domenica 17 maggio 2015

Due strade

Ogni tanto mi metto a fare un po’ di pulizia nei file del mio computer (mio Dio, è peggio che fare le pulizie primaverili in casa, qui la ‘polvere’ e lo ‘sporco’ virtuali hanno acquisito un’identità e mi hanno presa a male parole) e qualche giorno fa ho trovato questo. È un compito in classe che il mio insegnante di Italiano del Liceo diede alla mia classe, sulla nostra formazione culturale, e che in seguito mi fece conservare e ricopiare. E mi ha suscitato una certa tenerezza, a rileggerlo, perché ci ho visto tutto il dramma esistenziale tipico dell’età adolescenziale e una certa eccessiva sicurezza nelle affermazioni, un estremismo nei toni che non possiedo più, ora che questi autori sono stati sepolti sotto altri mille autori e sotto anni in più che non sono mille, ma lo sembrano. Però il concetto di fondo è ancora quello e anche questo mi ha suscitato tenerezza: in fondo sono ancora lì, a riflettere sulla mia formazione culturale e a formare le mie riflessioni e a coltivare… no, quello no, grazie a D, io uccido anche l’edera. Ma insomma, questa ero io a sedici anni e, angoscia esistenziale a parte, con tante certezze in meno e tante esperienze reali e letterarie in più, con l’aggiunta di una dose dei Simpson, di qualche film trash e di tanta voglia di ridere in più, non mi dispiace vedere che per certi versi sono ancora io.
Ah, vi ho tagliato le parti più lunghe e cervellotiche, quindi provate ad immaginare un po’ com’era il resto, se già questo è una tale palla. E la prossima volta che un mio capitolo vi pare un po’ pesante, ricordate questo e valutate con generosità lo sforzo che ho fatto per alleggerirmi un po’, perché una volta ero così: un mattone. Oggi sono un mattoncino, dai. E domani… domani sarò un Lego.


Controversa e dibattuta, la discussione sulla genesi onomatopeica o convenzionale del linguaggio incenerisce l’intelletto, disperdendolo nelle tenebre di un mondo veneficamente privo di parole; l’immaginazione stessa impallidisce innanzi al non pensabile, e nell’analisi minuziosa del ‘come’ si tralascia un terrificante ‘prima’ per puntare l’attenzione sull’assai più rassicurante ‘poi’. Tutto ciò testimonia, con la sincerità delle cose non dette, l’essenzialità della lingua, che si rivela polverosamente propedeutica a tutta l’esistenza umana.
Dal greco paraballein, col significato di ‘mettere vicino, confrontare’, la parola è condizione necessaria e sufficiente ad ogni tipo di confronto, a qualsivoglia rapporto umano; ma questa matrigna di natura aracnea imbriglia nella sua ragnatela il cuore degli uomini, cibandosene tra un battito e l’altro. L’umana stirpe è cresciuta al linguaggio giorno dopo giorno, vestendosene come di splendore; ma già Socrate oracolo aveva rifiutato la conoscenza scritta, individuandone forse, in un contesto più ampio, anche le misteriose sinuosità; e osserviamo quasi sgomenti nei vangeli apocrifi un Gesù che non vuole imparare a leggere e scrivere. In un universo di dotti bibliofili, si stagliano solinghe voci come d’incubo, metempsicosi forse di una spettrale Cassandra, urlanti come la disperazione. Ma non è solo baconiana la convinzione che la veridicità della conoscenza sia inversamente proporzionale alla sua credibilità e diffusione. D’altronde è proprio Bacone ad individuare negli idoli del foro un pericolo in ambito gnoseologico; eppure già egli stesso cade nell’ambiguo in alcune polisemantiche espressioni di carattere speculativo.
Pur nella mia peculiare assenza di ricordi infantili, risento la prepotenza di un Leopardi memorizzato alle elementari, di un Passero solitario che mi conosceva quand’io ancora non sapevo di esistere, né tantomeno di voler volare. Un appello irrito e già tardivo mi chiamava a quell’età fiorita che scorreva come acqua sul mio pensiero idrorepellente; ed io fuggivo, sulle scie di un “fugge tra selve spaventose e oscure” che accompagnava il mio passaggio alle medie; qui, nell’incontro con Pascoli, Montale ed Ungaretti, ritrovo le radici della mia formazione in senso lato.
Una parentesi di Cardarelli mi inizia a quell’idea di libertà che sarà poi per me così fondamentale nella scelta della strada da percorrere; Gabbiani apre il mio sguardo sull’orizzonte dell’insicurezza, della tempesta, infine della pace: “E come forse anch’essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere, balenando in burrasca”. Si innesta in questi anni la prima lettura de Il gabbiano Jonathan Livingston, seguita da un periodo di riflessione travagliata, a tratti, da La mia sera di Pascoli: “Don, don, don… […] Là voci di tenebra azzurra… Mi sembrano canti di culla, che fanno ch’io torni com’era… Sentivo mia madre… poi nulla… Sul far della sera”; mi scuote il concento tra questa serena accettazione tendente al desiderio e la tristezza dell’Alexandros: “Era miglior pensiero ristare, non guardare oltre, sognare: il sogno è l’infinita ombra del Vero”.
Ma più viva per me è la memoria del primo sguardo posato su Montale e, in seguito, su Ungaretti; uno sguardo che è rimasto lì, attaccato a quelle pagine senza possibilità di fuga, e che ancora oggi non so staccare neppure nel dormiveglia. È sempre stata per me incomprensibile la mia incapacità di ricordare la mia vita alla distanza di pochi anni, se non come ‘sentito dire’ quasi riferito ad altrui azioni; rimane in me solo un verso, una musica, un’immagine; il resto è cenere. E nella Casa dei doganieri prima, in Non recidere, forbice, quel volto poi, ritrovo più il mio presente inesistente che il mio passato da ricordare; cado nella gola delle domande, e Montale mi blocca, austero: “Non chiederci la parola”.
Credo che le mie scelte si siano presentate come irrimandabili dall’istante di reificazione in una precipitata Agonia ungarettiana: “non vivere di lamento come un cardellino accecato”; e dopo poche pagine, inesorabile: “La morte si sconta vivendo”. In sottofondo, timido, l’Albatros di Baudelaire; e quando ho appena appreso di avere le ali, esse mi vengono tarpate da Lo specchio nello specchio di Ende: “Soltanto chi esce dal labirinto può essere felice; ma soltanto chi è felice può uscirne”; la vita inizia a presentarsi come Schein un Wiederschein per Ende, figura e sfondo per Beckett; io sono Ariosto prima ancora di leggerlo; so foul and fair a day I have not seen urla Macbeth al mio cuore straziato dal gocciare copioso del mio secreto; attendo finché the battle’s lost and won; ma il Cerchio dell’Eterno Ritorno è la Fine Infinita, è un Fa’ ciò che vuoi, il sorriso di Siddharta, l’Uno di Bach: un uovo, un vecchio, una bambina. Un germoglio nella sabbia. Un desiderio.
Io vivo.
Due strade trovai nel bosco – recita una poesia – Io scelsi quella meno battuta”.
Ma pagine bianche denudano la mia anima. Un singulto risponde notturno con occhi di fuoco. Sei tu? Sono te. Impressioni… Soltanto impressioni, pressioni, espressioni… Il pericolo della parola ritorna. No, non torna, c’è sempre stato. È una sanguisuga attaccata alla mia giugulare, è un organismo in simbiosi con me, a cui non posso rinunciare senza rinunciare a me stessa.
Carmina nulla canam” … non è possibile rinnegare se stessi.    
Carmina… “Chiuso fra cose mortali […]-
…canam… - perché bramo Dio?
Adesso, soltanto adesso, so di essere viva.
Canterò; esisterò; morirò.
In un mondo di carta.
Sempre.
Due strade trovai nel bosco. Io scelsi quella meno battuta. Ed è per questo che sono diverso”.


6 commenti:

  1. E' polveroso, questo brano. Si legge col fiatone e si arranca lungo i tortuosi sentieri della tua mente labirintica. Parlando delle parole, ciò che hai scritto è la testimonianza più vera della loro finitudine, quando non riescono a disegnare perfettamente l'infinito dedalo di conoscenze ed esperienze e ricordi ed impressioni e desideri che definiamo semplicemente "vita".

    Se avessi osato scrivere come volevo, come sentivo, al liceo, la mia insegnante avrebbe annegato i fogli nell'inchiostro rosso, accusando e condannando le mie parole, colpevoli solo di non conformarsi alle regole di grammatica comuni. Colpevoli di aver formato una frase senza un verbo. Colpevoli di aver lasciato una loro compagna da sola, tra un punto e un altro punto. Colpevoli di essere troppe, in un periodo, o troppo poche. Colpevoli e basta.

    Finalmente posso scrivere come voglio. Sono felice che tu abbia potuto farlo anche a scuola, senza punizioni o ritorsioni o minacce. C'è ancora speranza, allora.

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    1. Avevo un docente vecchio stampo, che non tutti apprezzavano, e che era piuttosto severo e piuttosto menefreghista. Al primo compito in classe, mi scrisse un commento negativo, sostenendo che avevo copiato qualche frase a caso da libri vari. Al secondo, capì che ero proprio io, e non mi pose più alcun limite. Non mi metteva mai i voti, alla fine del tema: solo alla fine dell'anno il voto massimo.
      Ancora oggi mi sento con i miei compagni e loro lo vedono in modo diverso da me, e non hanno torto: era classista e molto tendenzioso in politica. Però, per qualche strano motivo, mi accettò come quella trottola impazzita che ero e non cercò mai di inquadrarmi. E sono forse l'unica a ricordare quella parte di lui, quella che un giorno, quando tutto in famiglia e dentro al mio corpo stava crollando, mi portò alla macchinetta, mi offrì un caffè (lui che non parlava mai con noi alunni) e mi disse che dovevo tirare avanti, fregarmene, combattere e vincere.
      Sai quel che dico sempre: un fiocco di neve, nel più improbabile dei cieli. E difatti oggi insegno Italiano e Latino. E ho la seconda Laurea in Filosofia per l'altra profe che mi permise di essere folle - ma questa la adoravano tutti.

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  2. Ok, mi sono persa al terzo rigo, ho dovuto ricominciare e poi rileggere ancora. E' l'età, sono sicura che è l'età...
    E' sicuramente raro imbattersi in un adolescente che scrive così, sia come forma che come contenuto, ma è stato... interessante. Questo tema è molto intimo, quindi ti ringrazio per averlo condiviso. E' vero, se si sa leggere tra le righe, c'è sempre un po' dell'adolescente che eravamo in tutti noi, ed è bello accorgersi di essere ancora se stessi, ma al contempo di essere cambiati. No, non cambiati, piuttosto evoluti, che è un termine che adoro, perchè permette di ammettere i propri limiti senza rinnegarli.
    Ci sono diverse prese di posizione in quello scritto, ma anche tanta insicurezza, nascosta in un agolino. Sei tu, sei sempre tu, ma ancora acerba, ancora priva di armi, ancora incapace di abbassare le barriere, ancora confuna tra i confini del tuo pensiero e quelli degli altri, ma singolarmente grintosa, arrabbiata forse, e sicura di trovare te stessa tra le pagine bianche di quaderni ancora da riempire. E li hai riempiti di tante esperienze, quei fogli, esperienze belle e brutte che ti hanno plasmata come solo tu sai, anzi senti.
    Il professore, comunque, non era niente male se ti ha aiutato a formarti così e se ti ha accettata così. Non tutti lo farebbero, c'è troppa saccenza in giro e troppa presunzione per poter accettare una persona per quello che è con e senza penna in mano. Un grazie anche a quell'uomo che ha lasciato libera la tua evoluzione. Quelli che ho incontrato io erano più infelici e, per un certo tempo, hanno reso infelice anche me, decisamente più influenzabile.

    Come sempre, grazie!

    Manila/Grazia.

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    1. Ero molto contorta; il mio percorso nello scrivere è stato un lungo tragitto a ostacoli verso la chiarezza, perché una volta lo capivo solo io, quel che scrivevo, e ci ho dovuto sbattere i denti per comprendere che allora non aveva senso scrivere.
      Hai notato l'aria da tragedia greca tipica dell'adolescenza? Io mi rileggo con tenerezza, pensando a quali drammi allora ci parevano le cose, e a quando poi abbiamo scoperto cosa sono i veri drammi.
      Però una costante rimane: che fossero piccoli o grandi, immaginari e reali, io i drammi li ho sempre affrontati con le parole scritte, e sempre lo farò.

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  3. Eri da paura: un groviglio di idee, una bomba ad orologeria pronta ad espoldere, voglia di uscire dal tuo guscio fatto di schemi prestabiliti con un aggiunta di pensieri adeloscenziali controcorrentisti tipici dell'età.
    Ecco come ti ho vista...

    Mi ha particolarmente colpito la fine del tuo scritto, che pare una profezia "Canterò; esisterò; morirò. In un mondo di carta. Sempre.".
    Divinazione, previsione o presagio?
    Già sapevi ciò che saresti stata ma hai dovuti cercarti un pò.
    Il tuo professore era "avanti", perchè aveva visto in te già grandi potenziali e non ti ha plasmata, come la maggior parte avrebbe fatto, ma ti ha dato un grande regalo: essere te stessa.
    Grazie Mirya di averci donato un pò di te.

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    1. Sul fatto che avrei trascorso la vita tra i libri non ho mai avuto dubbi; magari non avrei mai immaginato di diventare una self - nemmeno esistevano all'epoca; ma avevo già capito che per me la lettura era una definizione essenziale.
      Grazie a te di aver letto!

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