venerdì 30 gennaio 2015

I consigli dello Stregatto - Markus Zusak 2

Ho iniziato questo libro per il #PABMessRA e mi sono sforzata di non finirlo subito per rispettare le scadenze; ho resistito per quasi tre settimane, leggendo altro quando volevo tornare a leggere Io sono il messaggero; ora anticipo la conclusione del read along e la recensione di una settimana e mezzo, ma chi mi conosce sa che per me è stata comunque una grande prova di pazienza, perché quando un libro mi piace in questo modo mi è difficilissimo non divorarlo.
Vi lascio alla recensione, che per una volta è senza spoiler (e poi spiegherò come mai), e, siccome in Italia sono così pigri da non averli ancora tradotti, vado a cercare gli altri libri di Zusak in inglese, perché ormai ho capito che per me quest’autore è la meraviglia.



“Questo è il secondo libro di Zusak che leggo, ed è il secondo libro che mi scava dentro e mi cambia un po’. E quando trovi libri che ti fanno quest’effetto, autori che ti fanno quest’effetto, in qualche modo contorto senti che quei libri e quegli autori sono anche un po’ tuoi. No, non rivendico il possesso di Zusak: semmai è il contrario, è quando qualcuno scrive qualcosa di così vicino alle tue corde che senti che ha un po’ il possesso di te. Comunque.
Non è semplice definire il genere di questo romanzo: per certi versi c’è della magia, quindi sarebbe un po’ fantasy; per certi versi c’è un enigma, quindi sarebbe un po’ giallo; per certi versi c’è un sacco d’amore, quindi sarebbe un po’ rosa. E mi cresce sempre più il sospetto che i libri di cui non sai definire il genere siano i migliori, quelli indefinibili. Come tutte le cose davvero importanti.
Lo stile è quello che avevo già amato con La ladra di libri: paratattico, veloce, a volte persino scollato, frasi secche abbandonate sulla pagina, pause, riflessioni apparentemente casuali e poi, d’improvviso, pennellate di poesia. Semplicissimo da leggere, difficilissimo da dimenticare. E semplicissimo e difficilissimo da capire, perché se da una parte segui banalmente quello che dice, dall’altra, appena ti volti indietro, scopri che ti ha detto altro e non sai come abbia fatto. In fondo erano solo due parole in croce: come ci ha messo dentro il mondo?
L’idea di fondo è straordinaria, come lo era ne La ladra di libri: se là a parlare era la Morte, qui è qualcuno di altrettanto originale. C’è da chiedersi davvero come fanno, certi autori, ad avere queste folgorazioni, a pensare certi personaggi, a creare certe trame. Bene, alla fine questo libro ve lo dice, ce lo dice. Ci dice esattamente come fanno, anche se non ci insegna a farlo.
“Il messaggero” è un romanzo di formazione, che segue il ritorno alla vita di Ed, il protagonista, o forse la sua scoperta della vita. Intorno a lui ruotano personaggi secondari tutti perfettamente caratterizzati: gli amici, la famiglia, il cane che si ama dalla prima pagina (il Portinaio è il mio idolo). Dentro di lui vivono poi tre personaggi insieme: Ed stesso, la voce del Portinaio, e un’altra voce, che scopriamo solo alla fine. E tutti devono tornare alla vita, tutti devono scoprire la vita. Il disegno di fondo è quello di un’umanità sola, perduta in se stessa, incapace soprattutto di volere: di volere un lavoro, un amore, un figlio. Incapace di volere la volontà. Un contesto grigio, triste, ma mai dipinto con grigiore e tristezza: Zusak non usa mai il tragico, Zusak usa la quotidianità per evocare il tragico e poi contestarlo. Ha questa capacità incredibile di non dover mai fare una riflessione disperata per farti disperare, e di riuscirci invece con tre frasi corte e senza aggettivi, senza avverbi, senza pathos. Non è lui a dirci cosa dobbiamo provare: ce lo fa provare e basta, come lo fa provare ad Ed. Ci mette davanti allo specchio, come fa con Ed.
Ed è un tassista senza qualità, senza prospettive, senza niente; deve affrontare delle prove, nella migliore tradizione romanziera di tutti i tempi, persino nella migliore tradizione fiabesca; e come nelle fiabe le accetta da subito, con un’arrendevolezza che all’inizio stupisce e alla fine si chiarisce: non poteva fare altrimenti. Queste prove sono rappresentate da quattro assi, quattro semi: quadri, fiori, picche, cuori. Missioni a volte piccole, come regalare una scatola vuota, e a volte gigantesche, come affrontare uno stupratore o scavare dentro se stessi. Ci sono momenti duri, in questo libro, e altri durissimi; ciò che non colpisce lo stomaco colpisce al cuore, a seconda della sensibilità e della propria personale esperienza. Ecco perché ad esempio io mi sono commossa al gelato più che magari alle luci. Ognuno può trovarci qualcosa di suo, nelle missioni di Ed, ognuno sente che potrebbe essere il ricevente del prossimo messaggio. La grande meraviglia è scoprire che lo è, che lo siamo.
Ora vorrei spoilerare tutto, e chi mi conosce sa che lo faccio in genere con un certo grado di sadismo. Vorrei e dovrei spoilerare per spiegare perché il finale di questo libro sia qualcosa di indimenticabile, e per riflettere con chi l’ha letto sul suo significato, sui suoi significati, e per fangirlare, certo. Se non lo faccio è perché credo che questo sia uno dei pochissimi libri in cui il finale va letto per forza solo alla fine. Per provare quella meraviglia, quello stupore quasi infantile, per riallacciare tutte le supposizioni, per ricevere il messaggio. Per capire che finiscono solo le pagine, poi inizia ciò che conta davvero.
Questo mi lega un po’ le mani, perché non mi permette di dire come mai secondo me questo libro può dare così tanto, cambiare così tanto; posso solo dire che lo metto tra i dieci libri migliori della mia vita.
E che ho ricevuto il messaggio.”



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