lunedì 10 aprile 2017

Il paziente zero

Il paziente zero, io lo chiamo così.
Quella cosa, quel fatto, quella persona che ti cambia la vita, senza saperlo mai: quello per cui poi non sarai mai più come prima, ma, si spera, sarai una persona migliore.
Per i dottori magari è quello che non riescono a salvare, per imperizia o mancanza di strutture adeguate o semplicemente sfiga.
Per me è stato un alunno affetto da SLA.
Ero all’inizio della mia professione, non ero ancora di ruolo, facevo supplenze annuali in un’altra città. Invece della scuola che avevo sognato e desiderato, avevo trovato un mondo scolastico dove ogni passo che fai può essere quello falso, dove ogni genitore crede di avere più voce in capitolo di te che hai studiato per fare quel lavoro (l’ultimo caso l’ho vissuto la settimana scorsa e mi sono limitata a sfoggiare il mio sorriso da Sherlock),


dove la burocrazia e i documenti in regola contano di più di quel che insegni. E dove, anche quando fai la cosa giusta, rischi di passare il tempo a dirimere ricorsi.
In quella classe, c’era un alunno affetto da SLA, che, ho capito grazie a dei dottori bravissimi, è sì una malattia fisica, ma finisce per inibire anche azioni che normalmente attribuiamo al cervello, perché se tutto il tuo cervello è concentrato sul semplice atto di respirare, può capitare che trascuri altri campi. Non tutti i malati di SLA sono Stephen Hawking o Ezio Bosso, questo bisogna capirlo. I genitori di quell’alunno non lo capivano, e perciò non vollero per lui nessun trattamento speciale, nessun programma di studio personalizzato. Non c’erano ancora tutte le sigle di oggi, ma ci serviva già la carta, per dare a un alunno più tempo o domande più facili, altrimenti non eravamo in regola. E non essere in regola significava un possibile ricorso, anche dai compagni di classe di quell’alunno: se a lui permettevamo ore in più senza la documentazione medica richiedente, dovevamo permetterlo anche agli altri. O non potevamo permetterlo a nessuno. Lo so che pare tutto meschino: è meschino. Ma ho scoperto quasi subito che per molti genitori non conta il fatto che il proprio figlio si meriti o meno la promozione: conta fargliela ottenere con ogni mezzo, anche sfruttando le imperfezioni del sistema. E immaginatevi poi che adulti escono, da un esempio così. Comunque.
Con quel mio alunno, la scelta ‘legale’ fu quella che feci io: trattarlo come voleva la sua famiglia, come tutti gli altri alunni. Dandogli dei voti scarsi, perché non riusciva a scrivere più di mezza pagina, al computer (almeno questo gliel’avevano richiesto) per un compito in classe. La scelta ‘illegale’ fu quella di alcuni miei colleghi, che comunque non gli diedero tempo in più ma che, di fronte a compiti non completati nemmeno a metà, gli mettevano sempre 8, senza pensarci. E senza che lui riuscisse comunque a dare tutto ciò che poteva o a imparare tutto ciò che poteva. E senza, lo aggiungo, che lui si sentisse soddisfatto, in entrambi i casi.
Difatti oggi so che la scelta legale e quella illegale erano entrambe sbagliate, ma c’era una scelta giusta: fregarsene della sua famiglia e delle famiglie degli altri, fregarsene dei possibili ricorsi, e dare a quell’alunno il tempo e le facilitazioni di cui aveva bisogno per esprimere il suo potenziale. Ma io non avevo ancora questa consapevolezza, perché non avevo ancora abbastanza esperienza per capire quando ‘giusto’, nella scuola e solo nella scuola, per quanto ne so io, è più importante di ‘legale’. Io ero precaria e ho sempre seguito la legge, nella mia vita, e credevo di doverlo fare in ogni caso anche a scuola. E ho sbagliato.
Ho sbagliato anche dopo, quando quello stesso alunno mi è stato denunciato da una collega, perché mi faceva le foto col cellulare alle gambe, soprattutto se portavo una gonna. Ho sbagliato perché mi sono arrabbiata con lui come avrei fatto con gli altri alunni, ma lui non era gli altri alunni, lui era costretto su una sedia a rotelle per sempre, in grado di muovere a stento la testa e gli arti superiori, e impedito in ogni rapporto sociale. L’ho capito quando ho studiato di tanti con deficit non solo fisici ma anche cognitivi, che pure pretendevano di essere considerati sessuati e non asessuati: anche lui lo era. E fotografare le mie gambe forse per lui era l’unico orizzonte di desiderio possibile. Ma i giornali non facevano che denunciare docenti a causa di foto degli alunni fatte anche mentre i docenti non guardavano, a una scollatura, a una gonna, a una caviglia scoperta, e non volevo che qualcuno pensasse che io facessi qualcosa di male, che io incoraggiassi pensieri irriguardosi negli alunni, che io non fossi professionale. Oggi so che ho sbagliato anche in questo, perché il giudizio degli altri mi doveva interessare meno di quell’alunno.
Lui era costretto in quella poca vita, poca per qualità e quantità, e chiedeva solo l’istruzione che riusciva a permettersi e magari qualche centimetro di pelle da desiderare. Non è così strano, che un alunno fantastichi su una docente, e a me in genere fa solo ridere, ma in quel caso non c’era da ridere. C’era da capire, perché lui non aveva altri centimetri di pelle da guardare. C’era pure da permetterglielo. C’era da lasciargli le sue foto fatte sotto la cattedra, c’era da lasciargli il suo tempo in più, c’era da fregarsene dei perbenisti e dei genitori e della legge. C’era da dargli quel poco che, senza nuocere a nessuno, lui cercava di strappare a un destino ingiusto. Che si prendesse il suo tempo per rispondere, allo scritto e all’orale, e che qualche coglione facesse ricorso: dovevo affrontarlo, perché la vita di quel ragazzo era più importante. Che si riguardasse le foto dei miei polpacci, se erano gli unici polpacci che poteva guardare, anche a costo di stupide dicerie, perché la vita di quel ragazzo era più importante.
Il mio paziente zero è stato lui, quello che mi ha fatto capire che l’alunno viene prima dei suoi genitori e prima anche della legge. Quello che mi ha fatto capire che la sua vita vale un ricorso e una diceria stupida.
Ci ho messo parecchio, a capirlo, e quella storia mi ha tormentato per anni e ancora mi tormenta. Perché non sono stata una buona docente. Sono stata dentro alla legalità, e non sono stata una buona docente. Non tutti gli alunni sono uguali. In classe sono dura e non accetto richieste di compassione senza motivi reali e comprovati. So che molte delle documentazioni che oggi gli alunni presentano per avere facilitazioni sono false. E non accetto che un alunno mi guardi in modo meno che professionale, e sono incazzata nera con chiunque mi abbia messo per un anno e mezzo i fiori sulla macchina, che sia alunno o collega. Ma lui non era come questi. Lui era il pesce a cui è stato chiesto di arrampicarsi. Io dovevo lasciarlo nuotare.
Non so se lui sia ancora vivo, non so cosa abbia fatto poi, ma a lui, negli ultimi anni, sono andati i miei 10 e il mio permesso di guardarsi le foto delle mie gambe tutte le volte che vuole. A lui è andata la mia richiesta di perdono e in ogni alunno problematico che trovo, oggi, io cerco lui.
O forse cerco me stessa.
Spero di non perdonarmi mai, e di continuare a cercare di essere una docente migliore, e di ricordare sempre che c’è una giustizia che va oltre, e che è l’unica da seguire quando sei una docente.
Lascia che il pesce nuoti.
E solo quando lui respirerà sott’acqua potrai farlo anche tu, senza affogare.

6 commenti:

  1. Risposte
    1. Ho sempre gli occhi lucidi anche io, quando ci ripenso, ma per la delusione verso me stessa.

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  2. Credo sia l'unico modo per imparare, quello di sbagliare...
    Sicuramente nessuno ci insegna a insegnare, solo gli alunni lo fanno.
    Sulle foto non saprei: da noi alle medie qualsiasi strumento tecnologico è supervietato. Assolutamente d'accordo sul fatto che ognuno ha i propri tempi e i propri bisogni e che un insegnante deve nel tempo capire come permettere che ogni singolo alunno tiri fuori il massimo. Quando devo compilare un pdp entro la fine del mese di novembre in prima media, mi chiedo come faccio in neanche tre mesi a capire di cosa ha bisogno realmente l'alunno per cui lo sto scrivendo...
    Buona Pasqua

    Cristina

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    1. Anche da noi alle superiori i cellulari sono vietati, ma mi chiedo quanto conti il divieto di fronte a quella che è quasi una sentenza di morte, o comunque di vita molto limitata. Non ho ancora la risposta, purtroppo, e temo che non l'avrò mai.
      Sono del tutto d'accordo col discorso dei PDP e ancor più dei BES: sono sfumature difficilissime e non sono comunque sicura che anche l'insegnante migliore del mondo possa sostituirsi di fatto a uno psicologo in questi casi, ma dobbiamo comunque provarci, sperando di non fare danni.

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  3. Avrei tanto da dire, cerco di limitarmi.
    A volte credo che alcuni insegnanti siano stati assenti alle lezioni di pedagogia e nel modo più assoluto non parlo di te, magari ci fossero docenti con la tua stessa dedizione.
    Allo stesso tempo ci sono troppi genitori con l'idea che i figli sono dei piccoli Eistein e con la presunzione che i problemi sono solo i professori, piuttosto che capire che gli stessi figli sono dei caproni...con tutto rispetto per i caproni.
    Forse ci vorrebbe un pochino di autocritica, da tutti i fronti.
    Mi spiace per il ragazzo con la SLA, vita normale sì, ma nel limite delle possibilità individuali e giustamente, come hai detto tu, non tutti sono Stephen Hawking o Ezio Bosso.
    Rispetto per tutti.

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    1. Ci vorrebbe anche minore burocrazia e più uso del banale buon senso, ma purtroppo non funziona così. Speriamo che le cose cambino.

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