mercoledì 26 febbraio 2014

Incantatori di serpenti

Negli ultimi giorni ho riletto in classe Novecento di Baricco e ne ho riassaporato la bellezza, ma stavolta il suo celebre discorso finale mi ha lasciato dentro qualche tristezza in più.


Come sa chi l’ha letto, Novecento è un monologo teatrale sull’impossibilità di compiere una scelta, di agire in un certo modo, qualunque modo sia: l’infinità della vita fuori dalla nave atterrisce il protagonista che sceglie di saltare in aria con la nave stessa piuttosto che affrontare le mutevoli e continue scelte esistenziali del mondo sulla terra. E per non spegnersi di fronte alla constatazione della sua impossibilità di vivere davvero, Novecento incanta i suoi desideri, liberandosi da essi.

Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.
Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c'entra la pazzia. È genio, quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci son riuscito.
Allora li ho incantati.

A riprova del fatto che ogni volta che leggi un libro ne trai sfumature diverse, perché ogni volta sei diverso tu, questa volta mi sono ritrovata una riflessione amara dentro: la certezza che non potevo considerare Novecento solo un personaggio estremo come avevo sempre creduto, ma che dovevo vederlo come un personaggio spezzettato in ognuno di noi. Il sospetto che abbiamo tutti incantato i nostri desideri, rinunciando ad essi, per non cadere in un fiume di autocommiserazione: quando abbiamo accettato che non saremmo diventati ballerine, astronauti, calciatori, cantanti, quando ci siamo accontentati di vivere in città e non nella baita in riva al lago o nella casetta in riva al mare dei nostri sogni infantili, quando abbiamo detto addio al sogno del grande amore, quando abbiamo fatto i conti con l’impossibilità di avere un figlio, di avere dei genitori degni di chiamarsi tali, di avere un corpo sano.

E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. Il padre che non sarò mai l'ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere niente di quello spettacolo tremendo bellissimo, volevo essere l'ultima cosa che guardava al mondo, quando se ne andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene ma tutti i figli che mai ho avuto. La terra che era la mia terra, da qualche parte nel mondo, l'ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d'inverno, i lupi la notte, quando quell'uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incantandola, quando ti ho visto entrare qui. Non è pazzia, fratello. Geometria. È un lavoro di cesello. Ho disarmato l'infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l'altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te/

Il primo desiderio del mondo, probabilmente, fu quello di una certa Eva per una mela proibita, indotto da un certo serpente. Il primo desiderio a cui abbiamo dovuto rinunciare fu proprio quello della mela e del serpente – la conoscenza del bene e del male, la possibilità di essere degli dei. Abbiamo iniziato come incantatori di serpenti.
Da lì in poi, come si dice, l’ontogenesi ricapitola la filogenesi, e nella crescita di ogni essere umano si ripercorre la strada di tutta l’umanità attraverso la rinuncia ai desideri, a volte in sordina, a volta tra le urla, quasi sempre senza nemmeno la lucidità di Novecento – quando capisci che non sarai il primo nella squadra alle elementari, che non diventerai un batterista alle medie, che non diventerai un pittore alle superiori, che non sarai tu quell’amore di cui parlano i libri all’Università. Che lavorerai solo per pagare il mutuo e le bollette, che vivrai tre quarti della tua vita in mezzo a persone che per te non sono niente, che cercherai nell’altro quarto di tenere in piedi qualcosa che si avvicini almeno un poco alla serenità.
Novecento è una storia che ci ha insegnato che la differenza tra genio e pazzia sta tutta nell’incantare quel primo serpente – nel congelare quel primo desiderio e poi tutti gli altri dietro di lui, nel dire addio ad ogni possibilità, ad ogni sogno che non stia tra una prua e una poppa di una nave piccolissima e destinata a saltare in aria.
E nonostante sia uno dei miei libri preferiti in assoluto, ci sono delle volte in cui vorrei poterlo dimenticare – e forse anche questo è solo un altro serpente da incantare.

Per disarmare l’infelicità.

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