giovedì 31 dicembre 2015

Asking for 2016

Dunque, alla fine dell’anno si fanno le liste, delle cose belle e brutte, dei film belli e brutti, dei propositi per l’anno nuovo.
E, naturalmente, dei libri.
Parto da quello di cui non parlerò ora, perlomeno non diffusamente, perché altrimenti questo post diverrebbe chilometrico. Ma anticipo due questioni di cui tratterò nei prossimi giorni.
Ci sono persone che credono che la vita altrui sia sempre felice, se gli altri non parlano di quel che non va. Io in genere non parlo di quel che non va solo per non appesantire le vite altrui: ognuno ha le sue croci. Ma per chiarire: ci sono state per me due cose molto brutte quest’anno, solo che cerco, come tutti, di guardare il bene e non il male.
La prima cosa brutta è stata la salute: praticamente da più di un anno perdo sangue, in continuazione; definirli mestrui sarebbe come definire un fiumiciattolo le cascate del Niagara. Tra debolezza, dolori, malumore, esami e tentativi di cure non è stato divertente, e la situazione non si è risolta; non voglio annoiare nessuno, ma più avanti ne parlerò comunque perché so che ci sono altre donne nelle mie condizioni e credo sia meglio se non ci sentiamo sole e se non ci vergogniamo a parlare di ogni problema, anche fisico, perché non c’è mai vergogna nella malattia. Poi tra novembre e dicembre ho avuto una mezza polmonite e in questo momento il mio fisico è ridotto a una marmellata. E tutto ciò è un pollice verso per il 2015, ma ci sono tanti pollici alzati.
La seconda cosa brutta è stata l’inizio della scuola elementare per mio figlio, che ha portato a delle insicurezze in lui che lo hanno turbato molto. Anche di questo parlerò più avanti, perché magari la nostra esperienza può aiutare alunni di ogni età e i loro genitori. Il pollice comunque alla fine è rivolto in su, perché sono riuscita ad aiutarlo, e questa situazione si è ormai quasi del tutto risolta. E per una mamma, che un figlio stia male è terribile, ma riuscire poi a farlo stare bene è stupendo.
E questo è tutto per quel che riguarda i post futuri: adoro gli spoiler. Ora parliamo di libri.
C’è chi le liste dei libri le adora e chi le critica, c’è Goodreads, che fa un concorso per i migliori libri del 2015 divisi per categoria, e in fondo in fondo ci sono io, che vi dico molto semplicemente: i libri migliori che ho letto quest’anno sono quelli che trovate nei miei account di Goodreads e di aNobii con il voto massimo e magari con una recensione entusiastica.
Siccome non sento il bisogno di dimostrare niente a nessuno, in mezzo ci trovate classici ma anche semplici romance, fantasy e gialli.
Qualche tempo fa (poco tempo fa) c’è stata una diatriba pesante sull’esclusione delle autrici dalle classifiche italiane dei migliori libri, diatriba alimentata dal fatto che un personaggio importante nel mondo dell’editoria ha ingenuamente e scioccamente affermato di non leggere autrici. In risposta è partito un hashtag sui social network, #lemiescrittrici15, volto a pubblicizzare invece le tante e brave autrici, e a confermare che la differenza è tra i libri e non tra i sessi di chi li scrive. Però, però, io non ho visto, nella maggior parte di quelle pubblicità, un libro che non rientrasse, diciamo, nella categoria ‘genere impegnato’, qualunque cosa significhi. Io mi sono ritrovata quasi sola a citare la Stiefwater, per una saga fantasy, mentre tante, troppe altre autrici si citavano l’una con l’altra, sempre le stesse, nella migliore tradizione marchettara, con libri sempre dello stesso genere, quello che, a torto o a ragione (a torto, secondo me), si intende come genere maschile. Come se poi i maschi non avessero scritto di tutto. Ma Tolkien come fantasy lo si stima, la Stiefwater meno. E allora ho pensato che il problema fosse molto più profondo della differenza maschi/femmine, anche per chi contro quella differenza lottava, ma lottava forse senza averne compreso le sfumature. Come a dire che Jane Austen non vale la pena, dato che in fondo scriveva romance.
Io credo che un buon libro sia un buon libro, che sia una metafora esistenziale, un saggio storico, un fantasty, una distopia o un romance. Che certi generi siano ancora ghettizzati mi intristisce come il fatto che un sesso sia ancora ghettizzato. Quindi date un’occhiata ai libri che mi sono piaciuti, certo a vostro rischio e pericolo, perché ognuno di noi ha gusti diversi; ma invece di fare una lista inutile vi rimando a quei miei account, così avete libertà di spulciare secondo i vostri tempi e interessi.
In generale, un paio di informazioni: Amazon, come in molti sanno, è diventato editore, con due canali: Amazon Publishing (dedicata ai libri già nella nostra lingua ma riediti da Amazon) e Amazon Crossing (dedicata ai libri tradotti da altre lingue da Amazon). Una delle cose appetibili è che questi libri sono a basso prezzo e aderiscono a KU, per chi come me ha l’abbonamento: io per ora ho letto tutti quelli di Amazon Crossing e mi sono piaciuti quasi tutti. Ma tanto tanto. Quindi, alla faccia di chi ha paura dell’Amazon cattivo, io penso che Amazon abbia gusti migliori di molte altre CE. E questo è il primo consiglio alla fine del 2015; nel 2016 mi dedicherò anche ad Amazon Publishing e vi farò sapere.
Poi, sapete tutti che qualcuno ha avuto la brillante idea di proporre versioni ridotte di alcuni libri. Io la trovo un’idea pessima, che non ha nulla a che fare, come mi hanno detto, col diritto del lettore a saltare le pagine che sostiene Pennac e che sostengo anche io. Se salto le pagine, decido io quali saltare. Se abbandono un libro, decido io perché. È una mia scelta, il mio gusto, e i gusti sono insindacabili. Io, per esempio, salto spesso le scene erotiche, perché ultimamente mi annoiano. Ma è una scelta mia: nello stesso libro un altro lettore potrebbe saltare i dialoghi o le descrizioni. Ho un’amica scrittrice che si infiamma di passione ogni volta che qualcuno descrive un capitello corinzio. Per dire. Ecco, che sia un editore a decidere, un editore di cui magari non ho molta stima (non è che stiano facendo proprio cose stupende, gli editori italiani), mi offende e secondo me offende l’autore. Già l’editore decide cosa pubblicare, e già in questo il mercato è limitato per lettori come me che apprezzerebbero libri un po’ diversi da quelli che vedo in giro (il ragazzaccio e la verginella che lo salva); che poi decida anche, dei libri, ciò che devo leggere, non mi sta bene. Io perciò propongo di comprare i libri che qui vengono proposti, ma comprarli in versione originale, intera. E poi tagliate voi. Riappropriatevi del vostro potere di lettori. Riappropriatevi del diritto di scelta. Anche perché, se delegate a un altro pure la decisione di quanto leggere di un libro, poi non avrete il diritto di commentare quel libro perché, di fatto, non l’avete letto. Avete letto solo ciò che secondo l’editore vendeva. E insomma, la mia seconda osservazione sui libri è un invito a far sentire la vostra voce di lettori e a riprendervi la libertà delle vostre opinioni. Non lasciate mai che un altro decida per voi ciò che dovete o potete leggere: a modo suo, anche questa è censura. A meno che quell’altro non sia la vostra profe di italiano e vi stia obbligando a leggere certi libri per le vacanze (salve, sono io, in quel caso non avete scampo, però, dato che li leggete per intero, potete dirmi che vi hanno fatto schifo).
Poi qualche parola a parte la voglio spendere per un libro che ho già nominato spesso: The art of asking, di Amanda Palmer, cantante e artista a tuttotondo nonché moglie di Neil Gaiman. Per me è stato la migliore lettura del 2015, uno di quei pochi libri che citerei se mi chiedessero che libri mi hanno cambiato la vita. Tanto che prima l’ho letto in e-book e poi comprato in cartaceo, e ormai in cartaceo ne compro davvero pochi, per questioni di spazio e soldi.
L’unico difetto di questo libro è che per ora è solo in inglese. I pregi invece sono infiniti. Io ci ho trovato tutta la mia storia sul web, come autrice, tante mie convinzioni, tanti spunti di riflessioni, con alcuni dei quali potrei pure essere in disaccordo (non avrò mai l’empatia totale o la fiducia assoluta di Amanda), ma insomma queste parole finalmente hanno spiegato a me stessa cosa sia Mirya, perché la mia pagina facebook funzioni, perché la mia posta elettronica sia sempre piena. Io non ci avevo pensato, che forse gli altri non facessero così. Che, insomma, non unissero i puntini uno alla volta. So che molti puntano al boom immediato e che quel boom dura il tempo in cui si pronuncia, ma non avevo mai davvero capito la differenza nell’approccio. L’ho capito perché me l’ha detto chiaramente lei; mi scuso per le mie traduzioni che seguiranno, ma io insegno Italiano, Latino, Storia e Geografia e a scuola studiavo tedesco. L’inglese l’ho imparato alla bell’e meglio da sola, e anche se lo leggo non traduco bene, ma spero che si capisca lo stesso per chi in inglese non legge proprio.

This impulse to connect the dots — and to share what you’ve connected — is the urge that makes you an artist. If you’re using words or symbols to connect the dots, whether you’re a “professional artist” or not, you are an artistic force in the world.
 When artists work well, they connect people to themselves, and they stitch people to one another, through this shared experience of discovering a connection that wasn’t visible before. Have you ever noticed that this looks like this? And with the same delight that we took as children in seeing a face in a cloud, grown-up artists draw the lines between the bigger dots of grown-up life: sex, love, vanity, violence, illness, death. Art pries us open. A violent character in a film reflects us like a dark mirror; the shades of a painting cause us to look up into the sky, seeing new colors; we finally weep for a dead friend when we hear that long-lost song we both loved come unexpectedly over the radio waves. I never feel more inspired than when watching another artist explode their passionate craft into the world — most of my best songs were written in the wake of seeing other artists bleed their hearts onto the page or the stage. Artists connect the dots — we don’t need to interpret the lines between them. We just draw them and then present our connections to the world as a gift, to be taken or left. This IS the artistic act, and it’s done every day by many people who don’t even think to call themselves artists. Then again, some people are crazy enough to think they can make a living at it.

“Questo impulso di connettere i punti – e di condividere ciò che hai connesso – è il bisogno che fa di te un artista. Se stai usando parole o simboli per connettere i punti, che tu sia un “artista professionale” o meno, tu sei una forza artistica nel mondo.Quando gli artisti lavorano bene, connettono le persone tra di loro, e le cuciono insieme, attraverso quest’esperienza condivisa di scoprire una connessione che prima non era visibile.Hai mai notato che questo assomiglia a questo?E con lo stesso piacere che proviamo da bambini nel riconoscere una faccia in una nuvola, gli artisti adulti disegnano le linee tra i punti più grandi della vita adulta: sesso, amore, vanità, violenza, malattia, morte.L’arte ci ‘apre’. Un personaggio violento in un film ci riflette come in uno specchio oscuro; le ombre in un dipinto ci portano a guardare il cielo, scoprendo nuovi colori; piangiamo finalmente un amico perduto quando sentiamo quella vecchia canzone dimenticata che entrambi amavamo passare alla radio.Non mi sento mai così ispirata come quando guardo un artista che fa scoppiare il suo incantesimo di passione nel mondo – la maggior parte delle mie migliori canzoni è stata scritta guardando altri artisti che facevano sanguinare il loro cuore sulla pagina o sulla scena.Gli artisti connettono i punti – noi non abbiamo bisogno di interpretare le linee tra di essi. Noi semplicemente le disegniamo e presentiamo le nostre connessioni al mondo come un dono – da prendere o rifiutare. Questo È l’atto di creazione artistica, e molte persone lo fanno ogni giorno senza nemmeno pensare di chiamarsi artisti.Poi invece, alcuni sono abbastanza pazzi da pensare di poterci anche vivere.”

Amanda parla anche del fatto che tutti abbiamo bisogno di essere visti, ma visti davvero; l’artista fa anche e soprattutto questo: vede e si fa vedere. In un modo intimo e spaventoso. Lei ha cominciato come una statua vivente, La Sposa, offrendo un fiore ai passanti, e guardandoli, e riporta quell’esperienza come la più significativa della sua vita.

My eyes would say: Thank you, I see you. And their eyes would say: Nobody ever sees me. Thank you.”

“I miei occhi direbbero: Grazie, io ti vedo. E i loro occhi direbbero: Nessun altro mi vede, Grazie.”

Poi Amanda racconta della persona forse più importante della sua vita, che oggi non c’è più, e che di lavoro ascoltava le altre persone. Come gli artisti. E riporta questo dialogo.

“Have you ever heard of a “sin-eater”? No, I said. Tell me. It’s when a local holy man, or a guru, takes on the sins and sufferings of the community by opening to those who are in pain, and filtering the pain and suffering. He takes all the emotional trash and, through his body, through his love and capacity to stay present, clarifies the pain into compassion. Lots of religions have their version of it. Jesus does it for the Christians. A community confession-booth attendant, basically, I said. Ha. Basically. There were professional sin-eaters in England. A guy, for money, would come around and eat bread over the corpse of a dead family member to purge the body of sin before it went to heaven. It’s also the magic and mystery of what we do—when we nail it—in psychotherapy. We take on the suffering of others, digest it, transform it. And artists? I asked. Sounds like art. Yeah, good artists do it. You know, the “Artist” and the “Medicine Man” used to be the same guy. “Musician” and “Shaman” used to be the same characters, in a way. Our jobs aren’t that different, you and me. I’ve seen you at the signing line, I’ve watched you. Eat the pain. Send it back to the void as love. Can I ask you a question? Ask, he said. Do you ever have days where you can’t take it all in, and it just makes you too sad? Yeah, beauty. It happens all the time.

“Hai mai sentito parlare del Magia-peccati? No, dissi. Raccontami. È quando un santone del luogo, o un guru, prende su di sé i peccati o le sofferenze della comunità aprendosi a coloro che stanno male, filtrando il dolore e la sofferenza. Lui assorbe tutti i rifiuti emotivi e, attraverso il suo corpo, attraverso il suo amore e la sua capacità di essere presente, trasforma, illumina il dolore in compassione. Molte religioni hanno la loro versione del Mangia-peccati. Gesù lo fa per i Cristiani. Un confessionale comunitario, in sostanza, dissi io. In sostanza.  Ci sono parecchi Mangia-peccati in Inghilterra. Un uomo, per soldi, può andare in giro e mangiare pane sul cadavere del membro di una famiglia per epurare il corpo dal peccato prima che possa accedere in paradiso. È anche la magia e il mistero di ciò che noi facciamo in psicoterapia. Prendiamo il dolore da un altro, lo digeriamo, lo trasformiamo. E gli artisti? Chiesi. Suona come l’arte. Sì, i buoni artisti lo fanno. Sai, “artista” e “uomo-medicina” in genere sono la stessa persona. “Musicisti” e “sciamani” sono lo stesso personaggio, in un certo senso. I nostri lavori non sono così diversi, il tuo e il mio. Ti ho visto quando fai gli autografi, ti ho guardato. Mangi il dolore. Lo rimandi indietro alla folla come amore. Posso chiederti una cosa?Chiedi, disse. Ci sono dei giorni in cui non riesci a sopportarlo, e ti rende semplicemente troppo triste? Certo, tesoro.  Accade tutte le volte.”

E ancora:

It has to start with the art. The songs had to touch people initially, and mean something, for anything to work at all. The art, not the artist, is what fundamentally draws the net into being. The net was then tightened and strengthened by a collection of interactions and exchanges I’ve had, personally, whether in live venues or online, with members of my community.
 I couldn’t outsource it. I could hire help, but not to do the fundamental things that create emotional connections: the making of the art, the feeling-with-other-people at a human level. Nobody can do that work for me — no Internet marketing company, no manager, no assistants. It had to be me. That’s what I do all day on Twitter, Facebook, Tumblr, Instagram, and my blog. The platform is irrelevant. I’ll go wherever the people are. What’s important is that I absorb, listen, talk, connect, help, and share. Constantly. The net gets so strong at a certain point that I can let it go for a few days — maybe weeks — and it keeps weaving and bolstering itself. But I can’t leave for very long. The net tightens every time I pick up my phone and check in on Twitter, every time I share my own story, every time I ask a fan how their project is coming or promote somebody’s book or tour. The net tightens when someone in the community loses her houseboat in a fire and tweets me for help, and I throw the information out to the fanbase, who go to work offering money, shelter, cat-sitting, and words of kindness. It tightens when two people meet in line at one of my shows, fall in love, and come to a signing line after a concert three years later, asking me to Sharpie a swelling, pregnant belly. I feel pride when I see that magic happening: the fans helping one another out, giving one another places to stay, driving one another around, helping one another with comforting words and links in the middle of the night, breaking the boundaries of “stranger” etiquette because they feel a trust and familiarity with one another under our common roof. And I feel it at my shows, when I see people standing aside to allow a short person to see the stage, or carving a path for a person in a wheelchair, or just sharing a bottle of water. We’re all helping each other. Here. Now.

“Deve cominciare con l’arte. All’inizio le canzoni devono toccare le persone, e significare qualcosa, perché funzioni. L’arte, e non l’artista, è ciò che è fondamentale perché il net, la rete abbia inizio. Il net è stato poi rafforzato e ingrandito da un insieme di interazioni e scambi che ho avuto, personalmente, nella realtà o in modo virtuale, con i membri della comunità.
Non posso demandarlo. Posso chiedere aiuto, ma non per la cosa fondamentale che crea il net: il creare arte, il comunicare intimamente con altre persone a un livello umano. Nessuno può farlo per me – nessuna compagnia di Internet, nessun manager, nessun assistente. Devo essere io.Questo è ciò che faccio tutto il giorno su Twitter, Facebook, Tumblr, Instagram e il mio blog. La piattaforma è irrilevante. Io vado dove sono le persone. Ciò che è importante è che io assorba, ascolti, parli, connetta, aiuti e condivida. Costantemente. Il net diventa così forte a un certo punto che posso lasciarlo giorni – anche settimane – e continua a nutrirsi e a crescere. Ma non posso lasciarlo a se stesso.Il net si stringe ogni volta che prendo il mio telefono e controllo Twitter, ogni volta che condivido la mia storia, ogni volta che chiedo a un fan come va il suo progetto o promuovo il libro o il tour di qualcun altro.Il net si stringe quando qualcuno nella comunità perde la sua casa mobile in un incendio e mi twitta per aiuto, e io rilancio i dati tra i fan, che si adoperano per offrire soldi, spazio, guardare i gatti, per parole e gentilezza.Si stringe quando due persone si incontrano in coda per un mio spettacolo, si innamorano, e vengono al momento degli autografi dopo un concerto, tre anni dopo, per farmi firmare una bellissima pancia incinta.Io sono orgogliosa quando vedo accadere questa magia: i fan che si aiutano l’uno con l’altro, offrendo posti dove stare, guidandosi l’un l’altro, aiutandosi con parole di consolazione nel mezzo della notte, rompendo l’etichetta “estraneo” perché sentono fiducia e familiarità l’uno con l’altro sotto un tetto comune.E lo sento durante i miei spettacoli, quando vedo la gente che si fa da parte per permettere a una persona bassa di vedere la scena, o per creare un corridoio per una sedia a rotelle, o anche solo offrirsi una bottiglia d’acqua. Ci stiamo aiutando tutti. Qui. Ora.”

Ora frullate tutto insieme, pensate e un’altra donna irriverente che lo dice come Amanda. Pensate a Mab.

Vieni qui, Bella. Guarda. Questo in cui vado sempre è un sito di fanfictions. Sono storie scritte da persone qualunque, come me e te, che utilizzano prevalentemente i personaggi di altri autori. La maggior parte dei frequentanti il sito è di sesso femminile. Ci trovi di tutto: paure, speranze, fantasie erotiche, esperienze e sogni… Prova a farci un giro, e ti accorgerai che tutto ciò che pensi e vivi lo pensano e lo vivono anche le altre, e talvolta persino gli altri, i pochi maschi che ci sono. Introverse od estroverse, belle o brutte, giovani o vecchie, intelligenti o stupide, siamo tutte legate da una stessa linea che ci unisce e ci unirà per sempre. E da qualche parte, in quella linea, c’è anche il tuo puntino.”

Il mio lavoro, come Mirya ma anche come docente, come moglie e come madre, è sempre stato questo: connecting dots and people. Vedere gli altri. Essere una sin-eater. Per me gli alunni, come i lettori, vengono uno per volta, li ascolto uno per volta, li indirizzo o cerco di aiutare uno per volta. La mia stessa esistenza o il senso che cerco di darvi, un giorno dopo l’altro, il minimo apporto che cerco di darvi, è una persona alla volta, un puntino alla volta. E questo non riguarda solo i libri, ma anche le persone: io ci sono. Non sono brava a chiedere, così come Amanda, ma sto cercando di imparare; però sono brava a dare e dunque so che non c’è vergogna nel chiedere, che è poi il succo del suo libro. Chiedere è donare fiducia ed è una cosa bellissima. I genitori che mi chiedono aiuto per i loro figli, gli alunni che incontrerò durante tutte queste vacanze e a cui regalerò libri o di cui ascolterò i problemi, i lettori che mi raccontano la loro esistenza, e quel poco che posso fare, una parola un abbraccio un aiuto concreto. Tutto questo è arte, o perlomeno lo è per me. Tutto questo è ciò che io considero il mio modo di vivere.
Io non sono una persona buona, non credo esistano persone buone. Io credo nei punti, nelle linee, nella reciprocità, nel dare un senso a tutto. Nel dare. Ora, grazie ad Amanda, ho capito che dall’altra parte di quello che do c’è qualcuno che riceve. Non so se sarò in grado di chiedere a mia volta, ci sono blocchi difficili da superare. Ma lei mi ha mostrato i miei blocchi.
Ora, io penso che chiunque mi legga da un po’ abbia capito che ho vissuto una brutta infanzia e una pessima adolescenza, causa abusi vari. Quando vivi qualcosa del genere hai due scelte: o diventi tu stesso un carnefice, o diventi l’opposto; io ho scelto l’opposto, ed è per questo che insegno. È per questo che scrivo. È per questo che ogni giorno, a qualunque ora, trovo il tempo per rispondere a e-mail, messaggi e richieste d’aiuto di alunni e lettori e sconosciuti. Perché per me non esiste altro modo di spezzare la catena, di dare un senso alla mia esistenza. E allora OK, io magari non chiedo aiuto perché per troppi anni in cambio dell’aiuto ho ricevuto botte e violenze psicologiche, ma forse, in fondo, il fatto che io offra aiuto e che gli altri lo accettino è il mio modo di chiedere. Date un senso a questa mia vita breve come un fiammifero. Che ne valga la pena, che qualcuno ne tragga giovamento, e non solo mio marito o mio figlio.
Che poi qualcuno continui su questa strada, che il mio fiore (sempre citando Amanda) venga a sua volta offerto a qualcun altro, che i fiori circolino, come le idee, i libri, l’affetto. Ieri un alunno mi ha detto che forse ha cambiato idea: forse studierà Lettere. Altri alunni me l’hanno detto nel corso di quest’anno e degli anni passati (altri disoccupati, scherza mio marito). Qualunque cosa decidano poi, va bene comunque: il fatto che ci abbiano anche solo pensato, venendo da un Liceo Scientifico, mi ha donato qualcosa.
Asking for 2016: linee e punti.
E D, veglia su mio figlio, sempre, perché è la parte migliore di me e, per me, è la parte migliore del mondo. E su mio marito, che amo moltissimo.
Buon anno.
Chiedete.
Buon anno.















9 commenti:

  1. Sei una persona buona, perché se così non fosse non avresti il potere di commuovermi. Io ci credo, ma tu non sei obbligata a farlo. Continuerò a cercare i punti e le linee. Grazie per aver contribuito a farmeli vedere.
    E chiedi. Ci sono molte persone intorno a te che non vedono l'ora di ricambiare la tua generosità.
    Un abbraccio virtuale a te e alla tua famiglia.

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    1. Ho mille emozioni negative, come tutti, ma se non altro riesco a riconoscerle e, spero, a indirizzarle il più delle volte altrove. Insomma, cerco di mangiare per primi i miei peccati, anche perché mi sembrano i più grandi.
      Guarda, li abbiamo scoperti insieme, i punti e le linee, io e voi, mentre insieme scrivevamo le storie e le facevamo nostre. Ci siete tutti voi, in quei libri, e sarete anche nei prossimi, e siete nella mia vita.
      Un abbraccio anche a te e famiglia, e tantissimi auguri.

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  2. Inizio dicendo che è un pò bizzarro esprimersi con il "tu" quando fai di mestiere la professoressa ed è una sciocca motivazione ma ero abituata ad un tono formale con i miei vecchi professori.
    Quello che hai scritto è davvero bello e purtroppo non trovo tante parole per riuscire a spiegare il tumulto di pensieri che ha invaso la mia mente dopo averlo letto.
    Non voglio fare del tuo caso un'eccezione ma è davvero difficile,trovare qualcuno che nella vita abbia subito dolori,traumi e scelga di non diventare carnefice,come dicevi tu.
    Dico questo perchè basta osservare un minimo le persone e vedere che sembra quasi che sia normale vendicarsi del male-grande o piccolo che sia-ricevuto.
    Ti ringrazio,perchè con le tue parole mi hai portato un pò di serenità in un giorno nel quale la noia mi porta pessimi pensieri.
    Avvolte è difficile non vendicarsi,non lasciare che la rabbia,il dolore,la delusione ti sgretolino tutte le tue buone intenzioni,è una lotta ogni giorno per avere buone intenzioni,buoni propositi e la maggior parte delle volte fallisce.
    Io cerco di fare il mio meglio ma sembra che non basta e sembra che il mio desiderio di essere migliore sia lontano e che rimarrà solo un desiderio espresso dalla mia mente per rendermi meno amare le giornate.
    Spero di riuscire a fare di meglio con il nuovo anno,a sentirmi meno incapace di essere migliore di me stessa in questo momento anche se cinicamente tendo a non vedere l'inizio dell'anno come un nuovo inizio.
    Ti ringrazio ancora per avermi fatto ragionare.
    Auguro che tu possa trovare soluzione ai tuoi problemi fisici e che possa essere più serena riguardo la tua famiglia.
    Mi spiace rispondere solo ad una parte del tuo posto cioè la parte che più mi ha suscitato interesse quando tu hai scritto anche d'altro.
    Buon Anno Mirya.

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    1. Penso che cercare di fare del nostro meglio sia il massimo che possiamo, e che già questo ci renda migliori.
      No, certo, un nuovo anno non è un nuovo inizio: prendiamo solo le date come simboli, magari per fortificare le nostre intenzioni; mi viene in mente la dieta che comincia sempre il lunedì o l'ultima sigaretta di Svevo: forse è il simbolo stesso, che ha qualche potere, che ci aiuta a dargli potere perché crediamo in esso - o, meglio, perché abbiamo una scusa per credere in noi stessi.
      Che è poi tutto quello che davvero possiamo fare: impegnarci, provare a credere a quell'impegno, e anche perdonarci se non riusciamo a sostenerlo.
      E ti ringrazio molto di avermi letto e di auguro davvero un inizio simbolico in cui tu possa credere in te stessa.

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  3. Cara Mirya, inizio col salutarti e farti gli auguri di buon anno. Mi è piaciuto molto questo post e mi è spiaciuto per "I ladri del 26" perché sono stati orribili e perché i ricordi non si comprano facilmente al supermercato. Come te, anche io sono stufa dei soliti libri in cui lui è un'anima dannata lei l'angelo dall'oscuro passato e si devono salvare a vicenda. È stato difficile trovare un buon libro ultimamente quindi meno male che c'è il tuo. Voglio sbirciare tra il tuo elenco su goodreada o come si chiama, per cercare qualcosa - altrimenti tornerò alle mie amate fanfiction che già conosco e amo. Io voglio credere che ci siano persone buone nel mondo, voglio essere una di quelle: dare e chiedere. Caratterialmente sono una ragazza che chiede sempre, che è curiosa e a volte troppo. Mi dispiace per la tua infanzia e adolescenza però sono felice che il tuo futuro sia bello, per quanto possa capirne leggendo il tuo blog. So che la vita è difficile, vorrei farla a modo mio perché sono giovane, facendo quello che mi piace ma coi miei tempi. Il mondo questo sembra non comprenderlo: sembra ci sia un'età per tutto (patente, figli, lavoro, scuola) e io non sopporto di non avere tempo. Voglio credere di avere tutto il tempo del mondo perché sono giovane e me lo meritano, come se lo meritano tutti gli altri. Voglio essere una brava persona.
    Con affetto, la tua lettrice

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    1. Ciao Madin, buon anno anche a te.
      Il mondo non dovrebbe proprio entrare nei tuoi pensieri e nei tuoi piani: sei tu che decidi per te stessa e dai un ritmo alla tua vita. Pensa solo che temo fa le donne a quindici anni erano già madri, oggi per fortuna non è così (o perlomeno, non è abituale che sia così).
      Sì, credo anche io che la vita sia difficile, eppure niente di ciò che davvero ci dà gioia si ottiene senza difficoltà: in fondo è come scrivere un libro, che richiede tempo e fatica e nottate insonni e momenti di frustrazione e indecisione, però alla fine ti soddisfa.
      Viviamo come scriviamo o scriviamo come viviamo: in entrambi i casi, fai tu la lunghezza dei capitoli e del romanzo e il ritmo della narrazione.
      Un abbraccio e tanti auguri.

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    2. Cercherò di seguire il tuo consiglio; per intanto ti dico che ho comprato Trentatré e spero che sia quel qualcosa di illuminante che sto cercando! Un bacio

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  4. Mirya,
    mi sono commossa per ciò che hai scritto.
    Hai un potere speciale che è quello di avere la forza di dare.
    Hai dato e dai un senso alla tua vita, dai tempo al tuo prossimo, dai serenità agli altri, quella che ti è stata rubata in passato, dai tempo a noi perfetti sconosciuti, dai sempre e comunque...
    Queste tue qualità le ritrovo leggendo i tuoi libri, riesci a trasmettermi un forza incredibile, riesci a scuotere il mio essere, creando nuovi punti e spunti di riflessione.
    Sei come il mio personale sassolino lanciato nel lago della mia anima, riesci a creare onde e smuovere le acque.
    Sei soprattutto vera e di questi tempi persone come te sono una rarità.
    Queste mie righe non vogliono essere una ODE a te, ma un semplice riconoscimento alla persona che sei.

    Grazie...

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    1. Ricevo anche tanto: da te, da voi, da tutti i lettori, dagli alunni, dalla mia famiglia adottiva. Per tanti versi sono una persona fortunata, e vorrei poter condividere un po' di questa fortuna.
      Grazie a te.

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