lunedì 10 febbraio 2014

I consigli dello Stregatto - Markus Zusak

La bambina che salvava i libri mi era stato consigliato da una mia collega pochi giorni prima che scoprissi il Read Along di Please Another Book, di cui vi consiglio sempre di seguire le stupende iniziative. Il piacere è stato per me raddoppiato dal poter leggere e commentare in compagnia almeno le ultime parti del romanzo – sono arrivata tardi – anche se temo sempre che il piacere non sia ricambiato, perché io tendo a finire la parte assegnata per il giorno o la settimana pochi minuti dopo che è stata assegnata e poi naturalmente distribuisco spoiler in giro. Lo so, sono una donna orrenda. Comunque.
Ho capito subito che questo libro mi sarebbe rimasto dentro; sto diventando più esigente, in fatto di libri, sono spesso tentata di abbassare molte valutazioni che ho dato in passato; ma questa sono certa che desidererò alzarla per tutta la vita.
Oggi discutevo con un collega di Storia e Filosofia, che come me trova assurdo far leggere in seconda I promessi sposi, così lontani dal modo di vivere e sentire degli adolescenti (ma anche dal mio) –: spesso mi pare il sistema migliore per allontanare del tutto i ragazzi dalla lettura. Se dobbiamo far analizzare un romanzo storico, ho detto, ce ne sono di attuali e certamente più interessanti. Se un giorno qualcuno lassù – o laggiù – nel Ministero dell’Istruzione si ricorderà cosa vuol dire insegnare ed imparare, forse quel giorno questo sarà uno dei libri che potremo proporre come romanzo storico da analizzare – un libro che insegna ad amare e odiare le parole, ma soprattutto a vivere in esse. E un libro che parla del nazismo, che è certamente un tema più attuale e bruciante rispetto alla dominazione spagnola del Seicento.


“Se inizi un libro in cui il narratore è la Morte e il contesto è la Seconda Guerra Mondiale in Germania e la protagonista è una bambina deliziosa, ti prepari a piangere.
In questo caso, però, scopri presto che prepararti non serve a niente: per quanto la Morte ti annunci fin dall’inizio chi prenderà, come e quando, non riesci in nessun modo a non affezionarti a questi personaggi così sfaccettati, così imperfetti, così umani, e alla loro realtà di carne e parole.
È una storia sull’avvento del nazismo, è una storia sulla vita in una famiglia tedesca, è una storia d’amore – di quelle che ti spezzano il cuore, in cui l’amore è puro e ricambiato e non ha comunque modo di esternarsi -; ma è soprattutto una storia sulle storie, ed è questo, secondo me, che rende La bambina che salvava i libri qualcosa di unico, irripetibile, imperdibile.
Hitler è un pugile che sceglie le parole come pugni e con esse incanta i tedeschi; Max è un ebreo che sceglie le parole come nuvole e con esse arriva al sole; Liesel è una bambina che non sceglie le parole: sono le parole a scegliere lei. E le ama e le odia ma soprattutto spera di aver usato le parole giuste.
Non credo possa esistere modo migliore per spiegare il potere della parola e dello spirito, come lo chiamava Mann, il potere delle storie, tutta l’umanità in poche pagine illustrate sui fogli sbiancati del Mein Kampf - e non solo come pugno ben assestato ad Hitler, credo, ma anche come riaffermazione della propria identità, della guerra che soprattutto chi è oppresso combatte con più forza almeno dentro di sé; non credo esista dichiarazione di indipendenza, di libertà, di umanità più divina di questo libro che fa inchinare anche la Morte, che ci racconta tutto questo perché il libro con la storia di Liesel che ha portato con sé per tanto tempo si sta rovinando e nel ripeterlo vuole memorizzarlo – vuole rivitalizzarlo, proprio lei che con la vita ha poco a che spartire. Come facevano una volta gli aedi e i rapsodi, mi viene da pensare. Come hanno sempre fatto gli uomini, da quando hanno iniziato a chiamarsi uomini, e come sempre faranno, se vogliono continuare a chiamarsi uomini.
Ed è tramite Liesel che la Morte conosce Max, conosce Hans e Rosa, genitori adottivi – un papà che è la sua fisarmonica, una mamma che sa dare con un insulto più di quanto altri sappiano dare con un complimento -, è tramite Liesel che la Morte conosce tutta la cittadina di Molching, ma soprattutto è tramite Liesel che la Morte conosce Rudy, e non importa che il lettore sappia fin dall’inizio cosa gli accadrà:
“Quel ragazzo mi fa sempre uno strano effetto. Ogni volta. È il suo unico difetto: mi fa male al cuore. Mi fa piangere.”
Se lo dice la Morte, figuratevi il lettore.
Eppure, non è una valle di lacrime, questo libro, perché l’insegnamento di fondo è che non siamo nati in una valle di lacrime: siamo nati in una valle di parole.
Perciò ecco i sapori dissonanti, quelli che rendono questo libro un cibo dell’anima: l’ironia con cui la Morte condisce tutto – che non è amara; la divisione in parti al cui inizio viene già detto tutto ciò che accadrà, e che però non cessano comunque di sorprendere; i lemmi del vocabolario della Morte, che pure sono gli stessi del vocabolario umano; i furti di libri di una bambina analfabeta, che in quel libri cristallizza tutta la sua vita; i piccoli momenti che la Morte ci rivela, le informazioni di cui ci mette a parte, il suo ultimo, strabiliante segreto, confidato a Liesel mentre la porta via per sempre:
“Sono perseguitata dagli esseri umani.”
Non è una valle di lacrime: è una valle di parole.
Sulle pareti di una cantina dove una bambina ha scoperto che tutto l’essere umano, in fondo, è composto da un seme di parole che sta a noi decidere come far crescere.
Una foresta, in quella valle, e mille libri come questo appesi ai suoi rami.”


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