venerdì 6 dicembre 2013

Le domande del Brucaliffo - Diana Malaspina

Sul efp è Opalix, autrice di fanfictions bellissime, nonostante quelle del fandom di Harry Potter siano prevalentemente incentrate sulla coppia sbagliata, sbagliatissima, sbagliata all’infinito. Su facebook e Amazon è Diana Malaspina, autrice del libro PhD, pregnant: un’occhiata divertita e provocatoria sui mesi della gestazione di una precaria, quale lei è, del mondo universitario. Una scienziata che ama leggere e scrivere,  una donna che passa tranquillamente dalle provette al file di Word. E che in tutto questo non smette di ridere e farci ridere.




Iniziamo: sei nuda davanti ad un pubblico di sconosciuti. Presentati. E nel frattempo toccati le tette.

Immagino di essermela cercata quando ti ho detto "ok, intervistami, ma solo se mi fai domande sconce". Innanzi tutto quella storia del toccarsi le tette è poco funzionale davanti al pubblico: mani piccole, argomenti abbondanti... poco fotogenico. Seconda cosa, una nostra comune amica arguirebbe con immensa arguzia che se sono nuda non c’è bisogno che io parli perché le mie tette parlano da sole, perciò perché sprecar fiato?

Quindi, diciamo che una tetta si chiama Diana e l'altra Malaspina: da cosa vengono le due scelte? E come si chiama la terza amica in basso?

Stargate?
Ok, la smetto.
Diana viene da un personaggio di un libro che adoravo da ragazzina, uno di quei libri trovati in soffitta dalla nonna, che non conosce nessuno ma che ti restano nel cuore. In più, Diana è il nome di uno dei personaggi storici che preferisco, Diana di Poitieres. Malaspina è venuto per caso, cercavo un cognome che suonasse bene con il nome Diana e mi è venuto quello. Certo, darsi il nome di una zoccola reale è un po’ tirarsi la zappa sui piedi, soprattutto se parlo con te...

Non ci arriva la zappa ai piedi: hai troppe tette in mezzo. Perché non usi il tuo nome? Quali crimini nei confronti delle galline devi nascondere (diciamocelo, le galline sono animali stupidi, si meritano qualche crimine contro di loro)?

A costo di tirarmi addosso le ire degli animalisti dovrò precisare che, da brava contadina, sono stata istruita da mia nonna sul come tirare il collo a una gallina alla tenera età di cinque o sei anni. Non ho un grosso rispetto per le bestie polliformi, mi dispiace. A parte questo, gli scheletri nell’armadio sono fondamentalmente una manciata di articoli scientifici con il mio vero nome... non mi pareva carino confondere le cose: la microbiologia intestinale non è poetica come sembra (e lo sembra già davvero poco). In effetti sarebbe stato molto più poetico dover nascondere una seconda vita da ballerina di lapdance, ma sono ancora in tempo, no?

Io all’età di cinque o sei anni imparavo a tirare il collo ai maschi, il che si armonizza con la microbiologia intestinale, in qualche parte del mio cervello. Ed ecco che la tua esperienza scientifica ci porta al libro: confidati, fanciulla. Quando ti è venuta l’idea di mettere insieme precariato universitario e pancione?

Cioè, mi stai chiedendo come mi è venuta l’idea di scrivere sull’argomento o come diamine mi è venuta l’idea di farmi mettere incinta durante il dottorato? Sono due domande diverse: la seconda è la risposta alla prima, e la risposta alla seconda è una parolaccia.

Vi piace parlare sporco in quei momenti, dunque? Ora mi spiego la sfumatura bdsm della tua fanfictions su Hunger games... Diciamo che mi chiedevo anche quando hai iniziato a scrivere, e come hai fatto a conciliare uno spirito letterario con la tua carriera scientifica.

Uh, scienza e letteratura, l’eterno dilemma. Persone gentili sostengono che io abbia una "personalità eclettica". Illusi. La realtà è che gli esperimenti hanno tempi di attesa (incubazioni, centrifughe, etc...) e io ho sempre un libro in borsa. Adoro leggere, da sempre, e non vedo come altro potrei impegnare dieci minuti liberi. Lo scrivere invece è venuto col tempo e con naturalezza: quando ho potuto piantarla di scrivere temi sul significato recondito di un oscuro passaggio di Beppe Fenoglio mi sono accorta che scrivere mi piaceva. Scrivere è comunicare: quando le mie tette tacciono posso farlo con le parole scritte.
(A voce, invece, non è mai il massimo, quelle due si mettono sempre in mezzo...)

Ed è scrivendo o leggendo che le tue tette sono approdate su efp?

Prima leggendo, credo. Poi suppongo di aver pensato (anzi, che le mie tette abbiano pensato, loro sono in due, è una lotta impari) "perché anche io non dovrei importunare il mio prossimo con le mie seghe mentali?". E suppongo di non aver trovato una risposta soddisfacente alla domanda per cui ho iniziato a importunare il fandom. E ora importuniamo (plurale maiestatis, in fondo siamo in tre cervelli) pure Amazon.

Perché Amazon? Perché l’autopubblicazione? Perché gli uomini sono incapaci di trovare i calzini nel cassetto del calzini?

Ok, l’ultima domanda dev’essere una dei dubbi fondamentali dell’universo e forse dovresti parlarne con Zaphod (che di cervelli ne ha due ma non sembrano funzionare proprio bene, sarà che è un uomo). Mi chiedo spesso cosa provochi l’incapacità totale di un uomo di spostare qualcosa per vedere se quello che stanno cercando è sotto/dietro di esso, ma è come chiedersi dove sta andando la tartaruga A'Tuin che porta a spasso Mondo Disco. O chiedersi quando uscirà Winds of Winter. Sono quelle domande che è meglio non farsi.
Perché Amazon e perché l’autopubblicazione. Vediamo. Intanto non sono così sicura che PhD, pregnant abbia dignità di libro di carta: è corto ed è anche un po’ cretino. Ma del resto non è che si possa fare una colpa ad ogni cosa CORTA di questo mondo, no? Meglio non infierire.
L’autopubblicazione è stata un consiglio della mia fata madrina Pamela (si anche io ho una fata madrina nonostante sia decisamente una cattiva sorellaccia). Ad essere sincera ci ho pure provato a mandarlo a qualche casa editrice ma vuoi saperne una? Non farò nomi ma mi è stato pure risposto che era "moralmente discutibile e diseducativo". Buffo no? Ero indecisa se ringraziare.

Sia lode a te, per aver scritto un libro "moralmente discutibile e diseducativo". Sono gli unici che valga la pena di leggere. Come discuti della nostra moralità, e come ci diseduchi nel tuo libro? Di cosa racconti e come lo racconti?

Oh, dunque. Ciò che forse una parte della popolazione potrebbe trovare moralmente discutibile è questo: dalla mia narrazione si evince (credo) che da bambina non giocavo a fare la mamma. Per tutta una serie di scelte di vita, Dea Fortuna, Milady Sfiga, Teoria del Caos e chi più ne ha più ne metta, mi sono trovata con la persona giusta e nella situazione che mi ha permesso di dire "Ok, si fa: mescoliamo i nostri geni e vediamo che ne esce". Sono una di quelle donne che non si sarebbe sentita una fallita se la mia vita avesse preso altre strade, diverse dalla maternità, e che non crede che essere mamma debba rendermi meno "me". In quanto "me" ho vissuto la gravidanza e la maternità utilizzando gli strumenti a mia disposizione: il sarcasmo, il senso dell'umorismo e la passione per la scoperta di qualcosa di nuovo, in senso scientifico.
E dopo averlo vissuto, ho pensato che fosse divertente raccontarlo, sempre con i miei toni e attraverso i miei occhi. Ho cercato di far vedere tutta la questione da un punto di vista che non è quello della mamma estasiata che corona il sogno della sua vita, ma non è neanche quello di una persona distrutta da un fulmine a ciel sereno.  È un punto di vista stupito e divertito, il punto di vista che ha di solito uno scienziato quando vede qualcosa di anomalo succedere dentro le proprie provette, solo che stava succedendo dentro e attorno a me. Quello che racconto in PhD, pregnant è un mix di realtà e fantasia, in cui le cose che sembrano più assurde e comiche sono quelle raccontate con più fedeltà perché, come dice Mark Twain, la realtà spesso supera la fantasia perché la fantasia deve attenersi al probabile.
E poi c’è l'aspetto sociale: il precariato.
E anche quello può essere affrontato in modi diversi: con un atteggiamento affranto, con un atteggiamento ribelle, o come ho fatto io, ridendoci sopra. In modo forse poco rispettoso, a volte. Ma il riso ha molti aspetti: può essere derisorio, amaro e frustrato. Sono sfumature che ci sono, nel mio libro e che forse possono far pensare qualcuno.
E infine (tanto lo so che vuoi andare a parare lì) no, non racconto che mutande (non) indossavo durante il concepimento.

L'importante è che tu non le avessi al momento del parto. Altrimenti sarebbe stato tutto più complicato. Dunque, hai iniziato a scrivere la tua esperienza in una forma che potremmo definire diaristica. Ti è uscita subito così o hai in seguito collezionato pagine di appunti sparsi? E hai sempre saputo che avresti voluto pubblicare il risultato?

Ma assolutamente no. Il racconto ha preso forma come appunti sparsi scritti durante momenti di svago, riordinati in seguito, resi omogenei per tempo verbale e stile, e gradualmente arricchiti con ricordi e idee. Una volta messo insieme il primo scheletro e notato che faceva ridere l'ho fatto leggere a un paio di amiche (Virginia de Winter in primis, ma anche mia madre Riccioli D'Oro) che mi hanno incoraggiata ad arricchirlo ancora, ricordandomi ad esempio alcune conversazioni al telefono o via chat fatte durante la gravidanza e dopo. Potremmo dire che è nato per caso, e anche questa "gestazione" mi ha divertita e stupita. Sono una che si diverte con poco, evidentemente, ma almeno non grugnisco e mi butto per terra ridendo come Peppa Pig e i suoi maledetti familiari.

Mi è tornata la voglia di prosciutto. Cos’altro puoi dirci del libro? Quali sono i suoi punti di forza - considerando che non lo vuoi promuovere girando nuda per le piazze, e secondo me fai male - e quali le sue debolezze?

Ok, se metti sul piatto della bilancia il fare una dolorosa autocritica direi che potrei optare per la pubblicità nuda. In realtà non saprei rispondere: fa ridere (o almeno lo spero, quelli che l’hanno letto prima che mi decidessi a metterlo su Amazon hanno riso) e secondo me è una bella cosa, ci sono dei momenti in cui quello di cui una persona ha bisogno è proprio una bella risata. Magari ha un umorismo un po’ cinico, un po’ sarcastico, di quelli alla "ridiamoci su perché se ci pensiamo seriamente ci viene l’ansia", ma sono convinta che ci sia una grossa fetta della popolazione femminile che può apprezzare questo approccio. E del resto, se anche mi dicessero che è un libro buono giusto da leggere sul water non mi sentirei offesa: accompagnerebbe un momento davvero importante della giornata di molte persone! Per quanto riguarda i difetti... che non ci sono le mie tette in copertina?

Le mie invece ci sono. Sono lo spazio bianco in terza di copertina. E ora, progetti futuri?

Beh, dovendo bilanciare scienza e scrittura, all’inizio del 2014 dovrei avere almeno un paio di articoli da scrivere per lavoro perciò è meglio che mi concentri un po’ su quelli (se faccio due cose in una volta poi mi ritrovo a chiamare i miei batteri Draco e Ginny ed inventare storie su di loro, e mi dicono dalla regia che le riviste scientifiche non apprezzano l’invenzione di dati...). Nel frattempo ho qualche storia iniziata, ma siccome sono una persona intrinsecamente inconcludente meglio che non divulghi nulla prima di avere ragionevoli certezze che finirò davvero una di esse.

Non puoi nominare Draco e Ginny con me, lo sai vero? Noi siamo nemiche. Dovremmo indire una lotta all’ultimo sangue. Magari nel fango, con i mariti che ci guardano. Non posso assicurare però che i nostri figli non si unirebbero. Un ultimo messaggio ai tuoi lettori passati, presenti e futuri?

Con te preferirei lottare nella cioccolata! Ai lettori? Potrei dire che non ci siamo sforzate: siamo imbecilli davvero. Seriamente(!): una delle cose più belle che si possano regalare è una risata, perciò se ogni tanto riesco a farlo per qualcuno ne sono più che felice!

Con questo ti saluto e ringrazio, e attendo i tuoi prossimi lavori!

Ptchu! Come al solito decidi tu se è un bacio con lo schiocco o uno sputo in un occhio.


Aggiungo anche che il libro costa davvero pochissimo e si legge in breve tempo, e metto qui il mio parere:

Contro l’idealismo imperante nei libri e nei film, di donne che vivono solo in funzione della maternità, finalmente uno sguardo lucido e comico sulla gravidanza vissuta da una donna che poteva anche decidere altrimenti – perché non siamo nel Medioevo -, ma ha scelto di diventare mamma, e allo stesso tempo di rimanere se stessa. Le vicissitudini lavorative di una precaria, un’esperienza attraverso la quale in molti siamo passati o stiamo passando, affrontate col coraggio dell’ironia, e le vicissitudini della gravidanza, affrontate con la dolcezza dell’autoironia: tali fattori rendono questo libro uno scorcio onesto e meraviglioso della mente e del cuore di ogni donna, che non sono mai scollegati, che non potrebbero essere più collegati di così.

Troppo breve, per chi non smetterebbe mai di leggerlo, ma in grado di riecheggiare a lungo nei pensieri, con un insegnamento di fondo: che nella vita, se non si impara a sdrammatizzare, si sceglie consapevolmente il dramma. La scelta di questo libro è diversa. E qualunque gravida si sia sentita dire, mentre le pareva di portare a spasso un cocomero, che le donne incinte sono sempre le più belle, avrà modo di vendicarsi attraverso gli occhi geniali e attenti di Diana Malaspina.”

2 commenti:

  1. Preso! La tua intervista promette bene, credo che morirò dalle risate...

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    1. Credo anche io, poi magari fammi sapere il tuo parere!

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