Mirya

Mirya è un’aliena della serie televisiva animata Robotech, una gigantesca guerriera e pilota che appartiene a una razza di super-soldati in cui maschi e femmine non sono proprio in buoni rapporti e sanno solo combattere, ma possono mutare radicalmente se vengono influenzati dall’arte umana.
Mirya è la prima e unica vampira che ho giocato dal vivo in Vampiri – The Masquerade, una Toreador che girava di notte per le vie di Ferrara, e che si attaccava a quel che restava della sua umanità con l’amore per l’arte.
Mirya è lo pseudonimo che ho scelto d’istinto, quando mi sono iscritta a efp, e che mi rappresenta benissimo.
Al secolo, mi chiamo Francesca Baraldi, sono nata il 7 maggio 1976, vivo da sempre a Ferrara, ho un marito, un figlio e tanti alunni del Liceo Scientifico A. Roiti, dove insegno Italiano e Latino, ad alleggerire e appesantire la mia vita.
E prima o poi finiscono tutti nei miei libri.

Ho iniziato a leggere a quattro anni e mezzo, per la precisione l’etichetta di una bottiglia di birra. Questo ha segnato il mio destino: avrei per sempre venerato la birra. Ma solo rossa o nera o Ceres. La dipendenza dalla cannella è venuta dopo, così come quella dal Gewürztraminer.
I libri sono stati i miei migliori amici durante tutta la mia infanzia, mi hanno cresciuta, mi hanno insegnato le emozioni, mi hanno concesso di sfogarle, e mi hanno regalato l’evasione.

[…] perché ogni notte il mio mondo di carta mi insegnava altre cose, mi dipingeva universi lontani eppure così vicini che mi pareva di poterli toccare anche con il corpo dolorante, mi raccontava di esseri umani che sapevano quello che provavo e mi assicurava che c’era anche altro da provare, mi sussurrava una buonanotte in cui non avrei rivissuto la mia giornata, ma quella di mille altre esistenze correlate alla mia. Erano due insegnamenti diversi, uno diurno e uno notturno, e io ho sempre saputo distinguere i bravi professori da quelli cattivi. E ho scelto i libri, ho ascoltato i libri, ho seguito i libri.
(Di carne e di carta, capitolo 21 – Ragazzina e Mr. Supposta)

Non ricordo quale sia stata la mia prima storia in assoluto e non escludo che da qualche parte ci fossero un uovo e una gallina, ma ricordo che già alle elementari avevo buttato giù diverse pagine di un fantasy (che avevo deciso dovesse finire male, decretando il mio marchio di fabbrica), poi alle medie ho tentato un giallo, ma non riuscivo mai a concluderli; in mezzo ci ho messo tanti racconti e tante poesie, spesso per dei concorsi, quelli invece conclusi e a volte vincitori.
Poi è arrivata l’anoressia e quando ho cominciato a combatterla ho dovuto usare gran parte delle mie forze mentali per quella battaglia. Non potevo e non volevo sacrificare lo studio, così ho sacrificato la scrittura. Ho sacrificato anche la lettura, perché avevo cominciato a leggere solo saggi e libri impegnati e avevo dimenticato il gusto del bovarismo, avevo dimenticato il gusto dell’accumulare libri solo per piacere, avevo dimenticato ogni gusto della vita. Ho sacrificato molte cose e molti sentimenti. Avrei sacrificato qualunque cosa e chiunque fosse servito: il vitello grasso mi girava prudentemente al largo.

«Scrivere è stato il mio mondo fin da quando ero bambina. Non facevo quasi altro: sui quaderni, sui fazzoletti di carta, sugli oggetti più disparati, su dovunque trovassi lo spazio, quando mi veniva l’ispirazione.»
«E perché non ti vedo farlo più?»
«Perché l’ispirazione non viene più» risponde atona.
«È stato…», indugio, nel timore di turbarla. «È stato dopo di lui, vero?»
«Forse» mormora stringendosi nelle spalle. «Ho avuto un periodo nero, in generale. È durato parecchio. Quando mi sono ripresa, le parole non c’erano più. Però posso ritenermi soddisfatta: ci ho rimesso solo lo scrivere, e ho portato a casa intatta la pelle.»
«Ma ti manca scrivere?»
Un sorriso tirato le tremola in volto.
«Più della mia pelle.»
(Linee, capitolo 16 – Regole)

E ho combattuto e vinto, e il vitello grasso non ha più avuto scampo.
Ma tra sopravvivere e vivere c’è di mezzo la pelle, e c’è voluto tempo, per rifare la mia.
Un giorno ho proposto a mio marito di andare al cinema a vedere un horror di cui avevo tanto sentito parlare, e lui ha accettato con grande titubanza, cosa che mi ha sorpresa perché gli horror sono il suo genere.
Alla fine del primo tempo, davanti alla paresi sul volto di mio marito, avevo ormai capito perché fosse titubante: il film era Twilight. L’ho adorato e ho cercato i libri. A mia discolpa, ero incinta e avevo maturato gusti assurdi (per fortuna temporanei): mangiavo quasi solo maionese, bevevo quasi solo cioccolata in tazza e leggevo la saga di Twilight. Insomma, avevo appena riscoperto il bovarismo.
Ho divorato la saga, ho imprecato al quarto libro quando non succede nulla di quello che speravo e ho cercato altro. Ho scoperto le fanfiction. Ho scoperto efp.

Vieni qui, Bella. Guarda. Questo in cui vado sempre è un sito di fanfiction. Sono storie scritte da persone qualunque, come me e te, che utilizzano prevalentemente i personaggi di altri autori. La maggior parte dei frequentanti il sito è di sesso femminile. Ci trovi di tutto: paure, speranze, fantasie erotiche, esperienze e sogni… Prova a farci un giro, e ti accorgerai che tutto ciò che pensi e vivi lo pensano e lo vivono anche le altre, e talvolta persino gli altri, i pochi maschi che ci sono. Introverse o estroverse, belle o brutte, giovani o vecchie, intelligenti o stupide, siamo tutte legate da una stessa linea che ci unisce e ci unirà per sempre. E da qualche parte, in quella linea, c’è anche il tuo puntino.
(Linee, capitolo 14 – Il vangelo secondo Mab)

Il bovarismo è rimasto, ma si è alzato di livello, perché lì c’erano fanfiction di gran lunga migliori dei libri da cui erano state tratte. Ho scoperto le dramione, proprio mentre stavo leggendo Harry Potter. E poco dopo aver messo al mondo il grande amore della mia vita, mio figlio, un giorno è successo: ho messo al mondo, di nuovo, un altro mio grande amore.

Apro word e inizio a scrivere.
È quasi mattina, quando finisco e scelgo il titolo.
Crea nuova cartella: Succo di zucca.
(Linee, capitolo 16 – Regole)

E quella che doveva essere solo una fanfiction di cinque o sei capitoli mi ha preso la mano, si è allungata, e si è conclusa: la prima storia lunga della mia vita che ho portato a termine. Poi quella storia ha avuto un seguito, poi ho cambiato fandom… E poi è arrivata Mab.

E per la prima volta seppi che era vero.
Lei mi capiva.
(Linee, capitolo 14 – Il Vangelo secondo Mab)

Mab voleva raccontare le sue storie, e chi la conosce sa che non si può negare qualcosa a Mab, puttana Eva.
Perciò eccomi qui, a scrivere romanzi e a pubblicarli su Amazon.
Sono una self per scelta: stimo il buon lavoro delle CE, ma non ho intrapreso questa strada come una scorciatoia per farmi notare. Ho intrapreso questa strada perché credo che un autore debba imparare molto sulla creazione di un libro e non solo in termini di stesura, e credo che un autore debba anche prendersi la responsabilità delle sue storie, belle o brutte che siano.
Non so se continuerò a essere self, non so se e quanto continuerò a scrivere, non credo che la vita si possa prestabilire, ma credo che vada vissuta pienamente giorno per giorno.
E giorno per giorno io mi sveglio, mi occupo insieme al marito del bimbo e della casa, amo entrambi i miei uomini da impazzire (anche quando ho voglia di strozzarli), vado a fare un lavoro che adoro con alunni che adoro (anche quando ho voglia di strozzarli), cucino un sacco, faccio sport quando il corpo non accusa troppo gli acciacchi dell’età, canto parecchio (anche quando gli altri hanno voglia di strozzarmi), e alla sera, quando tutto tace e tutto è concluso, mi metto al computer e scrivo.
E così vivo altre mille giornate oltre a quella appena finita.
Il vitello grasso, purtroppo, no.




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