venerdì 5 giugno 2020

La mia ginestra


Così abbiamo finito.
Oggi, con l’ultima lezione su Montale, con quelle poesie che mi fanno piangere già da sole, figuriamoci con la consapevolezza che fosse l’ultima lezione di italiano che vi avrei fatto.
Oh, sì, ci vedremo all’orale e finalmente in presenza, ma le spiegazioni sono finite, il mio tentativo di scolpire in voi le parole dei grandi poeti è concluso.
E anche se sono riuscita a trattenermi in diretta, poi una lacrimuccia l’ho versata pure io, il cuore di pietra.
Siete stati una classe terribile, i primi anni, lo sapete anche voi. Se c’era qualcosa che si poteva fare per farmi arrabbiare, voi l’avete fatta. Uscire da scuola di nascosto scavalcando cancelli? Fatto. Portare un coltello in viaggio d’istruzione e poi tirarlo fuori e ferire qualcuno per sbaglio? Fatto. Fare entrare un estraneo in classe nascondendolo in mezzo a voi? Fatto.
E non oso neanche immaginare cos’altro abbiate fatto che noi non abbiamo mai saputo.
Però c’è stato da sempre un feeling particolare, per me, con voi. Un docente non dovrebbe avere classi preferite, ma un docente è un essere umano, come tutti. Allora un docente non deve mostrare preferenze, ma che non le abbia è impossibile.
Poi è cambiato qualcosa, mi piace pensare che sia un po’ anche merito della scuola, che vi ha condotti per mano. Che sia un po’ anche merito mio.
È cambiato qualcosa e con i mesi è cambiato molto.
Credo sia perché fin dall’inizio, quando facevate una cazzata, vi siete assunti le vostre responsabilità, e quelle cazzate e quelle responsabilità vi hanno fatto crescere e reso quelli che siete oggi.
E, per Osiride e per Api, siete magnifici.
Non è da tutti, sapete, anzi, non è quasi da nessuno. La gente quando sbaglia svicola, cerca giustificazioni, capri espiatori. Voi no, voi vi siete assunti le vostre responsabilità e non so quante volte vi ho dato degli ebeti e dei pirla e degli idioti e voi avete sempre candidamente concordato. E questo vi ha resi grandi, non come età, che quello è facile, dipende solo dal tempo che scorre, ma grandi dentro, e quello è difficilissimo.
Quando entravo nella vostra classe, ogni volta, sapevo che avrei riso. Pure quando avevo delle brutte giornate che, sapete, abbiamo anche noi, con i nostri dolori e le nostre preoccupazioni. Voi mi facevate sempre ridere o almeno sorridere.
Quando uscivo dalla vostra classe stavo meglio di prima, pure quando aveva una delle mie cefalee. Siete la miglior medicina del mondo.
E quando spiegavo, e voi facevate domande, e mettevate in discussione gli autori, io mi dicevo: ecco perché gli autori scrivevano, ecco perché io insegno. Per persone così, che ci mettono in discussione.
Ho avuto altre due classi speciali, per me. In diciassette anni di insegnamento, solo altre due, anche perché un minimo un docente deve schermarsi, dobbiamo proteggerci dall’affezionarci troppo, che poi voi ve ne andate e altri arrivano e non possiamo fermarci nella mancanza, dobbiamo proseguire tutti.
Ma voi siete diventati in assoluto la mia classe preferita di sempre. Non montatevi la testa, magari prima o poi qualcuno vi ruberà lo scettro. Magari no.
Vi ho rotto le scatole, in questi cinque anni. Vi ho sgridato un sacco. Vi ho costretti a commentare romanzi e poesie, vi ho interrogati su cose semplici come il senso della vita e vi ho costretti a dirmi cosa ne pensate voi. Vi ho presi in giro praticamente ogni giorno, vi ho oberati di compiti, vi ho coinvolti in tanti progetti che vi hanno fatti restare a scuola anche al pomeriggio, praticamente ho fagocitato il vostro tempo libero, da primadonna quale sono.
Vi ricordate quella lezione, quest’anno, la prima e unica volta in cui vi ho raccontato la mia vita? Ecco, vi ho detto i motivi per cui insegno, ciò che spero di fare, di raggiungere. Voi siete quel motivo, perché con voi mi sembra che l’anno prossimo, a dispetto di quel che dice Leopardi, sarà migliore di quelli che sono stati.
Perché l’anno prossimo voi andrete nel mondo e questo mi fa pensare che il mondo migliorerà di parecchio. Qualunque cosa facciate, il mondo migliorerà. Se fallirete, vi rimboccherete le maniche e ripartirete, perché siete forti e coraggiosi. Se trionferete, condividerete il vostro trionfo e ne vorrete altri, perché siete generosi e instancabili.
Come Montale, non credo moltissimo nell’evoluzione della specie umana, altrimenti forse non mi rifugerei nei libri tutte le volte che posso. Ma credo in voi, e voi siete davvero un’evoluzione.
Conoscervi è stato un piacere.
Insegnarvi è stato un onore.
Lasciarvi andare sarà un dolore e una gioia allo stesso tempo, perché sono fiera di voi.
Sono così fiera di voi che sono un po’ fiera anche di me stessa.
Vi ho sfidati ripetutamente a sbugiardare Leopardi. Vi ho spiegato come lo contrasto io, ma non ve l’ho spiegato del tutto.
Avete presente la Ginestra? Ecco, siete voi.
Sull’arida sponda di questa vita di lava e cenere, voi siete colorati e resilienti e pieni di vita che non si rassegna al dolore e che sboccia e abbellisce tutto.
Non smettete di leggere, quello che vi pare ma leggete, sia i libri che le persone.
Non smettete di litigare con gli autori e i filosofi.
Non smettete di fare domande, anche sulla vista dei pesci, perché la curiositas è la virtù delle virtù.
Non smettete di cercare l’anello che non tiene, il volto dietro la maschera, la luna sulla montagna.
Scrivete la vostra storia nel mondo, e fate che sia un romanzo di formazione, pieno di colpi di scena, di amore, di cultura, di avventure.
Non vedo l’ora di leggere quel libro.

Vi lascio con un’ultima poesia, che vi sia di guida e di augurio:

William Ernest Henley, Invictus

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.






domenica 24 maggio 2020

This is me


È tutta colpa di mio marito, è tutto grazie a mio marito. Che poi è la sintesi del nostro matrimonio.
L’idea è stata sua e, dopo averla masticata a lungo, ho capito quanto mi piace e spero piacerà anche a voi.
L’idea è questa: sto ripubblicando tutti i miei romanzi, ma stavolta col mio vero nome, Francesca Baraldi. E d’ora in poi sarà il nome con cui pubblicherò sin dall’inizio.
L’idea è più di un’idea: è un’altra tappa di un percorso che è cominciato su efp e che non so dove e quando finirà.
Ho iniziato scrivendo fanfiction, pensando di fermarmi lì. Poi ho messo nelle fanfiction qualche personaggio originale. Poi ho scritto una storia solo mia, lasciandola comunque in quel sito a disposizione. Poi mi sono affacciata un po’ fuori, chiedendomi se quella storia potesse piacere ad altri e, sempre su suggerimento di mio marito, ho deciso di pubblicarla.
E poi sono venute altre storie, e ora sono ancora qui a scrivere, e mio marito è ancora qui a spronarmi.
Lui non è stato mai del tutto convinto che usassi uno pseudonimo, ma credo fosse il mio modo di non crederci troppo, a ciò che facevo, di sospettare che presto sarei tornata alle fanfiction o a non scrivere proprio, e anche di tenere separati i miei due mondi, quello di carta e quello di carne, come se in qualche modo non li sentissi in armonia. E l’armonia con se stessi, lo scrivo anche nella trilogia dei Wired, è qualcosa che non dovremmo mai smettere di cercare.
Forse inconsciamente ho sempre pensato che ciò che scrivevo non si fondesse bene con ciò che ero: spiego grandi scrittori, a scuola, affronto grandi temi esistenziali; però io sono anche questa, quella che divora semplici storie d’amore, sia come lettrice che come scrittrice, e oggi sono giunta ad accettarmi così come sono e addirittura ad apprezzarmi proprio perché i miei gusti e tutta la mia esistenza spaziano dal lirico al profano, dalle stelle alle stalle, dall’erudito al trash. E secondo me questo mi dà pure una marcia in più come docente. Come autrice, se non altro non mi toglie nulla.
Non è stato un cammino così semplice, ho fatto resistenza fino alla fine, ma mio marito mi ha convinto mostrandomi le nuove copertine, che non solo io trovo bellissime per come le ha realizzate, ma che mi hanno colpito proprio perché ci ho visto sopra il mio nome.
Così, ecco: questa sono io, fusa con la mia Alter, una volta per tutte.

Mi resta da decidere cosa fare di questo blog, se tenerlo così, cambiarlo in qualche modo o spostarlo, ma ho tempo, ora che il grande passo è stato fatto, gli altri sono solo passettini.
Intanto vi presento le nuove cover, che già da oggi trovate su Amazon, e spero che mi seguirete come Francesca Baraldi così come avete fatto sinora come Mirya.












lunedì 11 maggio 2020

La tua poesia (11/05/2020)


Non ho niente da dirti, per il tuo undicesimo compleanno.

Ti sembra impossibile, vero? Tua mamma ha sempre qualcosa da dirti, da scriverti, da insegnarti. Tua mamma sa sempre cosa è giusto fare, dire, baciare, lettera e testamento.
Ebbene, è ora che lo ammetta: ho sempre finto.
So di averti detto che non mento mai, ma ti ho anche detto che esistono bugie bianche e che quelle ogni tanto le racconto anche io. Come glielo dici a un bambino che nella vita non c’è alcuna certezza, che tutto ciò che possiamo fare è brancolare nell’incertezza nel modo più aggraziato possibile, magari cercando anche di divertirci un po’? Come glielo dici a un bambino che genitori non si nasce, si diventa un po’ ogni giorno, sempre brancolando, e spesso con pochissima grazia? Il divertimento, poi, diventa un concetto molto relativo, quando dipende tutto dal benessere di un altro.
Qualche giorno fa ti ho guardato, ho guardato tuo padre e gli ho detto: non è più un bambino, è un ragazzino. È stato un fulmine, ti giuro: non sei più un bambino. Col senno di poi, mi chiedo se tu lo sia mai stato, con il bagaglio che ti porti appresso, roba da grandi, troppo grandi.
Un paio di settimane fa stavo interrogando su Leopardi, in videolezione, e tu ti sei messo ad ascoltare in un angolino. Una mia alunna mi ha scritto nella chat preoccupata che uno della tua età ascoltasse il pensiero di Leopardi, la convinzione che la vita contenga tanta sofferenza. Ma tu lo pensi già, e invece ti ha fatto bene sapere che non sei il solo a pensarlo, a sentirlo. Ti fa bene quando ascolti una canzone, quando leggi un libro, quando guardi un film, quando mi chiedi: questo l’hai vissuto anche tu? Hai bisogno di sapere che non sei solo, a vedere dietro il velo, a sapere che non c’è giorno senza notte e che spesso la notte dura di più.
Non sei solo, amore mio, ma alla tua età non siete in tanti. Perché alla tua età guardare dietro il velo significa bruciarsi gli occhi.
Non ho niente da dirti, come mamma, perché brancolo oggi più che mai, allora mi resta solo quello che dico come prof ai miei alunni, perché è sempre più facile parlare ai figli degli altri. Quindi ecco la lezione di quest’anno.
“Siamo nani arrampicati sulle spalle di giganti” significa che ereditiamo tutto il sapere delle epoche passate, ma anche tutto il dolore, nella mia personale interpretazione. In quel dolore puoi trovare anche il tuo e capirlo e superarlo. Studiare, leggere, guardare film e serie televisive, confrontarsi con altri modi di essere, di vivere, di pensare, accumulare storie, vere o immaginarie, ci porta non a brancolare di meno, ma a farlo con un sorriso in tasca. Non sei solo, no. Non lo sarai mai.
“Mens sana in corpore sano” significa, sempre nella mia personale interpretazione, che più dai sfogo al tuo corpo e più sfogherai anche la mente, e questo ti permetterà di dormire, a volte, se sei fortunato, anche quando sei sveglio. Io come sai non dormo quasi mai e giorni fa mi hai chiesto perché. Perché non so spegnere il cervello, ti ho risposto. Io allora in questo ti supero, a volte ci riesco, hai replicato. E dentro di me ho detto: sì, magari, Dio, se esisti, ti prego, fa’ che non sia come me. Intanto sfrutta il tuo corpo, goditelo, non averne paura, ora che sta cambiando, impara ad amarlo nei suoi cambiamenti, e forse così ti sarà più facile amare la tua mente, che cambia anche più in fretta e in modo più spaventoso, ma tu non devi temerla, devi amarla.
La casa deve essere una coccola, non un nascondiglio, il mondo fa paura ma può anche essere stupendo. È il concetto di ‘sublime’ del Romanticismo: siamo tutti viandanti in un mare di nebbia. Viaggia, come abbiamo fatto negli ultimi anni e come torneremo a fare quando finirà questa pandemia. Scopri il mondo, fatti scoprire dal mondo. E se non puoi viaggiare col corpo viaggia con la mente: fatti trasportare dal ciclone nel paese di Oz, tuffati nel buco di Alice, vola oltre la seconda stella a destra, veleggia verso l’isola misteriosa e soprattutto fuggi il Nulla. Trova la poesia nel mondo e, se non la trovi, sii la poesia del mondo.
Il tuo giudice più severo sarai sempre tu, e sarai anche l’unico giudice di cui ti debba interessare il verdetto. Ogni sera mi chiedi: sono stato bravo, oggi? Ogni sera ti chiedo di rispondere da solo. Ma cosa significa essere bravo? Non devi compiacere me, devi compiacere te stesso. Devi guardarti ogni sera allo specchio e dire: mi piace quel che ho fatto oggi, mi piace quel che sono. A me piaci sempre, mi piaci più di ogni altra cosa al mondo, ma non sono io il tuo specchio, non posso esserlo. Sei stato bravo? Siamo chiusi in casa da quasi due mesi e non ti sei mai perso d’animo, forse sei stato il più forte tra noi. Sì, proprio tu, con tutti i mostri che devi affrontare ogni giorno, proprio tu sei stato il tuo e il nostro eroe. Sei stato bravo? Sei stato di più. Ma in fondo, amore, perché devi essere bravo, per chi devi esserlo? Puoi anche non esserlo, puoi piangere, sbagliare, lamentarti, fare i capricci, disobbedire. Puoi inciampare mille volte, mentre brancoli. Ogni volta ti sbuccerai un ginocchio o un gomito e poi ti rialzerai. E io sarò lì pronta a porgerti la mano, ma solo se ne avrai bisogno, e ogni giorno ne avrai meno bisogno. Sei un ragazzino.
Gli amici sono quelli che ti fanno star bene. L’amicizia che ti sminuisce non è amicizia. Stare da soli è doloroso, ma è un dolore superficiale, che prima o poi guarisce, stare insieme alle persone sbagliate è un dolore profondo, che non guarisce mai, si insinua nel tuo essere e lo avvolge come un rovo pieno di spine che cresceranno nel corso della tua vita, conficcandosi nel tuo cuore, cambiandoti in un modo che non volevi, fino a renderti irriconoscibile ai tuoi stessi occhi.
Leggi, vivi, gioca, stai all’aria aperta, cerca anime affini, ama, sii sempre fedele a te stesso.
Guardavamo la serie Lost in space, sere fa, e ti sei scandalizzato quando hanno torturato il robot cattivo. Ma ha ucciso tante persone, ti ho fatto notare. E tu mi hai chiesto: torturarlo le riporterà in vita? Bene così, benissimo così, questo sei tu.
Come vedi, sei tu che hai tanto da dire a me.
E io sono in ascolto. Per tutta la vita, io sarò sempre in ascolto.
Perché io l’ho già trovata la poesia nel mondo, e per me sei tu.





Forse non sai quel che darei
Perché tu sia felice
Piangi lacrime di aria
Lacrime invisibili
Che solamente gli angeli
San portar via
Ma cambierà stagione
Ci saranno nuove rose
E ci sarà
Dentro te e al di là
Dell'orizzonte
Una piccola poesia
Ci sarà
E forse esiste già al di là
Dell'orizzonte
Una poesia anche per te
Vorrei rinascere per te
E ricominciare insieme come se
Non sentissi più dolore
Ma tu hai tessuto sogni di cristallo
Troppo coraggiosi e fragili
Per morire adesso
Solo per un rimpianto
Ci sarà
Dentro e te e al di là
Dell'orizzonte
Una piccola poesia
Ci sarà
Dentro e te e al di là
Dell'orizzonte
Una poesia anche per te
Perdona e dimenticherai
Per quanto possa fare male in fondo sai
Che sei ancora qui
E dare tutto e dare tanto
Quanto il tempo in cui
Il tuo segno rimarrà
Questo nodo lo sciolga il sole
Come sa fare con la neve
Ci sarà
Dentro te e al di là
Dell'orizzonte
Una piccola poesia
Ci sarà
E forse esiste già al di là
Dell'orizzonte
Una poesia anche per te
Anche per te
Solo per te
Per te
Per te
Per te
Per te
Per te
Per, per te







La mia ginestra

Così abbiamo finito. Oggi, con l’ultima lezione su Montale, con quelle poesie che mi fanno piangere già da sole, figuriamoci con la co...