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La memoria del cuore (11/05/2019)


Quando sei nato, dieci anni fa, tutti dicevano che eri la copia sputata di tuo padre. Ho imparato subito a dirlo anche io e a scherzarci sopra, lamentandomi di come, nonostante il lavoro grosso fosse stato il mio, alla fine non avevi nulla di me. Col tempo le persone hanno cominciato a dire che mi assomigliavi sempre di più, e anche allora ho imparato a ripeterlo, ho accettato la cosa come un dato di fatto, ma in entrambi i casi non mi è mai parso vero. Non ho mai visto in te somiglianze con tuo padre o con me, tu non sei fatto a modo nostro. Tu, per me, sei sempre stato unico, differente da chiunque altro e da qualunque mia idea iniziale.
E quell’unicità ho imparato a conoscerla giorno dopo giorno, accumulando tante cose solo tue che ho memorizzato d’istinto, come sa fare solo il cuore.
Ecco cosa so di te.
Non ti piace la scuola, anzi, la detesti proprio, anche se ora sei in una classe in cui ti trovi bene. Odi studiare quasi tutto, a parte un po’ storia (hai una passione per l’antico Egitto) e scienze. Ti devo controllare i compiti tutti i giorni, devo interrogarti, organizzarti le mappe concettuali, e spiegarti ciò che non hai ascoltato in classe. Ogni tanto mi chiami ‘maestra’. Ogni tanto mi chiami ‘nonna’. Hai deciso che alle superiori vuoi venire nella mia scuola, per stare il più possibile con me e perché hai conosciuto alcuni miei colleghi e ti sono piaciuti.
Adori invece imparare da libri diversi da quelli scolastici: manuali sugli insetti, sui rettili, sui pesci. I dinosauri ti piacciono ancora, ma non sono più i tuoi preferiti. Ti affascinano i musei, dove non ti stanchi mai, vuoi sempre l’audioguida per grandi e la ascolti tutta. Hai una memoria favolosa, che ti salva anche quando studi pochissimo, tendi a credere di sapere già tutto ma poi sei disposto ad ammettere di aver sbagliato e a imparare.
Non sei per niente sportivo, anzi, sei la pigrizia personificata. Ti devo costringere a camminare o nuotare, e solo in bicicletta vai volentieri, però mi accompagni quando vado a correre e parli tutto il tempo e alla fine ti diverti e ogni volta mi dici che è stato proprio bello e la volta dopo mi dici che ne faresti a meno. Il tuo colore preferito è il verde, i tuoi piatti preferiti sono la cotoletta con le patatine fritte, la pasta al ragù, la pizza con würstel e patatine, i McNuggets del McDonald’s, e ultimamente il fritto misto di pesce e la mia focaccia. Ami anche i cetrioli, l’insalata valeriana, le banane, le fragole, il cioccolato, la mia piadina. Odi l’ananas e i piselli. Vorresti le merendine confezionate ma non te le compro quasi mai. A colazione fai schifo, ci dobbiamo alzare un’ora prima per convincerti a farla e per un boccone ci metti dieci minuti, ma io non desisto. A tavola hai due modalità; o parli tutto il tempo o ti incanti a guardare le pubblicità. In entrambi i casi bisogna ricordarti di masticare ogni boccone.
Non te ne frega nulla di come ti vesti: anziché combattere per avere i tuoi gusti mi scongiuri sempre di prepararti i vestiti io. Che poi tu indossi male, perché sei disordinato nel vestire come nella camera. Detesti anche lavarti, e ogni sera dobbiamo costringerti e poi venire a controllare che ti sia lavato davvero e lavato bene, da quando hai cercato di fregarci fingendo di aver fatto una doccia che non avevi fatto. Cerchi di fregarci, non spesso, ma a volte sì. Non ci riesci mai.
Non dici parolacce, neanche quando le diciamo noi, non sei mai offensivo, non ti ribelli in modo maleducato: al massimo implori. Se dici o fai qualcosa di sbagliato basta che io ti rivolga ‘lo sguardo’ e dica, seria, il tuo nome, e tu chiedi scusa.
Sei molto affettuoso e fisico, ti piace abbracciare, baciare, dire ‘ti voglio bene’ e ‘ti amo’, e non ti vergogni mai di farlo davanti agli altri. Non rinunci mai alla ninna nanna o alle coccole. Ascolti tutti, ma poi chiedi sempre conferma a me: è vero, mamma?
Adori viaggiare tutti insieme, scoprire città e cose nuove, adori i raduni delle mie lettrici, dove ti ritagli sempre un posto d’onore. Ami con trasporto e ti trovi meglio con gli adulti che con i tuoi coetanei.
Hai paura dei mostri, soprattutto degli zombie, e sei curioso riguardo ciò di cui hai paura. Dici di aver paura anche dei clown e delle bambole troppo realistiche, ma credo sia solo perché ti ho detto che inquietano me.
Ecco cosa davvero so di te, e lo so grazie a questi particolari che contano poco e che domani magari cambieranno, ma mi danno gli indizi per conoscere ciò che davvero conta, ciò che so di quell’unicità che tu sei.
La tua anima è aperta, fiduciosa ma non speranzosa. Credi negli altri ma non pensi che gli altri credano in te, perché tutto sommato ancora non ci credi tu, però ti sforzi di imparare a farlo. È positivo che finalmente tu provi a fare il saputello o a fregarci, amore mio, perché significa che cominci a volere le cose a modo tuo, ed è così che si costituisce un’identità. Resta il fatto che non puoi proprio sperare di farcela, a fregare me.
Hai una tua umiltà, che non è remissività, ma accettazione dell’errore che non ti fa sentire sminuito. È un tratto da grandi, che molti grandi non hanno. Non lo ammetti subito, devo portarti le prove, ma alle prove credi. Un giorno leggerai certi discorsi sul web e capirai quanto sia frequente trovare persone che non cedono neanche davanti alle prove e che non hanno alcuna intenzione di imparare dai propri errori.
Non ami il concetto di sforzo, e non so neanche darti torto, è triste pensare che tutto si ottenga solo con lo sforzo, e tu non vuoi tristezza. Ma basta rigirare la frittata, presentarti uno sforzo come un piacere, e togliere la tristezza dal tavolo, e tu sei pronto a studiare, a modo tuo.
Sei un bravo bambino, e non mi ero resa conto di quanto fosse prezioso poterlo dire: sei un bravo bambino. Non devo mai preoccuparmi che tu compia qualche azione crudele, nei confronti di nessuno, non dici mai qualcosa di cattivo o derisorio, e forse per questo stai meglio con i grandi, che tendono anche loro a trattenersi, loro magari per educazione, tu per istinto, per volontà di non ferire. Non vuoi fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. È un concetto così semplice ed è un atteggiamento così raro. Sei un bravo bambino, e capisco di averlo sempre dato per scontato quando scontato non è.
Sai vedere il buio nelle persone e in te, ammetti paure e lati oscuri e non te ne vergogni, perché sai che è l’unico modo per affrontarli. Mi hai confessato alcuni pensieri che ritenevi brutti, ed erano così umani, amore mio, così umani, ma allo stesso tempo così difficili da ammettere per un bambino. E così difficili da superare. Diffidi delle persone senza lati oscuri e paure, tranne che di me, ma ti sei sentito meglio quando ho cominciato a parlarti dei miei lati oscuri e delle mie paure e invece di rispettarmi di meno mi hai rispettato di più. Hai capito, insomma, cosa sia degno di rispetto. Sappi che se prima non te ne parlavo era per proteggerti, ma ora ho capito che sei in grado di metabolizzare molto più di ciò che credevo, molto più di ciò che credi, anzi: farlo ti rafforza.
Non sai cosa sia la vanità, non credi molto nell’apparenza, e su questo dobbiamo lavorare, perché c’è comunque un minimo sindacale di corretta presentazione fisica che comporta l’igiene e l’ordine, ma se penso ai tuoi coetanei che chiedono vestiti firmati comprendo che, ancora una volta, ho dato per scontato qualcosa che non è scontato.
Il tuo atteggiamento nei confronti del cibo mi dice che hai le tue sicurezze confortanti ma anche che pian piano stai allargando la zona. E che sei uno strazio a tavola, sì.
Ecco cosa ancora non so di te: non so come diventerai, ma so che sarà qualcosa che non ha niente a che fare con tuo padre e con me, e non sarà il meglio di noi (né il peggio): sarai semplicemente tu, a modo tuo, e io sono onorata di vederti diventare te stesso, giorno dopo giorno.
Da due anni ho preso l’abitudine di farti i video. Almeno uno breve ogni giorno, che poi riunisco nel video del mese, che poi riunisco nel video dell’anno. Un’ora circa per ogni anno, un’ora di immagini, parole, luoghi, ricordi che potrò rivedere e risentire quando vorrò.
Solo che non sono quelli, i veri ricordi, i veri ricordi non hanno a che fare con gli occhi e le orecchie, ma con il cuore.
Il ricordo di quel bastoncino che diceva che esistevi, e del tappeto seduta sul quale sono rimasta ferma per pochi minuti che mi sono parse ore. E subito dopo, la mia decisione di andare a correre, per dimostrarmi che ero ancora io, e invece non lo ero, ma non lo sapevo.
Il ricordo del sonno in gravidanza, pensato per farmi dormire l’ultima volta, e dei tuoi calci in pancia per anticipare che tedio saresti stato – ma non ricordo quando ti ho sentito scalciare per la prima volta, perché non è la mente, che ricorda, è il cuore, e nel mio cuore sei ancora lì, a scalciare. Sei ancora lì, ogni giorno, a esigere spazio e attenzione.
Il ricordo della tua bocca sul mio seno, gli unici momenti in cui non strillavi, e non lo ricordo come un fatto magico, lo ricordo come una cosa normale: io ero il tuo nutrimento e lo sono ancora. Non c’è nulla di magico e non riguarda l’allattamento. È qualcosa di vero, è la cosa più vera che si possa sperimentare.
Il ricordo delle lotte per farti entrare nel seggiolone e in ogni luogo pensato per bambini, ma non per te, che volevi solo stare in braccio, e ancora rifuggi le cose pensate per bambini, e fai bene, perché noi non capiamo nulla dei bambini, e quando pensiamo le cose per voi le sbagliamo sempre. Ma i bambini capiscono noi e ci perdonano.
Il ricordo di quando hai imparato a camminare, saltando quasi del tutto la fase del gattonare, col desiderio fortissimo di metterti in piedi, di alzarti da solo, ma pronto a prendere le nostre mani tese. Non ricordo quando tu abbia fatto i primi passi, ma ricordo ogni passo da allora, e tu ti stai ancora alzando in piedi, e noi abbiamo ancora le mani tese.
Il ricordo delle tue vocalizzazioni, mezze parole insensate che solo io e papà riuscivamo a capire, e l’acqua che per anni è stata la ‘peappa’. Non ricordo, ad esempio, il momento esatto della tua prima parola, non sono nemmeno sicura di quale sia stata, ma ricordo un giorno, sulla spiaggia, avevi forse due anni. Tu stavi all’ombra vicino al papà, io facevo la spola dall’ombrellone al rubinetto per riempire d’acqua il secchiello, per fare i castelli di sabbia. Erano circa cinque metri e mi vedevi tutto il tempo, ma appena mi allontanavo verso il rubinetto iniziavi a urlare: ma-ma, ma-ma, ma-ma.
Ricordo la sensazione mista gioia e paura e senso di colpa di essere il tuo punto di riferimento, e la rivelazione: sono sua madre. Non: è mio figlio, ma: sono sua madre. È stato in quel momento che ho capito che non stavo mettendo alla prova te, non stavo cercando di vedere quando tu potessi sopportare il mio allontanamento: stavo mettendo alla prova me, stavo cercando di vedere quando bisogno avessi di essere richiamata a te, di essere tirata indietro da quell’elastico che, per me, non si logora mai. È stato in quel momento che ho capito che eri tu, l’unicità, e io che avrei finito per assomigliarti. È stato in quel momento che ho capito che non ti ho fatto, ma tu hai fatto me. Che non saresti cresciuto a modo mio, ma io sarei cresciuta a modo tuo.
E ogni giorno, da allora, io prendo il secchiello e vado a prendere l’acqua, e ogni giorno mi allontano un po’ di più, perché così deve essere, perché così devo fare, perché tu scopra la tua unicità, e io impari a crescere senza di te, tirando l’elastico. E ogni giorno tu mi richiami, e io sono ancora piena di gioia e paura e senso di colpa.
E verrà un giorno forse in cui non mi chiamerai più, e dovrò esserne orgogliosa, ma io continuerò comunque a tornare, amore mio, col secchiello pieno d’acqua. Continuerò a tornare, col cuore sazio di memorie vecchie e affamato di memorie nuove e tanti castelli di sabbia ancora da costruire, come sarai tu a insegnarmi, a modo tuo.




Commenti

  1. Che meravigliosa lettera d'amore per un compleanno davvero molto speciale.
    Io tuo patato ha compiuto 10 anni e in un attimo sarò grande.
    Godete di ogni singolo momento insieme perchè il tempo passa in un attimo.


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    1. Hai ragione, mi sembra ieri che ancora non sapeva camminare, e adesso corre sempre più veloce. E lontano da me. Ma è giusto così.

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