mercoledì 10 luglio 2013

Storie della nebbia 5 - Ex

Questa è roba vecchia, ma qualcuno l'ha già letta. 
In realtà, doveva restare nella mente di pochi e nel mio pc, non per vergogna - giacché non credo ci si debba mai vergognare di ciò che si è sofferto - ma perché ognuno ha i suoi dolori, nella vita, e il meglio che possiamo fare è non addossarli agli altri.
Tuttavia, è successo questo.
Qualche tempo fa facevo una passeggiata con marito e patato sulle mura di Ferrara, e stavo portando il piccolo a vedere la casa del boia (sì, a Ferrara abbiamo la casa del boia e andiamo a vederla ogni volta che è aperta, meditate su quanto siamo socievoli noi ferraresi).
Quando sono uscita il marito, che era rimasto a guardia della bici, mi ha detto di averne vista passare una, e mi ha chiesto perché nessuno fa niente, perché nessuno le aiuta. Perché non lo sanno, ho risposto io, perché non capiscono e pensano sia una cazzata superficiale, un punto di vanità da sfottere e non un male da curare. Ne sono prova i commenti offensivi su certi alunni di tanti miei colleghi, che non mi sentono ringhiare perché quella è gente sorda e cieca e cogliona. E non è che mio marito, sant'uomo, sia un mostro di sensibilità: lui lo sapeva per altri motivi. Questi qui sotto.
E io ho capito che forse condividere non sarebbe stato un modo per addossare il dolore, ma per sollevarlo un po' dalle spalle di chi oggi lo porta con fatica, spesso con quella vergogna che secondo me non ha ragion d'essere, sempre vittima di chi guarda e non fa niente.
Ehi, non posso far ridere sempre. Ma come dice la mia Bella, "Non hai vissuto davvero, se non hai avuto qualcosa per cui piangere".

(P.S.: Quest'anno la recensione al libro di Virginia de Winter arriverà non in anticipo come al solito, ma con qualche giorno di ritardo. Perché è l'ultimo volume, e non vi voglio spoilerare, e so che non riuscirei a non farlo. Non riuscirei proprio a non dirvi che cade una bomba e muoiono tutti.)


Ex


      È stato lunedì, che l’hai capito.
     Eri dall’Eva, per far giocare insieme i vostri due terremoti; l’Eva aveva preparato dei biscotti ripieni e il patato come al solito ha fatto il disastro: ha leccato tutto lo zucchero a velo in superficie e poi ti ha ficcato in bocca con violenza il resto. Non mangia, il patato. E non è tanto che sia del tutto inappetente, è che gli interessa poco, è che preferisce giocare. È che o gli dai quello che vuole lui – cioccolato e patatine fritte – o lui digiuna. Anche giorni interi. È una testa dura, molto più dura della tua, e ti sta già ampiamente sottomettendo. Credevi che non sarebbe esistito uomo in grado di farlo. Poi hai partorito un maschio.
     Non mangia, il patato, non mangia quasi niente, ma non ti preoccupi. Beh, non più di quanto non ti preoccupi per qualunque cosa lo riguardi. No, va bene, in realtà sei preoccupata a morte perché non cresce e temi non assuma i giusti principi nutritivi, ma non sei preoccupata per quell’altra cosa. Per quella no. Per quella forse saresti stata preoccupata se fosse stata una femmina, ma per i maschi è un’ipotesi più rara. Tutti credevano fosse una femmina, quando era nella pancia; il nome sarebbe stato Alice, anche se piaceva solo a te, ma tanto dovevi spingerlo fuori te, per un buco non così voglioso di spingere fuori qualcosa quanto era stato voglioso di prenderlo dentro. Tutti credevano fosse una femmina, tu sentivi che era un maschio. E ci speravi. Ci speravi perché una femmina ti sarebbe piaciuta tanto, ma sapevi che saresti stata preoccupata. Ora ripeti a tutti che è perché con una femmina si corre maggiormente il rischio di aggressione, quando cresce, ma dentro di te sai che saresti stata preoccupata per quell’altra cosa. E senti che la natura ha agito bene, perché la natura agisce spesso bene, quando si tratta di autoconservarsi, la natura ha agito bene dandoti un maschio. Tu sei giusta per un maschio, come mamma. Con una femmina avresti corso il rischio di trasmettergliela, quell’altra cosa. Quella che non chiami mai per nome. Quella che non si trasmette affatto, lo sai benissimo, ma che riesce ancora a renderti illogica nella paura.
     Quella che, l’hai capito lunedì, è davvero finita.
     È stato questo che hai capito, mentre il patato ti spingeva dentro con tutta la mano un biscotto da cinque chili, un biscotto buonissimo, ripieno di mela e cannella. E hai avuto voglia di abbracciare l’Eva, solo per il fatto che era lì, solo per il fatto che aveva cotto quei biscotti, solo per il fatto che ti senti in colpa per tutte le volte che hai usato il suo nome come un’imprecazione. Ma non l’hai abbracciata, non ti sei mossa da dov’eri, non hai detto niente, perché non è una cosa dell’Eva, non è una cosa che lei potrebbe comprendere, non è una cosa che qualcuno oltre te potrebbe comprendere.
     È stato questo che hai capito: è finita.
     Sei un’ex.

**********

     Tuo marito te lo diceva da anni, quando ne parlavate: sei un’ex. E tu ti arrabbiavi un po’, mentre lo correggevi, e facevi l’esempio degli alcolisti e dicevi che non ha senso dire che qualcuno è un ex alcolista, dal momento che non potrà mai più bere un bicchiere d’alcol per tutta la vita. Non è un ex alcolista: è un alcolista che non beve. Quindi tu non eri un’ex: eri solo una che in quel momento stava bene, con le dovute precauzioni ed evitando qualunque circostanza a rischio.
     Non eri un’ex e non lo saresti mai stata. Eri una malata senza la malattia.
     Malattia.
     L’hai sempre chiamata così.
     Non ce l’hai mai fatta, a chiamarla col suo vero nome. D’altronde ci hai sempre creduto tanto, nel potere dei nomi, e non vuoi dargli altro potere, alla malattia. Ti ha già strappato più di quindici anni di vita, ti ha scarnificato l’anima, ti ha seviziato il corpo, ti ha corrotto la mente. Ti ha fatto saltare a piè pari l’adolescenza ed atterrare all’età adulta come una che si butti da un aereo senza paracadute, sia perché sei dovuta crescere in fretta, sia perché quando ti sei risvegliata, quando sei diventata finalmente una malata senza malattia e hai ricominciato a vivere eri già grande.
     E anche allora non hai mai smesso di pensarci in continuazione, alla malattia, di vederla come la nuvoletta di Fantozzi, nascosta nella nebbia di Ferrara, sempre in agguato su di te, pronta a colpirti; eri intimorita, quando dovevi fare esami del sangue o ecografie che richiedessero lo stomaco vuoto; avevi paura, ogni volta che stavi male e dovevi vomitare perché ti si era bloccata la digestione; eri terrorizzata, quando ti hanno imposto la dieta liquida perché sospettavano tu avessi problemi alla cistifellea; eri agghiacciata, ogni volta che consultavi le vecchie agende e leggevi la parola ‘ricaduta’, in certi periodi più frequente, in altri rara. Sempre più rara, in verità.
     Ma se dalla nuvoletta – dalla nebbia - avesse iniziato nuovamente a piovere?
     Non eri un’ex.
     Fino a lunedì.
     Certo, le cose non sono cambiate lunedì. Era già da un bel po’, che non eri più un’ex, solo che non te n’eri accorta. Ed è proprio questo, il segreto: non accorgersene. Come non ti sei accorta di avere divorato il biscotto. Non accorgersene.
     È così che si diventa ex.

**********

     È stato lunedì, che l’hai capito.
     Oggi è giovedì e sei entrata in classe e ti sei ricordata che c’era quell’incontro programmato con la psicologa, per il progetto che si fa ogni anno, in tutte le scuole, sulle malattie alimentari.
     Hai ascoltato la dottoressa – una donna divertente, istrionica, carismatica – che parlava dei pregiudizi legati all’apparenza, dell’influenza dei mass media sull’immaginario collettivo, dell’importanza di legare l’autostima all’interiorità e non all’esteriorità. Ha fatto tanti esempi, la psicologa, ha messo su tante scenette esilaranti, ha coinvolto gli alunni ma a te alla fine è rimasto l’amaro in bocca e ti sei chiesta: ‘tutto qui?’.
     Hai pensato che non era mai entrata nel vivo dell’argomento, che non aveva mai realmente parlato di disturbi dell’alimentazione e che alla fine aveva fatto sembrare come se fossero tutti collegati al voler fare le modelle. Hai pensato che era limitativo, superficiale, anche un po’ offensivo. Come in verità ti sembrano spesso gli psicologi. Hai avuto un’ora buca per rifletterci, e più ci riflettevi e più ti convincevi che non era così, che si doveva fare. Che non era quello, il messaggio che doveva passare.
     All’ultima ora sei entrata in un’altra classe, una prima che aveva incontrato anch’essa la psicologa in un’ora in cui non c’eri tu. Hai firmato i registri, riconsegnato le verifiche di latino – c’è bisogno di sottolineare che erano andate male? -, segnato i voti, aperto il libro di grammatica per spiegare, hai cercato di pensare ad altro. Non ce l’hai fatta. Hai richiuso il libro, hai fissato un attimo la cattedra, poi hai sollevato gli occhi e hai iniziato a parlare. Hai detto che non era così, che si doveva trattare l’argomento, che non c’entrava proprio niente il voler fare la modella. E hai visto il sollievo negli occhi di due ragazze, che hanno alzato la mano e raccontato la loro esperienza. La classe le ha ascoltate, ha fatto domande. Una ci è stata dentro qualche mese, l’altra parecchi anni. Erano tutti soddisfatti, gli studenti, e non solo dal fatto di non fare latino, ma anche perché ci tenevano tutti, a dire che lo sapevano, che i disturbi dell’alimentazione non derivano dal volere essere magri e belli, e che erano stanchi di essere presi per scemi. Alcuni ci erano passati, altri avevano visto familiari ed amici soffrirne e non sempre uscirne. Nessuno voleva fare la modella o il modello.
Li hai lasciati parlare, a lungo, sfogandosi come preferivano; alcuni avevano gli occhi lucidi, altri avevano solo una gran voglia di essere ascoltati. Quando hanno finito hai iniziato tu, e hai raccontato tutto.
     Di quando ci sei caduta dentro, a quindici anni, del fatto che allora non si conoscessero così bene queste cose, di come ti sei ridotta, delle cose che sei arrivata a fare pur di nasconderti; hai detto di tua madre che ti umiliava e frantumava e seviziava nel corpo e nello spirito, sia prima che dopo, perché le sembrava il modo migliore per crescerti e guarirti, e che poi ti ha voltato le spalle perché lei non la voleva una figlia così e diceva di starci troppo male al posto tuo. Hai detto che continuavi a prendere voti altissimi perché questo interessava a tua madre e perché questo forse ti avrebbe salvato da ripercussioni peggiori. Perché dovevi essere perfetta, avevi sempre dovuto esserlo, e ora che non potevi esserlo più per quell’altra cosa dovevi a maggior ragione esserlo in ogni altro aspetto della tua vita: stanza immacolata, profitto eccellente, nessuna preoccupazione al di fuori della scuola – non uscivi mai.
     Hai raccontato che ai controlli medici ci andavi da sola, perché tua madre non ne voleva sapere, e non hai risparmiato loro niente: l’amenorrea, i calli e i tagli sulle nocche, la gola ustionata dall’acido, i denti rovinati, la pelle ingiallita, la peluria diffusa. Perché non volevi fare la modella e solo uno col gusto dell’orrido avrebbe pensato che tu fossi bella. Tu sapevi di non esserlo. Non hai mai voluto esserlo. Volevi essere un mostro.
Hai preso una pausa quando sei arrivata ai dottori e a quando ti hanno detto che non ce l’avresti fatta ancora a lungo; hai ripreso fiato e raccontato di come hai iniziato a risalire dal baratro, grazie alle persone che ti sono state accanto, allora - i tuoi ragazzi, di cui è meglio non parlare mai con tuo marito ma ai quali, almeno per quello, lui dovrebbe essere grato –, ma grazie soprattutto a te stessa. Hai spiegato quanto sia forte la malattia, come ti scinda in due la personalità e ti ponga come nemico peggiore un’altra te stessa, forte quanto te se non più di te. È come avere dentro un piccolo Gollum. Solo molto, molto più spaventoso di quello di Tolkien. Forse è per questo, che volevi essere un mostro: perché il mostro ce l’avevi dentro. Perché il mostro te l’aveva messo dentro qualcuno che aveva deciso sin dalla tua nascita che dovevi essere perfetta, qualcuno che ti aveva tolto tutto, dignità intimità fisicità, ti aveva tolto tutto ciò che rende umano un essere umano, tranne quell’ultimo barlume di indipendenza che la malattia aveva reclamato per te, la libertà di lasciarsi morire. Scegliere una morte quando non si può scegliere una vita.
     Infine hai detto di quando hai fatto dei veri passi avanti, boccone dopo boccone, giorno dopo giorno. Hai però omesso, per dare loro maggiori speranze, le tue ricadute e il tuo sconforto e la volte in cui hai dovuto rialzarti di nuovo. Fino a quando è arrivato tuo marito, che ti ha portato via di casa, via da quella madre che te li faceva fare in continuazione, i passi indietro, e che ti impediva di rialzarti coi calci in pancia, via da quel bagno che non volevi vedere più. Non è che sia passata subito, quando sei andata a vivere con lui – un mese dopo che vi siete messi insieme, quando tu ancora non lavoravi, facevi la Ssis, perché lui l’aveva capito, che doveva farti scappare da lì o ti avrebbe perduta per sempre. Lui che voleva saperlo ogni volta, quando avevi una ricaduta, lui che ti stava accanto e preparava solo per uno, lui che non ti giudicava mai, non ti faceva pressioni, ti abbracciava e basta. E ti baciava. Ti baciava anche subito dopo che avevi vomitato, e a te veniva da piangere. Perché non ti sentivi più un mostro.
     No, nemmeno di tuo marito hai parlato con i tuoi alunni, perché tuo marito è troppo grande, è troppo tuo per poterlo dividere con qualcuno. Hai concluso dicendo loro che non è tanto, che ne sei fuori davvero. Non hai spiegato che è solo da lunedì, che sei un’ex. Non è solo da lunedì, lo sai, è da anni, ormai. Ma non l’avevi mai capito, prima di lunedì e dei biscotti dell’Eva, buonissimi biscotti che hai divorato senza accorgertene.
     Hai avuto sempre il sorriso sulle labbra, mentre parlavi, e l’avevi ancora quando hai smesso.
I tuoi alunni erano zitti e immobili, alla fine. Non ottieni mai tanta attenzione, quando spieghi latino, chissà perché. Poi si sono come risvegliati dalla trance e hanno iniziato a farti domande e anche a scherzarci sopra, ma in modo gentile, come a volerti fare sorridere ancora. Non ce n’era bisogno, ma lo hai apprezzato.
     Non ce n’era bisogno, perché l’hai capito lunedì: sei un’ex.
     E questo basta a farti sorridere.

**********

     È stato lunedì, che hai capito di essere un’ex.
     Oggi è giovedì.
     Stamattina ti sei raccontata in classe.
     Oggi pomeriggio l’hai scritto di getto, desiderosa di vederlo lì, nero su bianco.
     E ora che lo guardi continui a sorridere, come se avessi una paresi facciale.
     Sono un’ex.
     Sono un’ex anoressica.
     Per fortuna, tu l’alcol lo puoi ancora bere.

12 commenti:

  1. Ti capisco tantissimo.
    E ti voglio tanto bene. E presto voglio dirtelo di persona. Davvero.
    Stefania

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    1. Non mi diventare sdolcinata! Mi basterà essere mandata affettuosamente a 'fanculo. Tanto lo sappiamo entrambe cosa significa davvero.
      Come quando io dico "idiota", e non riesco ad immaginare nomignolo più affettuoso - e non perché è di Draco, ma perché è di mio marito.
      Dunque, sei un'idiota.

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  2. Ho letto e ho pianto. Perché io quella Francesca lì, l'ho vista e l'ho amata, non perchè fosse perfetta (e francamente chissenefotte e chiseneffotteva), ma per tutte (e dico tutte) le sue imperfezioni... Per le parolacce, per la trasgressione, per le risate, per le cazzate, e le lettere (quante lettere) scritte e ricevute, per le sigarette, le nottate, i pianti, i sogni, i vestiti (che non ce ne fregava niente) stropicciati, i capelli lunghi, la treccia, i fidanzati maltrattati, gli intervalli al Roiti con la sigaretta in mano e gli occhi stretti dal sole o in bagno, sedute per terra (non ad insegnare latino allora, solo ad ascoltare, crescere, vivere) . Perché eri bellissima... Fragile, forte, bellissima. Scusa. Dovevo dirtelo. Oggi sei una ex e sei una ex perché già allora eri GRANDE, grande e bellissima, come sei oggi, nello splendore delle ex...

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    1. Credo che tu sia una delle poche persone ad avermi visto davvero, quando per il resto del mondo mi rendevo invisibile. E spesso, molto spesso ripenso all'alchimia magnifica e spaventosa che si era creata tra di noi, e a come io sia riuscita, con te, ad arrivare a farti vedere ogni ombra senza paura.
      Perché tu eri già così tanta luce, che potevo farlo.
      E così tanta ombra, da capire la mia.
      Perché tu sei tu, e avrai sempre un posto unico nel mio cuore.

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  3. Non ho mai avuto problemi alimentari, ma so cosa significhi avere una malattia non malattia. Quello che non so ancora, purtroppo, è cosa significhi essere un'ex.
    Una volta, in classe,quando frenquentavo le superiori, la professoressa di un'altra classe irruppe durante la lezione per scegliere qualche ragazza carina come hostess per delle feste organizzate a scuola. Ci fece alzare una per una, ci osservò come si fa con un vestito su un manichino, poi scelsequelle che riteneva belle indicandole con l'indice. "Tu sì", "Tu risiediti", "Tu forse, dipende se ci saranno assenti quel giorno" ... Solo il professore d'italiano avvertì dovere di difenderci, affermando che eravamo tutte bellissime oltre che ragazze sveglie e intelligenti. Le altre insegnanti non lo fecero e quella persona entrò più volte nella nostra classe per selezionarci. Non sono mai stata scelta e non perchè fossi brutta, semplicemente non sembravo abbastanza donna.Non h minimamente inciso sulmio rapporto con il cibo, a casa mia i momento del pasto erano sacri soprattutto perchè ci radunavamo intorno al tavolo e ci confrontavamo,parlavamo di tutto, ridevamo a più non posso e litigavamo anche. A differenza tua, però, mia madre sapeva e sa amare i miei difetti, soprattutto quelli. E le mie paure,perchè alla lunga sono diventate anche le sue, e se non ci fosse stata lei adesso non ci sarei più neanche io. Il mio problema mi fa vedere problemi anche se non ci sono, mi copre gli occhi con una patina grigia e mi impedisce di vedere i colori che mi circondano. Ti prego di credermi quando ti dico che ce ne sono davvero tanti e tutti sgargianti. Vive dentro di me e mi divora come una bestia affamata. A volte va bene, altre va male.
    Non so cosa sia essere un'ex, perchè ho imparato a convivere con me stessa,quella uscita dalla fabbrica di produzione già difettosa.Mi dispiace solodi non essere mai stata in garanzia.
    Tutto ciò che mi sento di dirti è che ti abbraccio forte, nella speranza di poter essere utile a qualcuno un giorno,come tu sei stata preziosa per i tuoi alunni.
    Come sempre grazie per aver condiviso una cosa così delicata con noi, grazie per esserti fidata, grazie per averci fatto riflettere.

    Manila/Grazia

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    1. Nutro un profondo disprezzo nei confronti di quell'insegnante, che ha avuto la superbia di poter giudicare, di poter giudicare esteticamente, e di poter giudicare a sua insindacabile opinione. Certe persone andrebbero radiate dalla comunità umana.
      Per il resto, non so cosa tu stia vivendo ma so che non esistono persone difettose; solo persone con una sensibilità più spiccata che purtroppo le rende preda di debolezze che gli altri non hanno. E' come nel film senza pelle: quando sei privo di pelle, senti tutto amplificato, e anche una carezza può far male, e tutto il mondo fa male.
      Ma a me, nella nostra frequentazione virtuale, hai dato tanti colori. Una tavolozza piena di colori. Grazie a te.

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  4. Non credo ci sia bisogno di tante parole
    Tu sai, io so.
    Credo solo che sia giunto il momento di buttarsi gli anni negativi alle spalle, perchè creare una nuova amicizia, senza le ceneri del passato a sporcare tutto, è possibile.
    Se vuoi, quando vuoi, io sono qui.
    Che non cerco le parole di convenienza di due persone che si incontrano per caso, ma un nuovo terreno su cui camminare.
    Ti aspetto?

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    1. Non hai bisogno di aspettare, io sono qui!

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    2. Ti prendo sul serio!!!!! venerdì parto per le ferie poi inizio con lo stalking... :)

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  5. Il tuo intervento qui cade a fagiolo, se così possiamo dire.
    Posso dire di essere un' anoressica interiore? Il disgusto per il mio corpo, la voglia di indossare un sacco in ogni momento, la paura di svestirsi, di scoprire un pezzo di gambe, la voglia di non guardarsi allo specchio nemmeno per passarsi un filo di trucco fa parte dei sintomi?
    Non lo so, comunque il disagio fisico lo capisco bene, pur essendo nato in me da motivazione differenti dalle tue che sono di certo più gravi.
    Sono felice che tu ne sia uscita, a fatica e con sudore, e che ora ti possa finalmente attribuire una "etichetta positiva" come ex, io momentaneamente spero in un'altra ex, "ex viva" magari :)
    SenzaFiato

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    1. Credo che i sintomi siano molteplici e che comunque ogni etichetta sia insufficiente: il disagio interiore si esprime in forme tutte diverse, rendendo ancora più idiota il tentativo di incastrarlo in una definizione facile e da cestinare con qualche buon consiglio. Io ti auguro davvero di trovare il tuo modo di affrontare ciò che hai, perché sono troppo convinta che abbiamo una vita sola e che abbiamo tutti il diritto di viverla al meglio- Davvero, spero che prima o poi anche tu ti accorga di non essertene accorta, ma di non provare più quella sensazione di non volerci essere, perché è importante e bello che tu ci sia.

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  6. Dolce Fra', leggo solo ora questo tuo spicchio di vita, e che vita!
    Sono contenta che tu sia un ex, che ti senta fuori dal buco, soprattutto mi da gioia pensarti così unita a tuo marito, i legami come il vostro sono le ossa forti di questo mondo tribolato.
    ti abbraccio forte,
    tua
    Anna Patapata

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