa, tanto per riempire fogli e attirare consensi. Se ho qualcosa di nuovo da raccontare lo racconto, altrimenti preferisco evitare.
Credo che tutto si risolva in un’esigenza: pianificare. Prima di buttare giù una storia bisogna mettersi a tavolino e tracciare, graficamente o mentalmente, delle linee guida: devo arrivare da qui a qui, il personaggio deve cambiare così e così, questo è il punto di partenza, questo il traguardo, queste le deviazioni che mi posso concedere nel mezzo ma che devono essere funzionali, devono comunque aggiungere qualcosa che poi mi servirà nello sviluppo successivo. Scrivere di getto, aggiungere un capitolo, una scena di sesso o di violenza a caso e tanto per, far barcollare i personaggi e la storia di qua e di là come ubriachi, questo non è scrivere, è pasticciare. Che va anche bene, può divertirci comunque e abbiamo il diritto di divertirci a scrivere senza alcuna pretesa. Tuttavia, se avete il desiderio non solo di divertirvi ma anche di scrivere qualcosa di funzionante, di ben strutturato, di sensato, dovete pianificare, dobbiamo pianificare.
Poi spesso i personaggi ci prendono la mano, fanno quel che vogliono a prescindere dalle nostre intenzioni iniziali e abbiamo anche il dovere di essere malleabili alla loro maturazione e di non incaponirci in ciò che avevamo preventivato, perché le storie, non mi stancherò mai di ripetere la mia unica fede blasfema, vivono una vita propria a prescindere dal loro autore e talvolta perfino in conflitto con lui; ma la pianificazione di base, lo scheletro della narrazione deve restare in piedi, altrimenti crolla anche tutto il corpo, come un essere ameboide privo di ossatura. La fine, quella soprattutto va decisa fin dall’inizio, lo scopo della storia deve essere quello di raggiungere tale fine con coerenza e in un tempo ragionevole, non affrettato ma nemmeno eccessivo. Capisco l’affetto per lo scritto e per i suoi protagonisti, capisco benissimo la difficoltà di lasciarli andare, ma bisogna fare come con i figli, nella certezza che gli atti creativi hanno tutti qualcosa in comune: bisogna lasciarli liberi di camminare senza di noi. Seguiamoli, indirizziamoli, accettiamo le loro proteste, adattiamoci, e poi poniamo fine alla nostra ingerenza. Non nel nostro cuore, certo, dove resteranno sempre i nostri bambini – quelli genetici e quelli artistici, che non mi sogno nemmeno di paragonare per importanza ma solo per un gioco retorico -, ma fuori dal cuore dobbiamo sapere quando fare un passo indietro.
Se non si costruisce da subito una fine per le storie ne si rovina anche l’inizio, e il mezzo, e tutto ma proprio tutto ciò che poteva essere. Si smarrisce la strada, come mi pare la stia smarrendo il mondo, attaccato a sicurezze che sicure non sono per niente e su cui non riesce ad allentare il pugno, terrorizzato dal concludere qualunque cosa. Quarantenni che vivono ancora come adolescenti senza responsabilità né progetti, politici attaccati alle loro poltrone che non sanno nemmeno più cosa sia la politica, rapporti che si trascinano logorati per anni, decenni senza che si prospetti alcun cambiamento. Senza che si veda una fine. Io ci leggo il terrore del cambiamento, del voltare pagina, del domani. Ci leggo il fallimento non solo della televisione e della narrativa, ma dell’essere umano.
Ci leggo Novecento, condannato a vivere e morire su quella nave, rinunciando a tutti i suoi desideri e con una bomba sotto al culo, perché non ha il coraggio e le possibilità di conoscere un mondo in divenire e di divenire con lui. 

13 commenti:

  1. No, evidentemente tu non conosci affatto la parola spoiler, disgraziata che non sei altro!

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  2. oh, come ti capisco!!! E' così che da ragazzina mi rovinai "L'amico ritrovato"...ma la fine...i finali sono determinanti! Un finale sbagliato rovina il film, devasta il libro. O, viceversa, una conclusione azzeccata, è in grado di dare senso ad una scenografia o una trama fino a quel momento poco convincenti.
    Amo i finali, amo le storie sospese, adoro pensare che di un autore potrò leggere ancora nuovi romanzi, ma che certi personaggi resteranno per sempre in un limbo tutto mio. Sarà per questo che io, quando (se) scrivo, vivo di puntini? ...
    Besos

    Fra S(avo)

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    1. Eliminare i puntini dall'esistenza! Eliminare! Scherzo, ma tu non hai idea di quanti ne trovo nei compiti in classe. Un esercito di puntini di sospensione che nemmeno i macchiaioli...

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  3. "Prima di comprare un libro vado a leggerne la fine".
    Siamo più simili di quanto pensassi :)
    Capisco perfettamente ciò che dici: tutto ha una fine, che può essere interpretata come un nuovo inizio, ma è pur sempre una fine, di qualcosa che è avvenuto, ci ha cambiato, sconvolto e... stop. Chiuso.
    Alla prossima

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    1. Ecco, il concetto in effetti partiva dai libri per spingersi oltre... Mi piacciono i cambiamenti. Quasi nessuno è negativo.

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  4. Scusa non mi sono firmata :) Ero SenzaFiato!

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  5. I finali...il tuo punto forte nelle storie. Ancora non sopporto di non sapere la tua fine di Per il suo sangue, ma c'è una cosa dei finali che mi piace: che diano speranza. Il tuo sicuramente me la dà.
    Perchè la parola fine è bruttissima da leggere in fondo ad un libro o dopo un film, ma è necessaria. Come hai detto, giustamente, il troppo non va mai bene.
    Non dico che mi piacciano i finali aperti, ma gli eventi devono concludersi, lasciando al lettore o al telespettatore la sensazione che da lì in avanti i protagonisti continuano la loro vita, in maniera più tranquilla o comunque "normale".

    P.S. però io non leggo mai il finale di un libro, anche se la tentazione è forte; per apprezzare il finale devo leggere la storia. Però ho la mania di andarmi a leggere l'ultima parola dell'ultima frase dell'ultimo capitolo. Non chiedermi perchè!

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    1. Il mio problema, per quanto riguarda le mie storie, è che mi parrebbe assurdo scrivere davvero la parola fine: io li lascio ad un certo punto, ma quel che accadrà poi è responsabilità loro e anche del lettore, che ha diritto alla sua visione della storia. Prima o poi, comunque, credo che ve lo scriverò, cos'è accaduto a Draco ed Hermione... appena ne avrò il tempo!

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  6. Bene, sono rassicurata. Non sono l'unica 'stramba' a questo mondo che ama sapere come va a finire una storia prima di iniziare a leggerla! Sai, lo trovo molto utile, soprattutto oggi, per quello che riguarda il mondo dell'editoria: libri nuovi presentati come grandi opere in realtà sono privi di qualsiasi succo. E poi le fanfictions! Leggo il finale e in base all'umore scelgo. Sono della scuola 'Dramione' e ora come ora non ho voglia di leggere storie che finiscono male. Addirittura mi do solo alla lettura di storie terminate, proprio per andare sul tranquillo! A proposito di questo, non ho mai commentato né qui né su Efp, questa è la prima volta, ma mi pare giusto chiarire: venero letteralmente il tuo modo di scrivere e le tue storie.
    A risentirci! - Eclipse -

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    1. Allora grazie per i complimenti e benvenuta nel blog! Anche io alterno momenti in cui ho bisogno del lieto fine ad altri in cui riesco a leggere di tutto, però in linea generale l'unica cosa che mi importa davvero è che il finale sia coerente con la storia e che non sembri scollato da essa, dopo di che può essere lieto o triste ma comunque grandioso! Grazie ancora!

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  7. Ok, penso di poter andare in un angolino, abbracciarmi le ginocchia e dondolarmi finché l'inferno non si sarà ghiacciato. Mi hai aperto gli occhi. Mi piacerebbe fare la scrittrice, è il mio sogno nel cassetto; l'ultimo rimasto in un cassetto ormai pieno di polvere e nemmeno so se vedrà mai la luce. Certo, scrivo, ma mai niente di entusiasmante e l'unica volta che mi è stato riconosciuto, la mia insegnante di psicologia ha pensato parlassi del suicidio (non sapendo chi aveva scritto quel breve pensiero). La verità è che le storie che scrivo sono entusiasmanti -per me- all'inizio e poi si perdono... fino a perdere del tutto il finale. Come se per salvarle dovessi scriverle di getto. Hai ragione per i finali: guarda Glee (va beh, è morto il protagonista e non sapevano più che fare, ma pur di non farla finire hanno inventato storie assurde); lo stesso per TVD, finirà mai?
    Ora, con la speranza della fine, ti saluto! Mi permetto di darti del tu perché non ti conosco (anche se vorrei) e perché sei parte della mia vita occupando il ruolo di scrittrice italiana preferita... quindi ciao Mirya!

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    1. Ne sono molto onorata e ti ringrazio di cuore!
      Io ultimamente ho notato questa mancanza di finali in troppe serie televisive e cartacee; capisco che quando un prodotto funziona uno pensi a vendere, tuttavia così si rovina una storia che altrimenti sarebbe stata bella. E poi insomma, sarà che io lavoro così, conoscendo il finale prima ancora dell'inizio, e che leggo pure così: sapere che un finale forse non ci sarà mai perché si procede a oltranza mi demoralizza.

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