martedì 13 giugno 2017

Nostalgia canaglia

Era il 2012 e terminavo la mia tesi di Dottorato con queste parole, che poi vennero cambiate, perché la mia professoressa, Silvana – vi dice nulla questo nome? – riteneva che fossero troppo emotive e inadatte a una tesi di Dottorato.
Pur rispettando la sua superiore esperienza nel campo, continuo a preferire questo finale a quello che poi ho scritto. Ma io, anche come profe, continuo a dare grande spazio all’emotività – perché c’è una parte di Chiara in me.
Sono passati cinque anni e l’Università mi manca moltissimo. Se quel giorno non vedevo l’ora di finire il mio terzo viaggio di studi, sapevo anche, già quel giorno, che presto quel viaggio mi sarebbe mancato.
Scrivevo qualche tempo fa, in pagina, che ho una gran voglia di iscrivermi di nuovo. Lo scrivevo perché, con un ritardo che solo chi manda avanti una famiglia e due lavori può comprendere, sono andata cinque anni dopo a ritirare la pergamena di Dottorato. Ora è lì da un paio di mesi e devo ancora farla incorniciare e suppongo ci vorranno altri cinque anni, ma prima o poi succederà, e quella pergamena verrà affissa vicino a quella delle altre due Lauree e della Ssis.
Io amo studiare. Certo, non amo la fatica in sé, nessuno la ama, ma amo che, al termine di quella fatica, la mia mente si sia arricchita. Amo il successo scolastico non per il voto in sé, ma per ciò che quel voto dice: che ho imparato bene, che ho elaborato i contenuti, che ormai sono parte di me e possono migliorare la mia vita, e che posso a mia volta trasmetterli ad altri.
Perciò credo che sarà così, che passerò la vecchiaia, quando (se) andrò in pensione: iscrivendomi a una facoltà dopo l’altra, continuando ad arricchirmi. Le facoltà che al momento più mi interessano sono Lingue e Medicina (da notare l’affinità…), e credo che farò entrambe, senza altro scopo se non studiare e imparare. E, a meno che la mia mente non ceda del tutto alla senilità (in quel caso ho pronto un piano B con un amico, che consiste in noi due in un ospizio che ci scambiamo parolacce attraverso i muri in linguaggio Morse), credo anche che riuscirò bene, perché studiare mi viene bene, perché per me è sempre stata una cosa semplice, come sono spesso semplici le cose che amiamo. Tranne crescere un figlio, ma vabbè.
Ho un’ammirazione fortissima per gli artisti veri, quelli che scrivono un libro fantastico ogni tre mesi, quelli che dipingono, suonano, danzano, recitano, scolpiscono. Io non ho quell’anima lì: io ho l’anima della studiosa e della docente. A me viene bene studiare e poi insegnare ciò che ho studiato. E sono molto fortunata a fare un lavoro che mi permette entrambe le cose, eppure non mi basta. Studiare da sola, aggiornarmi per me non è sufficiente. Mi manca proprio l’Università, la sensazione stupenda vissuta durante la seconda Laurea e il Dottorato di essere docente di giorno e studente di notte.
Per cui è così, che vorrei passare la vecchiaia, se riesco a resistere. Se non riesco, mi iscriverò prima ancora di andare in pensione a un altro corso di Laurea e il marito mi vedrà sclerare come in passato, o semplicemente non mi vedrà affatto.
Chissà se noterà la differenza rispetto ad ora.

4 commenti:

  1. Quel finale era bellissimo! Mi piace leggerti perché qualunque cosa scrivi è impregnata della tua emotività, si sente che ci sei te dentro, con la tua umanità e sensibilità.

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  2. Concordo con Sara B. quando scrivi, SCRIVI davvero con il cuore e con la testa; sei assolutamente te.
    Per questo mi hai appassionata da subito.

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    1. Forse per una tesi ci metto anche troppo cuore, ma non so fare altrimenti! Grazie, davvero.

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