mercoledì 18 marzo 2015

#LePrincipesseSiSalvanoDaSole

Da quando la Disney ha annunciato l’arrivo di un nuovo film su Cenerentola, hanno iniziato a girare post e riflessioni riguardo al fatto che certo, dopo aver avuto il coraggio di personaggi femminili fighissimi come quelli di Brave e Frozen, la Disney doveva fare ammenda e tornare a ricordarci che dipendiamo dal Principe Azzurro. Molti di questi articoli sono davvero divertenti e se li cercate in rete ne trovate alcuni che mettono in dubbio l’intelligenza del Principe Azzurro, che non può riconoscere la donna con cui ha ballato una notte dal viso, ma lo deve fare dal numero di scarpe – probabilmente per dare sfogo ad un certo feticismo.
Comunque, il film va benissimo, per carità, e l’unica cosa che davvero mi sconvolge è vedere Bellatrix come Fata Madrina, ma non sto certo dicendo che non va visto e trovo francamente un po’ ridicoli i boicottaggi di questo o di qualunque film in nome del femminismo: allora dovremmo boicottare tanta di quella letteratura classica da strapparci un pezzo di storia. Censurare e boicottare va male, malissimo; capire, spiegare e rilanciare va benissimo.
Io credo di aver iniziato a capire (iniziato e basta, perché del tutto non capirò nemmeno in tutta la mia vita) ed eccomi a spiegare quel che so, per mestiere. Sta per cominciare una mia tipica lezione di letteratura in prima superiore: se volete risparmiarvela, slittate avanti.
La fiaba innanzitutto non va confusa con la favola, che è invece quella con gli animali che incarnano vizi e virtù dell’uomo – le favole di Esopo e Fedro, per intenderci, che nascono un po’ dopo, quando già la scrittura è più diffusa; la fiaba invece nasce, come genere letterario, già nell’antichità, in contemporanea o forse seconda solo al mito, e nasce pertanto in forma orale, quando ancora la scrittura non c’era o non si usava tanto. Altre persone, come i fratelli Grimm, le raccolsero dopo, e difatti non sempre una fiaba ha un’unica versione. Le fiabe si raccontavano non solo ai bambini, ma anche agli adulti, davanti al focolare, fondamentalmente perché davanti al focolare non c’era un Kispios d’altro da fare, ma anche perché la letteratura, la parola stessa ha sempre una funzione utile, molte volte educativa. È questo il caso dei miti e delle fiabe, che appunto servono ad educare grandi e piccini, principalmente all’obbedienza. Non a caso nei miti si punisce sempre e quasi solo il peccato di hybris, la superbia con cui si mette in discussione la superiorità degli dei o dei genitori o dei capi; nella fiaba è lo stesso, con molti meno dei: la fiaba serve ad inculcare l’obbedienza e a mantenere lo status quo. Siccome è più indirizzata ai bambini, cambiano anche gli esempi: obbedisci ai genitori, o finirai come Cappuccetto Rosso, nelle grinfie del lupo cattivo (lo sapevate che simboleggia gli aggressori sessuali, i pedofili, che versano il sangue rosso come quel cappuccio? - e poi una casa di cosmetici la usa come pubblicità); stai buono nel letto e dormi, o verrà il Babau a mangiarti o l’Uomo della Sabbia a cavarti gli occhi; non essere un peso per mamma e papà, o ti abbandoneranno come hanno fatto i genitori di Hansel e Gretel; e, se sei donna, fai le tue faccende di casa, sempre umile e sottomessa, e attendi il Principe Azzurro. Questa poi del Principe Azzurro è anche un’altra funzione delle fiabe, più generale rispetto alla questione donna: la funzione del riscatto sociale, ovvero la rivincita che i poveri si prendono nelle fiabe, e solo nelle fiabe, per cui alla fine, se sono stati bravi e buoni, arriverà un principe a renderli ricchi. Se sono stati bravi e buoni, e solo nelle fiabe: è una forma di catarsi anche questa. E così si mantengono i ricchi o i nobili al potere, nella realtà: concedendo la speranza nella fiaba. Il presidente Snow sarebbe d’accordo, con i suoi Hunger games.
A volte la fiaba ha anche una base storica: come i sette nani, che rappresentavano lo sfruttamento del lavoro minorile, o il Pifferaio di Hamelin, che racconta di una sparizione di bambini realmente avvenuta – probabilmente furono venduti come schiavi o peggio.
E chiaramente la fiaba ha, come ogni genere letterario, caratteristiche precise di spazio, tempo e personaggi, numerologia, frasi formulari, e un sacco d’altra roba, compresi gli studi di Propp, che risparmio a voi ma non ai miei alunni, che ormai conoscono la faccenda come le loro tasche. Fine della lezione, per voi che siete più fortunati dei miei studenti.
Oggi la funzione educativa della fiaba si è un po’ persa perché, grazie a D, usiamo anche altri sistemi educativi. Non siamo più distanti dai nostri figli, parliamo loro chiaramente e non solo tramite simboli (ma usiamo anche i simboli, certo), e crediamo nell’educazione attraverso la comprensione e non il terrorismo psicologico. Non insegniamo ai nostri figli che sotto al loro letto c’è un mostro che li mangerà se si alzano la notte, insegniamo loro che non ci sono mostri e che in ogni caso siamo lì per difenderli (pensate al bellissimo film “Le cinque leggende”, dove l’Uomo della Sabbia è un simpatico essere in grado di creare sogni di sabbia e non quella creatura inquietante che ti cava gli occhi); e diamo loro una versione delle fiabe edulcorata, anche già dalla Disney: nelle fiabe originali alle sorellastre di Cenerentola vengono cavati gli occhi; ad altre matrigne e streghe cattive è ordinato di danzare su zoccoli arroventati finché non muoiono per le ustioni, oppure vengono scuoiate; la Sirenetta si suicida, e così via. Spero di non avervi appena rovinato l’infanzia.
Ed ecco l’idea: se modifichiamo ciò che ci appare ormai diseducativo, ovvero l’obbedienza attraverso il terrore, non possiamo fare lo stesso anche col discorso della donna umile e sottomessa? Perciò andate a vedervi il film e godetevelo: di sicuro lo vedrò anche io, anche se mi aspetterò un Avada Kedavra da un momento all’altro (e questo renderebbe davvero fighissima la Fata Madrina), però, se vi fa, vorremo fare un gioco, che è venuto in mente ad Annachiara, di Please Another Book (un vulcano di idee). Vorremmo lanciare l’hashtag #LePrincipesseSiSalvanoDaSole per fornire esempi molto semplici e magari anche adatti ai bambini di donne che ci rappresentino, ci rendano fiere e degne di amare ed essere amate nel rispetto, nell’ammirazione, nel loro essere autonome. Perciò, se avete voglia di unirvi, usate questo hashtag nel vari social, proponendo esempi tratti da qualunque fonte: libri, cartoni, film, telefilm, canzoni, immagini, qualunque cosa vi venga in mente, anche roba vostra.

Io parto con questa che personalmente ho sempre adorato. Una principessa che si salva da sola e che, con lei, salva anche un bel po’ d’altre persone. La storia viene dall’antica fiaba di Hua Mulan, che io trovo bellissima.
   


11 commenti:

  1. Mirya, scusa se intervengo, non posso farne a meno! Ma Cappuccetto Rosso fiaba per pedofili no, ti prego... dove l'hai letta questa cosa? Perché l'interpretazione che ne dà Erich Fromm, ad esempio, è diversa. Ne "Il linugaggio dimenticato" - libro che ho letto più volte e quindi sono piuttosto sicura di ricordare bene - è che è la storia di una bambina che diventa donna. Indossa il "cappuccetto rosso", appunto, simbolo di pubertà. E la pubertà è anche il momento in cui la bimba-non-più-bimba deve iniziare a preoccuparsi del lupo cattivo — ovvero l'uomo, che vuole insidiare la sua verginità.

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    1. Vero, ma non è l'unico scritto a riguardo; ce ne sono parecchi, e la maggioranza invece indica il lupo cattivo come l'aggressore sessuale da cui le bambine - ma anche i bambini - vengono messi in guardia. Pensa al fatto che la maggior parte dei bambini, purtroppo, se costretti a disegnare il loro aggressore, lo riempiono di peli, proprio perché i bambini non ne hanno e questo resta loro impresso, e lo disegnano spesso come un animale non dissimile dal lupo. So che a te questa fiaba ha ispirato altro, ma in fondo le teorie non sono dissimili: anche nel tuo caso si tratta di un aggressore sessuale, cambi solo l'età della preda.
      E ricorda che in molte culture il 'diventare donna' è rappresentato dalla perdita dell'imene, anche se indotta dalla violenza. Nel caso di simbologie complesse come quella della fiaba, le interpretazioni sono molteplici, ma direi che possiamo concordare sul fatto che si tratti di un pericolo sessuale.Cambia magari l'idea della pedofilia: considerando che la pubertà inizia a tredici anni circa o anche prima, per me e per la legge odierna in quel caso l'aggressore sessuale è comunque un pedofilo, mentre in culture passate o diverse dalla nostra è effettivamente una donna già in età da marito - spesso con tragiche conseguenze, come ci testimonia il telegiornale. Insomma, mi pare che stiamo dicendo la stessa cosa.

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    2. Capito! Una volta la pubertà cominciava più tardi, però, verso i 15-16 se mi ricordo bene da Il petalo cremisi e il bianco.
      E l'interpretazione psicanalitica non dice che il lupo sia un aggressore, ma solo che seduce (da qui credo la pubblicità di Pupa e in genere in quelle che lanciano segnali sessuali); e una donna sedotta era, ai tempi, rovinata. Quindi insegnava alle fanciulle da marito a non cedere. Fiaba certamente conservatrice :)
      La "mia" particolare raffigurazione della fiaba è un'altra cosa, non c'entra infatti, o meglio è più letterale, mi volevo riallacciare alla paura del lupo.
      Interessante la cosa dei peli disegnati dai bambini, non lo sapevo!
      Grazie per lo scambio, scusa se l'ho fatta lunga ma l'argomento simbolismo&fiabe mi affascina.

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    3. Anche a me, ti do un altro paio di spunti di diverse interpretazioni: il fatto che il lupo si travesta da nonna è stato visto da alcuni saggisti come una trattazione dell'incesto: il pericolo viene dalla famiglia o da chi si finge un famigliare. La pancia squarciata del lupo è stata intesa come il ventre squarciato della bambina/ragazzina in seguito alla violenza, da qui le pietre, che la rendono sterile in seguito alle lesioni interne; allo stesso tempo il lupo viene riempito di pietre perché il significato sotteso sarebbe che una società che profana le bambine/ragazzine è una società che sta diventando sterile. E ce ne sono mille altre, c'è davvero l'imbarazzo della scelta: credo sia indice della potenza delle fiabe e dei simboli.

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  2. Ah, scusa, non ti ho risposto sull'età: le biografie dei personaggi storici greci e romani ci dicono che le loro mogli a quindici o al massimo sedici anni avevano già un figlio, per cui dovevano avere avuto il menarca almeno nove mesi prima; a partire degli anni Cinquanta del nostro secolo si è iniziata ad intendere la pubertà dai tredici anni, ma non sono tutti concordi. Ultimamente però leggo molte indagini che dicono che oggi tante bambine hanno il menarca già a otto-nove anni: se questo poi influirà sulla menopausa ancora non si sa.
    Suppongo che anche in questo, come in tutto, ci siano studi che si contraddicono l'uno con l'altro!

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    1. La cosa delle pietre c'è anche in Fromm, per lui è il simbolo della sterilità maschile e il fatto che il ventre del lupo venga riempito di pietre è il modo delle donne di deridere l'incapacità dell'uomo di generare.
      Quello che mi premeva sottolineare era che in questa interpretazione è l'uomo in generale a essere pericoloso, non l'uomo aggressivo o abusante in particolare.
      Le interpretazioni che riporti fanno molta più paura, sicuramente, e la fiaba (nelle tue interpretazioni) è persino progressista... in versione psicanalitica è invece conservatrice (e repressiva delle naturali pulsioni sessuali).
      Per l'età, anche nel libro di Faber la protagonista ha le sue prime mestruazioni a 13 anni (mi pare) ma l'autore precisa che Sugar "era sempre la prima in tutto" e poi dice quella cosa dell'età media piuttosto alta, 15-16... mi è rimasto impresso perché stavo lavorando a un libro e la mia protagonista di neanche tredici anni stava per avere il suo primo ciclo... ormai il libro era scritto e ho lasciato "l'imprecisione" anche se un po' mi è scocciato :) ma in fondo anche Sugar le aveva avute presto, poi ora mi dici che Faber potrebbe essersi sbagliato... buon per me :)
      Per concludere e poi non rompo più, hai mai visto il film "In compagnia dei lupi"? Sempre una specie di trasposizione di CR. È un film cult, totalmente onirico e... totalmente affascinante, IMHO.
      Grazie per le info che hai avuto la pazienza di condividere con me, ci riflettero'!

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    2. Direi di sì: le donne della storia romana e greca a quindici anni hanno già spesso un figlio; ma a seconda delle epoche, dei luoghi e anche della classe sociale, l'età media cambia (considera che il cosiddetto 'sviluppo' è legato all'accumulo di tessuto adiposo nel seno e nel ventre: se sei povera e non mangi, spesso viene posticipato). Probabilmente lui si riferisce all'età media nellla categoria specifica in cui rientra la sua protagonista.
      Non ho visto il film ma ora una ragazza mi stava consigliando un saggio con quasi lo stesso titolo: è collegato?
      Rimedierò prestissimo in entrambi i casi.

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    3. Non lo so :( a me lo consigliò un'amica fissata con i film d'autore...
      Ma se ti capita di leggere il saggio e lo trovi interessante, ti va di farmelo sapere?

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  3. Ciao! Sono ricapitata qui perchè mi è capitato di leggere di recente Prezzemolina a mia figlia. Io la fiba non me la ricordavo per niente e mi è venuto in mente che il prezzemolo è abortigeno perciò probabilmente era una fiaba per avvertire le ragazze contro i pericoli dell'aborto auto-indotto? chissà. Niente, ho esternato. Ed esterno ancora: anche io sono con te nel sostenere che censurare e boicottare è una cazzata. Non solo, secondo me è anche controproducente per inculcare nelle giovani menti il concetto di femminismo. Io non vedo nulla di retrogrado o antifemminista in una ragazzina che sogna un bel ragazzo, gentile e innamorato, e magari anche ricco... cosa c'è di così brutto? Alcune di noi non hanno sognato questo, ma conosco tante donne che da ragazzine sognavano una bella famiglia con un bel marito, che oggi hanno realizzato quel sogno e che però sono tra le donne più "davvero" femministe che conosca, donne indipendenti che si godono quel marito proprio perchè non ne hanno davvero "bisogno". Il femminismo sta nel poter fare le proprie scelte indipendentemente dall'essere donna. Non vedo vergogna nell'accettare un aiuto a scendere un gradino quando hai i tacchi, nel accettare una semplice cortesia o quella che era definita una volta "galanteria"... vedo femminismo nel poter decidere se pretendere o meno questa cortesia, nel poter decidere che ci piace o non ci piace senza alcuna imposizione, e ne l poter affermare che, indipendentemente dal fatto che un uomo ci usi o meno quella cortesia, valiamo quanto lui. Se questo è il senso non ci vedo poi tanto di diseducativo anche nelle fiabe più classiche, come Cenerentola o Biancaneve (La bella addormentata mi sta sul cazzo di suo quindi quella no). Guardando la cosa da un punto di vista meno prevenuto sono entrambe ragazze che lavorano sodo, che non si buttano giù di morale nonostante la vita sia stata ingiusta con loro, che sognano l'amore e che hanno la fortuna di ottenerlo alla fine. La fortuna è un'importante variabile nella vita, purtroppo, e non ci vedo molto di brutto nel farlo capire ai bambini. Se ad una bambina (o un bambino, perchè no) poi viene data un'educazione equilibrata, facendole capire che non è importante che lei sia femmina e che può "salvarsi da sola" sempre e comunque, non è poi così rilevante che poi passi un momento della vita in cui sogna un principe azzurro con una lamborghini e una casa alle maldive. A me sembra che più le persone fanno "rumore" per delle cose relativamente poco importanti come questa, più ottengano il risultato di distrarre l'opinione delle persone da ciò che veramente conta. Mi è capitato a un congresso: un tizio seduto in prima fila, dopo il mio talk, si è avvicinato e mi ha dato la mano mentre scendevo il gradino (che era alto e la sala era buia e io avevo i tacchi). Ho ringraziato, sinceramente grata, e ho sorriso. Più tardi mi è stato rimproverato che avevo accettato un atto di sessismo perchè per nessuno dei relatori maschi qualcuno si era alzato quindi, secondo queste persone, avevo accettato di essere considerata "disabile" in quanto donna. Queste sono cazzate. Il sessismo sarebbe stato dare al mio talk meno importanza di quella che è stata data a quelli dei relatori uomini (si ero l'unica donna e no, questo non è successo). La gentilezza non è sessismo. A meno che il gradino che ci aiutano a scendere non sia quello della camera da letto del capo e che non siamo state spinte a scenderlo per ottenere una promozione sul lavoro, cosa che grazie a D. non mi è mai capitata. Perciò sì, mi salvo da sola, con una mano impegnata dal'e reader e mezzo cervello che sta programmando la settimana di lavoro, grazie, ma se un principe azzurro mi salva trattenendomi mentre sto per pestare una cacca di cane non lo mando certo a fanculo.
    Diana Malaspian

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    1. Applausi, per tutti. Anche a me viene spesso detto che, per essere femministe, bisogna evitare ogni gentilezza maschile. In realtà credo ci sia uno sbaglio di fondo nell'intendere il femminismo, che non è una battaglia contro gli uomini (quanto sarebbe idiota?) ma una battaglia perché uomini e donne abbiano uguali diritti. E, come ci insegnano a scuola, riguardo agli alunni, uguali diritti non significa identiche pretese o identici trattamenti, perché, come ogni alunno va valorizzato secondo le sue attitudini, così si possono trovare alcune differenze tra i sessi che a volte sono casuali, altre no. Se uno ti aiuta a scendere perché magari hai i tacchi mi pare solo gentilezza: se un domani incontrerò un uomo con i tacchi alti lo aiuterò a scendere io. Ultimamente ho discusso con un conoscente che sosteneva che allora una donna per avere uguali diritti sul lavoro non deve chiedere l'aspettativa per maternità: questa è pura follia, almeno al momento. Se un domani potranno partorire anche gli uomini (e a me andrà benissimo), dovranno averla anche loro, e ti dico di più: secondo me dovrebbero averla anche ora, per potersi godere e anche non godere la paternità. Ma uguaglianza non significa dire a una persona squartata da un bambino che deve tornare a lavorare il giorno dopo, perché quella persona non va lasciata a casa in quanto donna, ma in quanto essere umano che ha subito un trauma fisico pesante.
      E insomma, applausi.

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