mercoledì 5 aprile 2017

Dalla Lettonia con amore

*per chi non mi segue su facebook: resoconto della settimana in Lettonia con la scuola.

Parte della mia stanza, con
l'immancabile sacchetto per
il freddo in caso di cefalea
(arrivata due volte)
La mia prima impressione è stata di solitudine. Ma non in senso brutto, eh. Sono entrata in camera ed era camera mia. Ora, i genitori lo sanno, quando fai un figlio non hai più spazi tuoi. E forse neanche quando ti sposi o vai a convivere. Io però spazi miei non ne ho mai avuti, e a me questa cosa è sempre mancata: in casa coi miei non avevo una camera, dormivo nello studio di mio papà, poi sono andata a vivere con quello che sarebbe diventato mio marito, in un buco che ricordo con affetto ma che era un buco, e adesso viviamo in un appartamento normale dove sì, abbiamo la nostra camera matrimoniale, ma io non ho uno spazio mio. Questo post lo sto scrivendo in cucina, per dire. Il mio spazio è il balcone dove vado a fumare, e perciò non smetto di fumare. E non credo che, quando parlo di cambiare casa, mio marito capisca del tutto la mia mancanza, che dura da una vita, e che è un buco nella mia anima che mi ricorda che io un buco mio nel mondo non l’ho avuto e forse non l’avrò mai. Che nel mondo non c’è uno spazio per me, una stanza tutta per me. Comunque: solitudine, benedetta solitudine. Una camera mia.

Vista dal decimo piano della BNR
Poi, passiamo alla Lettonia.
Sempre la BNR
Potrei descrivervi i luoghi che ho visto, ma per questo ci sono le guide turistiche. Mi limito a due citazioni: 



La scala della Biblioteca
Il castello di Turaida
la Biblioteca Nazionale di Riga...








 ...e il castello di Turaida.
  
Workshop al castello di Turaida
Congelata dopo l'orienteering
al castello di Turaida (che
abbiamo vinto)

Per il resto, preferisco parlare di sensazioni.
Intanto: gli spazi. Immensi, desolati senza essere tristi, puliti nella sporcizia. Per noi italiani, tutto il resto del mondo, credo, è sporco: non ci sono bidè, in Lettonia non usano le tovaglie e tutto è messo sul tavolo direttamente. I vassoi nei self-service non hanno la tovaglietta di carta, il piatto va sulla plastica che spesso è unta. Le pietanze sono spesso esposte senza copertura, le bottiglie aperte. Non fanno la raccolta differenziata e non vedi in giro cestini per i rifiuti. Però ognuno mette via il suo vassoio, ognuno sparecchia, le strade sono pulite, a differenza delle nostre, dove trovi i rifiuti a un metro dal cestino.
Il centro storico è ciottolato, ma lì anche i ciottoli sono grandi. E le vie sono grandi, più o meno come una nostra superstrada. Non esistono i viottoli, che a Ferrara la fanno da padrone. In Lettonia ci sono migliaia di campi da calcio, e non mi pare che giochino molto a calcio, però hanno lo spazio, e quindi campi da calcio, e parchi ovunque, immensi parchi. E nessuno in giro.
Domenica mattina, i luoghi più frequentati
Vista di Riga
Ci sono abitanti, molti più che a Ferrara, ma in uno spazio così si disperdono, non li vedi mai fuori. E all’inizio pensi che sia per il freddo, noi indossavamo tre strati e ancora arrivavamo congelati all’albergo che solo dopo mezz’ora di sauna ricominciavamo a sentire le dita dei piedi, ma loro giravano in collant sottili e ballerine, quindi no, non è per il freddo, per loro il clima sotto la neve (ha nevicato due volte) era tiepido. È che sono tanto lontani, perché hanno tutto questo spazio, e anche se sono tutti fuori casa non si incontrano mai. È una benedizione per  i genitori degli adolescenti: quando tornano a casa da scuola, restano a casa. Che per uscire la sera bisogna prendere un aereo.
Parchi ovunque

Un qualunque momento affollato


Però i trasporti funzionano, e sono tanti. Tre tipi di bus, i treni, frequenti, in orario, supereconomici. Sporchi e un po’ cenciosi, ma molto più fruibili dei nostri. Che per fare venti minuti di tragitto in treno spendi 0,80 centesimi, lì. Qui circa quattro euro. E poi ci si è rotto solo un pullman, una volta, rischiando di lasciarci al castello di Rundale. Poteva andare peggio.

Stanza da letto nel castello di Rundale
Il castello di Rundale
I giardini di Rundale (in fieri).


Costa poco anche il cibo: in quattro (gruppo docenti di Ferrara) mangiavamo con quaranta-cinquanta euro in tutto, al ristorante. Cosa mangiavamo, non l’ho ancora capito. Ci abbiamo provato, a comprendere i piatti tipici, ma ho più che altro impressioni cumulative: pochissima verdura, di cui ho sentito molto la mancanza, pochissima frutta, se non nel buffet della colazione all’albergo (dove c’era però di tutto, anche il vino). Pasta e riso scotti, ovviamente, ma questo vale ovunque per noi italiani, tante patate, a metà tra il lesso e il purè, salse di formaggio da mettere sopra tutto, tanti mirtilli in ogni piatto, dal dolce al salato. Ottime zuppe, di zucca e pomodoro, pane fantastico, di segale ma buono, o con i canditi, o con l’aglio, o col formaggio, o con la frutta secca (altro loro tormentone – da me molto gradito –: la mettono ovunque). Siamo anche stati nel forno principale, a farlo noi, il pane, e abbiamo assaggiato cose che voi umani. E lo dice una ferrarese, eh. Una da coppie ferraresi. A casa ho portato anche carne e salame di cervo e alce, che lì non avevo fatto in tempo ad assaggiare, e pesce sott’olio, che lì in effetti il pesce è più buono tutto.
Da Lāči a fare il pane

Ci mancava l’acqua, però. Si direbbe che in un posto così freddo avessero quella buona acqua ghiacciata che noi beviamo alle sorgenti montante, e invece no: l’acqua in tavola era servita in caraffe con fette di limone ed era tiepida. Ma proprio tiepida, la caraffa era quasi calda. Però tanto l’acqua non c’era mai, a tavola, servivano sempre beveroni che non abbiamo capito, forse succo dell’onnipresente mirtillo, forse di mela, forse acqua per il pediluvio. Non molto buoni, no. Il tè invece era tanto e buonissimo, con mille aromi diversi, e si beveva in continuazione. Pare che loro cenino con cappuccino e torta, invece. Mi aspettavo quasi la camomilla a colazione – e in effetti la bustina c’era.
Jurmala, torre panoramica
Freddo, dicevamo. Un freddo che ha un corpo, e con quel corpo ti mette K.O., anche se i gradi arrivavano a 6-9, si percepiva un sotto zero continuo, e meno male che siamo andati in primavera. 
Il mar Baltico
Dicono che sia il vento che spira dal mar Baltico, che lì si sentano sempre dieci gradi in meno. Già, il mar Baltico. Il Nulla di Ende che avanza. Ma lì il Nulla è un po’ ovunque, dove giri l’occhio c’è spazio.
Quartieri fatiscenti accanto a parchi immensi, e tanti teatri, e tante università. Siamo stati a vedere l’opera: Puccini in Lettonia. Costo dei biglietti inferiore al costo di un biglietto di prosa da noi. Costo dei biglietti per il balletto: 5 euro circa. Lì ci vanno tutti, perciò. Anche i bambini.

Opera di Riga, Manon Lescaut
Tempo: nessuno e infinito. Eravamo fuori dal mattino alla sera, anche facendo un tirone fino a dopo cena, anche saltando la cena. E non ho mai avuto tanto tempo libero lo stesso, perché per una volta ero sola con me stessa. Se facevo una cosa, facevo solo quella. Nella scuola in cui eravamo ospitati, nelle visite a castelli e cave, per le strade, durante i workshop: visite e workshop e basta, dovevo pensare solo a me stessa, al mio appetito, alla mia vescica. Una cosa alla volta. Dodici ore fuori passano in un lampo, così. Da mamma queste cose te le scordi, in dodici ore ne vivi trentasei e non bastano lo stesso.
I bambini sono estremamente autonomi. Stanno a scuola tutti, dai piccoli ai grandi delle superiori, almeno fino alle tre – poi a casa e, come dicevo, da lì non si muovono più. A scuola hanno la stanza guardaroba – ci sono guardaroba ovunque, qui, perché immagino che d’inverno pure questi igloo viventi si imbacucchino come l’omino della Michelin e allora bisogna mettere da qualche parte tutti quegli strati, mica si possono portare sempre in giro con la carriola –, hanno la mensa, le palestre, la piscina (dentro la scuola, al secondo piano); lì mangiano, si lavano e si cambiano, si recano nelle aule – non hanno le classi con gruppi fissi come le nostre, sono loro a seguire gli insegnanti nelle aule adibite a quell’insegnante. Ho visto bambini dell’età di mio figlio che si asciugavano i capelli dopo essersi fatti la doccia da soli, rivestiti da soli, tutti in fila e ordinati. Ho pensato che li creiamo scemi noi, i nostri figli, e da quando sono tornata a casa ho spiegato tutto al patato.
«Amore, lì i bambini sono autonomi in tutto.»
«Ma allora i genitori non fanno niente?»
Come si evince, non è stato molto felice di venire responsabilizzato, ma io non demordo, dalla Lettonia ho imparato parecchio e me lo sono portata a casa e lo ripasso ogni giorno.
Ho imparato che non me ne frega niente di quel che fanno gli altri, io mio figlio lo voglio tirar su come i bambini lettoni, che ho sempre più l’impressione che stiamo crescendo degli incapaci disadattati. E allora riga e Riga, che d’ora in poi ti arrangi e io mi faccio passare le paturnie se hai in mano un fon o se devi salire le scale. Da solo, dai. Che la tua mano non cresce se è sempre strizzata dentro quella della mamma.
Ho imparato che loro due se la possono cavare anche senza di me, i miei uomini che mi mandavano ogni giorno un video di buongiorno e uno di buonanotte, anche se nel frattempo il patato si è fatto la gastroenterite e il tubo della lavastoviglie si è rotto. E allora, marito, riga e Riga anche a te, che se ce l’hai fatta una settimana significa che puoi farlo anche quando ci sono, non devo poi mica andare in Lettonia per farti fare una lavatrice.
Ho imparato che loro mi mancano quando sto via ma che mi mancavo anche io, prima di andare via, e mi mancava viaggiare, e parlare a lungo con colleghe che condividessero i miei interessi e il mio lavoro, e mi mancava la solitudine, e mi mancava lo spazio, e mi mancava il tempo.
Mi ero portata il computer ma non ho scritto una parola, in Lettonia. Una settimana così vola e allora bisogna volare con lei, viversela tutta, vivere. Poi magari ci si può ambientare un libro futuro.
Le parole le ho scritte ora, per ringraziare la Lettonia, le mie colleghe che sono state compagne di viaggio fantastiche, gli alunni che sono stati indipendenti in tutto, mio marito e mio figlio che mi hanno rallegrato ogni giorno con le videochiamate, mia suocera e mia mamma che hanno riempito i buchi permettendomi di andar via, Anna Lisa che è stata l’unica altra persona oltre alla mia famiglia che sentissi da là, e che da là mi mancasse.
Non ho detto niente, lo so, ma il fatto è che ho già detto tutto in un vecchio post, a cui rispondo ora.
Ho respirato. Aria fredda, ma ho respirato.





4 commenti:

  1. Ogni tanto bisognerebbe prendersi degli spazi e respirare.
    Io ho avuto la fortuna di ricevere in dono dalle mie sorelle lo scorso anno, per il mio 40esimo compleanno, un fine settimana "da paura" a Copenaghen.
    Ho scoperto la destinazione mentre salivo sull'aereo, pure l'addetta dei controlli all'imbarco non si è fatta scappare nulla.
    Da paura perchè è stato un full-immersion pazzesco con un freddo polare indescrivibile.
    Capiscimi, Danimarca a febbraio: non esiste periodo migliore per visitarla, tra il mare del Nord ed il mar Baltico, neve, pioggia,vento polare...
    Proseguo.
    La prima mezza giornata ero un pesce fuor d'acqua, mi sono ritrovata lì senza se e senza ma.
    Pensavo a mio marito ed ai miei figli che non sapevano ancora dove fossi.
    Tanti sensi di colpa.
    Poi ho iniziato a godermi ciò che mi stava attorno, freddo compreso, e sono stata felicissima.
    Ho visto luoghi meravigliosi.
    Ho scoperto che i danesi corrono, giocano, escono con qualsiasi condizione atmosferica: mentre noi camminavamo in stile donnine Michelin per via degli strati di indumenti, in tantissimi facevano jogging in pantaloncini e k-way.
    Poi, tutti i bambini escono di casa con una tuta da sci e vengono portati ai parcogiochi dove possono fare qualsiasi cosa, dal giocare con la neve al rotolarsi nel fango per poi salire sull'altalena e subito dopo scendere dallo scivolo; il tutto mentre le mamme chiaccherano amabilmente tra loro sotto la neve o la pioggia.
    Dopo aver visto i bambini fradici ho capito come possano da adulti correre mentre l'inverno scandinavo attanaglia: vengono temprati da piccoli, ovvero se riescono ad arrivare all'adolescenza non avranno più problemi da adulti.
    Qui anche a me si è aperto un mondo: siamo davvero mamme chioccia...
    E' passato più di un anno e quella piccola parentesi mi manca tantissimo, una bolla d'aria nella quale ho dovuto solo pensare a me stessa...ed è stato bellissimo!
    Ma soprattutto i miei uomini sono sopravvissuti da solo per ben 3 giorni: incredibileeee.
    Comunqqu anche io ho respirato. Aria fredda, ma ho respirato!

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    2. Mi scusi prof.ssa per gli errori..non ho riletto dopo aver scritto.
      Sorry...

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    3. Trovo incredibile e meraviglioso che abbiamo vissuto esperienze così simili e la medesima epifania. Viaggiare serve, non solo per svagarsi, ma proprio per conoscere altre realtà e imparare da esse. E ora portiamo quel che abbiamo imparato anche nella nostra realtà.

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