venerdì 30 settembre 2016

Io non sono Achille - storia di una self

Qualche giorno fa, in casa mia sono arrivati questi libri. Sono tutti e tre della stessa autrice, che vi ho consigliato qui, ma quel che è più notevole – non che i libri non lo siano, eh – è che due di essi sono autopubblicati. Io ho un occhio di rispetto in più, per i self, per cui compro sempre gli e-book o li prendo in prestito con Kindle Unlimited e non mi faccio indurre in tentazioni sparrowiane, ma questi sono i primi autopubblicati che entrano come cartacei in casa mia. E mentre li tiravo fuori dal pacco di Amazon, ho capito che significavano una svolta.
Ormai compro pochi cartacei: quelli di cui ho già letto l’e-book e che mi hanno colpito al punto che so che li rileggerò spesso, e che vorrò proprio averli fisicamente come testimonianza di qualcosa che mi hanno lasciato dentro. E quando dico pochi, intendo una decina all’anno. Se considerate che leggo più di duecento libri all’anno, capite che per me dieci cartacei sono proprio pochi, ma lo spazio è ancor meno e i soldi non possono certo stare al passo con la mia velocità di lettura. Senza contare che per me è più comodo leggere e-book, perché ho il kindle sempre in mano e me lo posso portare ovunque.
Comunque, parliamo di self. Quando ho iniziato quest’avventura, era un’idea un po’ balzana, che poteva anche morire lì, proprio come quando ho pubblicato la mia prima fanfiction su efp. Non sapevo dove mi avrebbe portata, non sapevo se mi avrebbe portata da qualche parte e non sapevo se volessi essere portata. Mi piaceva l’idea di condividere le mie storie fuori da efp e anche di imparare a creare un libro da zero, completo di tutto. Mi piaceva studiare e imparare, che è quello che ho sempre rincorso nella mia vita, nelle mie scelte, nei miei libri.
In quel periodo, ho provato a leggere altri libri self e, devo dirlo, ne sono rimasta molto delusa. Sono una persona dotata di immensa autostima ma sono anche una persona dotata di immensa razionalità, per cui in questo caso l’autostima e la razionalità si sono combattute portandomi a un dubbio: se io ero self e i self erano sgrammaticati e di bassa qualità, allora forse potevo esserlo anche io. Ho accantonato in fretta il dubbio sulla grammatica, dal momento che non solo la insegno ma la venero, e che controllo ogni cosa nei dizionari e nei manuali e nelle enciclopedie, con un’attenzione che può solo definirsi morbosa. Non ho accantonato, e mai lo farò, il dubbio sulla qualità: può essere che la qualità dei miei libri sia bassa. Io mi diverto a scriverli – divertimento non è la parola giusta, io vivo nello scriverli e mi libero dei miei demoni –, ma magari gli altri non si divertono a leggerli: pazienza, non li leggeranno.
Però anche questo secondo dubbio è andato scemando, o almeno modificandosi, quando mi sono accorta di quale era la differenza tra me e i self che avevo letto: io non miravo alle CE. Io non vedevo il self come un trampolino o un modo per farmi notare, ma come un’esperienza da vivere intensamente, studiando e imparando, appunto. Ero self per scelta, perché sentivo che quella scelta aveva molto da darmi. E perché sono intimamente convinta che nessuna scelta nella vita vada fatta prendendola come una scorciatoia. Da quando, da piccola, ho letto Lo specchio nello specchio di Ende, sono refrattaria alle scorciatoie. Se avessi voluto provare a farmi notare da una CE, avrei mandato i miei libri a loro, pronta a ogni rifiuto. Non era quello che volevo, in quel momento, perché volevo studiare e imparare. E questo, magari, poteva dare un’altra qualità al mio lavoro. O magari no, ma non sono una che si fa un grosso cruccio delle critiche sui suoi libri, forse perché in fondo non sono una scrittrice. Sono una docente, e quello è il mio lavoro, e in quello, lo dico senza alcuna modestia, sono favolosa. Perciò come scrittrice posso anche essere mediocre o appena passabile.
Comunque, studiando e imparando, ho studiato e imparato molto anche sul mondo delle CE e il progetto che faccio in classe quest’anno, la Coppa delle Case, mira a dare anche ai miei alunni una conoscenza molto più profonda di quella che normalmente hanno a riguardo gli adolescenti – e anche molti adulti che conosco. Ma di questo parlerò dopo, perché sì, è un post molto lungo.
Poi è cambiato qualcosa e ho cominciato a trovare, tra i self, dei piccoli gioielli. Ne ho parlato in pagina, ogni volta che è successo, e Laura Mac Lem è uno di quelli, ma ce ne sono altri. Una cosa che accomuna questi gioielli è che non usano il self come trampolino, ma come strumento di diffusione dei loro libri, ai quali devolvono tutte le loro capacità e nei quali mettono tutto il loro impegno. Oggi ho consacrato questa certezza con l’acquisto dei cartacei di Laura: non solo merita di essere comprata – ce l’ho in originale anche in e-book –, ma merita di stare in una libreria che ormai ospita poche nuove entrate in quanto a cartacei. Perché non è solo una brava self: è un’autrice di mille spanne superiore a molte edite da CE, almeno secondo me. Quindi l’ingresso dei suoi cartacei nella mia libreria è stata una rivelazione per me: la rivelazione che esiste davvero, un modo diverso di essere self, un modo che presuma impegno e professionalità, e che non cerchi una scorciatoia ma cerchi anzi la strada più difficile e alternativa al mondo editoriale. Che ha tantissime pecche, di cui ho parlato spesso nella mia pagina di facebook e di cui parlo liberamente coi miei alunni. So che c’è tanta diffidenza e anche tanto spregio nei confronti del mondo self, e non posso certo negare la maggioranza di opere raffazzonate che si trovano in giro, ma vorrei che i più diffidenti si ponessero una domanda: siete proprio sicuri che non ci sia un altro modo di fare libri rispetto a quello delle CE? Che il modo antico, che è giunto fino a Virginia Woolf, sia del tutto sbagliato? Perché a me pare che quelli siano entrati nella storia della letteratura, ed erano tutti self.
Nel frattempo mi sono giunte delle proposte, che non posso nominare perché altrimenti andrei nei guai; e, tranne quella di Amazon Crossing, le ho rifiutate. Non è per spocchia, resto quella disposta ad accettare che i suoi libri siano mediocri. Ma la mia fede nei libri non lo è. Se io fossi davvero convinta che accettare quei contratti avrebbe portato a un miglioramento dei miei libri per i lettori, li avrei firmati, a prescindere dai compensi – non si scrive per fare soldi, questo dovrebbe capirlo chiunque scriva e soprattutto chiunque scriva in Italia. Ma non ne ero convinta. Leggo da troppo tempo – da sempre – per non sapere che c’è del marcio, in Danimarca. Che il mondo dell’editoria va a rotoli e che io non sono disposta a dare la colpa sempre e solo ai lettori, ignoranti e pigri, come li dipingono in molti. Do una grossa parte di colpa al mondo della scuola, che non permette più il divertimento nella lettura, che non concepisce il bovarismo, ma un’altra grossa parte al mondo dell’editoria, popolato da cariatidi convinte di doversi opporre ai cambiamenti per sopravvivere e convinte di poter sopravvivere con sempre più persone che mangiano nel piatto dove non mangia uno. La sfilza di nomi che ruotano attorno a un libro è grandissima, e non sempre sono nomi del tutto indispensabili o preparati. Che io sappia – smentitemi pure, mi fa sempre piacere imparare – non esiste un corso di laurea per correttori di bozze o editor o agenti, mentre ne esiste uno per traduttori e grafica. Comunque.
Resistenza all’e-book, ignoranza dei modi di promuoversi sul web e anche fuori dal web, spam sgradevole e maleducato, toni da scaricatore di porto: sono cose che ho visto in molte CE, proprio come in molti self. E allora, se non c’è differenza qualitativa, quale differenza c’è? Nelle percentuali, intanto. Perché un self ha maggiore riconoscimento del proprio lavoro. E vende di meno, ci mancherebbe, e non raggiunge le librerie. Ma qui il discrimine è tutto in quel che vuoi non tanto per i tuoi libri, quanto per i libri in generale.
Me l’hanno chiesto appunto gli studenti, perplessi dai miei rifiuti: (“Non sarebbe meglio per lei arrivare in libreria?”) e a loro posso rispondere con dati e particolari che non posso fornire pubblicamente, mentre posso riferirvi il discorso generale: come ho detto loro, io non credo diventerò mai importante o ricca. Non credo sia possibile in Italia, se non in casi egregi che non sono il mio. Come ho detto loro, il mio mestiere è insegnare, e in quello sono bravissima. Nello scrivere non mi ritengo tale, e non lo dico per modestia perché modesta non sono: lo dico come esperta, lettrice e docente.
C’è però una cosa che posso fare, da lettrice e docente, in modo egregio: dare il mio piccolo contributo a quel cambiamento che è già in atto e che forse può risolvere la crisi non dell’editoria, ma dei lettori. Mostrare che esistono altre strade, strade da una parte rivolte al futuro – store virtuali, e-book, social network, blog – e dall’altra al passato – la strada di Dante e di Virginia Woolf.
Io non sarò qualcuno che resta nella memoria come autrice. Non mi dispiace non esserlo. Io resterò nella memoria come docente, e quando non ci saranno più quelli a cui ho insegnato sparirò dalla memoria ma non dal corso degli eventi. Perché loro insegneranno ad altri quel che ho insegnato loro: sulla vita e sui libri. Io non farei mai la scelta di Achille – Achille era un idiota.
Ma posso essere un piccolo mattoncino nella creazione di un nuovo e vecchio modo di fare letteratura, un mattoncino anonimo che però ha contribuito a costruire non un muro, ché i muri dividono, ma un tempio dell’arte. Make good art, dice Neil Gaiman. 


Per me questo significa non solo scrivere, ma costruire una strada per scrivere. Per avere la voce onesta dell’autore e smontarlo se fa pena e lodarlo se è bravo, e non dare sempre colpe e/o meriti all’editor. Voglio sentirla, la mano unica dell’autore, voglio poterlo giudicare in quanto tale, voglio che i miei soldi vadano in primis a lui e solo dopo, e solo per questo, andranno con grande stima alla CE che l’ha selezionato. 
Non sono ostile alle CE, sia chiaro: devo però poter credere che ci sia un modo nuovo di collaborare tra autore e CE, che non implichi un autore piegato a 90° o una CE che lavora su analfabeti. Che non implichi la pubblicazione seriale di esordienti incapaci di distinguere un passato prossimo da uno remoto, ma così affamati di notorietà da farsi rifare il libro, pubblicare secondo la moda, incatenare con vincoli e bavagli e poi cestinare appena esaurite le prime vendite. Un modo insomma che magari porti meno libri in libreria – e magari non i miei –  ma che porti bei libri, risultato di una mente brillante e solo degli ultimi ritocchi di chi gira intorno a quella mente. Un modo che riporti tutti a leggere di gusto, felici di comprare i libri e ansiosi di discuterne. Magari lo troverò, questo modo. Magari no. Magari aiuterò altri a trovarlo. Non dirò sempre e solo no alle proposte, ma porrò domande, presenterò obiezioni, dissezionerò contratti, proporrò alternative. Sarò, come sono sempre stata, una rogna. E da quest’anno i miei alunni saranno rogne insieme a me, perché conosceranno i retroscena del mondo editoriale. E magari lo spiegheranno ad altri – ecco il mio mattoncino.
Io rispetto le scelte di tutti, stimo il buon lavoro delle CE e la scelta degli autori che lavorano con loro. Io per ora ho fatto un’altra scelta, che non guarda al mio futuro, ma al futuro dei libri. E magari sarà la scelta sbagliata, e in questo caso non vedo l’ora di trovare una CE che me lo dimostri. Che si guadagni la mia stima e la mia fiducia e mi insegni – studiare e imparare – quanto ho da guadagnare, non in termini di soldi e notorietà, ma di miglioramento del mondo letterario, dal lavorare con loro. Mi lascio aperta ogni strada, sono desiderosa di ascoltare discorsi che mi convincano e di conoscere persone che ne sappiano più di me.
Quando quel momento arriverà, farò pace anche con quella parte di me che non vuole credere che le CE siano confuse e che vuole ancora credere nel valore dei libri, di ogni libro.
Intanto ho comprato i cartacei di Laura Mac Lem e l’ho chiamata per il mio progetto in classe. E lei ha accettato subito. Autori editi da CE si stanno facendo molto più desiderare, e non so se riusciremo a concludere, probabilmente perché gli interventi nelle scuole dovrebbero essere quasi gratuiti  è la natura dell'istruzione. Eppure si tratta di parlare agli alunni e di coinvolgerli nella lettura, per farli diventare futuri lettori forti e creatori di lettori forti. E non dovrebbe essere quello che interessa a tutti gli autori, self o editi da CE?


EDIT: Mi informa Silvia Pillin che esistono Master per editor, e mi segnala come esempio questo di Mondadori. Sono lieta di avere imparato qualcosa.

5 commenti:

  1. Innazitutto sono felice che anche i tedeschi possano leggere "Tote Dichter küsst man nicht" perchè è una storia che ho amato molto!

    Sono consapevole che le CE facciano il bello ed il cattivo tempo, che decidano cosa si debba leggere imponendo generi "letterari" molto discutibili, sono molto refrettaria a ciò che mi viene imposto.
    Mi piace navigare sul web e girovagare nelle librerie per cercare quel qualcosa che mi ispira particolarmente e che non è mai posizionata in bella vista.
    Un pò come con te: ti ho trovata casualmente e mi sono innamorata del tuo modo di scrivere ed ora sono qui a stalker-izzarti!!!

    Sono felice che stia facendo questo bellissimo lavoro con i tuoi ragazzi, perchè la lettura stimola, arricchisce, fa viaggiare e lavorare la mente.
    Faccio chapeau perchè sei riuscita a coinvolgere un'altra scrittrice nel progetto che stai portando avanti, perchè così dovrebbe essere la scuola, non sterile e demotivata.
    E le CE?? Ma che vadano a smacchiare le zebre ;-P

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    1. Ti adoro! Grazie mille! Io spero che ci sia davvero un nuovo modo di lavorare con le CE, e attendo che me lo mostrino e insegnino. Nel frattempo, continuo coi miei progetti.

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  2. Cosa devo fare per intrufolarmi alle tue lezioni? Ho solo 20 anni, non se ne accorgerà nessuno! No, seriamente, voglio seguirle anch'io le lezioni sull'editoria.

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    1. Di sicuro non dico niente che tu non sappia già! Ma se passi di qui, tieni un cappuccio in testa e gli occhi bassi e sguscia nella folla degli alunni all'ingresso come solo un Serpeverde saprebbe fare.

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