venerdì 31 maggio 2013

Una stanza tutta per sé (3)

Spesso scrivo i post in reazione ad eventi che mi portano a particolari riflessioni, altrettanto spesso in reazione a messaggi che mi arrivano su efp, su facebook e per altri canali. Questo rientra nella seconda categoria.
Ultimamente mi è stato chiesto di frequente cosa ne penso dell’autopubblicazione, e che consigli posso dare a riguardo. Di consigli non ne ho, sia perché credo pochissimo al valore dei consigli altrui – chi mai ne sa qualcosa della vostra vita e del vostro lavoro? -, sia perché, non avendo intrapreso quella strada, non ne conosco le dinamiche. Ma il mio parere a riguardo è positivo, ed è peraltro la risposta alla domanda che avevo lasciato in sospeso in questo post, quindi in un certo senso rientra anche nella prima categoria delle motivazioni per scrivere dei post. Insomma, due piccioni con una fava, anche se non ho mai capito benissimo chi si metta a dar la caccia ai piccioni con le fave e perché dovrebbe farlo. Con le fave si cacciano le donne.
Inizialmente, lo dico con sincerità, guardavo con sospetto e discredito all’autopubblicazione, in parte perché non ci avevo meditato davvero, in parte perché ero prevenuta e forse anche superba, in parte perché sono sempre diffidente con le novità (insomma, ci ho messo un sacco ad accettare l’idea del kindle, salvo poi diventarne dipendente: mio marito dice che non ha una moglie, ma un kindle accessoriato con moglie).
Poi, mentre leggevo quel famoso saggio della Woolf, mi sono chiesta cosa sia cambiato nel mondo editoriale e perché lasci così poco spazio agli esordienti, magari anche esordienti di poco valore ma che potrebbero fornire una gradevole letteratura di intrattenimento e nello stesso tempo divertirsi a scriverla. Bene, a mio parere la risposta sono i soldi, che sono peraltro la risposta a molte domande della vita, tranne quelle su Dio. O forse anche a quelle.
Nel momento in cui il mercato editoriale ha iniziato a sottostare più strettamente a leggi del mercato, è stato anche tagliato fuori un mondo di possibilità prima accettabili. Gli esordienti non sono più stati un investimento e una scommessa, magari azzardati ma rientranti nell’idea di ampliare la biblioteca universale umana, ma una spesa. E le spese, lo so benissimo anch’io che mando avanti una casa, si fanno con molta oculatezza. Per gli esordienti si è iniziato a spendere solo quando si aveva la certezza di poterne guadagnare altrettanto, e se questa certezza non c’era si creava. Pensate un attimo alle mode e alle campagne di promozione degli ultimi anni. Prima c’è stato il boom del paranormale, e in libreria avete trovato solo romanzi sui vampiri: la colazione dei vampiri, la manicure dei vampiri, i problemi di stitichezza dei vampiri. Tutti rigorosamente con copertina nera e simboli che richiamavano, inevitabilmente, la mela di Twilight. Così sono usciti un sacco di titoli nuovi anche di autori sconosciuti, perché rientravano nella spesa pronosticata e assicuravano il rientro dei contanti, anche mediante una saturazione del mercato che ci mostrava solo volumi paranormali e che pertanto quasi vi obbligava a comprarli. Poi c’è stato il boom del bdsm, iniziato con le Cinquanta sfumature: e in ogni scaffale avete visto libri dello stesso genere con lo stesso tipo di copertina: indumenti da uomo o da donna su sfondo nero. Il nero smagrisce, ed evidentemente anche i libri soffrono di cellulite, perché è la scelta principale di molte collane e molte case editrici. Anche in questo caso sono usciti titoli prima ignoti di persone prima ignote, su cui è stata fatta scendere una pioggia di pubblicità che ve li ha fatti conoscere.
Insomma, se becchi il momento giusto, se Marte è nella settima casa del genere che hai appena scritto, magari hai una possibilità in più, ma sarebbe anche meglio che tu fossi straniero, perché i nomi italiani paiono non attirare nemmeno le case editrici italiane. Sia chiaro, non sto cercando di offendere nessuno né parlo per esperienza: non ho provato a gettarmi in quell’universo. Parlo per osservazione, e se la mia osservazione è scorretta mi dispiace, significa che non ho guardato bene o che mi mancano dei dati. E so anche che le case editrici fanno del loro meglio con il materiale che hanno, e per materiale non sto parlando di scrittori, ma di lettori. Inutile ribadire che siamo in un momento di grossa crisi economica di cui soffrono anche gli editori, ma utile aggiungere che per loro questa si somma alla crisi della lettura. Uno più uno qui fa mille, mille problemi che devono aggirare per sopravvivere e per assicurarsi, per loro ma oserei dire anche per noi, che i libri non scompaiano per sempre dalla faccia della terra. Vai incontro al mercato, stimola il mercato, e naturalmente cerca di guadagnarci perché questo è il loro lavoro e il lavoro va retribuito. Una piccola, sgradevole parentesi su metodi poco onesti: recentemente sono usciti alcuni articoli che denunciavano la pratica di alcune case editrici – principalmente straniere – di comprare esse stesse una grande quantità di copie dei libri che pubblicavano nei primi quindici giorni dalla loro uscita per farli volare in cima alle classifiche di vendita e dunque pubblicizzarli al massimo, proprio in modo da assicurarsi che ciò su cui avevano investito non facesse fiasco. Insomma, si tira a campare anche nel loro mondo, e per quanto la cosa faccia storcere il naso, non è propriamente illegale. Magari non del tutto corretta, ma non illegale, e dimostra una volta di più quanto sia poco libero questo mercato e molto economicamente organizzato. E mica ci si può aspettare altro: tutti dobbiamo vivere del nostro lavoro.
Così, andate un attimo a scorrere i siti delle maggiori case editrici italiane, e troverete un’informazione perentoria: la maggior parte di esse non accetta più manoscritti. Pochissime – io ne conosco solo una – li accetta e promette una risposta, anche se magari negativa, le altre dicono di no a priori. E questo diventa un bel problema, per chi ci vorrebbe provare, anche solo per sentirsi rifiutare con una motivazione che lo aiuti a capire cosa non va in quello che scrive.
Le si può biasimare? Temo di no, nessuno lavora gratis, e devono guadagnare, e la carta costa e le promozioni costano e l’autore costa. Non si pagano tutte queste cose se non si è certi che si ripaghino da sole. In più, e questa non è colpa delle case editrici, ma dei lettori, hanno ragione loro: tira solo la moda del momento, pochissimi si arrischiano a comprare libri nuovi come genere e caratteristiche, e tirano di più i nomi stranieri (questa cosa non la capisco, se qualcuno ne vede le motivazioni psicologiche me le spieghi, io mi limito a prenderne atto).
Ora, questo basta a gettare nello sconforto chi ama scrivere ma scrittore ancora non è. Quali speranze ha di riuscire a farsi pubblicare? Alcuni ci riescono, certo, ma sono davvero in numero minimo. Lode a loro, che senz’altro se lo meritano – che un autore vi piaccia o meno, iniziate a digerire la vostra invidia e a capire che se è stato pubblicato probabilmente vale più di voi, di me, degli altri -, ma tristezza agli altri.
Allora mi è tornata in mente l’immagine della scrittrice di poco conto di cui parla la Woolf, quella che scrive romanzetti che magari non valgono molto ma che si leggono per diletto e che, scrivendoli e pubblicandoli, trova un suo piccolo spazio nel mondo della letteratura.
Oggi, credo, questo è possibile solo tramite l’autopubblicazione. Con un po’ di osservazioni prioritarie, che non sono verità di fede ma solo mie considerazioni personali e che pertanto non hanno pretesa di oggettività.
1)      Un libro autopubblicato non è come gli altri libri. Manca del prezioso lavoro dell’editor, del correttore di bozze, manca di tutta quella pulizia e tutto quell’aggiustamento che un autore non riesce, o non dovrebbe riuscire, a fare da solo. Per cui, quando lo pubblicate o lo comprate, siate consci che è un lavoro non dotato di completezza, passibile di molti più difetti anche strutturali ed importanti, ma magari, comunque, godibile a modo suo.
2)      L’autopubblicazione non può essere una strada per fare soldi o diventare grandi scrittori. Forse certi fenomeni si realizzano fuori dall’Italia, dove la pratica è molto più frequente e accettata, e dove molti autori si sono fatti conoscere in questo modo o addirittura pubblicando prima gratis sul web o sui blog, ma nel nostro paese, dove anche la diffusione dell’e-book è ancora molto indietro, questa non è una strada per il successo. Non so se lo sarà mai, immagino che questo dipenda da noi lettori, ma al momento è solo una strada verso la condivisione.
3)      Le due premesse precedenti definiscono l’autopubblicazione: un modo innanzitutto per vedere in forma organica il proprio lavoro, cosa che non è identica a postarlo su un sito gratuito, sia che si tratti di un archivio come efp che di altri lidi. In generale, infatti, in questi lidi i romanzi si pubblicano a puntate, con tutte le regole della pubblicazione a puntate, prima fra tutte la necessità dei cliffhanger e di rendere per forza dinamico ogni capitolo. Nella struttura invece di un libro che prevede la pubblicazione in toto, il cliffhanger deve essere usato con parsimonia e i capitoli di stallo ci stanno e ci vogliono, perché aiutano ad addentrarsi nella storia e ad approfondire meglio i personaggi. Tanto in questo caso il lettore non fa in tempo ad annoiarsi o deludersi, perché può subito volare avanti con la lettura.
3bis) Amazon ha sorvolato su questa differenza sostanziale proponendo la pubblicazione delle fanfiction, come leggete qui. In questo caso tutto sarà autorizzato ed economicamente quantificato. La notizia mi lascia molto perplessa, per ciò di cui sopra, e ritengo che sia un modo per svilire entrambe le cose, i romanzi e le fanfictions, privandoli della loro peculiarità. Ma è anche vero che, sempre come ho detto sopra, io sono refrattaria alle novità.
4)      L’autopubblicazione consente anche di sentirsi in qualche modo gratificati per ciò su cui si è sudato, perché permette di vedere quel volume finalmente completo, stampato, rilegato. È una creatura vivente, è finalmente uscito da te, vive, e vive anche in mani altrui. Ce l’hai fatta, hai vomitato i tuoi demoni. Belli o brutti che siano, ora sono fuori dal tuo corpo. Ce l’hai fatta, hai concluso qualcosa di organico e coeso. Bello o brutto che sia, l’hai fatto tu, e solo per questo devi esserne fiero.
5)      L’autopubblicazione è una rete di scambio per chi ama leggere e farsi leggere, senza pretese di guadagno o di successo, ma solo per la voglia di ampliare le possibilità di lettura. Non è molto diverso dal funzionamento di siti come efp: ti offro la mia storia, tu mi offri la tua. Solo che, come dicevo sopra, è completa e strutturata, e sicuramente devi pagare per leggerla, e io devo pagare per leggere la tua. Quanto? Poco, e io consiglio pochissimo. In questo caso non si tratta di fare soldi, non si fanno soldi con l’autopubblicazione. Si tratta più che altro di avere un riconoscimento. La Woolf diceva che il denaro nobilita ciò che altrimenti sarebbe frivolo. Ecco, se la storia la mettete gratis sul web – cosa che comunque anche io continuerò a fare, e che trovo meravigliosa – sapete che si tratta di qualcosa di frivolo, e la frivolezza porta i sensi di colpa in chi, invece di scrivere, sa che dovrebbe fare altro. Lavorare, studiare, pulire, stare con la famiglia. Ma se quel tempo viene invece quantificato in moneta, poca ma vera, assume un’altra connotazione. Naturalmente, guadagnare due euro a libro per chi si autopubblica, e magari di libri ne vende cinque, significa pagarsi una pizza, ma sarà la pizza più buona che avrà mai mangiato. Insomma, lo ripeto, non è una questione di guadagno, ma di dignità. So che hai scelto di comprare la mia storia perché vuoi leggere proprio quella, non perché ti sei imbattuta in essa per caso in un sito gratuito e non ti piaceva nemmeno, ma tant’è, era gratis. So che mi leggi perché sei un mio lettore, e non un viandante spaesato o, peggio, un malintenzionato. O magari malintenzionato lo sei comunque, ma almeno per sparare le tue offese o, peggio, le tue proposte erotiche – davvero, esistono anche quelli -, hai dovuto spendere qualche euro. Poca soddisfazione, per chi le offese o le proposte erotiche se le deve subire comunque, ma la possibilità di schiacciare in fondo allo stomaco offese e proposte con il peso della pizza suddetta. Perché la pizza è pesante, buona ma pesante. Un po’ come molti miei passaggi narrativi. Almeno per quanto riguarda il pesante.

Insomma, l’autopubblicazione è in mano ai lettori, e non agli scrittori, perché sta a noi lettori deciderne il futuro. Se pensiamo che sia giusto dare a chi vuole scrivere la possibilità di condividere, e magari vogliamo farlo anche noi, allora proviamo ad investire qualcosa in libri e autori nuovi. Sapendo a priori che quello che andremo a comprare non sarà un prodotto perfezionato, ma che si scuserà col suo prezzo basso. Sapendo a priori – e questo è bene che lo sappiano anche gli autori – che non è un tentativo di diventare grandi scrittori, ma solo di farsi leggere da altri per svago e leggere altri per svago. Se poi capita che qualcuno che si sia autopubblicato riesce a trovare una strada verso le case editrici, ben venga, ma sia chiaro che questa sarebbe un’eccezione spiegabile solo con l’immensa bravura dell’autore, e non una concreta opzione.
Io intraprenderò questa strada? Non ne ho idea. Prima di tutto non ho una storia pronta e completa, e quando l’avrò – se l’avrò – immagino dipenderà da quanto ci credo. Se ci credo abbastanza potrei provare a proporla a qualche editore, se invece penso che non sia un lavoro ragguardevole potrei allora pensare all’autopubblicazione, con le consapevolezze di cui sopra, per dare semplicemente a chi ne ha voglia la possibilità di leggermi, passarsi un’ora più o meno piacevole, e darmi i suoi pareri, positivi o negativi. Nella stesura, che si preannuncia lunghissima, l’aiuto maggiore mi è stato dato da Lhoss, che mi ha smontato un sacco di roba. Come ti distrugge lei non lo fa nessuno. Ti adoro, tesoro, e sono pronta a mettermi la mascherina di pelle e farmi frustare finché vorrai.
Perché non penso di mettere quest’ultima storia su efp? Per i motivi detti: è una storia da leggersi intera, e non a puntate, è una storia che sto cercando di pensare in maniera coesa per cimentarmi con le difficoltà – immense – di passare dalla fanfiction al romanzo. Come mi sta venendo? Sarò sincera, non tanto bene. Sto incontrando un sacco di difficoltà e questo spiega perché non penso alle case editrici: onestamente, non mi ritengo all’altezza. E questo non vuole in alcun modo ledere l’entusiasmo di chi sin dall’inizio mi ha sostenuto e letto con amore: vi sono davvero grata per le emozioni che avete tratto dalle mie storie e che a vostra volta avete rimbalzato a me. Però cerco anche di essere abbastanza oggettiva sulle mie capacità: io scrivo decentemente, non davvero bene. O meglio, dal punto di vista grammaticale funziono benissimo – ci mancherebbe, è quello che insegno e questo mi ricorda un altro malloppo di messaggi che mi stanno piovendo addosso e che mi chiedono le regole della punteggiatura: risponderò presto in un post unico, ma vorrei sapere chi vi sta facendo venire tutte queste paturnie e chi si permette di insegnarvi tante corbellerie –, ma una storia è altro  e sull’altro io latito.
E per assicurarvi che non è falsa modestia: io sono bravissima a scrivere tesi. Eccezionale, persino, in ambito accademico. Lì il mio stile, le mie ricerche, le mie connessioni hanno da subito riscosso un favore incredibile. E lì sono veloce, snella, puntuale. Ma quella non è roba che gradireste leggere, e non è narrativa.
Nell’ambito narrativo ho un sacco di difetti: tendo alla pesantezza (avete notato la lunghezza di questo post?), non riesco a gestire più di quattro o cinque personaggi in una storia, sbrodolo con la trama e sono lenta come una lumaca. Non sono in grado di darmi delle scadenze, di lavorare con rigore un tot di ore al giorno, anche perché quelle ore non le ho. E anche quando lavoro, i miei risultati sono mediocri. Per alcuni gradevoli, per altri orrendi, per me mediocri.
Riuscirò a fare di meglio? Lo spero, ho ancora tanto tempo per migliorarmi. Ma se non mi sentirò migliorata, potrei pensare all’autopubblicazione come modo per non lasciare semplicemente la storia nell’archivio del computer e invece condividerla. A meno che il passaggio dalla fanfiction al romanzo non mi venga proprio, in quel caso l’unica meta sarà efp.
E allora Di carne e di carta? Di carne e di carta è una fanfiction, per quanto composta da personaggi originali in un contesto originale. Ha tutte le caratteristiche di cui sopra, dal cliffhanger al bisogno di mettere un certo numero di scene narrative o persino erotiche a scansione regolare, per non perdere di nerbo. E sta bene su efp. Per uscire da lì dovrebbe essere completamente rimaneggiata, e non credo sarebbe giusto nei confronti di chi l’ha seguita fin dall’inizio con tanto affetto. A meno che io non possa davvero offrire qualcosa di nuovo, e il rimaneggiamento sia sostanziale, con una revisione non solo dello stile ma soprattutto dei personaggi e della trama. E al momento il pensiero di rivedere Leonardo mi attira come un brufolo nel bel mezzo della fronte.
Ora, ultima aggiunta, che non so se faccio bene a fare ma che mi sento di mettere per onestà. Io ho avuto una proposta editoriale, e non lo dico per vantarmi perché non c’è proprio alcun vanto nell’essere per caso capitati su una scrivania. Non vi darò alcun particolare, se non i due che più vi preme sapere: non era una casa a pagamento – non avrei dovuto sborsare una lira – e non ho lavorato con essa. Non andava bene per me. Lo stesso è accaduto, con modalità diverse e da parte di case diverse, a due mie amiche. La consistenza delle proposte e le nostre motivazioni sono questioni personali, ma quello che vorrei fosse chiaro è che la pubblicazione non è sempre il sogno di chiunque, a qualunque condizione possibile. Bisogna crederci e credere in se stessi e in quella proposta, altrimenti immagino che si farebbe un pessimo lavoro per scarsa convinzione.
Sto leggendo la guida della Ward e sto trovando, nella seconda parte, un manuale d’uso per la pubblicazione, con tanto di siti, nomi, bozze delle sinossi e dei curricula da inviare (che tuttavia, ve lo dico in anticipo perché non mi accusiate di avervi illusi, vale soprattutto in ambito inglese/americano). Ne riparlerò, e dunque parleremo anche della pubblicazione vera e propria, ma non qui. Qui spezzo una lancia a favore dell’autopubblicazione come strada diversa rispetto alla pubblicazione, una strada che solo noi lettori possiamo tenere in funzione dando a questi libri un’opportunità e restando consapevoli che si tratta di prodotti con molti più difetti.
Ma diciamocelo, di difetti ne troviamo anche nei libri pubblicati normalmente, ognuno a seconda dei suoi gusti. Qui si tratta di creare uno spazio in più, uno spazio che una volta c’era e che i soldi hanno spazzato via, e che mi piacerebbe tornasse non tanto per me come possibile autrice – come ho detto, dubito persino di finire la stesura e se accadrà sarà nel giro di una decade - , ma per noi come genere umano che sta perdendo la familiarità con la lettura e la scrittura. In questo senso ritengo davvero che l’autopubblicazione potrebbe essere, in fondo, un tipo di quella stanza tutta per sé di cui parla la Woolf e che ogni amante della scrittura cerca, solo che non sarebbe una stanza in casa propria, ma di una stanza nel mondo dei libri. Uno sgabuzzino, ecco.
Non tutti pretendono di essere scrittori, ma tutti hanno il diritto di scrivere. E con la pizza di cui sopra nella pancia, si scrive indubbiamente meglio. Sarà la pizza più buona che avrete mangiato, semplicemente perché avrà il sapore della dignità.


6 commenti:

  1. Post onesto, oggettivo e umile. Grazie ancora una volta per aver condiviso le tue opinioni e riflessioni con noi.
    E sì, la pizza al gusto di dignità ha un valore inestimabile, anche se non tutti lo capiscono.
    A presto.
    Manila/Grazia.

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    1. Soprattutto, post lunghissimo, che è uno dei motivi per cui sento di dovermi autoflagellare! Io in compenso sto imparando a fare la pizza in casa col mio lievito madre, e mi sto divertendo un sacco. Lo so, non c'entra nulla: sono vecchia, soffro di senilità mentale.

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  2. Sei, come al solito, davvero onesta con i tuoi lettori e critica con te stessa.
    Io ti appoggio qualunque decisione tu assumerai per quanto riguarda il tuo nuovo racconto, ma sono fermamente convinta - e non sono faziosa - che un tuo libro in vendita in libreria ci starebbe benissimo. Qualsiasi tuo manoscritto.
    Stefania/pepita

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    1. Ok, domani propongo alle case editrici una dissertazione sulla cellulite! Tra l'altro, credo andrebbe a ruba...
      Grazie tesoro, sei sempre gentilissima!

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  3. "Però cerco anche di essere abbastanza oggettiva sulle mie capacità: io scrivo decentemente, non davvero bene."
    Dalle tue storie che ho letto su efp e in base alla mia modesta conoscenza della "letteratura moderna" posso sinceramente dire che non scrivi decentemente, ma davvero bene :)
    Tuttavia sono d'accordo con te sul punto pubblicazione: non basta una casa editrice e qualcosa di pronto per buttarsi, c'è bisogno di una maggiore sicurezza, di riletture varie, di pareri esterni.
    Magari in futuro arriverà ti vedrò in libreria :D
    SenzaFiato

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    1. E a volte penso anche sia una questione casuale. Nel senso, non ho dubbi sul fatto che chi viene pubblicato se lo meriti, grazie a Dio l'invidia è un vizio che non mi ha mai caratterizzato. Tuttavia, è innegabile che tutti noi, prima o poi, ci siamo trovati a tenere tra le mani un libro e a pensare: ma chi diavolo ha pensato di pubblicarlo? Insomma, per quanto banale, resta sempre vero che i gusti sono gusti e credo ci voglia un editore i cui gusti collimino con quelli dell'autore esordiente. Per dirti, se a me avessero proposto Hemingway, io l'avrei cacciato via a calci nel sedere. Meno male che non sono un editore!

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