giovedì 24 aprile 2014

Achille era un idiota

Achille era un idiota.
Non lo dico io, lo dice Omero – o chi per lui, questione omerica, bla bla – nell’Odissea:
“Oh no, non consolarmi della morte inclito Ulisse. Ché vorrei servire come bifolco, per mercede, un altro, un pover’uomo che scarso avesse il vitto piuttosto che regnar su tutti i morti che la morte consunse” (Odissea XI, 488-492)
Ad Achille, prima di partire per Troia, viene predetto un duplice destino: se andrà in guerra sarà ricordato per sempre, le sue gesta saranno narrate nei secoli dei secoli, ma morirà in quella guerra. Se resterà a casa si sposerà, avrà eredi che lo ameranno, una vita piena, ma quando l’ultimo dei suoi eredi sarà morto, Achille sarà dimenticato (sì, almeno in questo, quella schifezza che è il film Troy ci ha quasi preso). Achille sceglie la guerra e l’immortalità del ricordo, vive per sempre nell’Iliade, e nell’Odissea se ne pente amaramente. Perché Achille era un idiota.
Recentemente, mi sono trovata di fronte a diverse persone che sventolavano i loro successi economici, professionali, artistici, sentendosi in tal modo superiori agli altri – e trattando gli altri come merde. Io sono nessuno – (ma provate a mettere la lettera maiuscola) – e nessuno rimarrò, ma so benissimo di cos’è fatta la mia vita, per nulla immortale, né nella fama né nel ricordo: del rapporto con gli altri. E sì, sono poco socievole e sì, mi apro con poche persone, ma in generale, con qualunque conoscente anche solo incroci la mia strada, io cerco di essere una persona di cui non vergognarmi la sera. Non attacco, non svilisco, non derido, non umilio, non sono Achille – “Non si fanno patti tra uomini e leoni” – e scelgo la mia vita da bifolco, con una famiglia, degli affetti, e l’esempio.
Qualche tempo fa un’amica mi chiedeva appunto sul web cosa faccio per convincere un ragazzo ad impegnarsi davvero a scuola. Nulla, ho risposto. Tutto quel che posso fare è dare l’esempio della mia vita, basata sulla ricerca del sapere e del rispetto – non esiste davvero il primo senza il secondo. E ci sono molti miei alunni che ancora mi contattano anche se da dieci anni non sono più miei alunni, e i loro genitori che mi ringraziano per strada – e c’è mio figlio. Mio figlio, e ciò che posso essere per lui, ciò che voglio essere per lui.
Il ricordo di me non sopravvivrà alla morte delle persone che mi hanno conosciuto. Non avrò fama, né ricchezza, né immortalità. Ma non andrò mai a combattere per una Troia.
Cosa voglio dire? Che credo le persone dovrebbero essere molto attente a scegliersi la strada, e il metro di giudizio per valutare quella strada. È l’anzianità? L’ultimo nazista è morto da poco, ed era molto vecchio. È la cultura? Ci sono ancora plurilaureati razzisti. È la ricchezza? C’è Berlusconi. È l’insieme di tutte queste cose? C’è la cricca di Berlusconi.
Io credo che l’unico metro di giudizio possibile di sé e della propria vita sia il sapere di avere in qualche modo portato qualcosa di buono – a livello umano – nella vita degli altri, fosse anche solo la nostra famiglia. O perlomeno non aver portato nulla di cattivo.
Ogni volta che il nostro passaggio su questa terra si traduce in male per il prossimo, quel passaggio, per me, è idiota. Immortale magari – Morti di fama - , ma idiota.
E io sono nessuno, ma non voglio essere un nessuno idiota.



4 commenti:

  1. Per prima cosa ti ingrazio ancora una volta per la riflessione appassionata e sincera. Non so che altro aggiungere a ciò che hai detto, perchè condivido tutto. Non ci siamo mai incontrate, ma le nostre strade si sono incrociate su territori virtuali e non me la sento di sminuire l'opportunità che mi ha dato questo non-luogo, perchè, anche se non fisicamente, ho potuto imparare da te qualcosa. Qualcosa di buono, ovvio. E ho anche riflettuto, cosa che questa testa di niente non fa molto spesso, oppure lo fa a modo suo con tutte le sciagure che ne conseguono.
    Un'ultima cosa, posso usare il periodo "Io credo che l’unico metro di giudizio possibile di sé e della propria vita sia il sapere di avere in qualche modo portato qualcosa di buono – a livello umano – nella vita degli altri, fosse anche solo la nostra famiglia. O perlomeno non aver portato nulla di cattivo." come epitaffio? Gareggerebbe con una frase di Leopardi e potrei decidere di usare entrambe...

    Grazia/Manila.

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    1. Io sul mio pensavo di metterci: "No, grazie". A ciascuno la sua interpretazione. In fondo nel mondo di oggi anche questo è un modo di conoscersi, e se le cose si fanno bene, può essere un buon modo, non credi? Pian piano, dal generale al particolare, dalla superficie alla profondità.

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  2. Non posso aggiungere altro.
    Non ho grandi pretese sul ricordo che avranno di me coloro che mi succederanno.
    Mi basta sapere che ho fatto del mio meglio per migliorare la mia famiglia e crescere i miei figli.
    Auspico che ciò che insegno loro lo possa servirgli in futuro.
    Ecco, questo mi basta.
    Non sono una moralista, ammetto di essere una "stronza molto coerente", con tutti i pro e contro.
    ^_^

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    1. Credo che non esista davvero valore più grande. Forse non punto in alto, o forse non vedo più in alto di mio figlio e, in generale, dell'umanità che passa per la mia strada.

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