mercoledì 11 maggio 2016

Tutti i miei sbagli (11/05/2016)

Non ricordo che giorno fosse, non sono brava con le date, ormai l’avrai imparato. Sono brava con i sentimenti, le sensazioni, ma con le date no. E non ricordo da quanto avessi un ritardo, non sono neanche mai stata molto puntuale col ciclo, quindi può darsi che fosse parecchio o poco o niente. Ricordo però che pochi giorni prima mi ero presa una sbronza colossale al festival del jazz e del Moscato ad Arquà Petrarca e vabbè, se non altro come embrione ti sei divertito.
Non ricordo nemmeno con quale scusa ho mandato fuori casa tuo papà. Avevo il test da fare, dovevamo farlo insieme, e io l’ho mandato fuori casa con una scusa. Non sapevo perché, ma volevo farlo da sola. Lui, mi disse poi, lo sapeva, che l’avrei fatto da sola, ed era uscito comunque. L’amore, vedi, spesso è solo conoscenza. E accettazione. Oggi so perché l’ho fatto da sola e un giorno forse te lo dirò. O forse è una di quelle cose che terrò per me, come i segreti dei miei personaggi: la vita, di certo già lo sai, io la vivo spesso come un libro, e viceversa. Ma ormai avrai capito che il mio scrittore preferito sei tu.
Non ricordo neppure la pipì, l’attesa, la reazione. I miei ricordi iniziano quando tuo papà rientrò e mi trovò seduta sul tappeto del salotto, con quel bastoncino tra le mani. Quello che diceva che tu c’eri. Ed era assurdo che tu ci fossi, perché ci stavamo provando da poco più di un mese (sì, mamma e papà fanno sesso, fattene una ragione, anche se non come e quanto vorremmo, a causa del te stesso di adesso), e ci avevano detto che probabilmente non saresti venuto, per una serie di ragioni che forse, quando leggerai questo, già conoscerai. E invece tu eri polemico già allora, per cui arrivasti subito (come a dire: ah no? beccati questa. TA-DAH!) Era il nostro primo sbaglio.
Ricordo che ero incredula, tra le braccia di tuo padre, ricordo che eravamo entrambi felici e increduli. E poi ricordo che gli dissi che volevo andare a correre, e se mi seguiva come sempre in bicicletta. Perché volevo dimostrare a me stessa che la mia vita non sarebbe cambiata, capisci, che potevo ancora fare tutto come prima, che sarebbe stato tutto come prima. E invece, era il mio secondo sbaglio: nulla sarebbe più stato come prima. Buio, stacco, musica inquietante. Quella dello Squalo, che ti canticchio sempre quando siamo in acqua e canticchio anche ai miei alunni mentre svolgono i compiti in classe: zanzan – zanzan, zanzan – zanzan.
In gravidanza sono stata fortunata, è stata una cosa semplice, pochi acciacchi, qualche nausea serale, tanto sonno, un po’ di sciatica e le solite rinunce a fumo, alcol e certi cibi. Avevo tante idee, prima di averti, tanti progetti su che tipo di madre sarei stata. Ed erano di nuovo tutti sbagli, ecco, perché non puoi essere un certo tipo di madre, dal momento che non esiste un certo tipo di figlio. Non esiste un certo tipo di vita.
Ma non c’era stato un vero cambiamento, per cui non avevo ancora capito la portata madornale del mio sbaglio. Il cambiamento sarebbe arrivato dopo, e ora so che durerà per sempre, non nel senso che è un cambiamento permanente ma che siamo permanentemente in cambiamento. E non posso fare tutto come prima: devo farlo meglio di prima, e perciò spesso lo faccio peggio.
Non sto parlando dei tre anni e mezzo di insonnia per cui giravo per Ferrara più o meno come gli zombie che piacciono al papà (mi deve aver amato anche di più, in quel periodo), né della vita sociale azzerata (che non era un grosso problema), né del tempo per me stessa (leggere, scrivere, ma anche solo andare in bagno) quasi azzerato (e questo era ed è un grossissimo problema: se qualcuno l’ha risolto mi dice come, per favore?). Sto parlando di questa cosa strana e meravigliosa e terribile che chiamano vita e che io ho preso per un dato di fatto, crescendo, e su cui poi invece mi sono dovuta interrogare, crescendo te. Sto parlando di quando mi hai insegnato un sacco di cose, facendomi capire tutti i miei sbagli.
Ho sbagliato, quando ho creduto di doverti offrire una casa sempre a posto, una tavola sempre imbandita con delle leccornie: tu hai solo bisogno di una mamma serena, tutto il resto non ti interessa. Ma vedi, sono cresciuta con questa mania della perfezione, perché tutti l’hanno pretesa da me, in passato: una perfezione formale, che nascondeva le crepe essenziali. Tu invece vedi solo le crepe, e se anche ti offro un ambiente splendente, mi becchi subito: ho la faccia tirata, imbronciata. Anche quando sto sorridendo, tu senti se quel sorriso è falso, e allora mi hai insegnato che era uno sbaglio, sorridere per finta, e che dovevo imparare invece a tirar fuori quelle crepe e a ridere di esse. Perché questo è il sorriso vero.
Ho sbagliato, quando ho cercato di riempirti il tempo, perché ti ho tolto la noia, che è tanto più importante quanto più ti permette di liberare la tua fantasia. Ho sbagliato, credendo che la tua fantasia dipendesse da me: ce l’abbiamo tutti alla nascita e il compito di un genitore è solo lasciarla libera di evolvere da sola.
Ho sbagliato, quando tanto tempo fa ho eliminato quasi tutte le presenze umane dalla mia vita, perché non ne avevo bisogno: ne hai bisogno tu, e la socialità è una cosa che in effetti si impara per mimesi. E ora che ti sto aiutando a socializzare, ora che lo faccio insieme a te, scopro che forse, in fondo, un po’ di bisogno lo avevo anche io. E che non sono io la tua porta verso il mondo, sei tu la mia.
Ho sbagliato quando ti ho sgridato per cose che non valevano la pena, ho sbagliato quando non ti ho sgridato per cose che invece valevano la pena. Ho sbagliato quando ti ho rassicurato troppo, ho sbagliato quando non ti ho rassicurato abbastanza. Ho sbagliato quando ti ho chiesto di crescere troppo in fretta, ho sbagliato quando ti ho permesso di non crescere. Ho sbagliato quando ti ho spinto troppo, ho sbagliato quando ti ho fatto poltrire troppo. Ogni cosa che faccio, la sbaglio, e non lo dico per compiangermi, lo dico perché è proprio così, perché non puoi fare bene una cosa quando la fai la prima volta e con te è un’eterna prima volta, perché ogni giorno sei diverso e ogni giorno il cambiamento continua. E io sbaglio mille volte al giorno, a volte in modo più grave, altre volte in modo banale, e sbaglierò ancora moltissimo, da oggi che scrivo questo post al giorno in cui lo leggerai. Perché è questo che significa essere genitore: sbagliare, e capire che quegli sbagli non riguardano solo tuo figlio, ma tutta la tua vita e non solo come genitore. Che ogni giorno, dall’alba al tramonto, affronti situazioni nuove che hai già vissuto personalmente, sia bene che male, ma su cui non hai mai riflettuto davvero. Spesso ci lasciamo vivere, senza accorgercene, senza vederci. Ma tu mi vedi e nei tuoi occhi io vedo me stessa, ed è un’immagine stupenda e orrenda allo stesso tempo.
Perché i miei sbagli sono tutti nei tuoi occhi ma non fanno perdere a quegli occhi un briciolo d’amore. Perché tu mi ami nonostante i miei sbagli, come credevo di poterti amare solo io. Perché io non devo essere perfetta, per te, e non devo cercare di renderti perfetto. Devo imparare a vedere gli sbagli e devo insegnare a vederli anche a te, perché in fondo è tutto qui, ciò che rende una vita degna di questo nome: capire quando si sbaglia e cercare di correggersi. Odiare i propri sbagli e amarli perché ci hanno fatto fare un passo avanti.
Non è che prima di te non sbagliassi, intendiamoci: ormai mi conoscerai abbastanza da sapere che non sono una che perdona facilmente, soprattutto se stessa. È che i miei sbagli precedenti non avevano lo stesso valore, perché non avevo lo stesso valore io. E, intendiamoci di nuovo: lo sai che non credo che una donna debba essere madre per avere valore. Credo che io dovessi essere tua madre per avere quel valore unico, per me e per te. Il valore degli sbagli, che nessuno mi ha mai permesso, prima di te. Tu mi hai preso ogni respiro, mi hai legato ai tuoi bisogni continui, eppure mi hai dato un respiro nuovo e mi hai liberata. Dal bisogno di fare sempre la cosa giusta, dal biasimo per ogni cosa sbagliata che faccio. Intanto, per la prima volta nella mia vita, ho conosciuto il perdono. Ho iniziato perdonando te, sempre e comunque, anche se sei il solo col potere di ferirmi davvero, perché sei pure il solo in grado di risanarmi con un bacio, poi ho continuato perdonando qualche volta tuo padre, e quindi gli altri. Entro la fine di questa vita conto di poter perdonare qualcosa a me stessa.
E forse nel futuro, quando leggerai questo, mi permetterò ogni tanto di comprare una torta industriale invece di farla, lascerò in disordine il cassetto dei calzini, arriverò col verbale non preparato a un Consiglio di Classe. Forse, negli anni a venire, avrò imparato davvero a riconoscere quali sono gli sbagli che contano, e quando le crepe sono solo aperture verso il nocciolo, l’anima, l’essenza.
In salotto, nel muro sopra il computer su cui sto scrivendo, ci sono le tre pergamene che testimoniano la mia ossessione per fare sempre tutto bene: le mie due Lauree e il Dottorato. Tutti gli esami passati col massimo, all’Università e nella vita. Tutti, tranne te.
Sotto quelle pergamene, c’è il puzzle di 1000 pezzi che abbiamo fatto insieme l’anno scorso, quello con la libreria piena di creature fantastiche.
Non ti dirò che quel puzzle vale come le pergamene, perché ci abbiamo messo poco più di una settimana a farlo e invece ci sono voluti anni per quei titoli. Ti dirò che vale di più, perché il valore non si misura solo in tempo – difatti i tuoi sette anni hanno per me più valore dei miei quaranta. Perché per me sarebbe mille volte più facile prendere altre dieci Lauree di quanto sarà crescerti nei tuoi prossimi anni, e crescere insieme a te.
Mille pezzi, a creare una libreria, e non raggiungono nemmeno tutti gli sbagli che ho commesso con te da quando sei nato, e tutte le storie che ho scritto in me e in te da quando sono rinata io. Forse quei mille pezzi rappresentano me, dopo che tu mi sei passato sopra come un trattore – e non solo perché da neonato mi hai rotto le costole.
Tu mi hai davvero fatta a pezzi, andando ad allargare tutte quelle crepe, e sotto, sotto c’era davvero una libreria, fatta di tutte le storie dei miei sbagli, di tutte le vite che mi stai donando. Sotto c’ero io, che non mi ero mai vista sbagliare, che non mi ero mai lasciata vivere. Tu mi hai tirato fuori da lì sotto, e mi hai insegnato l’amore che perdona, che rialza, che consola. Forse, semplicemente, mi hai insegnato l’Amore.
Non ricordo molte cose, del tempo prima di te, perché forse dovevo lasciare lo spazio ai ricordi che contano davvero, a questi tuoi primi sette anni, e a tutti gli sbagli che sia io che te abbiamo fatto, arricchendoci a vicenda.
Sei tutti i miei sbagli, amore mio.

E per questo mi hai reso una persona meno sbagliata.





5 commenti:

  1. Vedi come sei? Scrivi per fare gli auguri al tuo Patato e riesci a farmi commuovere…sei sempre la solita ^_^
    Perché poi in effetti mi trovo molto in quello che scrivi.
    Sicuramente la mia giovinezza è stata più felice della tua, ma la parte dal test di gravidanza in avanti è abbastanza simile: test in solitudine, testardaggine a voler fare tutto come prima ed anche di più, sbagli su sbagli, paure, passi falsi…ma in fondo è un periodo bellissimo nonostante gli alti e bassi, a volte più bassi che alti: decidi, sbagli, cadi, ti rialzi…e vai avanti.
    Poi diventi mamma e la visione del mondo cambia, non ricordi neppure come fosse la vita prima della nascita del ranocchietto di turno.
    Scopri di riuscire a stare sveglia ore ed ore, di non avere problemi a pulire cacchine e vomiti vari, che prima il solo pensiero ti girava lo stomaco, di fare le cose in funzione del piccoletto, perché prima il mondo girava in un senso ed ora ha cambiato rotta e gira in funzione di come gira lui.
    A fare la mamma non si nasce ma si impara in “corso d’opera” perché il Patato di turno ce lo insegna.
    Allora cari auguri piccolo grande “7enne”, vorrei poterti dire di goderti questi tuoi sette anni perché l’infanzia è un periodo bellissimo, anche se ovviamente non lo sai, coccola la tua mamma, riempila di baci e strapazzala di coccole perché tutto il resto passa ma questi momenti li ricorderete per sempre.
    …tranquilla Mirya, tanto poi diventano adolescenti e ti chiedi perché non è rimasto piccolo!!!
    PS: ti ha rotto le costole?!?!? E che forza aveva!!!!!

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    1. Tra l'altro, è davvero stupefacente scoprire le risorse energetiche del corpo, roba che prima non mi aspettavo. E non si tratta di fare più o meno tardi o lavorare di più o di meno, ma di quando siete tutti devastati dalla gastroenterite e tu e il papà a turno riuscite comunque a pulire e curare il bambino. Non avrei mai creduto che potessimo stare in piedi con la febbre a quaranta, e non è che la cosa mi riempia di gioia, però anche questo mi ha insegnato che non ne so proprio nulla delle risorse umane.
      C'è un mondo intero di cose che ignoravo e ho l'impressione che più ne imparerò e più imparerò quanto sono ignorante della vita.
      Per fortuna ci sono loro, che ci prendono per mano e ci portano a scoprirla.

      (Sì, mi ha rotto cinque costole con un calcio mentre gli cambiavo il pannolino, ma ero io che soffrivo di osteopenia, solo che non lo sapevo!)

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  2. Credo che questi siano gli auguri più belli che si possano ricevere da una madre; una madre che ti dice che non è perfetta ma anzi accetta i suoi sbagli, li riconosce e te li mostra, svelandoti che anche lei è umana. Con questo il Patato non avrà paura di sbagliare perché saprà che sbagliare non è la fine del mondo, è solo un intoppo che ti fa crescere e migliorare - e te lo dice una che avrebbe voluto capirla prima questa cosa. Auguri al Patato, che possa sbagliare e farti sbagliare per ritrovarvi poi sulla strada giusta!

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    1. Per me è la lezione migliore della Rowling, il suo discorso sul fallimento: è così che diventiamo grandi. O almeno spero!

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