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Un po' di maturità


Ho già detto, su Facebook, quanto io trovi poco utile andare a riformare ancora l’esame di Stato, quando la scuola cade a pezzi e non in senso figurato, e quanto io trovi pure fetente farlo a metà anno e direttamente per la quinta in corso, invece almeno di partire a cambiare le cose dalla terza, ma questo è ciò che passa il convento, io sono pure atea, e vabbè, adeguiamoci.
Ho dato ai miei alunni di quinta una delle prime prove proposte dal MIUR in alternativa al vecchio saggio breve, questa che trovate qui; e per provare ad aiutarli l’ho svolta pure io. Non la prima parte di analisi, che è semplicissima e pure insultante, ma la seconda di argomentazione, che invece è più insidiosa.
Ho pensato di riportarla anche sul blog, per dare magari qualche spunto a chi sta per affrontare la maturità e per rompere ancora le scatole a tutti gli altri con le mie continue odi alla lettura.




Leggere è innaturale.
Guidare è innaturale.
Suonare il violino, la chitarra, il pianoforte, la batteria è innaturale.
Giocare ai videogiochi è innaturale.
Assumere antibiotici è innaturale, con grande gioia dei no-vax che ancora non capiscono che, se fosse per la natura, noi saremmo estinti da tempo.
Praticamente qualunque cosa facciamo al mondo, tranne mangiare, dormire, riprodurci, andare di corpo e morire è innaturale, perché, per natura, noi siamo semplicemente animali.
Noi siamo in guerra contro la natura, come Leopardi aveva in parte predetto, lui che parlava di guerra psicologica e non pensava a una guerra tecnologica, perché nella tecnologia non credeva.
Ogni strumento che usiamo – cellulare televisione frigorifero termosifone automobile –, ogni cibo che assumiamo, perfino, quei cibi raffinati così diversi dalla carne cacciata, insipida e cotta sul fuoco dei nostri antenati, insomma tutta la nostra esistenza in quanto esseri umani, animali che si sono differenziati dagli altri animali per l’uso dell’intelletto, è innaturale, ed è proprio questa la nostra natura: di andare contro la natura.
Rita Levi Montalcini scrive l’Elogio dell’imperfezione facendo notare come, tra tutte le specie, quella umana sia la più imperfetta, e proprio per questo sia quella che si evolve maggiormente e che, piaccia o meno agli animalisti, ha conquistato il predominio del pianeta Terra. L’imperfezione ci ha portato alla battaglia, a lottare con la mente laddove gli altri animali lottavano con le zanne e gli artigli, a coprirci perché non avevamo abbastanza pelo o strato di grasso per riscaldarci, a costruire abitazioni per ripararci dalle intemperie e dalle altre belve, a leggere e scrivere.
Abbiamo cominciato a scopo pratico, commerciale, per registrare le transazioni, ma subito abbiamo cercato qualcosa di più, qualcosa che non avesse un’utilità precipua e che fosse proprio per questo tanto più utile: è l’Epopea di Gilgamesh, fino a oggi la prima epica conosciuta, a dirci quale sia la nostra natura. Gilgamesh cerca il segreto dell’immortalità per riportare in vita l’amico Enkidu e scopre che non esiste, che gli dèi hanno negato agli uomini questa possibilità; ma in realtà Gilgamesh diventa immortale lo stesso, perché oggi siamo ancora qui a leggerne e a parlarne.
Abbiamo cominciato a scrivere per vincere la morte, abbiamo cominciato a leggere per salvare dalla morte chi è venuto prima di noi. E non c’è nulla di più naturale per qualunque specie animale e soprattutto per quella umana, e Freud sarebbe d’accordo, della lotta per la sopravvivenza.
Certo, leggere coinvolge occhi e cervello, ma qualunque cosa facciamo, sempre fatta eccezione per quelle poche azioni di supporto vitale essenziale, coinvolge anche più sensi. Giocare a un videogioco, che nessuno reputa faticoso, richiede uno sforzo visivo anche maggiore, giacché il monitor affatica molto di più gli occhi, e serve l’uso del cervello per seguire la storia o le istruzioni e in più una coordinazione motoria che io, ad esempio, non possiedo. Forse perché non mi sono allenata, forse perché non mi interessa allenarmi, forse perché io non so il piacere derivante dai videogiochi. Ma nessuno si sognerebbe di dirmi che è necessario che io lo scopra, perché non reputiamo, d’istinto, quel piacere essenziale o importante.
Cosa allora ci spinge a considerare diversamente il piacere della lettura, a pensare che sia opportuno educare a esso piuttosto che al piacere di uno sparatutto?
È la lotta contro la morte, che non vinceremo mai e che abbiamo già vinto con Gilgamesh.
Leggere, diciamo, serve ad ampliare le proprie conoscenze, il proprio bagaglio culturale, il proprio lessico; leggere serve a farsi capire e prendere sul serio in ogni ambito lavorativo e di ricerca o esistenziale; leggere serve.
Ma leggere non è solo un servizio, uno strumento con uno scopo, leggere è lo scopo del suo stesso strumento e serve a se stesso.
Umberto Eco diceva che chi legge vive molte vite oltre la sua, e io aggiungo che chi legge permette a quelle vite di proseguire. Noi siamo i canali dei personaggi, e i personaggi sono i canali di chi li legge, e dà a un libro il proprio apporto, sotto forma di recensione, di critica, di lettura a voce alta, di semplice emozione con cui si consiglia quel libro a qualcun altro, o, infine, di elaborazione personale. Il mio miglioramento personale a partire da qualcosa che ho letto porta al miglioramento dei miei rapporti con le persone che mi stanno intorno, che a loro volta miglioreranno con altri ancora. Un libro è come un sasso buttato in uno stagno: le onde concentriche si allargano, cambiando, una parola alla volta, l’acquitrino in cui la natura ci ha messi.
Il potere della lettura – e della scrittura – è dimostrato, senza andare troppo lontano, dalla reazione dei miei alunni all’articolo di Annamaria Testa La fatica di leggere e il piacere della lettura: nessuno di loro l’ha messo in dubbio. E certo conta il fatto che in generale le generazioni più giovani siano in media meno abituate a leggere, ma conta anche il fatto che quello di Testa è uno scritto. Verba volant, scripta manent, e lo scritto continua a convincerci quasi a priori. Testa potrebbe pure non esistere: loro non l’hanno mai sentita nominare e non conoscono il sito citato. Ma è un testo scritto, è stato dato a scuola, luogo di trasmissione di conoscenze scritte, pertanto deve essere vero. Risulta convincente a priori, senza che venga in mente di poterlo contraddire. Lo vediamo ogni giorno, sui social network: le sciocchezze che una volta gli ubriachi urlavano al bar, derisi da tutti e non ascoltati, ora diventano post su Facebook contro i vaccini, sulle scie chimiche, sulla verdura come unica medicina contro il cancro, e diventano subito convincenti, per altri ubriachi dotati di tastiera (e di nuovo, quanto aveva ragione Eco sul pericolo di dare Internet a tutti).
Ci sono mille motivi validi per cui oggi si legge di meno: una vita più frenetica, l’arrivo di una tecnologia che predilige testi brevi e pieni di abbreviazioni e icone varie, una scivolata generale verso la regressione data da un progresso a cui siamo stati dietro mentalmente ma non emotivamente.
Perché questo è il fulcro della questione: leggere è faticoso mentalmente come quasi tutto ciò che facciamo, ma in più, rispetto a un videogioco, leggere è faticoso emotivamente. Leggere comporta la capacità e la volontà di vivere, appunto, mille altre vite oltre la nostra, vite allegre, vite terribili, vite antipatiche, vite diverse come contesto storico e culturale. Ci possiamo ritrovare, alla fine di un libro, col cuore gonfio di dolore, gli occhi rossi di lacrime, o lo spirito terrorizzato, o l’umore infastidito, o una risata sulle labbra, se decidiamo di farlo davvero, di leggere col cuore, per quanto sia un po’ ridicolo questo modo di dire, questa eterna contrapposizione tra cuore e cervello quando invece è nel cervello che tutto si consuma, pensieri e sentimenti.
Ecco, leggere ci richiede di aprire un’altra parte del nostro cervello, e questo è non tanto faticoso, quanto doloroso, perché richiede la nostra disposizione a provare emozioni del tutto diverse da quelle che proviamo normalmente, e provarle con un’intensità che, in una vita sola, non si raggiunge mai, perché è la somma di tantissime altre vite. Leggere allora significa essere anche disposti ad annullarsi, come Vitangelo Moscarda, e farsi attraversare da una miriade di esistenze altrui, anche magari spiacevoli o detestabili, e divenire così uno, nessuno e centomila. Leggere significa estraniarsi da se stessi, giudicarsi anche, ed essere disposti a cambiarsi, e a scoprire che in fondo valiamo così poco nel percorso dell’essere, e allo stesso tempo valiamo così tanto, se ogni nostra mossa in quel percorso ne cambia altre, se siamo anche noi sassolini in uno stagno, se il battito di una farfalla nella nostra vita provoca un uragano dall’altra parte del mondo. Leggere è empatia, e l’empatia è la cosa più simile al divino che sia data all’umano.
Ma la nostra era non apprezza l’empatia, la nostra era è quella dell’individualismo sfrenato, della considerazione assoluta del sé, della volontà di emergere sopra tutti e tutto; viviamo nell’epoca in cui chiunque vuole sentirsi medico e professore e scienziato e politico, chiunque vuole dire la sua su ogni argomento e pretende che la sua opinione conti come quella degli esperti: questo va oltre l’analfabetismo funzionale e l’egotismo superbo, questa è una Weltanschauung miope, il negativo di una fotografia, una rincorsa all’indietro, verso le tenebre, verso la regressione. Come spingere allora il figlio di quest’epoca a leggere e a invertire la rotta, quando non si rende conto che naviga sulla rotta sbagliata?
La risposta migliore, ancora oggi, per me è data da Pennac e dalla sua difesa dei diritti del lettore, primi fra tutti il diritto ad abbandonare un libro e il diritto al bovarismo. Al di fuori della scuola, dove alcuni libri vengono dati per forza da leggere per esigenze di programmazione e così deve essere, nel resto del loro tempo libero i giovani e i bambini soprattutto dovrebbero poter cercare la lettura che li interessa, abbandonando qualunque cosa non li coinvolga e non venendo mai giudicati per ciò che leggono. Non esiste una lettura giusta e una lettura sbagliata: che leggano fumetti, che leggano collane rosa, che leggano quel che vogliono, ma che leggano; saranno loro, poi, ad alzare il tiro, man mano che cresce la loro empatia. Per far sì che ciò sia possibile è necessario, a livello pratico, che le letture siano gratuite. Io credo che a tutti i bambini e fino al compimento della maggiore età dovrebbero essere garantite letture gratuite infinite, perché possano in ogni momento iniziarle e abbandonarle, riprenderle e cambiarle, rileggerle o cestinarle. Nel mondo della virtualità anche i bambini sanno leggere e-book: bisognerebbe dar loro tutti quelli che vogliono, perché siano poi loro, un domani, a scegliere magari quelli da comprare, in cartaceo o in file e perché, una volta raggiunta la maggiore età, leggere sia ormai per loro talmente innato da non poter più pensare di farne a meno. Non credo che l’industria dei libri ne soffrirebbe molto: se oggi la maggior parte degli italiani non legge neanche un libro all’anno, la situazione non può peggiorare; e allora sarebbe invece un investimento intelligente portare i piccoli italiani a essere dipendenti dalla lettura, in modo che, quando siano adulti, leggano molto più di un libro all’anno e ripaghino le case editrici della scommessa vinta in partenza.
Io, figlia imprevista, non avevo uno spazio ad attendermi in casa dei miei genitori, e nessuno pensò mai di darmelo. Ereditai, per dormire, lo studio di mio padre, a cui avevano aggiunto un letto e null’altro. Non avevo armadi, non avevo cassettiere, non avevo spazio per i giochi: avevo una scrivania, immensa, di mogano, che c’è ancora, e una libreria, immensa, di mogano, che c’è ancora.
Si tramanda, nella mia famiglia, un aneddoto che io non posso ricordare ma che ormai per me è come un ricordo impiantato: la prima parola che lessi, a quattro anni e mezzo, l’etichetta di una bottiglia di birra (e fu forse questo, in seguito, a decretare il mio amore per la birra). Non mi aveva insegnato nessuno, nessuno me l’aveva chiesto: per me era la cosa più naturale del mondo e per nulla faticosa, perché la mia vita era quella libreria e, in seguito, la mia vita divennero tutte le librerie del mondo. Da bambina mi era molto più amico Peter Pan che la mia compagna di banco e, fatte alcune eccezioni, oggi la situazione non è molto invariata e mi sento spesso più vicina a un personaggio che a una persona. Ho scoperto la morte con John Thornton, ho capito l’importanza della fiducia in se stessi con Dorothy, ho compreso chi ero con Bastiano Baldassarre Bucci. Ho imparato a ridere di me stessa con Paperino, seduta su una cassetta della frutta ribaltata, in cortile, ho intuito che il potere è fantasia e la fantasia è potere con i Supereroi, l’Uomo Ragno sopra tutti. Ho affrontato le grandi domande dell’adolescenza grazie alle graphic novel di Neil Gaiman, Sandman al primo posto, ho conosciuto mio marito grazie a Rat-Man, che oggi legge mio figlio, ridendo delle stesse battute che hanno fatto ridere noi, imparando a capire meglio l’umorismo assurdo di mamma e papà, conoscendo, attraverso quel fumetto, i suoi genitori, e proseguendo la nostra esistenza. Solo qualche anno fa, a età già matura, The Art of Asking di Amanda Palmer ha cambiato profondamente il mio modo di pormi nel mondo. E ho scritto, e scrivo libri. Ogni fase della costruzione della mia personalità è imputabile a un libro, e sono solo agli inizi. Penso a quanti libri ho letto e so che sono che un granello di sabbia nel deserto infinito delle pagine scritte, che non è un deserto inospitale, è solo il rifugio ultimo delle nostre coscienze, dove la sabbia è cenere d’urna e noi parliamo con i nostri morti e con i morti altrui e un giorno finiremo, senza morire mai.
Rileggo la Lettera da Ventimiglia di Foscolo e penso, oggi come in passato come in futuro, che Jacopo Ortis sbagliasse. Nessuno di quei popoli è vissuto inutilmente, come nessun libro è stato scritto inutilmente. Sono tutti gradini verso qualcosa di più alto, è quel cammino verso il perfezionamento che Rita Levi Montalcini ci ha spiegato e che possiamo percorrere solo continuando a leggere e a perfezionarci.
Cosa ci sia, alla fine di quel cammino, non ci è dato sapere. Ma per quanto mi riguarda, non è tanto la meta a contare, quanto il tragitto, di pagina in pagina. Ed è un viaggio bello e terribile, come il volto della Natura secondo Leopardi, perché questa, questa è la nostra natura, questo ci rende umani, troppo umani.





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