domenica 17 gennaio 2016

Stupido è chi fa stupidi gli altri

Allora.
Quest’anno mio figlio ha cominciato le elementari, e sono stati guai.
Molti dicono che siamo destinati a ripercorrere gli errori dei nostri genitori; io non credo nel destino, ma a volte sospetto che siamo portati a commettere invece gli errori contrari, proprio nel tentativo di non assomigliare ai nostri genitori. Io ho iniziato a leggere da sola a quattro anni e mezzo, e questo non è merito né colpa di nessuno: ero così e basta. Poi però sono stata, forse anche a causa di questa precocità, pressata in continuazione perché eccellessi negli studi. Il fatto è che non ce ne sarebbe neppure stato bisogno: adoravo e adoro studiare, è la cosa che mi riesce meglio. Ma quando capisci che anche per la tua famiglia tu sei solo quello, un voto su un registro, allora quel voto ti diventa antipatico, è una camicia di forza, e passi una vita a chiederti se lo prendi per te stessa o perché non stringano di più la camicia. Perciò il mio intento è sempre stato non pressare Andrea (il patato), ma lasciarlo giocare senza aspettative finché non fosse andato a scuola. Certo, all’asilo, l’ultimo anno, c’era già il prescuola, facevano già dei piccoli libri, e andava tutto bene, anzi, benissimo: Andrea adorava i libri – l’ha sempre fatto e cercava sempre di fare più esercizi. Per cui ero tranquilla: avrebbe avuto magari i suoi alti e bassi, i suoi punti di forza e quelli di debolezza, ma non avrebbe avuto grossi problemi. Ero tranquilla. E i genitori che mi leggono sanno che è proprio quando sei tranquillo che ti cade addosso il mondo.
All’inizio non ce ne siamo accorti: andava a scuola volentieri, facevo i compiti ogni pomeriggio con lui e li svolgeva tutti, senza problemi. Solo a metà novembre è saltato fuori per caso che lo prendevano in giro, perché leggeva peggio degli altri. Solo a dicembre la maestra ci ha detto che in effetti era indietro rispetto ai più, e che lei proprio non poteva evitare che gli dessero dello stupido. Lei proprio non poteva evitare che gli dessero dello stupido. E quindi toccava a noi, insegnargli a leggere bene, in modo che non gli dessero dello stupido. Lo riscrivo: toccava a noi, insegnargli a leggere bene, in modo che non gli dessero dello stupido. Cosa c’è di sbagliato in questa frase? Tutto. Comincio dalla fine.
In tanti anni di insegnamento, non ho mai dato dello stupido a un mio alunno, e non ho mai pensato che uno di loro fosse stupido. Ho visto capacità e abilità diverse, concretizzarsi in voti diversi in materie diverse, in debiti e bocciature, ma sono sempre stata certa che l’intelligenza fosse di mille tipi, e che a scuola ogni materia ne misurasse uno soltanto. Oh, non sono coccolosa coi miei alunni: spesso do loro dell’ebete o dell’imbecille, ma senza mai cattiveria, e non per i risultati scolastici, ma per il comportamento: se ti comporti male quando sai che poi comunque la pagherai cara, sei un ebete. O, come diciamo in ferrarese, tiè n’imbezil, dai, perché ti freghi con le tue stesse mani, e se invece magari imparassi a contenerti un minimo ne ricaveresti un vantaggio. Ma siccome poi lo stesso dico a volte di me stessa, anche davanti a loro, e siccome i miei alunni dell’attuale quinta hanno fatto il toto-idiota, pavoneggiandosi ogni volta che lo dicevo facendo loro guadagnare punti, potete ben capire che nessuno si è mai offeso, anzi, perché l’intento non è offensivo. Perché non ho mai messo in discussione la loro intelligenza, né pensato di avere gli strumenti o il diritto di farlo – quelli, per me, li ha solo D.
Quindi, maestra, che tu non comprenda la gravità di dare dello stupido a un bambino, che poi si convince di essere stupido, che tu non abbia mai spiegato ai tuoi alunni, che affrontano per la prima volta la scuola e che si porteranno dietro quella prima volta per sempre, che non esiste LA stupidità e che ognuno ha una sua intelligenza specifica, è gravissimo, perché mi fa sospettare che non lo sappia nemmeno tu, che ognuno ha la sua intelligenza specifica.
Che poi tu lasci che mio figlio sia preso in giro e umiliato, perché i suoi compagni glielo dicono davanti a te, perché tu glielo lasci dire, perché tu non sai proprio fermarli, è ancora più grave, perché mi dice che non hai il polso della situazione. E se non hai il polso della situazione sui bambini di prima elementare, che hanno affrontato la scuola anche con un po’ di terrore, come avrai il polso della situazione mano a mano che cresceranno e saranno sempre più ribelli? Come impedirai che venga deriso o offeso il compagno di classe nero o quella che ha l’insegnante di sostegno? Come faranno loro, che al primo incontro con un’insegnante hanno imparato che l’insegnante non sa proprio fermarli, ad avere anche in futuro rispetto per gli insegnanti?
Io so una cosa, dei docenti, una cosa che ho imparato in tanti anni di mediazione tra le classi e alcuni colleghi: che se sono bravi, e se c’è un problema di malintesi o altro, puoi parlare con loro e risolvere la situazione. Se non sono bravi – e una che mi dice la frase che ho riportato non è brava –, parlare con loro non ha senso, perché non riusciranno mai a mettere in discussione se stessi. Così ci siamo rimboccati le maniche, siamo tornati a casa e abbiamo affrontato la situazione.
Sollecitato con delicatezza, il patato ha ammesso che sì, lo prendono continuamente in giro, anche con cattiveria; e che lui si è convinto di essere davvero stupido, perché ancora non legge fluidamente come molti compagni. L’abbiamo subito rincuorato, ma era chiaro che non bastava: aveva bisogno di rimettersi in pari e anche di prendere fiducia in se stesso. E qui c’era il secondo errore della maestra: toccava a noi, insegnargli a leggere bene. Che è sbagliato sotto mille punti di vista. Innanzitutto io non ho le competenze, io credo nelle competenze specifiche, motivo per cui mi inalbero ogni volta che un genitore vuole fare il lavoro dei docenti. Io sono una profe di Italiano, Latino, Scuola e Geografia delle scuole medie superiori. La mia didattica è altro. Non si tratta di saper riconoscere una A o di fare un’addizione, è chiaro che quello so farlo, ma non ho studiato per insegnarlo. Non so come leggano o scrivano gli altri bambini, perché questo è il mio unico figlio, non ricordo un granché della mia infanzia e io comunque ero diversa e praticamente imparavo da sola. So che sembra semplice: sappiamo tutti leggere e contare. Ma la mente dei bambini funziona in modo diverso e ci vuole la giusta professionalità per trovare il metodo giusto. Professionalità che io non avevo, ma che avrebbe dovuto avere l’insegnante.
Abbiamo messo insieme le molte parole dette dalla maestra, le poche parole strappate ad Andrea, e infine abbiamo ricostruito gli eventi.
Primo: Andrea si distrae tantissimo, emotivamente parlando è molto bimbo, si fa le sue storie in testa, disegna sempre, guarda fuori dalla finestra. Ma non disturba. E quindi lei non lo richiama spesso, perché anche se non è attento lui rompe poco. Ma lui sta pensando ad altro e non ascolta nulla. Perciò ogni giorno, a casa, mi sono messa a riguardare i quaderni e a rispiegargli, come riuscivo, quel che avevano fatto in classe. La cosa non è stata facile, perché la maestra non ha dato un orario delle lezioni, fa lasciare tutti i libri e i quaderni a scuola e decide di giorno in giorno, di ora in ora, cosa fare. E a casa ci dà solo il quaderno per i compiti per il giorno dopo. Ma comunque.
Secondo: i compiti assegnati erano molto, molto più facili di quello che facevano in classe. Me ne sono accorta perché faceva i compiti con grande facilità, ed era per quello che non avevo avuto alcun sospetto prima, ma poi a scuola raccontava di cose diverse, di letture complete, più lunghe e difficili. Allora ho cominciato a fargli fare dei compiti in più, attingendo alle mie scarse memorie, a libri aggiuntivi, a quaderni che teniamo solo a casa, anche alle riviste per bambini che si trovano in edicola. Gli ho fatto leggere la lista della spesa quando andavamo a farla, la ricetta dei biscotti che abbiamo preparato per Babbo Natale, perché mi guidasse lui. Si è pure divertito.
Terzo: Andrea credeva che non ne valesse la pena, perché si era convinto di non essere in grado. Dopo neanche tre mesi di scuola, si era convinto di non essere in grado. Quindi l’ho incoraggiato molto, ma anche spronato, facendogli capire che poteva fare di tutto, ma doveva impegnarsi per rimettersi al passo, portandogli ad esempio Hermione, che studia più di tutti – abbiamo iniziato i film di Harry Potter, stasera vediamo il quarto. Poi gli leggerò i libri, dato che ho comprato la versione illustrata, che è magnifica e che ha pure portato a scuola.
I giorni prima delle vacanze di Natale sono passati all’insegna dei compiti aggiuntivi, dei pomeriggi di lettura, di qualche lacrima di frustrazione versata quando non ce la faceva, di tante coccole, di qualche sgridata quando si distraeva.
Poi, il 23 dicembre, me lo ricorderò sempre, siamo andati a fare la spesa, Andrea ha voluto un libro sui pesci e ha cominciato a leggere tutti i nomi. E non si staccava più. Prima di cominciare la scuola aveva sempre un libro in mano, anche se solo per sfogliare le immagini o leggere i numeri, poi aveva smesso, per la sfiducia. Quel giorno l’ha ripreso in mano, per leggerlo.
Le vacanze di Natale sono state anch’esse piene di compiti, di spiegazioni, di piccole letture. E se è stata dura per lui, lo è stata anche per me, perché si tratta di ore e ore di compiti invece di giochi con mio figlio. O anche di tempo per me, per correggere i miei compiti in classe, preparare le lezioni, scrivere libri – se Beta arriverà in ritardo sapete perché, e spero mi capirete: passo dalle due alle tre ore al giorno solo a rifare la scuola a mio figlio.
Quand’è tornato a scuola aveva fatto passi da leone in avanti, ma già dalle prime lezioni ho visto che ricominciava la solfa: i compiti per casa erano troppo facili, e non ricordava le spiegazioni della maestra. Perciò ho capito che così sarà fino alla fine dell’anno e forse delle elementari: lui viene a casa, io guardo cos’ha fatto, glielo rispiego, lui lo capisce subito e poi gli faccio fare compiti più difficili. E ora il patato sorride, quando fa quelli che chiama “i tuoi compiti, mamma”. Anzi, “maestra”: un giorno mi ha chiamato così perché “tu sei una profe, e comunque sei tu che mi insegni”.
Racconto questa storia perché magari serve ad altri, perché ho sentito molte, moltissime amiche che hanno avuto problemi simili con i figli, all’inizio delle elementari, problemi poi risolti con questo stesso metodo o altri, e spesso risolti anche di punto in bianco: a un certo punto i bimbi fanno un balzo, non si capisce come, scoppiano come popcorn e da allora vanno avanti da soli, a velocità supersonica. Perché non esiste uno stupido. Esiste però un comportamento stupido, ed è quello della docente – delle elementari, delle medie o delle superiori – che fa sentire stupido un alunno. Non ce l’ho con lei, perché so che non è semplicemente il suo mestiere. All’inizio dell’anno ha esordito dicendo che lei ha l’abilitazione per le superiori, e che i suoi anni migliori sono stati i primi, quando ha insegnato lì. Il fatto che lo ripeta in continuazione mi fa capire che ora si sente incastrata, sottovalutata, forse anche annoiata. Non so come sarebbe stata come profe alle superiori, so che alle elementari non è il massimo, ma sono sempre della stessa idea: non sappiamo nulla della vita degli altri. La rabbia, che pure ho provato all’inizio, è scemata quando mi sono ripetuta questo mantra. Non potevo cambiare lei, ma potevo aiutare mio figlio, e su questo mi sono concentrata.
Se vi capita, vi consiglio di non affrontare l’insegnante di petto, e di non insegnare ai vostri figli a non rispettarla, perché questo farebbe sì che loro non avessero mai più rispetto della scuola in generale. Aiutate i vostri figli e abbiate fiducia: sono come chicchi di mais. Prima o poi scoppieranno, in senso positivo. Qualcuno alle elementari, qualcuno alle medie, qualcuno alle superiori, qualcuno ancora dopo. Ma ognuno ha la sua intelligenza specifica e le sue uniche abilità. A meno che non si comporti da ebete mettendosi nei guai a livello comportamentale e privandosi della possibilità di mettere a frutto quelle abilità.
Il patato ha imparato che sa leggere un po’ peggio degli altri, ma sa contare e fare addizioni meglio degli altri, che non è un granché negli sport, ma disegna in modo incredibile. E ha comunque voglia di leggere, legge tutto, in continuazione, sforzandosi perché non vede l’ora di poter leggere Harry Potter da solo.
 “Ognuno ha i suoi talenti”, mi dice lui stesso, citandomi.
E io so che adesso ci crede.






16 commenti:

  1. Complimenti per questo pezzo interessante; leggere queste cose mi fa arrabbiare tantissimo, ma serve anche per riflettere. Grazie per aver condiviso una parte importante della tua vita privata. Se posso permettermi un suggerimento (pur non avendo esperienza in materia), credo che forse valutare un cambio di classe o di scuola potrebbe essere un'idea: credo sia ingiusto che il bambino debba affrontare cinque anni (anzi, i primi e importanti cinque anni di un lungo percorso scolastico) con una docente incompetente e priva di empatia. Non è compito dei genitori sostituirsi in tutto e per tutto agli insegnanti quando questi non sanno fare il loro mestiere (ovviamente non si sta parlando del seguire un figlio nel suo percorso, che è normale, nè di invogliarlo a leggere e scoprire altro al di fuori della scuola: si parla di passare "dalle due alle tre ore al giorno solo a rifare la scuola a mio figlio", il che è allucinante). Tu e tuo marito non siete tenuti a tollerare tanta incapacità né a caricarvi di lavoro extra, e vostro figlio merita il meglio.
    Un abbraccio al piccolo patato, con l'augurio sincero che possa trovare a scuola un ambiente sereno e stimolante da amare e che possa sbocciare come il fiore che è.
    Sarah (quella della tesi)

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    1. Io ero della tua stessa idea, e l'ho proposto subito a mio figlio; ma in quella classe ha tutti i suoi amici e non vuole. Anche se ne abbiamo parlato molto, anche se gli ho fatto notare che alcuni di quegli amici lo deridono, lui sentirebbe il cambio di classe come una sofferenza e un fallimento. Ci ho provato, anche a distanza di giorni, a riparlarne, ma alla fine ho dovuto accettare che era proprio quello che lui voleva, e per ora provo ad ascoltare i suoi desideri. Fermo restando che se la situazione peggiora o noto in lui segni di disagio finirò per decidere io, ma per ora provo a dargli la possibilità di mettere in gioco se stesso. Non la ritengo una scelta giusta, credo sarebbe giusto cambiare classe, ma forse sto di nuovo facendo gli errori opposti a quelli dei miei genitori: loro mi hanno imposto tutto e io cerco di non imporre le cose a mio figlio. O almeno non subito, perché cerco di dargli il tempo di risolvere le cose.
      Grazie mille degli auguri, Sarah, è bello rileggerti!

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  2. Decisamente allucinante!
    Sei molto diplomatica nel fare considerazioni sull'insegnante di tuo figlio, ma l'unica osservazione possibile è che non sta facendo il suo mestiere, anzi lo sta facendo in modo dannoso.
    Sono assolutamente d'accordo con il suggerimento che ti è stato dato: sarebbe meglio cercare un'altra scuola e permettere a tuo figlio di fare un'esperienza diversa.
    Io insegno alle medie e talvolta mi arrivano ragazzini devastati dalle elementari e genitori che raccontano di esperienze da mettersi le mani nei capelli. Di solito io chiedo perché non hanno cambiato scuola quando si sono accorti dell'esperienza negativa che i figli vivevano e in genere la risposta è che non volevano separarli dagli amici. Ma a quel punto il pentimento dei genitori di non essere stati più decisi precedentemente è grande ed è molto più difficile recuperare non tanto le conoscenze, ma un atteggiamento positivo dei ragazzi nei confronti della scuola. Io sinceramente non mi sono mai trovata in questa situazione coi miei figli, ma se fosse capitato non avrei lasciato che vivessero cinque anni di disamore alla scuola. Anche perché a quell'età i rapporti di amicizia sono molto mutevoli e i bambini sanno stringerne di nuovi con grande facilità.
    Comunque l'aspetto più grave mi sembra quello di una maestra che non riesce a catturare l'attenzione di un bambino di sei anni. A quell'età sono desiderosi al massimo grado di imparare: capisco che Andrea possa distrarsi, ma com'è possibile che la maestra si accontenti che stia buono e non dia fastidio?
    Mia figlia ha una compagna di classe con una diagnosi piuttosto pesante relativa a problemi di apprendimento: la mamma di questa bambina un giorno mi diceva che lei è stupita per la stima di sé che questa bambina ha, nonostante le incredibili fatiche che vive quotidianamente per sostenere l'impegno scolastico. E grande merito va alle maestre che valorizzano quello che con fatica riesce a fare e glissano su ciò che proprio non le riesce. Il fratello con una diagnosi simile ha invece vissuto anni di frustrazione. Chi insegna deve trovare il modo di valorizzare il ragazzo che ha di fronte.
    Quando mi sono laureata in lettere classiche, volevo assolutamente insegnare latino e greco e disdegnavo l'insegnamento nelle medie. Poi dopo qualche mese mi hanno chiamata per un colloquio in una scuola media, mi hanno presa in prova e ho iniziato a insegnare lì. Sono stata fortunata perché ho trovato colleghi meravigliosi, che mi hanno insegnato moltissimo. Sono passati alcuni anni, durante i quali tra l'altro ho anche ottenuto l'abilitazione per insegnare latino e greco. Nel tempo però mi sono accorta che insegnare alle medie è molto bello per diversi motivi: quello che per me è più convincente è che in tre anni i ragazzi vivono un momento di crescita molto intenso e rapido, che tutte le volte mi sembra incredibile e che è appassionante seguire da vicino.
    Lo so, sono un po' sconclusionata, ma quello che voglio dire è che uno può anche pensare di non essere al posto giusto, ma se fa con passione quello che la realtà gli chiede in quel momento, non è possibile che non trovi la bellezza di quello che sta facendo. E poi, perdonami, ma come è possibile andare a dire ai genitori dei propri alunni: "Io dovrei essere da un'altra parte"?!
    Scusa lo sproloquio, ma quando sento esperienze come la tua mi chiedo come sia possibile che esistano insegnanti che lavorano in questo modo. Io ho tanti difetti e so che tante volte sbaglio, ma per i miei alunni desidero che possano sbocciare secondo i tempi che ciascuno di loro ha.
    Buon lavoro

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    1. Credo che molte persone non facciano proprio il lavoro che all'inizio avevano in mente, ma se riescono a trovarvi comunque i lati positivi possono amarlo: anche perché insegnare è bello a ogni livello - e faticoso a ogni livello. Certo che,quando l'ho sentita lamentarsi ancora dopo circa quindici anni che insegna alle elementari, ho capito proprio che questa cosa le aveva impedito di trovare il bello in ciò che fa. E mi ha anche stupito una docente che, ai genitori dei suoi futuri alunni, parla di se stessa e del proprio curriculum invece che del lavoro che intende fare con i bimbi: io non ho mai raccontato il mio percorso lavorativo ai genitori dei miei alunni, perché non lo ritengo d'interesse per loro.
      Anche a me sembra molto grave che non riesca a interessarlo, perché in genere è curioso di tutti e si interessa a tutto, almeno con me; e se è vero che i bimbi e i ragazzi sono diversi a casa da come sono a scuola, è anche vero, come dici tu, che a quell'età ci sono mille modi di interessarli ancora, per fortuna.
      La prima la finisce per forza lì, cambiare a metà dell'anno non è mai positivo, nemmeno per quelli a cui insegno io, ma per l'anno prossimo ci voglio pensare molto bene, anche insieme a lui, o alla fine decidendo io per lui. In altre parole: o lui riesce da solo a trovare interesse per le materie, e prende fiducia in se stesso, o lo sposto. Non sono ancora decisa anche perché, nonostante tutto, per ora è abbastanza tranquillo: non ha patemi il lunedì ed esce sempre col sorriso; però è anche vero che i bambini spesso ne risentono a posteriori, quindi ci vado coi piedi di piombo e controllo i suoi progressi, non solo didattici ma emotivi. La decisione non è facile perché si tratterebbe o di lasciarlo in quella scuola e metterlo a tempo pieno - il suo corso è l'unico con tempo normale - o di cambiargli proprio scuola e portarlo in un quartiere diverso e lontano. Ma alla fine deve comunque prevalere il suo bene, per quanti disagi questo possa creare in termini organizzativi.
      Grazie per la tua esperienza e per i tuoi consigli, davvero.

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  3. Ciao Mirya,
    come ti capisco…ti racconto le esperienze scolastiche dei miei figli.
    Il grande ha avuto un percorso scolastico travagliato: ha avuto delle insegnati in prima elementare e poi sono state sostituite interamente in terza ed in quarta…hai presente come sia difficile all’età del tuo patato dove imparare metodi nuovi ogni volta e per ogni maestra senza avere continuità didattica??? Perché se i programmi di italiano e matematica sono sempre quelli i metodi di insegnamento cambiano, te lo assicuro.
    Ha trascorso anni di frustrazione, nessun incoraggiamento, nessun aiuto ed i suoi voti sempre medio bassi (perché i voti fanno l’alunno…che cavolata!!). Sempre escluso dei giochi perché stupido, scemo ecc…
    Ho chiesto aiuto alle maestre e se, secondo loro, avesse bisogno di altri supporti e loro, di volta in volta negli anni, mi dicevano sempre le stesse cose: non sta attento, non capisce, non è capace di stare con gli altri…ed io a casa mi mangiavo il fegato tra spiegazioni, aiuti ecc… E la sua autostima pari a -20???? Senza parlare dei favoritismi verso i migliori che venivano incoraggiati e premiati mentre gli altri no…che schifo!!!
    La cosa che mi ha fatto veramente arrabbiare è stata la consegna della pagella di quinta elementare (non avrei più rivisto le maestre perché una si trasferiva ed una andava in pensione, per fortuna), mentre mi consegnavano il documento una maestra mi ha detto freddamente ed in modo sbrigativo “fallo vedere da uno psicologo perché ha dei problemi” e subito dopo ha chiamato la mamma dopo di me. Sono rimasta talmente male che mi sono bloccata e non sono riuscita a rispondere, fosse adesso la sbranerei ‘sta str__za!!! Come puoi tu, insegnante, mollare una bomba del genere senza spiegazioni?!?!?! Immagina il mio stato d’animo..
    All’inizio della prima media i voti erano più negativi che positivi e lui si lamentava che non riusciva a concentrarsi. A quel punto ho deciso di prendere la situazione in pugno e così senza il supporto di nessuna insegnante, che presumo dovrebbe riconoscere alcune problematiche, ho fatto alcune ricerche ed ho trovato una specialista nei problemi cognitivi in età scolastica. L’ho contatta e dopo aver eseguito alcuni test mi ha detto mio figlio che aveva un deficit di concentrazione e che, di contro, aveva un’intelligenza superiore alla media. Capisci, un’intelligenza superiore alla media e veniva trattato come una pezza da piedi!!!! Mi si è aperto un mondo: questa Dott.ssa mi ha spiegato che, non riuscendo a concentrarsi, a scuola non stava attento perché avrebbe dovuto avere più tempo per capire la spiegazione, non capiva perché avrebbe avuto bisogno di un aiuto dalle maestre e non riusciva a stare con gli altri perché, impiegando più tempo ad assimilare le spiegazioni, veniva emarginato in quanto scemo e stupido…e le maestre NON SI SONO MAI ACCORTE di nulla?!?!?!? Ma i corsi di aggiornamento di pedagogia non si fanno??? Quindi dalla seconda media abbiamo iniziato dei training per migliorare questo deficit di concentrazione, i voti sono migliorati, la relazione con i compagni è migliorata ed è più felice. Ora alle superiori è uno dei migliori anche se è sempre un adolescente indolente che va pungolato ;-P

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  4. Invece il piccolo, che ha frequentato nello stesso plesso del mio primogenito, ha avuto una maestra fantastica per tutti i cinque anni. Una maestra felice di fare il suo lavoro e che, da sempre, al mattino sorride, abbraccia e bacia i suoi alunni (che pare una cosa banale, ma nessuno lo fa). Tratta allo stesso modo i bambini preparati e quelli che hanno piccoli deficit.
    Lei è molto severa e pretende in base alle capacità di ogni bambino, è dolce e molto attenta ai loro problemi, insomma è la maestra che tutti dovrebbero avere. Oltretutto ha preparato così bene gli alunni che il mio cucciolo, che è in prima media, ancora oggi sta ancora vivendo di rendita degli insegnamenti ricevuti.
    Ti ho raccontato tutto questo Mirya perché sono molto convinta del fatto che gli anni delle elementari sono fondamentali per il futuro dei nostri figli, sia dal punto di vista scolastico/didattico che da quello umano. In questo quinquennio hanno il primo approccio con il mondo della scuola, qui i bambini imparano non solo i primi concetti e poi approfondiranno, ma anche il rispetto verso gli altri e le regole di vita, insomma dovrebbero costruirsi basi solide ed in tutto questo percorso i bambini hanno il diritto di avere un insegnante che li sa accompagnare nel modo giusto.
    Quindi non sei tu che DEVI insegnare a tuo figlio (oltretutto i metodi rispetto ai nostri tempi sono cambiati) ma pretendere che la maestra lo faccia, il tuo compito è quello di aiutarlo, supportalo e stargli accanto in quanto mamma e non professoressa, ma soprattutto devi dire a questa “persona” che i bambini devono essere aiutati e che devono imparare a rispettarsi a vicenda; tutti i bimbi sono bravi, qualcuno arriva prima e qualcun altro un pochino dopo, ma tutti arrivano alla meta.
    PEDAGOGIA ed amore per il suo lavoro, ecco cosa manca alla maestra del tuo patato.
    Ora che rileggo mi spiace essere stata così prolissa ma è un tema che mi prende parecchio,, scusami ancora.

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    1. A me non dispiace affatto, primo perché l'argomento sta molto a cuore anche a me, non solo come mamma, ma anche come insegnante che li prende poi e che spesso si sente raccontare di alunni rovinati alle elementari che ancora non si sono ripresi; e secondo perché, come sai, sono prolissa anche io.
      Concordo che non dovrei farlo io, anche perché rischio di assumere per lui un ruolo troppo preponderante, rischio che in qualche modo il suo mondo inizi e finisca con me e questo potrebbe causargli altre insicurezze, se sono mamma e amica e maestra; però ho capito il tipo, e so che parlarle la farebbe accanire su mio figlio, anche perché io faccio il lavoro che vorrebbe fare lei (e lo sa, perché tra i numeri di emergenza ho dovuto mettere quello del mio Liceo, dato che non posso tenere il cellulare acceso a scuola). Ho visto ripercussioni del genere anche nella mia scuola, praticate da docenti poco bravi e contestati, e so come poi stanno i ragazzi, figuriamoci i bambini.
      Cambiare classe anche secondo me sarebbe la cosa migliore, ma il cambiamento sarebbe notevole: o lo metto al tempo pieno, dato che il suo è l'unico corso a tempo normale, col rischio che lui la viva come una punizione perché deve fare più ore a scuola dato che non ha imparato abbastanza; o gli cambio proprio scuola e lo porto in un quartiere lontano, dove può fare il tempo normale ma mi deve fare prescuola e doposcuola perché non riesco a portarlo o andarlo a prendere in tempo. In entrambi i casi lui farà più ore a scuola, per colpa di questa maestra, ma per quanto io gli possa ripetere che non ha sbagliato nulla temo l'introspezione del senso di colpa tipica dei bambini.
      E, altro dubbio: se poi dove lo sposto trovo un'altra incapace? Perché le possibilità mi paiono cinquanta e cinquanta, e lo stesso vedo tra i miei colleghi; o almeno trenta negative e settanta positive, e quel trenta è pericoloso: significa sradicarlo dai suoi amici, mandarlo più tempo a scuola perché poi si trovi male comunque.
      Io sono una docente e sosterrò sempre il mio lavoro, a qualunque livello, come un lavoro molto duro e degno del massimo rispetto; ma non sono cieca e vedo tante pecche del nostro sistema scolastico che non testa a sufficienza ogni insegnante. Per questo vorrei ispettori sempre attivi, che facciano controlli random spesso. Mi piacerebbe molto che venissero a controllare me, e che lo facessero con gli altri: non ho nulla da nascondere e sono fiera di come lavoro e stanca di pagare il disdegno per colpa dei miei colleghi.
      Che poi questi danni vengano fatti a mio figlio, mi spezza il cuore, proprio perché so invece quanto può essere bello e importante insegnare, se fatto con impegno e passione. E non mi capacito che molti non abbiano né l'uno né l'altra, e distruggano così la nostra scuola.
      Grazie della tua condivisione, che mi permette il confronto e la riflessione. Un abbraccio ai tuoi meravigliosi figli!

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  5. ciao Mirya, mi permetto di darti la mia opinione, sulla mia esperienza e le mie valutazioni. Mio figlio fa la 3 elementare in un istituto privato. Non devo spiegarti la rabbia e la frustrazione l'anno passato quando mi sono ritrovata a dover valutare un cambio di scuola. Ho passato notti a valutare cosa fosse meglio fare, ad oggi non so ancora se ho fatto la cosa giusta o meno, sia chiaro, però mi dico sempre che ho fatto e sto facendo quello che ho ritenuto meglio per lui con testa e cuore e un giorno, se avrò sbagliato, so che mio figlio proprio per il bene che gli dimostro, potrà capire. Noi non abbiamo cambiato scuola, ma abbiamo cambiato sistema. Sistema di studio e di approccio con le maestre. So anche io che una madre non dovrebbe rifare quanto spiegato a scuola e che è un peso per un bambino fare compiti aggiuntivi, ma se hai la sfortuna di trovare una maestra che ha sbagliato vocazione devi purtroppo adeguarti e cercare una soluzione. Io ho avuto paura, lo ammetto, paura che potesse andare peggio, paura che oltre alla maestra capitasse in una classe dove non si trovasse bene. Lui con i suoi compagni, e alla fine anche con le maestre sta bene, e non me la sono sentita di toglierlo e mandarlo nell'ignoto, col rischio che potesse pensare che la colpa fosse sua.
    Se il patato emotivamente sta bene, valuta bene cosa ti conviene, diverso è se ha un malessere diverso dal rendimento. Noi ci siamo rimboccati le maniche, questo l'ha portato a essere sempre pronto e ad avere ottimi risultati. E' dura sia per lui che per noi, ma fatto questo, da genitori, abbiamo avuto le carte in mano per cambiare approccio con le maestre ed ora non ci muore più nulla in bocca, e insieme lo difendiamo (ovvio se è da difendere) con fermezza. Io ho provato così, impegnandoci insieme a casa e chiarendo con le maestre quello che non ritenevo giusto. Sia chiaro, non ho sindacato mai sul metodo di insegnamento, ma sull'approccio col bambino si, e tanto anche.
    Sono stata fortunata,all'inizio di quest'anno una delle maestre è stata spostata e con le altre avendo ben chiarito alcuni loro comportamenti abbiamo per ora trovato una stabilità. Dovresti vedere a volte quando si trovano una mamma educata ma alterata davanti come si ridimensionano.
    Io non sto dicendo di aver trovato la soluzione, ma mi sono data tempo e ho cercato una soluzione alternativa, e se col tempo non dovesse essere quella giusta c'è sempre l'opzione cambio.
    Per quanto riguarda il rendimento e l'apprendimento per ora sono alle elementari, sono convinta che puoi farcela. Non so questo quanto potrà durare, ma i bimbi maturano e anche molto velocemente, arriverà il momento che andranno da soli.
    Sui pessimi commenti della maestra invece se mi posso permettere devi essere inflessibile. Tuo figlio non è stupido, stupida è lei se permette che nella sua classe si usino termini del genere, non lasciarglieli passare. Mai.
    Ti faccio notare un'ultima cosa. Un bambino di prima elementare a novembre non sa leggere. Nella nostra classe e in tante altre dalle mie parti a Natale "sillabavano", pochi riuscivano a leggere e nessuno in modo fluido, e anche se un bimbo è partito un po' più lentamente non è detto che poi non abbia recuperato.
    Secondo me è molto una questione di esercizio ora e fare valutazioni di apprendimento in questo momento è molto sciocco, per non dire altro, da parte di una maestra.
    Non è nemmeno finito il primo quadrimestre!
    Non mollare e prendila con le pinze. Un abbraccio
    Sonia

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    1. Grazie mille, Sonia, per la condivisione della tua esperienza. Lui al momento non è troppo stressato dal punto di vista emotivo, anche perché ha visto lui stesso i miglioramenti e alla fine sono arrivati anche i risultati. Non è stato facile, ridargli fiducia in se stesso, però credo che siamo sulla buona strada.
      Da docente, io ho un approccio forse un po' strutturato: ho bisogno di sapere che mio figlio può cavarsela, perché so che, a ogni stadio scolastico, potrà trovarsi davanti qualcuno che lo offende. Devo riuscire a costruire in lui quella sicurezza che gli permetta di andare avanti, chiunque di trovi dietro la cattedra, perché ne vedo troppi crollare anche alle superiori e anche all'Università, solo perché si lasciano convincere dalle parole degli altri. Per questo sto cercando di mediare, di dargli fiducia in se stesso prima di spostarlo, o al posto di spostarlo; ma sia chiaro che lo sposterò se le cose dovessero farsi dolorose, ovviamente.
      Mi spiace molto sentire che anche tu hai vissuto una situazione incresciosa: sono sempre più convinta, da docente che adora il suo lavoro (e che arriva a notte stremata per questo), che ci dovrebbero essere esami e ispezioni continue, non solo dal punto di vista dei contenuti ma anche della psicologia. I docente, secondo me, dovrebbero essere selezionati più attentamente - e però magari anche considerati meglio. Ma credo che una cosa tirerebbe l'altra!
      In bocca al lupo e un abbraccio, sia a te che a me stessa che ai nostri pargoli.

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  6. Ciao Mirya, io non ho figli quindi non posso immaginare cos'hai provato quando la maestra ti ha detto quelle cose, ma la trovo comunque una cosa imperdonabile e sconcertante.
    E' successa una cosa simile a mio nipote ma lui, per fortuna, ha avuto delle maestre che hanno capito il problema ed evidentemente sanno parlare con i bambini perché in classe non è mai stato particolarmente preso in giro, almeno non per le sue capacità scolastiche.
    Questo fa capire come un insegnante capace possa cambiare la vita di un alunno, dalle elementari al liceo, dove il rapporto con i docenti è più personale. Forse ci dovrebbero essere studi più specifici, corsi di aggiornamento, o altre soluzioni per avere docenti preparati a rapportarsi con i bambini, incoraggiarli e anche saperli gestire al meglio.
    Comunque sia sono contenta di leggere che il patato è più felice e sicuro di sé (anche se la mia felicità sarà massima quando ci dirai che l'insegnante è stata lanciata fuori dalla stratosfera), spero proprio che continui così! Leggendo gli altri commenti ho visto che in molti ti hanno consigliato di cambiargli classe, ma giustamente hai detto di provare a vedere come andranno le cose. Sempre andando a intuito, poiché non sono mamma, penso che sia la cosa giusta, perché oltre a 'perdere' gli amici che ha già il patato dovrebbe abituarsi ad una classe diversa, ad un metodo di insegnamento differente e D. non voglia che gli capiti una maestra simile a quella precedente!
    Non mi resta che farti i complimenti per l'autocontrollo grazie al quale non hai mandato a quel paese la docente, e in bocca al lupo a te, tuo marito e soprattutto al patato :)

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    1. E ci dovrebbero essere controlli continui, anche a sorpresa, in ogni scuola e classe: io sarei felice di avere ispettori che mi tengono d'occhio e che tengono d'occhio i miei colleghi, per evitare che si prenda la scuola solo come un parcheggio in attesa del lavoro dei sogni. Per me è questo, il lavoro sei sogni - e degli incubi, certo!
      Nel mio Liceo, vedo alunni cambiare classe in continuazione per sfuggire a certi insegnanti; hanno anche ragione, perché alcuni sono terribili, ma il risultato è che questi alunni perdono tutti i loro compagni e anche i docenti con cui si trovavano bene e di cui avevano già imparato il metodo, cambiano classe, e poi si ritrovano l'anno dopo lo stesso insegnante da cui sono scappati o uno peggiore. Perciò cerco sempre di spronarli ad affrontare le loro paure e anche a imparare a fregarsene, perché altrimenti soffriranno sempre e ne resteranno comunque danneggiati loro. Certo, io insegno alle Superiori e ho davanti ragazzi che si spera siano più forti di un bambino, per cui so benissimo che devo stare molto attenta a tutelare mio figlio e accertarmi che non mostri segni di stress o non somatizzi. Mi pare, però, che dopo la sfiducia iniziale, stia imparando a credere in se stesso a prescindere da quello che dice la maestra o che gli dicono i compagni, e sta anche imparando ad amare lo studio, perlomeno quello che fa con me. Per cui provo ad attendere la fine dell'anno: se riesco a dargli questa forza ora, poi avrà una vita scolastica più facile a prescindere.
      E, pensa il tempismo perfetto, ieri la maestra ha detto che ha fatto una grandissima ripresa. Io non so se rallegrarmi o incazzarmi, perché la ripresa doveva farla grazie a lei, comunque penso che mi rallegrerò perché alla fine a me interessa mio figlio e non una persona frustrata da un lavoro che non ama.
      Grazie mille!

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  7. Ciao cara, come sai questo è un argomento che tocca molto anche me, primo perchè mia figlia l'anno prossimo sarà nella situazione del patato e l'unica cosa che posso fare è sperare che abbia un'insegnante che ama e comprende il proprio lavoro (sperare non è il mio forte, perchè significa che non posso fare niente per conseguire il risultato che desidero, ed è una cosa che non mi va a genio), secondo perchè mi trovo caratterialmente in quella fetta della popolazione che NON dovrebbe insegnare. Io ho amato la scuola, amo studiare tutt'ora, amo imparare, amo trasmettere ciò che ho imparato utilizzando canali diversi (la pubblicazione scientifica, scrivere i risultati delle mie ricerche è la parte del mio lavoro che amo di più, o presentarli ai congressi), ma non amo la responsabilità dell'apprendimento altrui, è una cosa che non fa parte di me. Mi piace insegnare a uno studente universitario a scrivere la tesi nel modo più scientificamente corretto, ma si tratta di una parte relativamente piccola del mio lavoro, ho davanti una persona adulta e non ho la responsabilità della sua formazione emotiva e psicologica, non sono responsabile del quanto ami ciò che sta facendo perchè se sta facendo la tesi in microbiologia devo dare per scontato che sia interessato all'argomento. Non dico questo perchè mi sento in qualche modo mancante, ma perchè considero normale che al mondo esistano persone diverse con talenti e predisposizioni diverse. Il punto è che qualunque lavoro (anche la commessa) richiede una comprensione delle proprie attitudini: io so perfettamente che non sarei adatta ad insegnare, me ne rendo conto, so di non desiderare quel tipo di responsabilità, di non amare il rapporto con i genitori, di non amare quel tipo di trasmissione della conoscenza che implica un dover comprendere anche la condizione emotiva di chi hai di fronte. Quando faccio lezione agli studenti universitari so che a me viene richiesto di fare del mio meglio per trasmettere loro in maniera stimolante nozioni specifiche che io possiedo e loro ancora no. Non ho la responsabilità di fare loro amare le materie biologiche, se sono lì questo percorso l'hanno già fatto. Al massimo posso contribuire nell'appassionare un adulto ad un piccolo settore della biologia, ma non sono responsabile del loro rapporto con l'apprendimento in generale, della loro formazione psicologica. Un'insegnante delle elementari forma in parte anche la personalità: dal rapporto con l'insegnante di prima elementare potrebbe dipendere come quel bambino si relazionerà all’apprendimento per tutta la vita, quanto l’idea di un compito in classe o di un’interrogazione lo agiterà, quanto l’idea di venti o cento pagine da studiare lo manderanno nel panico o meno. Un’insegnante della scuola elementare influenza come quel bambino affronterà tutte le sfide nella vita. Io mi rendo perfettamente conto di non essere la persona adatta a questo tipo di lavoro, che considero il più importante del mondo, ma così come non sarei adatta a fare il bagnino perché non so nuotare, o a fare la cuoca perché mi annoio ai fornelli e non ho inventiva con gli ingredienti. Non trovo concepibile che una persona non si renda conto delle proprie attitudini o mancate tali: non è difficile notare che ci sono altri che fanno qualcosa meglio di te, a meno di non avere delle fette di salame sugli occhi. Poi può infastidirti notarlo, la cosa può spronarti a migliorare perché vuoi imparare a fare bene quella cosa, oppure puoi accettarla e basta. Io ho accettato che sul Titanic sarei colata a picco con la nave, oppure avrei potuto alzare il culo e fare un corso di nuoto. Una persona che soffre di vertigini si rende perfettamente conto di non poter fare il pilota di elicotteri. Questo tanto per dire che riconoscere le proprie attitudini non è DIFFICILE, non è una cosa che richieda a sua volta doti particolari, basta guardarsi attorno. (continua)

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  8. (Sequel del commento precedente) La figlia di una mia amica ha un’insegnante che al mattino dice ai bambini di “uscire i quaderni”: come fai a non accorgerti che non stai parlando in italiano, tu che l’italiano lo dovresti insegnare? Come fai a non SENTIRE che le altre maestre attorno a te quella cosa la dicono in modo diverso? Il dubbio di sbagliare (e di conseguenza insegnare ai bambini una cosa sbagliata) non ti viene? Come può una persona che vede di non essere in grado di impedire a un gruppo di bambini di sei anni di dare dello stupido a un compagno non capire che non deve fare l’insegnante? Come può quella persona avere il coraggio di dire a una madre che deve insegnare a suo figlio a leggere perché lei non ne è in grado e poi avere ancora lo stomaco di presentarsi in classe dicendo “io sono una maestra”? Quella donna non è una maestra. È una stupida (se non si rende conto della propria inadeguatezza. E si, ho usato la parola stupido con cognizione di causa, anche se come te penso che gli stupidi non esistano) oppure, più probabilmente, è una criminale che intasca denaro pubblico non facendo il proprio lavoro. Quella persona è pagata in quanto insegnante ma non fa l’insegnante. Ogni persona che fa un lavoro che non è in grado di fare crea un danno alla società: quando va bene questo danno è solo economico, quando va male il danno è molto più pervasivo, come nel caso delle insegnanti. Fare male l’insegnante fa del male ai bambini. Cosa c’è di peggio?

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    1. Solo essere criminali a tuttotondo, suppongo, ovvero commettere reati veri e propri; perché anche io, come te, penso che dall'insegnamento derivi tutta la formazione dell'individuo, e che la responsabilità maggiore sia negli strati primari.
      Non saprei, ad esempio, se io stessa sarei in grado di fare la maestra in una classe elementare, proprio perché, come te, credo che ogni grado di insegnamento richieda delle competenze, ma anche proprio delle attitudini specifiche. Mi riesco a relazionare con mio figlio - e comunque non sempre -, ma perché è mio figlio; non credo sarei in grado di relazionarmi a venti bambini in modo proficuo, non avrei l'occhio di capire le difficoltà individuali, e di selezionare strategie diverse, perché non ho imparato a farlo e non ne sono capace. Io so farlo dai tredici anni in su, non dai sei; se è vero che io ho delle grosse responsabilità sulla formazione emotiva degli adolescenti, è vero che una maestra ne ha centomila volte tante. La formazione emotiva di un bambino è difficilissima, così come il suo approccio allo studio.
      Il problema è che troppo spesso, e ne scrivevo anche qualche giorno fa in pagina, troppo spesso la scuola è vista da molti come un parcheggio, e non come un lavoro di importanza capitale che deve essere scelto a occhi bene aperti e svolto con impegno e competenza. E questa scuola-parcheggio svilisce tutti: i colleghi che lavorano bene perché comunque subiscono un pregiudizio solo per essere docenti, e gli alunni dei parcheggiatori che vengono privati del loro diritto all'istruzione, di ogni tipo.
      Ti auguro davvero che per tua figlia vada bene e incrocio le dita per voi.

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    2. E io auguro al patato di "farla vedere" a quest'incompetente e di imparare che lui è molto di più di quanto questa cretina lo ritenga: più importante e più intelligente. E più "persona" di lei.

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    3. Qualche giorno fa si è complimentata per i suoi miglioramenti, incredula per la loro velocità. Non sapevo se essere felice o incazzata nera. Se non vedi il potenziale negli altri, cambia mestiere.

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