sabato 16 marzo 2013

Storie della nebbia 4 - Tamburi e banane


Ero indecisa se riproporla o meno, perché quando uno scritto è troppo intimo il pudore cerca di conservarlo nell’ambito privato. Ma riflettendoci, scrivere è anche – o soprattutto? – questo: un mezzo per esprimere ciò che più ci coinvolge, uno sfogo, una rielaborazione emotiva, forse anche un addio.




  
Tamburi e banane





- Suonano troppo forte, ma non sono male – mormorò suo padre, gli occhi socchiusi, la bocca impastata.
- Cosa, cos’è che suona?
- I tamburi. Ce l’ho fatta, vedi? Te l’avevo detto, che sarei tornato in Africa, prima o poi.
- Certo, papà, me l’avevi detto.
- E quando mi porti le banane?
- Dopo, papà, non è ora di merenda.
- È sempre ora per le banane d’Africa. Sentirai la differenza già dall’odore: non vorrai più mangiare le altre, dopo.
Non ebbe bisogno di rispondergli, perché qualche secondo dopo suo padre stava già russando e non si sarebbe probabilmente svegliato almeno fino a sera. Ricacciò in gola il singhiozzo che le stava salendo la strozza, si soffiò il naso e si sedette sulla poltrona accanto a lui.
L’Africa.
Erano giorni che, nei rari momenti in cui era sveglio, suo padre delirava; non sapeva dove si trovasse ed evidentemente aveva preferito convincersi di essere da qualche altra parte invece che in ospedale, magari in Africa. Ci aveva trascorso la giovinezza, ai tempi della guerra, e l’Africa gli era rimasta addosso per tutta la vita, un ricordo e un rimpianto, l’unico periodo della sua esistenza in cui probabilmente fosse stato davvero felice.
Non era stato un buon marito e non era stato un buon padre. Era stato un buon sindacalista, e al lavoro aveva dedicato quelle energie che non aveva dedicato alla famiglia. Al lavoro e ai libri e alle fotografie su quei luoghi in cui anche lui, una volta, doveva essere stato innamorato, anche solo di quei paesaggi che non smetteva di descrivere, di quei tamburi che suonavano, di quelle banane saporite. Lo chiamavano il ‘mal d’Africa’ e sembrava fosse comune, in chi aveva vissuto nella culla dell’umanità – in fondo si diceva che tutti desiderassero inconsciamente di tornare alla protezione dell’utero e quella, l’Africa, era l’utero del mondo; lei non sapeva bene da cosa derivasse, ma aveva capito che era un po’ come il mal d’amore: tutto l’amore che suo padre non aveva provato per altri esseri umani, nel corso della sua vita, lo aveva provato per l’Africa.
No, non era stato un buon marito e non era stato un buon padre. Ma avrebbe potuto essere un buon nonno. Da quando gli aveva sfornato quel nipotino, suo padre aveva come ricominciato da zero, ci si era buttato a capofitto vivendo col piccolo una sorta di paternità facilitata, un part-time in cui stava imparando a destreggiarsi, che stava assaporando come non aveva mai assaporato nient’altro che le banane d’Africa, che stava sentendo come aveva sentito solo i tamburi d’Africa. Non aveva mai vissuto i suoi figli, ma stava vivendo suo nipote. Era la sua seconda possibilità e lei aveva pensato che era strano, che era bello e strano, perché la vita non concede seconde possibilità e spesso neanche prime possibilità; e infatti gliel’aveva tolta subito, quella possibilità, così come aveva tolto al bimbo la possibilità di avere un nonno che l’adorava. Venti mesi: non se lo sarebbe ricordato. Non avrebbe mai saputo che era un buon nonno, che gli leggeva Tex tutti i giorni e che aveva chiesto in continuazione di lui, in ospedale, dovendo accontentarsi di guardare le foto che lei gli faceva scorrere sul cellulare, perché non si poteva portare un bimbo in mezzo a quelle infezioni.
Era dal giorno di Natale che lui versava in quel letto d’ospedale. Da quando don Luca gli aveva detto che, se non poteva andare a messa per Santo Stefano, poiché avevano organizzato un pranzo in famiglia, poteva però andarci due volte a Natale. Don Luca aveva detto che la messa della sera di Natale avrebbe sostituito quella della mattina dopo, don Luca aveva detto che Dio avrebbe accettato quella sostituzione. Non aveva detto, don Luca, che mettere in strada di sera un uomo anziano, cardiopatico e zoppicante, col buio e con la pioggia e in mezzo a quella nebbia di Ferrara che rendeva scivolosi anche i muri non era esattamente una buona idea. Non aveva detto, don Luca, che suo padre sarebbe inciampato sul marciapiede davanti a casa e che l’avrebbero trovato lì a lamentarsi da solo molto tempo dopo, quando ormai la spalla si era rotta in più punti, il trauma cranico si era diffuso, la polmonite lo aveva raggiunto e il sangue aveva imbrattato l’asfalto. Non aveva detto, don Luca, che non avrebbe detto niente nemmeno Dio, quel Dio in cui suo padre credeva tanto e che l’aveva lasciato lì, agonizzante per terra, da solo, il giorno di Natale.
Da allora era iniziato il calvario, tra degenze nei reparti e in terapia intensiva, da allora era stata una brutta notizia dietro l’altra: la spalla, la testa, i polmoni, il cuore… Stava partendo tutto. E lei avrebbe davvero voluto sapere cosa avesse da dire Dio a riguardo. Anche tramite don Luca, magari. Perché lei, a Dio, gliene avrebbe dette parecchie.
Aveva perso la lucidità quasi subito. Dicevano che accadeva, alle persone anziane in ospedale, dicevano che era il versamento di sangue nel cervello, che era l’ipossia, che era la vecchiaia. Lei pensava che fosse sfiga, ma anche su quello avrebbe voluto dire due paroline a Dio, che a quanto pareva con la sfiga ci giocava parecchio, da qualche mese a quella parte. Era iniziata con sua nipote, nata con una malformazione che l’aveva costretta a diverse operazioni appena nata, era continuata con il nonno di suo marito, morto giusto il giorno del suo compleanno, era proseguita con lei, che si era rotta cinque costole nel sonno e a cui i medici stavano cercando di diagnosticare improbabili malattie, era passata in mezzo ad altre spiacevolezze inattese e si era mirabilmente conclusa con la caduta di suo padre. La sfiga, il gioco prediletto di Dio. E lei aveva sempre più voglia di alzare gli occhi al cielo ed urlare: ‘E allora, la vogliamo smettere? Perché io ho già dato, non potresti magari accanirti contro qualcun altro, che so, il Presidente del Consiglio’? Ma forse Dio era di destra. Ecco perché non aveva nulla da dire.
Suo padre era stato cosciente, qualche volta. L’ultima volta che era successo l’aveva guardata e le aveva detto che sapeva di essere stato un cattivo padre e di non averglielo mai dimostrato, ma che le voleva bene. E lei aveva sorriso e aveva urlato dentro un altro po’. Dentro, perché al cielo ormai non valeva più la pena rivolgersi. Perché l’unico cielo che avesse mai visto era dentro di lei, dove c’era un firmamento intero d’amore per suo marito e per suo figlio.
Poi lui non aveva più detto nulla di sensato, e aveva iniziato a parlare di gite in montagna e di strani combattimenti e dell’Africa. Tamburi e banane. E lei aveva pensato che in fondo anche quello era un cielo a cui urlare. Ma piano, perché il cielo d’Africa doveva essere davvero bello, a giudicare da come ne parlava suo padre, e ad un cielo così bello bisognava urlare piano. Forse, nel cielo d’Africa, avrebbe risposto anche Dio. Piano, ma avrebbe risposto anche lui. Se aveva ragione suo padre ed esisteva davvero, Dio non poteva che trovarsi nel cielo d’Africa. Da qualche parte, lì, a farsi grattare il sedere da un banano al ritmo dei tamburi.

**********

La nebbia l’aveva abbracciata con discrezione, mentre tornava a casa per l’ennesima volta troppo tardi dall’ospedale. Anche in quella nebbia aveva imparato ad urlare, come si urla solo nella nebbia di Ferrara, con un silenzio assordante, ogni sera, dopo aver parlato con i dottori, che non si sbilanciavano mai e che si limitavano a dire che dovevano aspettare. Alcuni giorni sembrava migliorare, altri peggiorare; le informazioni si sovrapponevano e contraddicevano, e lei continuava ad urlare dentro e alla nebbia e ad un immaginario cielo d’Africa e a tutto ciò a cui si potesse urlare. E aspettava. Aspettava in ogni momento una telefonata, la telefonata, e viveva col cellulare attaccato alle orecchie, lei che l’aveva sempre detestato.
Aveva tentato con scarsi risultati di dare da mangiare al bimbo, aveva fatto il bagnetto a lui ed al marito – perché non c’era verso di separarli, nella vasca da bagno – e aveva lasciato come sempre al consorte il compito di addormentare il pupo. Poi si era addormentata anche lei, sul divano, e aveva sentito appena quando suo marito l’aveva portata a letto. Era più di un mese che le giornate si ripetevano quasi identiche, dall’alba al tramonto. Era più di un mese che suo marito si occupava a tempo pieno del piccolo e anche di lei, che era piccola uguale, e che metteva a letto entrambi. Era più di un mese, che pensava ogni giorno che lui, lui era un buon marito e un buon padre. Ma suo padre avrebbe potuto essere un buon nonno.
Era più di un mese che le sue urla si spegnevano solo quando, la sera, guardava nella vasca da bagno gli uomini della sua vita.
Fu quel rumore insistente, a svegliarla, la mattina presto. Si rivoltò intontita e pigiò il pulsante della sveglia per accenderne la lucina e controllare l’orario.
- Ma che fanno – bofonchiò seccata -, le prove del palio alle sei di mattina?
Spesso, a Ferrara, si sentivano provare i tamburini per il palio che si svolgeva ogni anno, nella migliore e peggiore tradizione estense. Iniziavano mesi prima, sbandieratori e musicisti esperti o improvvisati, riuniti nelle varie contrade e quasi sempre vicino al suo tetto, fino a sera tardi. Una cosa da far venire voglia di assoldare un cecchino, per gambizzarli tutti; la stessa voglia che le suscitavano i Teletubbies. Ma non li aveva mai sentiti alle sei del mattino, i tamburini. I Teletubbies, purtroppo, sì.
- Quali prove? – grugnì suo marito, avvicinandosi ad abbracciarla.
- Ma non li senti i tamburi?
- Non c’è nessun tamburo, avrai fatto un incubo. Dormi, che tra un po’ si sveglia la belva…
Si lasciò trascinare tra le sue braccia, avviluppandosi nel suo tepore. Lui lo chiamava ‘l’impiattolamento’, ma non gli dispiaceva affatto, neppure quando si ritrovava ai bordi del letto perché lei gli si era spalmata addosso durante la notte, a tradimento. ‘L’impiattolamento migliore’ - scherzavano sempre tra di loro - ‘è l’impiattolamento inaspettato’.
Pensò di provare a dormire ancora una mezz’oretta, nella speranza che quel terremoto che avevano creato lo permettesse, e respirò a fondo per rilassarsi.
- Ma stai mangiando una banana? – domandò dopo qualche istante.
Lui sbuffò qualcosa che suonava come un deciso dissenso condito da qualche allusione alla sua traballante salute mentale, e lei si rese conto da sola dell’assurdità di quel quesito: stava ancora dormendo, non poteva certo essersi nascosto una banana sotto al guanciale per sbocconcellarla di notte; e per quanto non capisse spesso gli uomini, era indubbio che una cosa del genere le sarebbe parsa un tantino insensata; eppure sentiva un odore così forte e buono di…
Aprì gli occhi, di colpo.
Si divincolò dalle braccia di suo marito e si rizzò a sedere.
Tamburi e banane.
Poi il telefono squillò.
E lei iniziò a piangere.




02/02/2011

Addio, papà.
Spero che l’Africa sia bella come te la ricordavi.




8 commenti:

  1. Questa è la seconda volta che leggo questo tuo bellissimo ricordo ed è la seconda volta che mi fai piangere. Di solito mi fai ridere ma quando ti ci metti mi fai proprio aprire le fontane.
    Sono molto indecisa se fare come al solito, e cioè postare sulla mia bacheca qualsiasi cosa tu scriva sul tuo blog, oppure, per questo giro, evitare di mettere nella mia pagina un momento così privato e personale come il tuo. E per il rispetto che ho di te e del tuo povero papà non lo farò. Spero che mi capirai. Anzi, sono sicura che mi capirai.
    Ti abbraccio forte, come se fossi lì con te. E prima o poi lo farò davvero. Preparati.
    Stefania

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    1. Tesoro, ho avuto le stesse remore. Ma almeno per questa volta ho deciso che dovevo provare a ricordare il motivo per cui si inizia a scrivere fin da bambini, e rispettarlo. Grazie, di tutto.

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  2. Lessi la storia appena la pubblicasti su efp e me ne innamorai subito.
    Crudelmente vera, ricca di sentimento e rimpianto, o almeno è quello che personalmente ho percepito.
    Cosa dirti? Ti fa onore condividere un momento così intimo e privato, un momento di così grande fragilità emotiva, con i tuoi lettori.
    SenzaFiato

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    1. Grazie per la tua gentilezza e comprensione; ci sto provando, a ricordare che si scrive anche per condividere, e che il foglio è una medicina.

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  3. I tuoi racconti e le tue brevi shot mi fanno sempre emozionare, questa in particolare mi ha messo addosso una tristezza che non hai idea. Grazie per aver condiviso anche questo. Viste le premesse, sembra che tu l'abbia scritto in un momento penoso per te. Grazie anche se probabilmente ti ha rievocato brutti momenti.

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    1. Purtroppo è stato davvero un momento difficile ma ricordo che metterlo su carta mi ha aiutato ad esorcizzarlo, perché scrivere poi serve a questo. Grazie.

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  4. ho ancora la pelle d'oca.

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