domenica 25 ottobre 2020

A volte ritornano

La normalità.

Sono giorni che mi frulla in testa questa parola, normalità, e le diverse accezioni del termine.

A proposito della normalità, la Treccani mi dice questo:

carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica, di un individuo, sia a manifestazioni e avvenimenti del mondo fisico, sia a situazioni (politiche, sociali, ecc.) più generali.

Quindi il punto immagino sia quello: ciò che è o si ritiene normale.

In giro vedo due posizioni: chi si abbarbica al suo personale concetto di normalità per biasimare chiunque non vi si conformi e chi si fa un vanto di non essere normale.

La prima posizione è quella di tanti integralisti di ogni tipo, che ogni giorno trovano una nuova categoria da attaccare: orientamenti sessuali, caratteristiche fisiche e mentali, scelte di vita. Spero siamo tutti d’accordo nel ritenere questi individui la feccia del genere umano e credo di aver già chiarito più volte la mia opinione a riguardo: non ce l’ho, un’opinione a riguardo, perché non devo averla. Perché ciò che ognuno fa col suo corpo, con la sua mente, con la sua vita non è affar mio, finché non fa del male ad altri.

La seconda posizione invece credo si basi più sulla specificazione non eccezionale che compare nella Treccani.

Lo sentiamo ripetere spesso, con quell’atteggiamento di finta umiltà che dovrebbe denotare accettazione di se stessi: so che non sono normale, so di essere strano/a, so, so, so…

Se lo dicono da soli, ma quel che stanno rifiutando è la definizione non eccezionale.

Perché essere normali, per chi abbraccia questa seconda posizione, è essere banali, e devo dire che mi pare di vedere la copia in negativo di chi sostiene la prima posizione: da una parte il desiderio di appiattire, omologare, dall’altra quello di distinguersi a ogni costo che però appiattisce e omologa gli altri.

Onestamente non credo che esista la normalità, e in fondo la Treccani mi dà ragione: ciò che è o si ritiene normale.

Lo sappiamo dai tempi dei sofisti che la verità cambia a seconda di chi la racconta, delle epoche, dei luoghi. Ciò che è normale oggi non lo era ieri e viceversa, altrimenti indosseremmo ancora stecche di balena e parrucche incipriate, faremmo il bagno una volta al mese e daremmo del voi ai nostri genitori. Domani sarà normale qualcosa di diverso ancora, dunque no, la normalità non esiste, esiste una consuetudine, molto fugace e non unanime, che si tenta di fare accettare forse per paura di perdere l’orientamento: se non so cos’è normale, se non impongo agli altri il mio concetto di normalità, come posso credermi normale io? E questo mi pare si leghi a un’altra parola della Treccani: patologico.

È la paura che il contrario della normalità sia la patologia, la malattia insomma, fisica o mentale.

Ripeto spesso quello che diceva Freud, che tra il malato e il sano c’è una differenza di quantità, non di qualità. Sono tenacemente convinta che avesse ragione e che siamo tutti un po’ malati, in lotta con quella malattia che si chiama vita e che ci porta lentamente alla morte giorno dopo giorno (allegria!). Poi c’è chi ha meno anticorpi, chi se li fa lungo il cammino, chi non se li fa mai, ma siamo tutti malati, e non lo dico per sminuire le sofferenze di chi è affetto da disturbi mentali gravissimi, lo dico per capire che le loro sofferenze sarebbero potute essere le nostre, se fossimo stati un po’ meno fortunati. Come è fortuna nascere nel mondo ricco invece che in quello povero e non dipende certo da noi e non ci rende normali, solo fortunati.

Quello che mi piacerebbe è che smettessimo di fare un uso improprio del termine normalità. Che ci ricordassimo, ogni volta che lo usiamo, che stiamo parlando di un concetto inesistente, una parola che contiene in sé la propria negazione, un’ammissione della nostra debolezza e paura. La normalità è ciò a cui tendiamo per sfuggire all’isolamento e all’insicurezza o ciò da cui scappiamo per sentirci speciali e non ammettere che siamo solo uno tra tantissimi e che la nostra presenza nel mondo non fa affatto la differenza.

Io sono normale? Non è una domanda che io mi ponga. Ce ne sono così tante, di domande importanti, e la risposta non è purtroppo sempre 42, perciò non voglio perdere tempo con domande inutili. So di essere un individuo unico, ma lo siamo tutti, quindi nessuno lo è davvero. Sono come tutti gli altri esseri umani al mondo, piccola, insignificante e tuttavia contenta di ciò che sono. Non sono eccezionale, ma non sono normale perché la normalità dipende da chi mi giudica. Mi interessa? Per nulla. A voi interessa? Perché?

In questo periodo non facciamo che chiedercelo: quando torneremo alla normalità?

E con questo intendiamo l’esistenza di prima, di cui però prima ci lamentavamo di continuo. Perché non sapevamo come potesse essere un’altra e ben peggiore normalità, quella fatta di distanziamento, mascherine, disinfettanti, crisi culturale ed economica.

Ieri mi sono resa conto di come ormai per me siano gesti normali, mettere la mascherina anche se vado a buttare l’immondizia, controllare di avere sempre in tasca il disinfettante, usarlo ogni dieci minuti, non toccare nessuno, non prendere niente da nessuno.

Ma è normale? No. Ma è normale? Sì.

Perché è quello che passa oggi il convento.

E allora quello che mi piacerebbe ancora di più è che smettessimo di essere ossessionati in un senso o nell’altro dalla normalità e ci concentrassimo su ciò che possiamo fare con questa nostra vita breve, piccola e insignificante, per far sì che tutte insieme le nostre vite diventino meno brevi, meno piccole e meno insignificanti.

Io lo cerco, il significato, lo cerco da sempre, ma credo non sia possibile trovarlo da soli e credo che, per trovarlo insieme, dobbiamo proprio abbandonare l’idea di normalità. Questo, forse, ci renderebbe eccezionali.

 

 

 

4 commenti:

  1. Non mi reputo nè normale nè tantomeno anormale: dipende da chi mi giudica, quindi punti di vista.
    Cerco di essere me stessa, coerentemente con la mia concezione di vita.
    Sto bene e cerco, nel limite del possibile, di vivere al meglio.

    Comunque la vita pre-covid non era perfetta, molto diversa ma non perfetta.
    No?

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    Risposte
    1. No, e mi piacerebbe che il Covid ci avesse spinti a riflettere, a capire cosa conta davvero, a maturare. Invece ho l'amara impressione che abbia solo tirato fuori il peggio da tutti.

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    2. Il Covid non ha fatto altro che tirare fuori il vero carattere delle persone e in alcuni casi l'ha inasprito!
      Vedo in giro tanta cattiveria e non c'è più tolleranza.
      Se dopo tutto ciò che è sucesso non siamo migliorati e non ci siamo evoluti, siamo proprio una razza che merita l'esistinzione.
      Comunque, devo ammettere che tutto il buonismo che c'era nella prima ondata del covid non mi ha mai convinto, l'ho sempre trovato totalmente falso.
      Tutta la gente che comunicava dai balconi, che cantava canzoni, che colorava arcobaleni e che scriveva "andrà tutto bene", dove è finita? Tutta finzione, tutta ipocrisia!
      Scusa lo sfogo ma non sopporto il falso perbenismo, si riconosce lontano 100 chilometri!

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  2. Che poi il concetto stesso di "normalità" porta in sé anche quello di "anormalità". non esisterebbe "normalità" senza "anormalità"... quindi anche l'anormalità è normale... Vabbè una cosa così comunque 😀

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