giovedì 28 maggio 2015

Vivimi

Questa è una cosa di cui non parlo spesso, non perché me ne vergogni – non ci si deve mai vergognare delle proprie battaglie –, ma perché credo che ognuno debba portarsi addosso da solo le sue tenebre, dunque forse non lo sanno in molti, ma la situazione attuale mi preoccupa e per discuterne devo fare una premessa, quindi ecco: sono stata anoressica per circa quindici anni; ho lottato a lungo e sempre da sola, ma alla fine ne sono uscita del tutto, parecchio tempo fa, al punto che da un bel pezzo non ci penso proprio più.
Non ci penso più, ma non ho dimenticato nulla.
Perciò, sulla base della mia esperienza, credo che il TSO per chi soffre di anoressia sia una pericolosa proposta di legge, e sia una roulette russa con la vita dei pazienti.
Ho riscritto questo post molte volte, ma non andava mai bene, perché per quanti particolari possa dare, per quante esperienze possa raccontare, non potrò mai spiegare a nessuno, neppure a uno psicanalista, cosa significhi provare l’anoressia. Sarebbe come se il medico pretendesse di sapere cosa prova un drogato: sa tutti gli effetti e i danni della droga, ma non l’ha mai provata, per fortuna, e non sa cosa significhi provarla. E poi rischiavo di diventare troppo emotiva, e l’emotività non serve a spiegarsi. Allora ho rinunciato a particolari ed esperienze (sugli aspetti più truculenti di questa malattia fanno già la loro fortuna in troppi) e deciso di parlare in generale: d’altronde l’anoressia è per certi versi simile alla droga. L’anoressico pensa in continuazione al cibo – che rifiuta o che rimette –, perché nella sua ossessione si sfoga il suo sintomo. Ma non si cura il sintomo: si cura la causa, l’infezione a monte.
L’infezione a monte è il dolore, in ogni sua forma: pensate a un anoressico come a una persona semplicemente priva di pelle, per cui ogni stimolo emotivo arriva direttamente alla carne viva. In genere sono persone empatiche, sensibili anche se non sempre lo dimostrano: c’è una predisposizione psicologica all’anoressia, che ha qualcosa in comune con la predisposizione psicologica alla depressione e, lievemente, alla schizofrenia. La predisposizione psicologica potrebbe non portare a nulla, fino a quando prendi quella persona priva di pelle e le pianti centinaia di chiodi sulla carne viva. È allora che si ammala. È allora che, invece di reagire al male che le fai, lo rivolge contro se stessa. Ecco perché parlavo di depressione.
La cosa che più manca agli anoressici è il controllo. Non controllano i propri sentimenti eccessivi (secondo gli altri), non controllano il dolore inferto dai chiodi, non controllano, spesso, la loro esistenza, perché altrettanto spesso sono schiacciati da qualcuno che cerca di decidere per loro, qualcuno che ha parlato e agito male. A volte si tratta di abusi facilmente riconoscibili, fisici e mentali, subiti in famiglia, a volte di semplice ignoranza, superficialità, disattenzione; e a volte i parenti che hanno portato quella predisposizione ad avverarsi sono essi stessi vittime di precedenti abusi o predisposizioni, in una catena infinita. D’altronde è così che si perpetua il dolore, no? Una generazione dopo l’altra, una generazione sull’altra. L’anoressico fa qualcosa di diverso: spezza la catena, la riavvolge su se stessa. Assorbe il dolore e lo rinchiude in sé, rifiutandosi di diffonderlo a sua volta. In questo non va compatito né certamente ammirato, ma va almeno rispettato. Anche perché ricordate che subisce questo da fanciullo, si ammala da ragazzino.
Sia chiaro che le casistiche sono miliardi, che sto parlando della questione in generale e che ognuno di voi avrà storie diverse e personali; ma in generale, gli anoressici non vogliono essere magri e belli né esibirsi: vogliono nascondersi, vogliono svanire in un mucchietto d’ossa sempre più leggero, vogliono controllare la loro vita fino a un passo dalla morte, vogliono controllare la morte stessa e a volte vogliono anche morire. Magari comincia come una dieta, magari a causa dei commenti di qualcuno, ma tutti fanno diete e solo gli anoressici sono anoressici. Perché per loro non è mai stata una dieta, ma l’interruttore che ha acceso quella predisposizione.
Ma cosa c’entra il cibo col dolore?
C’entra perché il cibo è nutrizione e il primo nutrimento è la famiglia: l’anoressico la rifiuta, rifiutando di mangiare, perché la sua percezione di quella famiglia è solo dolorosa, ma non ha le forze o la consapevolezza per rifiutare la famiglia stessa – nessun ragazzino riesce ad elaborare il male che proviene dai suoi genitori in modo sano, e allora scatta la rimozione, per dirla con Freud. Pensate al meccanismo dell’abbuffata e del vomito: una parte dell’anoressico gli dice di cercare ancora l’amore della sua famiglia e lo cerca nel cibo, ma subito dopo lo rigetta, perché sa che è falso, sa che non lo riceverà mai.
C’entra perché nella negazione del corpo neghi chi ha creato quel corpo, neghi di riconoscere la sua creazione, neghi di crescere e diventare come lui. Cerchi la leggerezza, contrapposta alla pesantezza di ciò che ti porti dentro. Cerchi l’invisibilità, perché se non ti possono vedere non ti possono far male.
C’entra anche quando la causa prima non sia la famiglia, perché se sei senza pelle il dolore non puoi controllarlo, come non puoi controllare il resto: lo studio, il lavoro, gli affetti sono cose che sfuggono alle nostre previsioni, che ci possono deludere (ma l’amore raramente, va detto, anche se molti articoli datati e pessimi romanzi continuano a far risalire l’anoressia a una delusione d’amore; ho conosciuto molti anoressici e bulimici nel corso della mia vita, e nessuno faceva risalire la malattia a una delusione d’amore, che poteva esserci stata ma solo come accelerazione di un processo già in atto). Il resto del mondo, il mondo con la pelle, accetta queste delusioni, si fa un pianto o una bevuta; l’anoressico non ci riesce, l’anoressico è come una spugna che assorbe il male di vivere non solo suo ma di tutti gli altri. Infatti spesso è quello che vi ascolta sempre, quello che nota sempre quando qualcosa non va in voi. Ma il resto del mondo non riesce a negarsi il cibo. Non lo leggiamo di continuo? “Non riesco a perdere i chili presi in gravidanza, non riesco a perdere i chili presi a Natale, vorrei dimagrire ma non so rinunciare alla torta, non riesco non riesco non riesco….”. E l’anoressico scopre che ci riesce. Scopre che per lui, quel senza pelle così in difficoltà nel controllare la vita e il dolore, controllare il peso è invece semplice. Scopre che si può affamare, con una forza e una caparbietà che inizialmente gli altri ammirano (“Ma come fai? Vorrei anch’io…”). E allora, sempre per dirla con Freud, scatta lo spostamento. È la forza della malattia, che ti toglie molto per darti altrettanto. Che ti rende potente e invincibile per tanti motivi anche molto semplici dal punto di vista fisico (le endorfine) ma mai semplici da quello mentale.
Il sintomo è il tuo potere invincibile, è quello che ti permette di non dormire, di studiare e lavorare più degli altri, di assentire sempre, di essere sempre perfetto in tutto. Nel sintomo affondi i chiodi e diventi di ferro tu stesso. Nel sintomo sfoghi il dolore che altrimenti nascondi dietro al sorriso. Guardate le mie ossa, guardate il mio scheletro: mi avete ucciso, ma sono in piedi lo stesso.
Va bene, potrei parlarne per anni e comunque non mi sentirei di aver detto abbastanza (capite perché non ne parlo molto, logorroica come sono?) quindi veniamo al dunque: il TSO per gli anoressici.
L’articolo migliore a riguardo, l’unico che secondo me si mostra molto lucido nell’esaminare i pro e i contro, è questo.
Ma sono sempre numeri, come sono numeri quelli sulla bilancia, e l’anoressia non ha a che fare coi numeri. Gli anoressici non sono numeri e statistiche. Sono persone ognuna chiusa dentro al suo dolore, ognuna chiusa dentro il suo bisogno di una parvenza di controllo, ottenuta in modo insano, col sintomo, che va combattuto.
Ma non così. Così togliete di colpo all’anoressico il controllo fittizio che pensa di aver ottenuto. Così gli fate una violenza tale che può essere paragonata solo alla tortura. Così prendete la sua mente malata, che sta lottando contro se stessa, e la private di quella lotta, arrogandovi il diritto di farla combattere a un sondino. Così gli fate dimenticare la bellezza della vita per cui deve lottare, riducendola a una degenza ospedaliera col peggiore dei suoi incubi. Così lo uccidete.
L’anoressia è una guerra giornaliera, contro un’anima che sei tu stesso, ma non lo sei. Quando riesci ad averne consapevolezza, quando chiarisci davanti a te il senso del sintomo, allora puoi iniziare a combatterlo, e allora viene il difficile. Allora devi capire quel che dicevo prima, che ciò che vedi come cibo in realtà significa altro, che il tuo corpo non è il tuo corpo ma un campo di battaglia. Devi imparare che la tua mente ti ha ingannato, che la tua pancia ti sta ingannando, che non puoi credere a nulla di ciò che provi. Allora devi riuscire poco alla volta a cedere quel controllo che hai guadagnato così faticosamente, dietro cui ti sei nascosto per anni, in virtù di una vita senza controllo, in cui dovrai di nuovo scoprire chi sei, affermarlo con la tua voce e non solo col peso, sentire i chiodi. Allontanare la tua famiglia, allontanare il dolore altrui, mettere a fuoco solo il tuo e urlarlo. E a volte accettare il fatto che chi avrebbe dovuto amarti per primo è stato il tuo primo carnefice, ma che non per questo meriti meno amore.
E lotti, ogni giorno ogni minuto ogni ora, lotti per convincerti che ciò che vedi allo specchio è falso, che ciò che senti dentro è falso, che il benessere fisico che senti è falso. Lotti per convincerti a non credere ai tuoi sensi, perché quei sensi sono obnubilati dalla malattia, lotti per spaccare in due il tuo cervello e obbligarlo a credere ai dati medici piuttosto che alle sue percezioni. Ecco perché parlavo di schizofrenia: ti costringi alla schizofrenia, ti costringi a scinderti in due come il visconte di Calvino, metà buona e metà cattiva, metà sana e metà malata. Per poi scoprire, pian piano, che sono la stessa cosa, e che devono coesistere. Che devi risanarle entrambe. E che nel farlo devi seviziare il tuo corpo, perché ricominciare a mangiare è fisicamente molto doloroso. È un cammino terribile, non riesco a definirlo in modo più pacato, un cammino fatto di ricadute continue, di perdita della strada, di perdita di te stesso lungo la strada. Ti occupa ogni secondo di ogni giorno e si è spesso a un passo dalla morte: non solo per denutrizione, ma anche per infarti, ictus e altre amenità. Ma è un cammino che si può fare e io ne sono la prova vivente.
Ma se su quel cammino metti il TSO, potresti averci messo l’ostacolo definitivo. Potresti spezzare davvero quella mente in due in modo non risanabile. Perché combatti il sintomo, perché anche tu mostri di credere che l’anoressia sia quel sintomo, il cibo, che tutto ruoti attorno al cibo, e allora ha ragione la sua parte malata, allora non c’è nient’altro che valga la pena di controllare, allora l’anoressico sente di aver perso anche l’ultima forza, l’ultimo controllo, l’ultima barriera contro il dolore prima di avere le forze di affrontarlo. Hanno vinto loro, quelli che gli hanno sempre imposto tutto, quelli che gli hanno sempre fatto del male – sono entrati anche nel suo stomaco, l’ultimo spazio libero che si era conservato, lo spazio che doveva imparare a riempire da solo, insieme alla sua vita. E se sente questo, smette di lottare.
Perciò pensateci bene, a questa cosa. Pensate bene alla serietà del TSO, che assicura un giorno in più all’anoressico ma forse lo priva di tutti i giorni futuri. Non dico di no in ogni caso e in ogni situazione ma, come nell’articolo che ho linkato sopra, dico di andarci molto cauti, perché ciò che dà sollievo ai parenti spesso non lo dà al malato. E siccome nella mia esperienza i parenti di un anoressico spesso non esitano a mettere il proprio dolore davanti a quello del malato, temo che se passerà questa legge nessuno ci andrà cauto.
Nelle discussioni sul web su questo argomento, in molti chiedono allora cosa dovrebbero fare; in molti me l’hanno chiesto negli anni, quando si sono trovati di fianco qualcuno malato di anoressia. Ebbene, la mia risposta è deludente: non potete fare nulla per guarirlo. Non è in vostro potere, è solo nel suo – e lui è già molto potente, anche se sta usando quel potere contro di sé. Non potete curarlo voi, e certo non potete e non dovete nutrirlo voi. Ma potete stargli accanto, e questa è la cosa più difficile, quella che gli amici e i familiari dell’anoressico a volte non vogliono o non sanno fare, quella che a volte preferirebbero sostituire col sondino.
Stare accanto a un anoressico significa semplicemente esserci, e pensare a lui non come a un anoressico, non come a un numero sulle statistiche, ma come a un essere umano. Significa ricordargli la sua voglia di vivere – perché vi assicuro che ne ha, anche quando lui nemmeno lo sa. Ne ha, e il suo mostrarsi scheletro è anche un modo per esorcizzare la morte. E nel vostro stargli accanto il suo essere senza pelle può rivelarsi una fortuna.
Perché l’anoressico sente la bellezza della vita anche più degli altri: si emoziona per un tramonto, per un film, per un libro. E a queste emozioni dovete aggrapparvi voi, devi aggrapparti tu, devi fare aggrappare lui. Studia l’anoressia e, nei tuoi limiti, sforzati di comprenderla; sforzati di distinguerla da lui, di capire che lui non è l’anoressia, ma l’anoressia è parte di lui; se tu lo accetterai, forse potrà farlo anche lui. Accogli entrambe le parti del visconte dimezzato, ama entrambe. Ma poi smetti di vederle, vedilo come un essere unico, e abbraccialo di emozioni positive. Non pensare al cibo, non farlo pensare al cibo: ci pensa già abbastanza lui. Non guardargli nel piatto, non riempirgli il piatto: è compito suo. Portalo fuori, al cinema, a un concerto, a fare una passeggiata. Se ti piace, fai l'amore con lui, ama il suo corpo e faglielo amare. Non escluderlo dagli inviti a cena e non costringerlo a inventarsi che ha già mangiato: ordina un piatto vuoto in più e digli semplicemente che è lì per la compagnia, ma che, se non vuole esserci, può raggiungervi dopo cena. Non ignorare che è anoressico, non farglielo mai nascondere, perché capisca che non c’è nulla da nascondere; ma poi smetti di pensare a cosa mangia e pensa a cosa prova, e forse lo aiuterai a fare lo stesso. Fallo cantare, fallo ridere, fallo ballare, ricordagli quante cose belle potrà sentire, quando avrà la forza di sentire di nuovo il suo dolore senza seppellirlo sotto la fame. Ricordagli che se accetterà di affrontare quei chiodi, poi avrà anche le carezze, la musica, le immagini, le parole, il sesso, la vita. Ricordagli che la sua mancanza di pelle è anche un dono, è la sua forza inversa, la sua creatività, la sua capacità d’amare.
Non compatirlo e non anteporre mai il tuo dolore al suo. Non mostrargli il tuo dolore per la sua malattia, perché altrimenti lo assorbirà, come ha sempre assorbito il dolore di tutti, per rivolgerlo contro di sé.
Mostragli la tua gioia, il tuo affetto, il tuo desiderio, tutto ciò che nutre l’anima e non lo stomaco.
Vivilo.

“Ho desideri scritti in alto che volano
Ogni pensiero è indipendente dal mio corpo
Credimi se puoi
Credimi perché
Farei del male solo e ancora a me
Qui grandi spazi e poi noi
Cieli aperti che ormai
Non si chiudono più
C’è bisogno di vivere da qui
Vivimi senza paura
Che sia una vita o che sia un’ora
Non lasciare libero o disperso
Questo mio spazio adesso aperto ti prego
Vivimi senza vergogna
Anche se hai tutto il mondo contro
Lascia l’apparenza e prendi il senso
E ascolta quello che ho qui dentro”






2 commenti:

  1. Non ho la benchè minima idea di come si possa sentire un anoressico.
    Mia cugina era anoressica, il suo Male era sua mamma, amore odio dolore...
    E' stata ricoverata per mesi, forzatamente, per circa 4/5 mesi non ha visto nessuno familiare, e poi 1 volta a settimana per 30 minuti e via via minuti in più.
    Minuti, ore, giorni, settimane, mesi ed anni...il tempo non è una misura è solo un fiume che passa.
    Ora a distanza di tanti anni, lavora, si è laureata, ha un fidanzato ed io sono felice per lei...le auguro solo tanta felicità...

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    1. Mi aggrego ai tuoi auguri, pur non conoscendola, e leggo nelle tue parole grande comprensione, ma non mi aspettavo certo di meno.

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