sabato 22 ottobre 2016

Beta - 3

Mancano tre giorni all’arrivo di Beta.
Seconda scena del prologo.


La prima volta che gli fa calare le braghe è il giorno in cui lui, Kenneth e Aleister decidono di sabotare l’imposizione del Watermark a Claire, e rimanere in biancheria intima davanti a lei non è piacevole come si è stranamente immaginato.
Byron ha sfruttato le sue credenziali da bullo, per scoprire l’identità di quella Glitch dalla risposta pronta: si chiama Edith, e lui si è ritrovato ad aprire per la prima volta il libro di Etimologia, cercando di capire qualcosa di lei dal suo nome. Così ha imparato che ‘Edith’ risale probabilmente all’inglese antico dei Tempi Sconnessi e contiene due parole che significano ‘felicità, fortuna’ e ‘lotta’. Edith è una che lotta per la ricchezza o per la felicità, e chissà se per lei c’è differenza tra le due cose. Byron è di famiglia ricchissima, per cui sa che almeno la sua ricchezza non porta la felicità, ma sa anche che invece la felicità è una forma di ricchezza.
Di cognome Edith fa Coke, come una vecchia bibita del Mondo Sconnesso – e ha pensato che anche lei possa essere frizzante e dolce come descrivono quella bevanda –,  ma soprattutto come il carbone da cui i suoi capelli hanno preso il colore: nero, come l’anima di Byron. E chissà, si è chiesto ancora, se un giorno quel carbone, sepolto sotto tutti quei libri virtuali e sotto la pressione del silenzio in cui lei li legge, si trasformerà in diamante. Certo, dovrebbe di nuovo avere la voglia di mettersi a scavare, per scoprirlo, e ha già ampiamente ribadito a se stesso che non è un’occupazione adatta a lui. E se è per questo, non è da lui neanche far caso a qualunque diamante si nasconda in una donna, a meno che questa non abbia deciso di infilarselo in mezzo alle gambe. È già abbastanza strano che un Sullivan si sia messo a studiare Etimologia, dato che tutti i Gold sono convinti che nulla conti al di fuori di Gaia – e deve essere per questo che i suoi genitori gli hanno dato per sbadataggine il nome Byron, che significa ‘luogo delle stalle per le mucche’, cosa che nemmeno lui ha saputo fino a quando ha cominciato ad ascoltare il giovane professor Izzy.
Poi, per ammazzare la noia, Byron ha iniziato a fare ulteriori ricerche – passando sul corpo e attraverso la mente di qualche Glitch del primo anno –, e ha reperito dei dati a caso: le piace mangiare il pane col burro e lo zucchero, una vecchia usanza dei Tempi Sconnessi che ha ereditato dalla nonna; apprezza la pioggia lieve ma ha paura dei temporali violenti perché sono troppo rumorosi; quando non è in biblioteca è in camera sua, a studiare seduta per terra quegli strani macchinari di cui ha le immagini nell’olonet; ama, neanche a dirlo, soprattutto i luoghi silenziosi.
E Byron ha osservato personalmente altri particolari, che ha memorizzato senza rendersene conto: il modo in cui Edith continua a giocare con lo spillone tra i capelli, quando non riesce a venire a capo di un programma; le macchie di olio che si accumulano sui suoi polpastrelli, perché a quanto pare si offre spesso di aggiustare o controllare i robot della scuola, gli stessi robot che gli studenti non vedono praticamente mai e che pure si fanno sempre vedere da lei; e infine il silenzio stesso che sembra sempre circondarla docile e ubbidiente, come se gli alunni, i robot e persino i muri della scuola tacessero al suo passaggio, in segno di rispetto, in segno di affetto, o piuttosto in segno di pace. La stessa pace che lui ha invano cercato nel chiasso, trovandovi però anche oppressione e tenebra. Perciò ha inseguito per settimane la quiete che lei emana, che gli concede preziosi attimi di tregua in quella fuga da se stesso che è la sua vita. Perciò le è stato appiccicato per quasi un mese, tempestandola di scherzi idioti e frecciatine, e godendo dell’indignazione che lei maschera con l’indifferenza. Edith non gli ha mai più parlato, da quel loro primo scontro, sebbene lui abbia profuso tutte le sue energie nell’intento di strapparle una rispostaccia, ma non l’ha vista parlare spesso neppure con altri. Di tutte le volte in cui l’ha spiata o fatta spiare, quella in cui Edith ha usato più parole è stata la prima volta in cui si è scontrata con lui. Lei è silenziosa almeno quanto lui è chiassoso.
Fino a quel giorno, in cui forse dovrebbe intuire che ciò che sta per fare è un tantino azzardato, ma è euforico per la decisione presa con i suoi amici e sente la voglia inaspettata di condividere quell’euforia con lei. A modo suo, ovviamente.
«Ehi, Coke», le urla scorgendola in un corridoio, in mezzo a molti alunni, «tra un po’ ci sarà l’uscita a Roma. Tu con chi vieni, col libro di Particelle?» Una risata corale segue quella battutaccia, ma lei non dà nemmeno l’impressione di averlo sentito, e continua a camminare dritta verso di lui, ignorandolo. E nessuno può ignorarlo. «Sul serio, Coke: non credi sia il momento di mostrare le mutande a qualcuno?»
Ma non fa in tempo a infilare il connettore per denudarla, come è nelle sue intenzioni fare per imbarazzarla – e forse anche per un altro motivo che ha molto meno a che fare con la sua mente dispettosa e molto più coi suoi lombi –, che lei compie un movimento secco col collo, tirandolo indietro, e lui scorge lo spillone scenderle tra i capelli fino a produrre un rumore meccanico. Solo dopo scoprirà che quello è il modo in cui attiva il meccanismo dello strano collarino che indossa, e che le fa scivolare in pochi decimi di secondo il connettore nel portale. E solo dopo ancora saprà che quel meccanismo è stato inventato dal padre di Edith, un ingegnere meccanico sconnesso, da cui lei ha preso l’amore per ogni tipo di macchina. Quel giorno ha giusto il tempo di vedere il riverbero azzurrino della Gaia in cui lo sta risucchiando, prima che lei lo crashi.
«Locka» pronuncia serafica, mentre è a terra.
E lui si ritrova immobilizzato insieme al suo Alter, che si è materializzato al suo fianco solo per essere vittima di entrambi gli attacchi. E nonostante lo stordimento, non può fare a meno di osservare con interesse l’Alter di Edith, che gli mostra come sarebbe il suo corpo nudo.
Poi Edith muove il capo in avanti, lasciando uscire il connettore dal portale per disconnettersi subito – anche lei allora sa che la scuola non è in grado di rilevare e punire le connessioni brevi – ma si ferma al Confine. «Virtualizza pantaloni» continua da lì.
E lui si ritrova in mutande davanti a tutti.
«Eccoti esaudito, Sullivan» commenta placida, abbandonando anche il Confine. «Contento tu… Anche se dubito ci sia ancora qualcuna in tutta Upgrade che non abbia visto le tue mutande.» Lui sta ancora cercando di riprendersi dallo stordimento provocatogli dal Crash quando, tra le risate generali, lei gli comunica, prima di superarlo per svoltare l’angolo: «Io a Roma ci vado col mio ragazzo. Tu con quale dei tuoi due ragazzi ci vai?»
E nemmeno tutto il chiasso che gli altri studenti fanno intorno a lui basta a fugare il fastidio che prova all’idea che lei abbia un ragazzo.

Nessun commento:

Posta un commento