mercoledì 21 dicembre 2016

Breathe

Sabato scorso di sera c’era il compleanno di amici del patato, ma io stavo male. Sono sotto cortisone da giorni, ho iniziato anche l’antibiotico (normale amministrazione, per chiunque viva a Ferrara d’inverno, abbiamo le classi decimate), ma voglio andare a scuola fino all’ultimo giorno perché devo interrogare e spiegare le ultime cose prima delle vacanze, perciò sabato ho rinunciato a uscire e al posto mio è andato il marito, mentre io cercavo di rimettermi un po’.
In genere di sera, quando il patato è a letto e il marito gioca all’X-box o guarda qualcosa in televisione, io ho queste opzioni: correggo compiti, preparo lezioni, lavoro a documenti scolastici, scrivo libri o post per il blog. Come sto facendo stasera. Verso le 23.00 chiudo tutto, vado a trascorrere un’oretta con mio marito, ed è l’unica oretta al giorno in cui non sto in effetti lavorando per scuola, casa o libri. Poi si dorme e si ricomincia.
Ma sabato stavo proprio male, ho provato a mettermi avanti col lavoro – il classico senso di colpa: se non sto con mio figlio a maggior ragione devo lavorare di più – ma mi sono resa conto che non riuscivo neanche a stare seduta al tavolo dove di solito lavoro. Mi metto comoda, mi sono detta, e ho indossato un pigiama imbarazzante che mi fa sembrare l’omino della Michelin ma è come avere addosso un termosifone.
L’ho comprato da poco ma non lo avevo ancora messo perché sono sempre vestita, sempre pronta, sempre sul pezzo: non passo mai una giornata in pigiama, neanche quando lo fanno i miei due uomini; mi sveglio, mi vesto, inizio a lavorare a una cosa o all’altra. Per cui avevo comprato questo pigiama per sfizio, una roba che parlava di comodità allo sguardo, ma non l’avevo mai indossato e temevo che non l’avrei fatto mai. E invece lui era lì ad attendermi al varco. La risposta ultima, la soluzione finale, qualcosa che non avrei mai immaginato e che non posso descrivere. La pace di ogni senso.
Mi stendo un secondo sul divano, ho pensato, e ho fatto una cosa che non faccio mai: ho acceso la televisione. Credo che per molti questo sia impensabile, ma per me è una realtà naturale: io non accendo mai la televisione. La accende il patato quando guarda i cartoni, la accende il marito quando guardiamo una serie televisiva, ma io, da sola, durante il giorno, a meno che non stia stirando, mai e poi mai accendo la televisione. E mai e poi mai se non è per vedere una serie televisiva, anche mentre stiro. Invece sabato sera ho fatto zapping. Mi rendo conto che per molti sia normale, per me è stato un ritorno più o meno all’età adolescenziale. Lo zapping è durato pochissimo, perché su Rai1 c’era il concerto di Baglioni. E io adoro Baglioni. L’ho scoperto con Oltre, avanti nella sua carriera, e da allora lo adoro. Perché quando uno sente Pace poi non è più lo stesso.


Lo ascolto un secondo, mi sono detta. E poi sono arrivati Cacio e Pepe, innamorati del pigiama che secondo me mi rendeva simile a loro.


E sapete cosa succede quando un gatto ti si butta addosso, figurarsi due…

E ho passato una delle serate più incredibili della mia vita, senza far niente, proprio perché non ho fatto niente.
E allora mi è venuto in mente il mio maestro di chitarra classica da ragazza che, durante le lezioni, mi chiese:
- Ma oltre a studiare tanto e a suonare, cosa fai?
- Corro, vado in bici da corsa…
- Sempre di corsa, eh? Tu non rallenti mai, anche quando suoni. Tu non ti fermi mai.
Lì per lì, non capivo cosa ci fosse di male. La vita è breve, tempus fugit, la torta in forno si brucia, e poi insomma, è correndo che ho realizzato tanti traguardi. Lui non disse altro, si limitò, alla fine dell’anno, a regalarmi una penna di quelle antiche, col pennino e l’inchiostro. Per farmi scrivere lentamente, mi disse.
A quei tempi non c’erano le e-mail, per cui si scrivevano lettere a mano in ogni caso; ma tutti le scrivevamo con la penna a sfera. Io mi ritrovai in casa questo pennino che era davvero bello, comprai l’inchiostro e, più per curiosità che altro, tentai. Scrissi molte lettere con quel pennino – già da allora, le persone più importanti nella mia vita non le sceglievo per vicinanza geografica ma per vicinanza psicologica ed emotiva – e Caterina, una delle mie più grandi amiche nonostante non la veda quasi mai, credo abbia ancora una di quelle lettere. Allora non lo capii, ma in quelle lettere fui diversa – vissi a tempo lento. Poi ripresi a correre, poi arrivarono le e-mail, e il pennino chissà dov’è.
Sabato sera, dopo più di vent’anni, quando ormai la corsa è diventata ancora più folle, ho capito il valore di quelle parole e di quel pennino. Stesa sul divano con indumenti imbarazzanti ma comodi che mi sono negata sempre anche in casa, con due gatti che mi pestavano addosso, con Baglioni che cantava tutte le musiche della mia vita, ho capito. Ho pensato a mio padre con Tamburi lontani e I vecchi. Ho riso con le sue versioni delle canzoni natalizie. Ho ricordato la mia adolescenza con La vita è adesso. Ho perso di nuovo un amore con Mille giorni di te e di me. E a un certo punto, senza sapere neanche come e perché, ho pianto. Non per tristezza, ma neanche per gioia: per quella catarsi che insegno spesso, e per cui io però non trovo mai tempo. Per quel pennino.
Sono così abituata a pensare di dover sostenere tutto e tutti. Mio marito, mio figlio, la famiglia in generale, gli alunni, i lettori. Ascolto e leggo così tanti dolori, che non credo di potermi mai concedere i miei, grandi o piccoli che siano. Non credo di potermi mai mettere in pigiama, non credo di potermi mai stendere e basta. Ho questa sensazione terribile che se smetto di correre, se smetto di sostenere, tutto crollerà attorno a me. Ma non mi sono mai chiesta se a volte in fondo non sia anche giusto che crolli. Il tutto, e io con lui.
E allora ho capito quel che io stessa ho scritto di Caleb, e ho capito che l’ho scritto per me: l’importanza di respirare. Il motivo per cui quella canzone di Midge Ure, Breathe, è una delle colonne sonore della mia vita.


Io non so respirare.
Ho perso tanti anni con l’anoressia che ora ho la sensazione di doverli recuperare, ma non si può. Bisogna solo accettarlo e vivere quel che resta come una passeggiata e non come uno scatto da centometrista. Non riesco a smettere di fumare perché le uniche pause che mi prendo, durante il giorno, sono quelle in cui esco in balcone a fumare col kindle – altrimenti non avrei neanche quei cinque minuti ogni qualche ora. E certo fumare non è respirare.
Passare una serata sul divano, col pigiama “I’m a fashion cat”, Cacio e Pepe addosso, Baglioni in sottofondo, una tisana alla cannella in mano, e tutta la vita in testa: questo è respirare. Piangere, con la voglia di piangere e il bisogno di piangere e la gioia di piangere, questo è respirare. E quando sono tornati i miei uomini li ho abbracciati e baciati e amati ancora di più.
Quando l’ho spiegato a mio marito, lui, che come molti uomini ragiona da cappellaccio (prossimamente spiegherò la teoria del cappellaccio), mi ha detto: “Ti regalo di nuovo un pennino.”
Ma non è il dito, che conta, è la luna che quel dito indica. È il mio respiro, è il perdono di me stessa, è l’accettazione di un momento, ogni tanto, in cui io sia serenamente, pacificamente niente. Che è poi la stessa cosa di essere tutto, quando lo capisci davvero.
E ho pianto ancora un po’, tra le braccia di mio marito, e senza alcuna tristezza.
Poi ho messo a letto il patato, ho finito di vedere il concerto e sono andata in balcone a fumare l’ultima sigaretta della giornata e ho letto questo:
“Capisce che il dolore è stato con lui fin dalla nascita… il dono dell’universo a un poeta. È un riflesso fisico del dolore, quello che ha sentito e cercato inutilmente di mettere in versi, d’appuntare in prosa, per tutti gli inutili anni di vita. È peggio del dolore; è infelicità perché l’universo offre dolore a tutti.”
(Dan Simmons, La caduta di Hyperion)
E in quel momento, quando Martin Sileno, impalato sull’albero della Sofferenza, declama poesia, e gli altri impalati insieme a lui per l’eternità gliene chiedono ancora, in quel momento io ho concluso la serata perfetta, congiungendo libri e vita in una coincidenza catartica.
Il 2016 è stato un anno di merda, non l’ho mai detto di nessun anno ma questo lo è stato proprio. Dal 2017 mi aspetto solo che non sia altrettanto, ma so che dipende anche da me, perciò faccio un proposito semplice per l’anno che verrà: respirare. So che non mi sarà facile, so che va contro la mia natura, so che non capiterà spesso, so che anche adesso sono quasi le 23.00 e sto ancora scrivendo. Ma intanto domenica mattina sono andata a comprarmi pure le babbucce e ora, quando sono in casa, sono la versione evoluta (in male) dell’omino della Michelin. Sono la donnina della Michelin, perché dietro ogni grande uomo c’è una grande donna e con questa roba addosso sono due taglie in più – perché c’è un brutto mondo, fuori da quel pigiama. Tanto tempo fa, in una poesia, ho scritto questi versi:
 
Mi insegni la scelta del pigiama
e scelgo me.

Li ho capiti ora.
Sto comunque correndo, ma corro nel mio pigiama e nelle mie babbucce, col ricordo di quella serata in sottofondo e la speranza e l’obiettivo di averne altre. Non dico molte, non ci riuscirei e non potrei davvero, ma magari una ogni tanto e il ricordo di quella serata – la pace – per le settimane seguenti. Forse basta poco, proprio. Basta una sera al mese, un paio d’ore al mese in cui io non stia pensando a niente, non stia facendo niente, non sia niente.
Tranne un respiro di dolore sull’albero della Sofferenza o un urlo di poesia.


4 commenti:

  1. Voglio farlo qui e non su facebook sperando che sia comunque gradito. Ecco la premessa terribile... Ho imparato a respirare da poco. Quando mi sono permessa di fermarmi, di scegliere, di sbagliare. Quando potevo non essere io e lasciare l'onere agli altri. Quando ho capito che - qualsiasi decisione io prenda, giusta o sbagliata - il mondo gira comunque. Continua a girare. E sempre dalla stessa parte. Mi sembra di averci messo un secolo per capirlo, e invece quando si è accesa la lampadina ho realizzato che è sempre stato lì in attesa che fossi pronta. E sai una cosa? Non solo si respira ma si respira anche bene! Il tempo per il niente è sempre un'occasione e una possibilità speciale. Sfruttala. E ricordati che correndo arrivi solo prima e affannata, la calma aiuta a godersi anche le cose inutili.
    Mara

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    1. Ci ho messo un secolo anche io a capirlo - quarant'anni -, ma so che capire è solo il primo passo: ora devo davvero accettarlo a livello profondo, e imparare a respirare, perché non sono certa di sapere ancora come si faccia. Ma sono brava a studiare, e imparerò. Grazie di cuore.

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  2. Io forse devo ancora capirlo, mi rendo conto di rincorrere il nulla, ma corro.
    La mia vita è così, sono stanca ma corro.
    Mi sento così in colpa ed arrabbiata con me stessa per non essere ancora riuscita a terminare il tuo ultimo libro, sto rincorrendo anche il tempo per questo...che stupida che sono...

    Nel tuo caso forse inconsciamente, acquistando il pigiamone, sentivi già la voglia ed il bisogno di "respirare", avevi solo bisogno di un appiglio a cui aggrapparti.

    Cara, carissima Mirya, ti auguro il meglio del meglio dal 2017, perchè te lo meriti!
    Auguro a tutti speranza, serenità e salute.
    Stef

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    1. Guarda, non so se l'ho capito del tutto anche io, o forse capirlo non basta. Ci sto provando, e magari non ci riuscirò, però almeno mi sono resa conto che quando si parla di vivere intensamente non significa che bisogna tirarsi fino a diventare sottili. Non è facile, soprattutto con la famiglia, con il lavoro, con un mucchio di incombenze che chiamano e a cui non sai dire di no, però magari è da qui che si comincia: da un no. Di' di no anche al mio libro, per ora, e stravaccati sul divano come un broccolo e basta. Auguro anche a te tanta serenità e tanto amore, per queste feste e per sempre.

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