venerdì 21 ottobre 2016

Beta - 4

Allora, Beta uscirà il 25, giusto? O magari anche prima, chissà?
Iniziamo il conto alla rovescia con una scena del prologo al giorno.
Buona lettura.




La prima volta che la vede è il giorno in cui apprende del Watermark destinato a sua sorella, perciò forse la associa, per sintesi o per antitesi, a quel guazzabuglio di oscurità che si contorce fuori e dentro di lui.
Perché Byron è un Sullivan, e gli pare che abbiano già innestato anche in lui, forse sin dalla nascita, un fato indelebile che sente bruciare sotto la pelle, quando tutto il resto del mondo dorme e lui non può chiudere gli occhi, nel timore di svegliarsi in un incubo o nella realtà e ritrovarsi solo, come tutti i dannati membri della sua famiglia sono sempre stati per scelta e per ostentazione, e forse ancor più di loro, perché lui non fa nemmeno più parte di quella famiglia, perché lui ha preso una strada che l’ha reso un reietto ai loro occhi, e in fondo anche ai suoi.
Perché lui se l’è poi costruita da solo, una famiglia, una che non ha niente a che fare col DNA ma che potrebbe un giorno reclamare in pagamento il suo, una che lo ha portato a non essere più un Sullivan e a non essere più solo, una che gli ha fatto trovare degli spiriti affini: Kenneth e Aleister, un Beta e un Gold, entrambi come lui animati da profondo affetto per Claire, il primo come ragazzo, il secondo come migliore amico. E quando gli hanno detto che sua sorella sarà punita proprio a causa della sua ribellione al destino dei Sullivan, allora è corso a perdifiato per uscire a sputare la sua collera contro al cielo, e in quella folle rotta ha travolto lei.
E poi lei ha travolto lui.
«Maledetto imbecille! Non vi insegnano a guardare dove camminate, nella vostra Sezione? O sei tu, che sei così pieno di te stesso da tenere sempre il naso troppo in alto per controllare dove metti i piedi? Guarda che disastro…»
Strumenti di cui Byron non capisce la forma né l’utilizzo sono disseminati in terra, accanto a un olonet dal rivestimento metallico, aperto su una serie di ologrammi che mostrano quelli che sembrano proprio macchinari, di cui ancora una volta lui non capisce la forma né l’utilizzo.
Senza che ne comprenda davvero il motivo, Byron sente l’ira sgonfiarsi dentro di lui, mentre osserva quella ragazzina piccola e ossuta, intenta a raccogliere in un astuccio a portafoglio degli strani strumenti e a borbottare programmi dolorosi che vorrebbe sperimentare su di lui. Naturalmente, non gli viene nemmeno in mente di aiutarla a raccattare ciò che le ha fatto cadere. Prima di tutto perché è abituato a negare qualunque colpa sin da quando è arrivato ad Upgrade, creando quel trio con cui ha collezionato così tante infrazioni da mettere a dura prova la fantasia degli insegnanti nell’infliggere punizioni; e poi perché probabilmente, se le desse una mano, le farebbe sparire quel broncio tanto buffo dal viso. Così si limita a contemplarla curioso e per una volta sereno, le mani in tasca e l’espressione scanzonata che ha già fatto sospirare più di una fanciulla.
Ma gli unici sospiri emessi dalla fanciulla china al suolo sono rivolti al suo astuccio logoro, che tenta di riempire con ordine e diligenza, come fa chi sente di avere qualcosa da dimostrare, tanto che Byron potrebbe indovinare la sua Sezione anche se non fosse mora. «Glitch?»
Lei non alza nemmeno lo sguardo, limitandosi a sibilare: «Considerando che abbiamo avuto in comune tutte le lezioni per i primi tre anni, la tua domanda è davvero indice di un’acuta capacità di osservazione.»
Byron aggrotta le sopracciglia, perplesso. Non ricorda di averla mai notata, ma è pur vero che secondo la sua filosofia spiccia sono le ragazze, quelle a cui spetta l’incombenza di farsi notare da lui; inoltre quella Glitch non ha propriamente un aspetto appariscente: ricci scuri raccolti frettolosamente, fronte alta sul naso dritto, semplicità e sobrietà in tutto, dal modo compunto di vestire ai risibili accessori, consistenti solo in uno spillone infilato nella chioma raccolta a crocchia e in una specie di strano collarino al collo. Magari, sotto quell’aria da passerotto in procinto di spiccare il volo, si nasconde anche una ragazza niente male, ma sarebbe necessario scavare a fondo, per tirarla fuori. Non che lui abbia la voglia o il tempo o il bisogno di mettersi a scavare, se non si contano le molte volte in cui si è messo nei pasticci sin quasi a scavarsi la fossa da solo.
«E tu invece mi hai osservato molto?» chiede, sfoggiando la sua migliore faccia da schiaffi.
Il fremito nervoso che le scuote le spalle gli fa temere che quella volta la sua faccia possa in effetti attirare proprio degli schiaffi. «Proprio per niente» risponde secca. «Ma chi non ti conosce, Sullivan?»
«Perché sono così affascinante?» insiste.
«Perché sei così chiassoso» risponde infine la Glitch, alzando verso di lui due iridi chiarissime e sprezzanti.
Byron rimane così stupito da aprire e chiudere la bocca un paio di volte, prima di ritrovare la voce. L’hanno chiamato in molti modi, la maggior parte dei quali poco garbati e molto fantasiosi, ma ‘chiassoso’ mai. «Chiassoso?» sbotta infatti.
Lei gli mantiene fermo addosso quello sguardo d’un azzurro quasi finto, limpido come la sofferenza, solcato da pagliuzze iridescenti. Ha occhi grandi e intensi, del colore dei torrenti montani, pensa Byron, accogliendo questa muta osservazione con disappunto: non è da lui far caso agli occhi di una donna, a meno che questa non abbia deciso di cavarseli dalle orbite e ficcarseli tra le tette.
«Chiassoso, per l’appunto. Tu e i tuoi amici siete sempre in giro a bighellonare o a combinare guai, e non che mi interessi, ma sarebbe davvero molto, molto carino se poteste farlo in silenzio. E invece fate continuamente un gran chiasso, quando uscite di nascosto, quando mandate in confusione Gaia, quando venite a gironzolare in biblioteca fingendo di saper leggere, quando fate crashare un programma o un povero malcapitato, persino quando… quando fate la corte a qualcuna, ecco.»
Byron non riesce a non scoppiare a ridere, all’espressione ‘fare la corte a qualcuna’, che gli suona così antiquata e inappropriata a ciò che in effetti fa lui, e lei assume un’espressione ancora più ostile.
«Questo ti diverte? Guarda che non siamo tutti qui per scherzare, sai? C’è anche gente seriamente interessata a studiare, e di tutte le ore che abbiamo insieme le uniche che sono riuscita a seguire con tranquillità sono quelle in cui per fortuna tu eri in punizione!»
«Perché sono chiassoso…» ripete sorridendo.
Quella ragazza lo fa davvero sentire allegro come gli è capitato raramente di sentirsi e come non credeva avrebbe potuto sentirsi in quel momento. E d’improvviso, colto dalla strana sensazione delle sue labbra aperte in un sorriso sincero, si rende conto dell’assenza di qualcosa, dentro di lui: quel tormento sottile che lo accompagna ovunque, quel senso di estraneità, quel silenzio opprimente che cerca sempre di riempire di rumori per non sentirsene spaventato. Che cerca di riempire di chiasso.
Fa un passo indietro, quasi spaventato da quella folgorazione. È vero, è chiassoso. E lo è per non ascoltare i sussurri che gli corrodono il petto come soffi d’acido, quando tutto tace e non c’è più niente e nessuno a distrarlo da se stesso. Lo è per schiacciare sotto il frastuono più alto che riesca a creare quella voce che gli dice che lui non avrà mai una vera famiglia, perché ha rinnegato la sua e perché quella che sta cercando di costruirsi ora è solo un castello di carta che cadrà al primo sbuffo di vento dell’età adulta. I suoi amici si faranno una vita, si faranno la loro, di famiglia – e a giudicare dall’amore tra Claire e Kenneth, probabilmente questo avverrà presto, per sua sorella –, e inizieranno allora a considerarlo solo un incomodo, e lui sarà di nuovo solo. Perché lui non sarà mai in grado di costruirli, rapporti familiari maturi e ortodossi, perché lui riesce a creare dei legami solo così, in mezzo al chiasso. Perché il silenzio è uno specchio che gli riflette l’immagine di qualcuno che nessuno, vedendolo davvero, vorrebbe mai amare.
Si riscuote dai suoi pensieri quando nel suo campo visivo riappare la Glitch, che si sta rialzando con l’astuccio di pelle chiuso in una mano e l’olonet nell’altra. I capelli sono sfuggiti dal fermaglio improvvisato con lo spillone e ora le ricadono sulle spalle spettinati e vaporosi.
«Oh, per carità, smetti di chiedermi scusa, il tuo sincero pentimento mi sta davvero commuovendo» sbotta caustica.
«Come ti chiami?» le chiede, sorprendendo sia se stesso che lei.
«A che pro dirtelo, se te lo scorderesti tra un minuto?»
«Perché ci sono molti nomi femminili nella mia agenda?» le domanda mellifluo.
Lei rotea gli occhi con evidente insofferenza, poi gli volta le spalle, rispondendogli mentre già se ne va: «No. Perché non mi sembri uno in grado di trattenere un pensiero, un nome o un qualunque vocabolo nel cervello per più di pochi secondi.»
Ed è solo diverso tempo dopo che la schiena della Glitch è scomparsa totalmente dalla sua vista, che Byron si rende conto di essere rimasto fermo, solo, sorridente e in silenzio fino ad allora, senza aver sentito la necessità di sbraitare, strepitare, inveire o fare alcun tipo di chiasso.


Nessun commento:

Posta un commento