martedì 14 marzo 2017

Ho sbagliato

In questi giorni – ma dovrei dire in tutta la vita – mi sono resa conto di quanto davvero per le persone sia difficile dire: ho sbagliato. Tutti diciamo di essere pronti ad ammettere i nostri sbagli, ma nessuno lo è davvero: stiamo solo parlando in generale ma nel particolare non scendiamo mai.
La collega che, posta davanti ai limiti legali del Consiglio di Classe, dice che però non è giusto e gnè gnè gnè e non ha l’umiltà di dire: OK, ho sbagliato, questo non si può fare.
La persona che sbaglia un post e poi, di fronte a una spiegazione pacata del suo errore, cita tutte le volte che però ha fatto bene (e cosa c’entra?).
Tutte quelle infinite discussioni in cui l’interlocutore ti fraintende volutamente perché si è capito alla prima, ciò che volevi dire e che lo smonta, ma allora invece sviamo la questione fino al sesso degli angeli (su cui, sia chiaro, io non ho alcuna teoria).
Io non lo trovo difficile, ma io lo dico davvero e davvero lo dimostro. Se scorrete la mia pagina di facebook e i miei post, trovate mille volte scritto: scusate, ho sbagliato questo dato, scusate, non volevo dire questo ma se questo si è capito ho sbagliato e mi dispiace. In classe funziona uguale: scusate, vi ho detto la data sbagliata, il nome sbagliato. E quando correggo i compiti e metto un segno rosso e poi rileggo e scrivo: scusa, ho letto male la tua grafia, ho sbagliato io.
Scusate.
Ho sbagliato.
Mai, mai una volta questo ha suscitato una mancanza di stima nel mio interlocutore. Anzi.
E allora vi propongo un gioco: scrivetelo qui, un vostro sbaglio che ammettete. Ma attenti, deve essere uno sbaglio vero, non una roba del tipo: ho sbagliato a fidarmi di quella persona, perché qui lo sbaglio è dell’altra persona che vi ha deluso. E forse scoprirete che spesso in una discussione basta questo per smontare almeno la metà dell’aggressività sul web.
Inizio io. Non posso ad esempio scrivere: ho sbagliato a mettere mio figlio in quella classe, perché così starei indicando un errore altrui – della classe, della maestra. Devo scrivere uno sbaglio vero, uno di cui mi interessa. Credo di averne uno bello grosso, che magari interessa a tutti, e di cui non mi vergogno perché non c’è vergogna nell’ammettere gli sbagli.
Ho sbagliato, in Di carne e di carta, nello scrivere con una sfumatura molto evidente di sessismo contro gli uomini. Ho sbagliato nel descrivere tante ipotetiche differenze tra maschi e femmine che magari lì facevano ridere ma che potevano offendere qualcuno, e che soprattutto non sono vere. Non cambierò mai nulla, di quel libro, perché quel libro rappresenta ciò che ritenevo in quel momento e credo mostri bene il mio inizio nella lunga riflessione sul femminismo e sul sessismo, e infine perché stavo comunque dando voce a personaggi che la pensavano così. Ma oggi non scriverei nulla del genere e se dovessi mettere in bocca a un personaggio certe battute farei ampiamente capire che sono solo un’idea del personaggio – un’idea sbagliata. Ho sbagliato, scusate, ma lo sbaglio resterà sempre lì, sotto gli occhi di tutti, sia perché è giusto ammetterlo, sia perché è giusto vedere la correzione successiva di quello sbaglio.
E voi, quando e come avete sbagliato?


EDIT: Mi sono accorta dopo dell’infelice tempistica, ma è stata davvero solo una infausta coincidenza, per cui ci tengo a specificare che questo post non si riferisce in alcun modo a ciò che è avvenuto all’autrice Alessia Esse, a cui va tutto il mio sostegno per gli ignobili attacchi che ha dovuto subire, a prescindere dalla mia mancata condivisione del suo senso dell’umorismo.


18 commenti:

  1. Parlando in generale gli errori che fanno più male sono quelli che fai con i figli, quelli per cui non sempre puoi chiedere scusa perchè peggioreresti la situazione o faresti perdere loro fiducia in te, o per cui puoi chiedere scusa solo in modo parziale, perchè ci sono cose che sono ancora troppo piccoli per capire, come l'ansia che si accumula e che ti porta ad urlare per un nonnulla. Puoi ammettere di aver urlato troppo perchè eri stanca, ma non hai l'assoluzione vera e non smetti di sentirti in colpa solo perchè loro ti dicono "ti voglio bene", te ne vorrebbero comunque, anche se li trattassi male. Questi sono gli errori che fanno più male.
    Parlando invece di errori che ho fatto sul web, me n'è venuto in mente uno di recente, soprattutto perchè facebook ti ripropone vecchi post. All'inizio della mia carriera accademica, fino a non molto tempo fa, trattavo gli studenti con "altergia", li ritenevo più che altro una scocciatura. Dicevo cose di loro, anche su facebook, per nulla edificanti, a volte quasi offensive nel mio sarcasmo. Col tempo, anche grazie a ciò che leggevo sul tuo blog e nei tuoi post, ho imparato ad aprirmi un po' di più con loro, a capirne di più il valore anche nei loro limiti che comunque sono fisiologici. Adesso posso dirlo: sbagliavo. Continuo a non essere portata per l'insegnamento, non sarà mai qualcosa che fa parte di me davvero, continuano a darmi sui nervi (molto) la maleducazione e il pressapochismo e l'egocentrismo, ma riconosco un potenziale, una vivacità e un'apertura negli studenti che prima, nel mio ritenermi, forse, superiore, non vedevo. Non posso ammettere lo sbaglio con studenti che sono passati di qui anni fa, ma essere più aperta nei confronti di quelli nuovi mi ha reso sicuramente migliore.
    Grazie per questa riflessione!
    Diana Malaspina

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    1. Grazie a te, sei una delle persone che stimo maggiormente proprio perché ti ho visto sempre molto riflessiva e autocritica, ed ero certa che ti avrei vista commentare. Grazie, anche perché pure tu mi fai accorgere spesso di errori miei.

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  2. Mi ci vuole una settimana per far mente locale di tutte le cose che sbagliato solo nell'ultimo mese. Comincio io da una cosa piccola, che faccio costantemente e che pare non impari a evitare: non ho contato fino a 10 prima di esprimermi e ho lasciato che le parole scorressero senza verificare il contenuto (l'ultima volta ieri sera con la mia poverah madreh, ma probabilmente altre 14 negli ultimi 20 giorni), ho agito di pancia e di istinto e ho lasciato che la vena si chiudesse e le parole partissero, senza ponderare chi era il ricevente e senza fermarmi a pensare, razionalizzare e accettare che la mia era una risposta inutile, sterile e fondata sulla frustrazione. Mea culpa: io ho dormito male e lei pure, probabilmente. A dire che sbaglio e che mi dispiace io ci riesco quasi sempre: certo, dipende dall'interlocutore e dalla gravità della situazione, ma se so che è costruttivo per me e risarcitorio per l'altro, ben venga. Ora chiamerò mia madre e le farò le mie scuse per aver risposto impulsivamente. Le farei una torta, ma siamo tutti a dieta perché siamo la famiglia di Peppa Pig.

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    1. Mi vien da aggiungere che non ho condiviso il contenuto perché è di carattere personale/intimo e perché l'errore sta nella mia modalità, nella mia disattenzione e impulsività, quindi è un modus operandi che viene reitererato. Insomma, c'ho l'aggravante della recidiva.

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    2. Grazie del contributo, sapessi come ti capisco! Io sono cresciuta con la nomea più che giusta di 'polemica', 'quella che vuole sempre l'ultima parola', ed era così, anche se quell'ultima parola era cattiva. Ci ho messo quarant'anni a cederla agli altri, e a riflettere molto prima di parlare o scrivere. Nonostante questo, un mese fa sono sbottata con una mia collega dicendole che quando parlo con lei mi sembra di parlare col muro e so di averla ferita perché ci tiene al mio parere. E in questo caso, purtroppo, ci ho messo una settimana per scusarmi.

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    3. Credo profondamente negli assiomi della comunicazione e temo che, a volte, il fallimento nella trasmissione del messaggio porti a quelle frustrazioni che ti fanno chiudere la vena e, via. Credo che a volte si cada in quel meccanismo lì: quello in cui diamo per scontato l'altro, la sua capacità di recepire ESATTAMENTE quello che noi volevamo dire, senza chiederci se - invece - è la nostra trasmissione del messaggio che è stata equicova o omissiva di qualcosa di importante. Il mio errore è proprio nel non frenare la lingua quando mi inalbero... e nell'alterarmi quando l'altro sembra non capire. E andrei avanti nel confornto, per sviscerare dove c'è stato l'errore, finendo inesoralbimente più in profondità nella incomprensione. Ecco, altra cosa che sbaglio e non lasciar perdere: sbaglio perché a volte una parola è già troppa e continuare distorce sempre di più le cose.
      Ecco, sbaglio anche lì... come te, sono sempre stata polemica e rompiballe.

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    4. Impegniamoci entrambe: in quei casi lì, proviamo davvero a dire solo: scusa, ho sbagliato e chiuderla. Non è sempre facile, ma proviamo a vedere se funziona meglio che sviscerare tutto all'esasperazione.

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  3. Ci ho pensato un po' e, anche se in vita mia mi sarò scusata molte volte, al momento mi viene in mente solo questo episodio. Mia madre si diletta di cucito, non lo fa di professione ma è davvero, davvero brava. Qualche anno fa, stava lavorando a un centrotavola all'uncinetto ed era un capolavoro di difficoltà. Aveva lasciato il lavoro sul tavolino del salotto e il mio sbadato e goffo fratello, senza accorgersene, se l'è trascinato in giro per casa, attaccato al piede. Quando poi finalmente se n'è accorto, aveva ormai scucito una ventina di centimetri di centro. Si è armato di coraggio per dirlo alla mamma e la sua espressione terrorizzata, non so perché, ha fatto ridere a crepapelle me e l'altro mio fratello. In breve, ridevamo tutti e tre, mentre mia madre si è messa a piangere un po' di frustrazione, un po' di dolore, credo, nel vedere che sminuivamo in quel modo il suo lavoro.
    Non mi sono mai sentita peggio di così e ho chiesto immediatamente scusa, mi dispiace.

    Francesca Tripiedi

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    1. Che bell'esempio, non per tua madre, poveretta, ma perché hai raccontato un momento doloroso, in cui ti sei scoperta non empatica. Capita anche a me ed è brutto, perché si spera sempre di non sminuire gli altri, però prima o poi lo facciamo tutti.

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  4. L'anno scorso, ero andata a tagliare i capelli e uscita dal salone della parrucchiere, mi era venuta fame. Cosi sono andata nel bar piú vicino, per prendermi qualcosa da mangiare.
    Fuori dal bar, c'era un vecchio signore che chiedeva l'elemosina; chiedeva delle monete per mangiare ma io l'ho ignorato, perchè avevo fame e sapevo che dentro la mia borsa, non avevo monete ma solo banconote.
    Quindi, sono entrata nel bar e mi sono presa una pizzetta rotonda e sono uscita, il signore stava ancora lì ed io, praticamente, sono passata davanti a lui con la mia bella pizzetta al pomodoro.
    Mi sembra, che poi sono entrata in un altro negozio e quando sono uscita, ho visto quel signore che zoppiccava dall'altra parte della strada ed ho realizzato che come l'ho ignorato io, avevano fatto le altre persone che erano entrate in quel bar.
    Mi è venuto una sorta di malessere allo stomaco (anzi, mi viene ancora a ricordare questo episodio) e non mi sono mai ma mai, sentita così idiota, frivola, stupida, una persona da fare schifo!
    Questo è un grave errore che non riesco a dimenticare, mi è capitato di urlare a famigliari ed amici perchè avevo perso la pazienza, ma non si puó fare il paragone con questo mio sbaglio.
    Ho letto, anche, gli sbagli delle persone che hanno commentato il tuo post, ma il mio sbaglio, sembra il più terribile.
    Cosa me faccio delle mie banconote, quando ho la coscienza che non è al suo posto?

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    1. Temo di averlo fatto spesso anche io, questo sbaglio. L'elemosina scuote qualcosa dentro di noi, una diffidenza atavica che non riusciamo a debellare: ci mostra un'infelicità a cui non vogliamo pensare, ci ricorda la paura del diverso, di quello che in fondo ci vuole fregare, anche se non è così, perché così ci hanno insegnato. Non è facile, fermarsi a fare elemosina, ma cerco di capire quanto debba essere difficile chiederla. Detto questo, anche io, spesso, ho ignorato e mi sono girata dall'altra parte, per cui mi accodo al tuo sbaglio, e cercherò di non farlo più.

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    2. Come hai scritto tu, almeno nel mio caso: mi è stato insegnato ad ignorare le persone che chiedono elemosina in linea di massima, perchè quelle persone, avvolte, vogliono fregarti.
      Infatti, con me c'erano i miei genitori, quel giorno e per quanto possa essere triste; questo episodio, ha toccato loro per due minuti e poi sono andati avanti i loro pensieri...
      Comunque, da quello sbaglio, cerco sempre fare il mio meglio, dando soldi quando capita quel tipo di situazione, per non sentirmi piú in colpa!
      Grazie per la risposta.

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  5. Il mio sbaglio più grande l'ho fatto con mio marito.
    Ad un certo punto della mia vita, abbastanza recentemente, presa dai millemila impegni di vita quotidiana, familiare e lavorativa l'ho escluso dalle decisioni importanti.
    Forse perchè viviamo in regioni diverse per lavoro ed i nostri figli stanno con me e nei fine settimana avviene il ricongiungimento familiare, vuoi perchè alcuni problemi e, appunto, decisioni a volte devono essere affrontati e risolti nell'immediato e vuoi perchè nel mio mondo fatto da innumerevoli impegni quotidiani mi risultava facile pensare a tutto senza consultarlo, alla fine sono entrata in modalità "non glielo dico neppure tanto penso a tutto io".
    Purtroppo in questo mio "loop" ho continuato a peggiorare la situazione, meno gli dicevo e meno gli avrei detto, pensando di fare il bene della famiglia.
    Nel momento in cui mi sono resa conto dei miei errori più o meno grandi, sono crollata psicologicamente e mi sono chiusa a riccio.
    C'è voluto del tempo prima che capissi che dovevo ricominciare a comunicare in tutti i sensi.
    Ho chiesto scusa ed aiuto a lui.
    Non è stato facile ricominciare, ma camminare insieme è la risposta...solo che mi ero dimenticata come si faceva...

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    1. Questa è una testimonianza molto importante, e spero che anche tuo marito la legga, perché è dura ammetterlo. Ma è duro anche il matrimonio, anche se si vive insieme, nel tuo caso poi l'equilibrio è un filo sottilissimo e posso solo immaginare quanto sia difficile mantenerlo. Ma l'importante è che tu ti sia accorta che stavi perdendo l'equilibrio, sei stata molto coraggiosa.

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  6. Grazie per le belle parole, e... già, l'equilibro è un filo sottilissimo...

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    1. PS: mi ha fatto bene scriverlo! Grazie

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  7. Ciao Mirya. Complimenti per il bellissimo blog che seguo sempre volentieri e per i post che forniscono sempre uno spunto di riflessione.
    Recentemente credo di aver fatto uno sbaglio in ambito lavorativo. Ho terminato la specialistica di Lettere tre anni fa, ho fatto uno stage in un ufficio cultura, poi per due anni ho lavorato come insegnante ed ora sono di nuovo al mio primo amore, nell'Ufficio Cultura del Comune del mio paese.

    Il secondo anno di insegnamento (cioè l'anno scolastico 2015-2016) non è stato facile per me: ero in una scuola media religiosa e la preside-suora mi aveva preso di mira. Entrava in classe urlandomi addosso ed umiliandomi davanti ai ragazzi, mi inseguiva nei corridoi per rimproverarmi, mi impediva di fare attività extra che non fossero lezione frontale "perché sì", mi accusava di essere indietro con il programma anche se io magari ero al capitolo 15 e la mia collega al capitolo 11, una volta è persino andata a parlare male di me ai ragazzi quando io ero a casa per il mio giorno libero. Non so che cosa ne pensi, ma per me l'unica parola valida per definire questo è "mobbing".

    Ebbene, io credo di aver sbagliato a non contattare i sindacati, a non denunciare la situazione, a non intentare nulla nei suoi confronti. In un primo momento ero così arrabbiata che avevo pensato di fare addirittura causa, ma poi famiglia ed amici mi hanno dissuaso, soprattutto perché era già praticamente primavera ed il mio contratto sarebbe comunque finito a giugno. Poi, quando è arrivata l'estate, ho avvertito un senso di liberazione così forte (perché ormai avevo praticamente paura di andare al lavoro) che ho lasciato perdere tutto.

    Un paio di mesi fa sono stata contattata da una mia ex alunna di quella scuola che mi ha raccontato di essere un po' esasperata perché, a quanto pare, la preside sta attuando i medesimi maltrattamenti nei confronti della poveretta che ha preso il mio posto. è stato allora che mi sono pentita ed ho compreso la gravità del mio errore.
    Anche se non avevo - e non ho - i soldi per una causa, avrei dovuto almeno contattare i sindacati, denunciare la situazione, scrivere una lettera alla Dirigenza di Roma (come mi avevano consigliato).
    Avrei dovuto per il bene dei ragazzi, dei colleghi, di chi mi ha sostituito.
    Avrei però dovuto soprattutto per me stessa, perché anche ora che faccio un'altra professione, sono serena e mi trovo bene, se rievoco quell'esperienza spesso la prima immagine che mi viene in mente non riguarda tutti gli aspetti positivi che in effetti ci sono stati (i ragazzi spesso volonterosi, la sensazione di stare aiutando gli altri ad imparare, tanti genitori comprensivi), ma riguarda solo lei che diventa rossa come un peperone e sbraita come una povera pazza.
    Sai una cosa? Mi fa un po' pena anche lei. Il suo obiettivo nella vita sembra essere trovare una vittima su cui riversare le sue frustrazioni. Se avessi parlato, forse avrei fatto del bene persino a lei.

    Grazie mille e scusa lo sfogo...so che sei un'appassionata insegnante e credo che tu possa capire come mi sono sentita. :-)

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    1. Ti ringrazio molto per la tua testimonianza (e per i complimenti al blog); se ci pensi bene, però, questo è un caso in cui non hai davvero sbagliato tu: lo sbaglio è di quella Preside, ed è uno sbaglio destinato a ripetersi. La cosa più difficile, invece, è ammettere sbagli nostri, situazioni in cui abbiamo proprio agito male, facendo noi male agli altri. Mi riferivo a questo, in effetti, senza tuttavia voler sminuire minimamente la tua testimonianza.
      Quando ho cominciato io con le supplenze ho avuto un'esperienza simile, anche se in misura molto minore: il Preside della mia prima scuola mi osteggiava, e mi ha fatto passare le pene dell'inferno. Niente tuttavia di paragonabile a quello che racconti tu: nella tua storia non sei tu, ad avere sbagliato, davvero. Anche perché temo che qualunque denuncia sarebbe stata inutile: il Preside con cui ho avuto a che fare io ne aveva già parecchie, ed era ancora lì. Amo il mio lavoro, ma la scuola è un posto complicato: quando qualcosa non va, aggiustarlo è molto difficile, e spesso l'unica scelta è andarsene, purtroppo. E lo dico con grande amarezza.
      Grazie ancora!

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