martedì 28 luglio 2015

Essere un racconto

Tanto tempo fa, mio marito mi chiese quale fosse il messaggio di base delle storie che scrivevo. Cos’avevo in mente di dire, quando iniziavo a scrivere. Io caddi dal proverbiale pero, che deve produrre frutti molto buoni, se tutti continuano ad arrampicarcisi. Provai a spiegargli che non funziona così, non può e non deve funzionare così; che i messaggi sono in ogni parola che scrivi e dici ma non sono intenzionali; che tu racconti semplicemente le tue storie, la tua storia ripetuta mille volte, e che in questo c’è un non-messaggio, più che un messaggio; che ogni personaggio sostiene o confuta qualcosa in cui credi e lo fa con la medesima forza, la medesima persuasione; che non scrivi per dare risposte ma per porre domande; che infine scrivi e basta, che il messaggio è la storia e la storia è il non-messaggio. Provai a spiegargli tutto questo, ma non credo di essere stata efficace: io stessa ci sono arrivata dopo tanti anni sprecati a pensare ai messaggi.
Poi qualche giorno fa ho trovato la spiegazione chiara, in It di Stephen King:

“«Non capisco proprio. Non capisco assolutamente. Perché un racconto dovrebbe essere socio-qualcosa? La politica... la cultura... la storia... non sono forse gli ingredienti naturali di qualsiasi racconto, se ben scritto? Cioè...» Si guarda intorno, trova occhi ostili e ha la sensazione che avvertano un’aggressione nel suo intervento. Forse lo è. Si accorge che stanno pensando che forse tra di loro c'è un mercante di morte maschilista. «Cioè... non potreste permettere a un racconto di essere semplicemente un racconto?»”

Ecco, io da ragazzina pensavo di no. Pensavo di dover scrivere per dire qualcosa, a ogni costo. Partivo da un’idea, da un messaggio, e poi ci costruivo attorno una trama. E chiaramente non funzionava, non era viva, non era se stessa. Dopo tanti anni di silenzio, quando sono tornata a scrivere, l’ho fatto con l’intenzione pura e semplice di divertirmi, di lasciare fluire le immagini che mi comparivano in testa. Ed è stato allora che ha funzionato. Magari non per molti lettori, ce ne sono tantissimi a cui non piacerà nulla di ciò che scrivo, ma per me ha funzionato. Ho scoperto il vero piacere della scrittura – e i veri dolori. Ho scoperto che il messaggio, se ce n’è uno, è per me e per me sola.
E sì, Di carne e di carta ha un’idea di fondo, ma non è nata per esprimere quell’idea in modo razionale: è nata per contrapporre due personaggi, è nata con una ragazza in ritardo, è nata con una professoressa, un Dottorato, una città, una storia d’amore. Il resto è venuto da solo e ogni lettore lo può intendere come e quanto vuole.
E sì, Trentatré pare dare molti insegnamenti, ma chi li sta dando? Non certo io. Personaggi che contrappongono le loro visioni della vita, visioni che io non sposo mai ma che mi limito a mettere sul tavolo da gioco. Carte da mischiare, assi e due da giocare, tutto e niente da perdere.
Mi chiedono, a volte, come inizi per me la stesura di un libro. Inizia con una scena, un dialogo, un personaggio. A volte solo con una battuta. Un piccolo seme, che poi germoglia da solo e diventa una pianta infestante e si mangia tutto il resto, toglie aria a tutto il resto e mi costringe solo a scrivere. Non ho mai in mente un messaggio, quando scrivo. Il messaggio e il non-messaggio sono la stessa cosa, sono la mia vita, le mie impressioni, la mia fantasia. Sono tanti punti interrogativi messi insieme e nessun punto esclamativo.
Personalmente, non credo esista qualcosa che non abbia nulla da insegnare. Pure giocando ai videogiochi con mio figlio ho imparato qualcosa. Pure guardando pessimi film ho imparato qualcosa. Eppure, allo stesso tempo, non penso esista qualcosa nato per insegnare o, se esiste, non funziona.
Temo che questo controsenso sia stato creato proprio da un certo tipo di insegnamento a cui siamo abituati, da una scuola che ci dice subito che con questo canto Leopardi voleva dire quello, con questo sonetto Foscolo voleva dire quest’altro, e che ogni paragrafo di Manzoni va sviscerato alla ricerca del messaggio. Ecco, e il piacere della lettura? E il piacere della scrittura? Pensiamo davvero che questi scrivessero controllando gli appunti dei loro messaggi, con l’occhio al significato e al significante?
Io penso di no. Io penso che scrivessero perché semplicemente veniva loro da scrivere. E che i messaggi siano quelli che scorrevano liberi dalle loro esistenze, e che probabilmente con quelle esistenze facevano a cazzotti.
Se non si è capito, rileggete King, che è naturalmente più chiaro di me: un racconto deve essere un racconto. Quando nasce come racconto, allora può diventare anche qualcos’altro. Quando nasce come qualcos’altro, allora non diventerà mai un racconto – allora non diventerà mai nulla.
E insomma, quando scrivete, non pensate a cosa volete dire. Ditelo e basta.

E poi lasciate che ciascuno lo intenda come preferisce.


15 commenti:

  1. Risposte
    1. Lo sai, non sono una sentimentale. Punto più sul lato fisico.

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  2. Ho vissuto una cosa del tutto simile alla tua!
    Mio padre una volta, dopo avergli detto di che cosa parlava un racconto che stavo scrivendo, mi ha chiesto quale fosse il messaggio. E io sono rimasta muta.
    Ho sempre pensato che non doveva esserci per forza un messaggio, anche se riconoscevo e riconosco che, bene o male, tutti i libri hanno un messaggio. Quel che ho capito dopo, e che anche io ho capito avendo letto proprio quella frase di It, è che il messaggio non è né obbligatorio né per forza quello che l'autore voleva trasmettere, come hai detto tu.
    Ognuno trova in un romanzo un messaggio diverso, soprattutto se l'autore non lo sbandiera ai quattro venti. Un singolo libro significa per tutti qualcosa di diverso, è giusto e sacrosanto che porti un messaggio diverso a secondo di chi lo legge.
    Penso anche che un autore inserisca per forza un messaggio, magari inconsapevolmente, perché è naturale esprimere un punto di vista tramite un personaggio, una situazione, una svolta della trama. Magari non se ne rende neanche conto o non lo fa apposta, ma tutto ciò che scriviamo per qualcuno significherà qualcosa, trasmetterà un messaggio.

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    1. Questo a volte mi fa anche paura, mi ferma la mano. Mi chiedo cosa leggerà il lettore in ciò che scrivo: se un mio personaggio commette una brutta azione e il personaggio ha comunque un suo fascino, il lettore lo approverà? Se un altro personaggio non sa risollevarsi da una situazione, il lettore che vive quella situazione penserà che per lui non c'è più speranza?
      Credo che in questi casi un po' di riflessione vada fatta, che occorra un minimo di attenzione quando si trattano temi e momenti difficili. Allo stesso tempo, credo che il lettore dovrebbe imparare a non sposare ogni personaggio di ogni libro, e anche a mandarne qualcuno a quel paese, per quanto affascinante possa essere. Io lo faccio di continuo, anche coi miei personaggi.

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  3. Non avendo mai avuto il dono della scrittura certe domande non me l'ero mai poste..."santa ingoranza" ehhhh
    Ho sempre ritenuto che uno/a scrittore/trice scriva ciò che ha dentro e che i lettori, a seconda della propria personalità, ne traggano i propri insegnamenti o riflessioni.
    Ti porto ad esempio "Trentatré", il tuo romanzo mi ha sconquassata, come ti avevo già detto, ed ho riflettuto su tante cose leggendolo, ma sono certa che non tutti quelli che hanno goduto della lettura abbiamo avuto le mie stesse reazioni.
    Poi giustamente chi scrive deve saperlo fare per portare il lettore "sulla sua strada" e se durante il cammino si trova qualcuno da mandare a "fanculandia" ben venga...
    No????




    PS: stai scrivendo in questo periodo, vero????

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    1. Ma certo che sto scrivendo, quando mai non scrivo?
      Anche se non scrivi, hai capito benissimo: non è neppure detto che io provassi scrivendo le cose che provavi tu leggendo, ma è poi quello il potere delle storie!

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  4. Ricordo una vignetta umoristica vista tanto tempo fa' su Facebook, che essenzialmente diceva la stessa cosa: il poeta in mezzo alla natura che scriveva una poesia sulla bellezza degli uccelli che volano solo perché gli piaceva effettivamente guardare gli uccelli che volavano, e poi il suo fantasma scioccato mentre ascoltava una professoressa che insegnava ad una classe di alunni il significato "vero" della poesia XDXD
    E dopotutto, era anche quello che dicevo sempre io quando ero una studentessa u.u

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    1. E dicevi bene! Ci sono poesie in cui il poeta stesso ci ha lasciato indicazioni in merito a ciò che voleva dire, ma comunque non come le analizziamo noi, parola per parola, confrontando quella parola con una che il poeta ha detto dieci anni prima.
      Poi può essere anche un esercizio divertente, ma magari dopo che ci siamo goduti e basta la poesia!

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  5. The medium is the message (o meglio, "the massage") come diceva il buon McLuhan.
    Il tuo è uno dei post più significativi che ho letto e non posso che ritrovarmi in quello che scrivi.
    Io sono sempre verso l'apertura: ognuno deve trovare da sé i significati da associare ad un testo. Preconfezionarli è una forzatura bella e buona!

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    1. Purtroppo è un difetto congenito della scuola - e insegnandoci, lo vedo ogni giorno nei libri di testo. Pagine su pagine di illazioni su cosa voleva dire l'autore, e, per me, il sospetto che l'autore si stia rivoltando nella tomba...

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    2. Speriamo che la tomba glielo consenta, a questo punto!

      Mi sono permessa di taggartiper il Liebster Award...
      https://whinydreamer.wordpress.com/2015/08/10/liebster-award/

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    3. Grazie mille, sei gentilissima!

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    4. <3
      meriti questo e di più! A presto!

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  6. Applausi a scena aperta!
    Sono convintissimo che un racconto debba essere recepito innanzitutto coma una rappresentazione, come un dipinto. Se poi davanti allo stesso "dipinto" io e te ci emozioniamo in modi diversi, o semplicemente per aspetti o particolari differenti, vorrà sempre dire che l'opera è stata in grado di trasmettere qualcosa a entrambi... e mica che l'autore non sia riuscito a trasmette chissà quale messaggio! Dopotutto, non stiamo parlando di Pictionary! ;-)

    Kroonk
    Detto questo, bisogna che ti sbrighi a far uscire il prossimo romanzo, perché è dall'inverno scorso che mia mamma, quando la vedo o la sento al telefono, mi chiede notizie sulla tua prossima opera prima di chiedermi come sto! :-D

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    1. Mi mancava Kroonk! Però lui non avrebbe colto nulla, lo sai vero?
      Dunque, il prossimo dovrebbe uscire entro Natale, ma non so se a tua madre (grandissima donna!) interesserà: è di fantascienza...

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